L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Roma Regina Aquarum

Federico De Matteis

Acqua

Roma nasce sulle rive di un fiume: così il suo destino è segnato. Nel compiere il mitico atto fondativo, Romolo cerca il favore degli astri e delle geometrie perfette, tracciando nella terra un pomerio equilatero che di essa è immagine simbolica. Allo stesso tempo, non trascura di ingraziarsi il dio fluviale, insediandosi in prossimità del guado consentito dall’Isola Tiberina. Al costo di subire per secoli le esondazioni stagionali del fiume, Roma si espanderà da quel nucleo originario posto nella valle del Tevere: ma da questa scelta sgorgherà la fortuna dell’Urbe.
L’acqua nativa di Roma placa la sete della città per oltre quattro secoli dopo la sua nascita. I pozzi scavati nel terreno e lo stesso Tevere sono sufficienti per consentire la crescita dell’agglomerato. Verso i monti Albani l’acqua che sgorga dal terreno è bulicante, riscaldata dalle viscere del Vulcano laziale: la si apprezza per il suo potere curativo, lodato dai medici. Non tarda a farsi spazio un rispetto sacro per quei luoghi dai quali emerge: la mitologia silvana ispira la presenza delle Ninfe in prossimità delle sorgenti. Queste – come Egeria – diverranno le guide della nascente nazione. Le selve dell’ager si popolano di presenze benigne che si manifestano nello scorrere di una fonte.

Acquedotti

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Nel 312 a.C. Appio Claudio Crasso completa il primo acquedotto di Roma, portando l’acqua dal VIII miglio della via Praenestina sino al Velabrum. Gli oltre 16 km di percorso sono quasi integralmente interrati: l’opera si palesa solo per brevi tratti, assolvendo alla sua funzione utilitaristica in maniera pressoché invisibile. Solo 170 anni più tardi il pretore Quinto Marcio Re si risolverà a far realizzare, per il terzo acquedotto della città, uno speco in elevazione che per nove chilometri costeggia la via Latina, accompagnando i viaggiatori che entrano nell’Urbe. La scelta del pretore – dettata senz’altro dalla necessità di abbreviare un tragitto altrimenti eccessivamente tortuoso – consente al contempo di rendere pienamente visibile l’opera, attribuendole una funzione rappresentativa che va ben oltre la ‘semplice’ adduzione idrica.
Molti dei seguenti dieci acquedotti verranno costruiti con il preciso intento di rendere visibile il percorso dell’acqua lungo tutto il suo tragitto, non solamente nelle mostre terminali. I motivi tecnici e la ricerca di un favore politico conducono dunque alla nascita di uno dei sistemi infrastrutturali più spettacolari dell’antichità: le enormi arcate che si perdono all’orizzonte saranno per Roma, al pari delle sue Mirabiliae, un fattore di riconoscibilità che la renderanno unica nel mondo antico, Regina Aquarum.
I tredici acquedotti riforniranno l’Urbe con una quantità di acqua senza pari per l’epoca, difficilmente eguagliabile ancora oggi: ogni cittadino disponeva di più acqua allora di quanta non ne abbia nella Roma moderna. Il programma politico e infrastrutturale determina fortemente la imago urbis: le teorie di archi penetrano la città da più parti, terminano in castelli monumentali che proclamano la paternità dell’opera. Nella topografia di Roma antica, già registrata nella Forma urbis, essi rappresentano un sistema capillare di collegamento tra la città ed il territorio circostante: la presenza dell’Urbe poteva essere avvertita già da molto lontano, scorgendone nel paesaggio laziale i colossali bracci. Per Roma si tratta di un organismo vitale: non a caso i Visigoti di Vitige assediano la città tagliando gli acquedotti, interrompendo il flusso che per otto secoli aveva alimentato l’Urbe. I secoli bui coincideranno con la morte degli acquedotti romani: i cittadini rimasti riprenderanno a utilizzare i pozzi, sino a quando la Roma dei Papi vorrà ridare vita all’antico splendore ripristinando alcune delle antiche aquae.

