L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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L’orgoglio dell’architetto, o del metodo nella progettazione. Editoriale Gennaio 2011 PDF

porroMi ha molto sorpreso, recentemente, la notizia dell’imminente chiusura del CABE, la Commission for Architecture and the Built Environment, organizzazione governativa fondata nel 1999 in Inghilterra per sostituire la Royal Fine Arts Commission quale promotrice della qualità in architettura e nella progettazione urbana. Non sorprendenti le motivazioni in quanto tali, legate ai drastici tagli imposti dal governo Cameron (fa semmai notizia, in questi tempi di austerity, quando un taglio non viene fatto), bensì le reazioni di generalizzato plauso provenute dal parterre dei designers e planners inglesi.

Va da sé che il ruolo di “cane da guardia” svolto dal CABE non la rendeva certo un’istituzione particolarmente simpatica: tuttavia, ai nostri occhi di “sottosviluppati urbani”, l’idea di un organismo che tentasse di asseverare preventivamente la qualità dei progetti di sviluppo non sembrava poi così male. Per quanto critici gli inglesi possano essere del modo in cui le loro città sono cresciute nei decenni recenti, la qualità media dell’urbanizzazione contemporanea in Inghilterra lascia certamente intuire che il modello funziona, almeno se paragonato alla desolante realtà nostrana.
Il problema di fondo è legato in questo caso al processo che conduce alla nascita di una buona architettura. Esiste, in gran parte della cultura architettonica contemporanea (in Inghilterra come in Italia, ma forse in tutto il mondo), una presunzione che il progetto non sia una cosa valutabile, perché indissolubilmente legato al genius di chi l’ha creato. Si può forse valutare un Caravaggio? O un Picasso? Certamente se ne potranno apprezzare diversi aspetti tecnici, questioni oggettive come il formato o il supporto, persino, materialisticamente, considerarne il valore di asset economico; ma esprimere un giudizio sintetico sulla grandezza artistica dell’uno o dell’altro non è cosa semplice né, nel 2011, particolarmente utile.
Nella percezione di molti architetti, la questione non è poi molto diversa se applicata al loro lavoro di progettisti. Gli assessment svolti dal CABE venivano visti come un’inutile sovrastruttura, un ulteriore laccio alla libertà di espressione che si aggiungeva alle pastoie burocratiche connaturate al processo di trasformazione del territorio. Eppure, anche ammettendo l’inefficienza del “modello” CABE, rimane la perplessità in merito al controllo della qualità: tramontata l’era delle famigerate commissioni d’ornato ma anche del potere pubblico forte, chi è dunque in grado di vigilare su quanto viene progettato, prima che sia il solo mercato a dettare le regole? Come consentire, inoltre, che questo controllo abbia luogo senza ledere l’orgoglio dell’architetto, la sua libertà di usare la progettazione per creare innovazione?
Una modalità, dedotta dalla ricerca scientifica, è senz’altro quella della peer review, che si espleta nel nostro campo tramite i concorsi di architettura. Ma già in un precedente editoriale si è argomentato quanto questo strumento sia, almeno in Italia, di difficile implementazione, non riuscendo che in sporadiche occasioni a ribadire, nell’opera realizzata, la qualità espressa dal progetto di concorso. Gli esiti di molte procedure, inoltre, ben oltre le note dietrologie italiche, fanno sospettare che non sempre vinca il migliore, vuoi per le pressioni politiche esercitate sulla giuria, le preferenze soggettive dei giurati stessi, o ancora, come capita, che tra i progetti presentati non vi siano a volte soluzioni effettivamente eccellenti. Infine, il concorso è una procedura complessa, onerosa, certamente adatta all’opera pubblica di particolare importanza ma meno alla quotidianità della trasformazione urbana. Anche la commovente – quanto semplicistica – Legge regionale varata dall’Umbria nel gennaio dello scorso anno punta nella direzione di promuovere i concorsi di architettura nel pubblico come nel privato, senza però proporre effettive misure per portare questo strumento ad una condizione di “sistema”.
Se è difficile quindi certificare l’esito, non rimane che individuare una coerenza nel processo che al risultato ha condotto. Qui, chiaramente, si apre la controversa questione del metodo nella progettazione. Metodo, innanzi tutto, è un termine che implica molte cose differenti fra loro, un contenitore generale che indica una maniera ordinata di procedere, accoppiando a ogni decisione uno strumento che consenta di verificarne la correttezza, avanzando quindi per passi discreti, controllabili: se la somma corrisponde all’unione delle singole parti, sostengono gli apologeti del metodo, allora l’esito finale non potrà che essere la sintesi di questi ingredienti.
Nell’ambito di questa definizione generale, il concetto di metodo può tuttavia estendersi a numerosissime accezioni. Durand, nei Précis del 1809, delinea un metodo progettuale capace, nelle sue intenzioni, di rendere giustizia alla tecnica e all’arte, senza cedere all’arbitrio della creazione individuale. A più riprese Walter Gropius, nel corso della sua lunga carriera, riflette su come l’architettura possa farsi anche al di fuori della capacità autoriale del singolo progettista, chiamando in causa il metodo delle scienze esatte.