Bagni

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Terme di Diocleziano (Santa Maria degli Angeli)

Con il tempo il programma di costruzione della forma urbana basato sull’uso dell’acqua si fa più ambizioso. La disponibilità pressoché illimitata del prezioso elemento consente la costruzione dei grandi complessi termali, anche questi legati indissolubilmente ai personaggi che ne promuovono la realizzazione.
L’innumerevole quantità di piccoli bagni pubblici – gli annalisti si rifiutano persino di tenerne il conto – costituiscono il precedente per le grandi terme imperiali. Alla cura del corpo si lega anche l’aspetto della socializzazione: è nelle terme che avvengono incontri, conoscenze, colloqui relativi a fatti di ordinaria amministrazione così come conversazioni sui grandi temi. Non è improbabile che fra i vapori dei calidarii siano state prese decisioni che hanno determinato il corso della Storia.
Le terme sono macchine perfette: così come le grandi caldaie consentono il controllo della temperatura delle acque e degli ambienti, gli impianti architettonici costruiscono il rituale del bagno. La specializzazione funzionale dei singoli ambienti, la loro aggregazione e la sequenza del loro attraversamento danno luogo ad un preciso movimento, che riproduce in maniera non solamente metaforica la purificazione del corpo e dell’anima. Le monumentali sale voltate a crociera entro le quali l’individuo perde il senso della sua misura contrastano con i più raccolti ambienti a temperatura controllata: nel cambiamento del calore del corpo anche lo spirito attraversa molteplici stati d’animo.
Lo Stato laico della Roma imperiale si prende dunque cura del benessere dei cittadini, dando loro la possibilità di trovare quotidianamente l’equilibrio fra il corpo e l’anima. La ricchezza di marmi, pietre, statue e cascate fa di ogni bagnante un princeps.
Anche quando l’inesorabile trascorrere del tempo sottrarrà alle terme lo splendore delle decorazioni, le colossali volte continueranno a ispirare gli architetti per molti secoli a venire. Le rovine di questi edifici – quasi impossibile credere che siano opera umana! – daranno vita, in altri climi e altre terre, a nuove opere. Nate per l’acqua, le terme romane saranno protagoniste della costruzione dell’immagine civile in tutto il mondo.

Ludi

Nei secoli che seguono la fondazione, gli ammiragli romani condurranno le flotte dalle sponde del Lazio al dominio sul mare interiore. La necessità di inscenare le grandi vittorie navali ad uso e consumo dei cittadini non sfugge ai principi, che mettono in moto il formidabile ingegno costruttivo per dare vita alle naumachie. Per la grande arena navale di Augusto in Trastevere viene costruito un acquedotto apposito, la Aqua Alsietina: non a caso, l’acqua che esso trasporta viene dedotta dal lago di Martignano piuttosto che da una sorgente. Il coup de théâtre di trasportare artificialmente un lago dentro la città non è da meno delle stesse battaglie navali inscenate nell’arena.
Gli immensi teatri marini preparano la scena che farà da sfondo all’azione. Gli impianti idraulici sono invisibili: l’arrivo dell’acqua nel cuore della città deve apparire come voluto dal Cielo. Nei ludi l’acqua entra a pieno titolo fra le dramatis personae. Non si tratta più del placido scorrere del Tevere, della meditazione a cui si è indotti nelle piscine termali, o ancora dell’argenteo zampillare delle fontane: qui l’acqua è metafora del mare, pronta ad inghiottire intere imbarcazioni con il loro carico di uomini. Ma al termine dello spettacolo, placate le onde e svanito il fragore della contesa, il lago traslato dalla campagna romana racconta nuovamente della presenza benigna delle Ninfe, riflettendo il cielo dell’Urbe. Nel dramma l’acqua inscena l’iracondo Oceano, ma nella realtà continua ad essere l’elemento che dona civiltà e piaceri ai cittadini di Roma.
Come per le terme, le vestigia delle naumachie determinano ancora oggi l’immagine di Roma. Non se ne vedono più le mura: eppure la città che vi è sorta sopra conserva ancora la memoria del suo spettacolare passato di mare artificiale.

Fontane

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Il Septizodium e la Meta Sudans
 

Al principio del ‘700, i vedutisti registrano il fontanile Vaccino nell’antico Foro Romano come una singolare stele eretta nel paesaggio. Dell’articolato sistema idraulico che conduce l’acqua in quel luogo nulla risulta visibile: la complessità tecnologica rimane occultata a favore della mistica allusione al ‘miracolo’ della sorgente naturale. L’iconografia della fontana vuole sottolineare questo fatto, e le anfore incorporate nell’opera intendono essere vaga metafora dell’atto di trasportare il fluido da luoghi lontani.
Nella Roma arcaica il luogo da dove l’acqua sgorga dalla terra assume un significato sacro, quale traccia del dio Fons. In suo onore sorgono i delubrii, piccole edicole destinate ad incorniciare l’evento prodigioso, la manifestazione della presenza divina sulla terra. Per estensione, le fontane di Roma – anche quelle rese possibili dalla costruzione degli acquedotti piuttosto che dall’intervento divino – insceneranno la sacralità del rapporto tra l’uomo e gli elementi naturali.
La moltiplicazione delle fontane, punti nodali nel tessuto urbano della città, porterà allo sviluppo di numerosi tipi architettonici, dalle più semplici edicole sino alle fontane ad esedra: in ogni caso l’offerta di acqua si accompagna ad un programma iconografico destinato a glorificare le divinità dell’acqua insieme ai committenti dell’opera pubblica. Non era infrequente che cittadini facoltosi ricorressero alle fontane quali ex-voto: dimostrazione di pietas, nonché pragmatica distribuzione di un servizio essenziale al popolo, che considera fondamentale sia l’uno che l’altro aspetto. All’apice del suo Tempo, Roma conterà dunque più di mille fontane, una rete capillare di acqua che innerva la città quale linfa vitale.
Il topos figurale della mitica grotta delle Ninfe determina l’aspetto delle fontane romane. L’esperienza primordiale dell’uomo che scopre la fonte entrando in un anfratto roccioso nascosto nella selva viene ripetuta all’infinito, cristallizzata nell’oggetto artistico. L’iconografia del nymphaeum riconduce dunque il cittadino alle origini della sua civiltà: la decorazione emula l’ambiente ctonio, la spelonca tufacea con i suoi anfratti, la vegetazione tipica – i muschi, il capelvenere. Alla presenza stessa delle Ninfe si allude collocandone artatamente le statue seminascoste laddove l’occhio le può vedere solo di sfuggita, distrattamente, come si conviene ad una presenza divina.
Dalla semplice riproduzione dell’ambiente naturale della grotta, il ninfeo diverrà una delle tipologie architettoniche più originali dell’epoca imperiale. Non c’è giardino privato che non sia concluso dalla grotta artificiale – il più noto naturalmente il ninfeo degli Horti Liciniani, erroneamente considerato tempio di Minerva Medica – ma anche nell’ambito pubblico i ninfei adornano strade e piazze, accenti monumentali nel tessuto urbano e al contempo dispensatori di acqua.
Ma le fontane romane non saranno solamente mimesis dell’immagine naturale: altre si configurano come grandiose machinae, destinate ad elevare l’acqua oltre il suo significato comune, rendendola elemento cosmologico. È così il Septizodium, fontana monumentale rimasta sino al 1588 alle pendici del Palatino: la scena dedicata ai sette pianeti poneva in collegamento l’acqua con gli astri; o ancora la Meta Sudans, situata all’angolo del pomerio, peculiare figura dal significato mistico legato al mito di fondazione dell’Urbe.
Oltre le grandi fontane monumentali, l’acqua giungeva nella città in innumerevoli altri punti: nelle abitazioni patrizie, così come nelle insulae non mancavano fontanelle per soddisfare i bisogni degli abitanti. La presenza dell’acqua doveva dunque costituire parte integrante anche del paesaggio sonoro della città: nel silenzio antico della Roma notturna, la sinfonia dello zampillare delle acque accompagnava il sonno dei cittadini, quasi fosse il sussurrare delle Ninfe.

Colonie

Con Traiano l’Impero Romano si allarga sino a coprire un’estensione quasi inverosimile. Dall’Oceano Atlantico sino al Mare Arabico vige la Pax Romana, imposta con il fragore delle spade ma conservata con le armi ben più affilate della civiltà. I conquistatori sanno riconoscere le ricchezze che trovano nelle terre dove giungono: lungi dall’imporre una cultura egemone, consentono la libertà religiosa nonché il mantenimento di tradizioni e istituzioni, a condizione che si giuri fedeltà a Roma.
Nelle colonie verrà insediato l’efficacissimo apparato amministrativo dell’Impero; con esso si diffonderà la sapienza costruttiva degli ingegneri, che riprodurranno nelle grandiose opere pubbliche l’immagine di Roma in terre esotiche. Come nell’Urbe l’acqua costituisce elemento primario per la costruzione del senso di unità civile, vero collante tra le numerose popolazioni che partecipano ai destini di Roma.
La cultura delle terme verrà prontamente recepita in gran parte delle terre colonizzate. Piccoli e grandi impianti vengono realizzati anche nelle città minori, quasi il diritto al rito del bagno fosse connaturato alla cittadinanza romana. I modelli architettonici vengono mutuati da Roma, le soluzioni costruttive adattate alla disponibilità di materiali e maestranze: lo sviluppo di questi edifici produce un fervore di reciproche contaminazioni senza precedenti. L’onda lunga di queste trasformazioni determinerà la nascita, nell’architettura dell’Islam, di un’altra straordinaria cultura dell’acqua.
Lontano da Roma, grandi città crescono nelle terre conquistate. Come nell’Urbe, il fabbisogno di acqua aumenta a dismisura, e nuovamente immensi acquedotti vengono lanciati nel paesaggio alla ricerca del prezioso liquido. L’immagine un tempo tipica del Lazio – le grandiose arcate che solcano l’orizzonte – si diffondono in Gallia come in Iberia, in Grecia come nell’Africa settentrionale. In Provenza il Pont du Gard traghetta l’acqua attraverso una valle profondissima; a Segovia il ruvido calcare delle arcate sembra inventato da una visione piranesiana.
Come per le terme, la tecnologia si adatta alle condizioni locali. Se la Pax Romana è espressione di una civiltà incarnata da molti popoli diversi, così l’acqua ne è il suo simbolo: per condurla dove essa serve si costruisce con le pietre del luogo. Chi si sottomette a Roma perde parte della propria indipendenza, ma diviene partecipe di quella civiltà che è in grado di portare l’acqua oltre le montagne.

Urbanistica

Di tutti i sistemi idraulici dell’antica Roma, quello delle fontane verrà ripreso con maggiore slancio nei secoli successivi. La costruzione dell’imago urbis operata dai pontefici a partire da Sisto V affida alle quinte acquatiche il compito di determinare la percezione dello spazio urbano con fondali o accenti visivi. L’accesso a Roma dalla Via Flaminia viene scandito, già da Vignola e Vasari, poi da Pirro Ligorio, con una sequenza di fontane e ninfei. Dapprima i giochi acquatici divengono parte integrante dei giardini delle ville nobiliari; successivamente, il loro uso viene esteso allo spazio pubblico, riconfigurato quale espressione della nuova vitalità di Roma, risvegliata dal torpore dei secoli bui dall’ascesa del potere pontificale.
Le grandi fontane rappresenteranno uno dei principali strumenti a disposizione degli architetti che daranno vita alla Roma barocca. Il ripristino o la ricostruzione degli acquedotti antichi viene salutato immancabilmente dalla dedicazione di una nuova mostra – l’Acqua Paola sul Gianicolo, l’Acqua Felice presso le Terme di Diocleziano, o naturalmente l’Acqua Vergine nel Trivium. L’uso di fontane e quinte serve a guidare lo sguardo dell’osservatore, coinvolgendolo in un’esperienza architettonica totalizzante, mobile e dinamica, monumentale ma al tempo stesso inquieta. L’osservatore è parte integrante della rappresentazione, partecipa del suo corpo – così come nella vita spirituale partecipa del corpo della Chiesa. L’intento metaforico del programma urbanistico dei pontefici è evidente.
Avvalendosi di queste grandiose fantasie architettoniche, la Roma dei Papi vuole essere un vero ‘Teatro dell’acqua’. Non c’è piazza il cui repertorio di arredo non includa una o più fontane, dalle antiche vasche termali collocate innanzi palazzo Farnese, sino al grandioso impianto di Piazza Navona, incentrato sulla visionaria costruzione berniniana della Fontana dei Fiumi.
Apice della vicenda delle fontane barocche di Roma è naturalmente la mostra dell’Acqua Vergine, Fontana di Trevi. Da subito si comprende quanto il programma di Papa Clemente vada oltre quello dei suoi predecessori. Per l’occasione si inventa un tipo architettonico, il ninfeo – palazzo, destinato a rimanere un unicum. La fontana di Nicola Salvi è una summa dell’idea rinascimentale di ninfeo, reciproca contaminazione tra materia naturale ed artificiale. Dal lago emergono concrezioni rocciose che, nel corso della loro ascesa, vengono progressivamente trasfigurate in materia architettonica. Su questa enorme pietra si erge Mose nell’atto di far sgorgare dalla roccia l’acqua per i figli di Israele. Sostituito il repertorio figurativo mitologico con quello biblico, l’iconografia rimane latrice di un programma politico.
Se nelle piazze saranno le grandi fontane a dominare la scena, nel tessuto di strade della città affiorano continuamente resti di antiche sorgenti, ninfei o laci. Sovente il loro significato è stato eroso dal tempo, ma rimangono purtuttavia come presenza, filo sottile di continuità che àncora la Roma dei Papi con l’antico impero scomparso. Avendo sopravvissuto al silenzio del medioevo, non è un caso che queste fonti abbiano ripreso a parlare, divenendo presenze familiari per i romani – incarnazione del genius loci sopravvissuto all’abisso dei tempi.  

Tevere

Attraverso i secoli, indifferente al clamore della Storia che si svolge alle sue sponde, all’avvicendarsi di principi e pontefici, il fiume di Roma scorre eterno sotto il cielo della città. Roma nasce alle sue rive, e il Tevere rimarrà la sua acqua primordiale, apportatrice di vita.
Nel tempo la sua morfologia è destinata a mutare: dapprima sito del porto fluviale di Roma e di innumerevoli delizie, poi ingabbiato dai muraglioni sabaudi, pragmatica quanto radicale soluzione per contenere le sue variazioni stagionali. Eppure nonostante queste profonde mutazioni, il Tevere permarrà come un dio della natura, fenomeno fondante della città eterna.  
Se anche con il passare dei secoli Roma si arricchirà di innumerevoli machinae acquatiche che saranno simbolo della sua grandezza, è il Tevere a proclamare l’universalità della risorsa acqua. Prima ancora di ispirare la narrazione della grandezza dei suoi potenti, della magnanimità degli uomini che si sono succeduti al suo comando, l’acqua di Roma è l’acqua di tutti, diritto dello schiavo come del patrizio.
Oltre le mura di Roma, l’acqua del Tevere si propaga nel mare interiore, portando la medesima ricchezza nelle terre lontane, nelle colonie che di Roma condividevano la sorte. Un lunghissimo acquedotto, questa volta non di pietra, partendo da Roma attraversava tutti i mari, recando civiltà ai popoli del mondo intero.

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
DE MATTEIS Federico 2007-11-25 n. 2 Novembre 2007
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

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Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

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