Sarà proprio a partire da queste premesse, ereditate dal funzionalismo gropiusiano, che Ernesto Rogers deriverà il suo intendimento di metodo, una delle più sofisticate formulazioni teoriche che la cultura architettonica italiana abbia prodotto nel corso del Novecento. Per Rogers, paradossalmente, il metodo, piuttosto che costituire un percorso esattamente tracciato, è esso stesso sistema labile, capace di completarsi soltanto a contatto con la specifica situazione del progetto, delineandone il senso in seno al contesto culturale italiano. Le modalità iterative del metodo rogersiano prevedono che la verifica sia di natura empirica, quasi intesa a saggiare la reazione delle condizioni contestuali a determinate scelte operate dal progettista: un metodo quindi volutamente debole, emblematicamente riassunto nell’anti-dogma del caso per caso.
Eppure il metodo rogersiano, basato sulla capacità critica del singolo, avrà meno fortuna di altri sistemi che presumono di garantire, al di là del singolo estensore, la certezza dell’esito, quasi si trattasse di una moderna forma di “architettura senza architetti”, basata su dogmatici principi quantitativi, non di rado sovrastruttura creata a tavolino in ambiti accademici. Questo è il caso di molti sistemi progettuali che si affidano ciecamente alla tecnica processuale, annegando ogni fase di sviluppo in una pletora di aride verifiche numeriche: dalla progettazione tecnologica alla pianificazione urbanistica, il tecnicismo imperante sembra voler supplire a qualsiasi forma di qualità di sintesi con l’ossessivo ricorso a microscopici escamotage metodologici, eredi di una cultura ancora fortemente radicata negli anni ‘70. Non è un caso che proprio questi due ambiti, che sono tra quelli più fortemente caratterizzati dall’eccesso di controllo, abbiano portato, in Italia, ai risultati più desolanti.
L’altra faccia del metodo nell’architettura contemporanea è legata all’idea di “Scuola”: un metodo quindi meno deterministico, basato sulla condivisione, fra un gruppo di persone, di alcuni strumenti culturali. Più che di un metodo, forse, si tratta del riconoscimento di un medesimo humus, un sostrato che già in partenza include talune cose e ne esclude altre, validando culturalmente il modo di progettare. Il limite di questo sistema di controllo sulla qualità risiede, evidentemente, nel carisma espresso dalla Scuola stessa, nonché dai “maestri” che l’hanno generata, che può in taluni casi esaurirsi in uno sterile processo di ripetizione imitativa di modelli privi di significato. Se da un lato la sopravvivenza di un metodo potrebbe assicurare una correttezza formale o procedurale, dall’altro rischia di venire meno la capacità critica che deve necessariamente accompagnare ogni modalità di produzione architettonica.
Nel quadro qui tracciato, sembrerebbe ineluttabile dunque la sorte del progetto d’architettura, stretto fra tecnicismi sovrabbondanti da un lato, irrefrenabili impulsi alla libertà espressiva dall’altro. La natura duplice del progetto architettonico, che contempera arte – per sua natura incommensurabile –  e tecnica – che al contrario trova la sua giustificazione nel principio stesso di controllo e misurazione –  rischia così di instaurare una lotta fratricida, in cui una delle due componenti finisce per assassinare l’altra. Considerando che la qualità – qualunque sia l’accezione che a questo termine si vuole assegnare – non può che ottenersi attraverso una sintesi equilibrata di due anime, diventa legittima anche la preoccupazione sulla loro irreconciliabilità in seno a un metodo critico, inclusivo: la “crisi” del CABE è emblematica di questo corto circuito, del tutto interno alla produzione architettonica contemporanea.
Il nocciolo del problema risiede nella possibilità di valorizzare ciò che è in grado di collegare il metodo e la capacità innovativa: un ponte che in genere viene rappresentato dall’esperienza, forse l’unica fonte di giudizio critico realmente affidabile. In tempi di vacche magre e spazi ristretti, per gli architetti l’esperienza diventa però merce rara. A parità di ingredienti, anche di elevatissima qualità, un grande cuoco saprà cucinare una pietanza eccezionale, mentre uno inesperto rischierà di bruciare tutto: in un Paese dove poco si cucina, e i giovani cucinano ancora di meno, rischia di prendere il sopravvento la cultura del fast food. Non possiamo presumere che il solo “genio” sia in grado di garantire la qualità delle città e degli edifici: servirebbe piuttosto un genio collettivo, diffuso e condiviso, capace di creare innovando ma, allo stesso tempo, di lavorare collegialmente all’interno di un sistema di regole verificabili.
Ma dato che questo “genio collettivo” sembra essere, almeno in Italia, una chimera, non ci resta che orientarci verso un sistema di promozione e controllo della qualità. Occorre, quindi, impegnarsi collettivamente per individuare gli strumenti giusti perché questo processo possa radicarsi, diventando parte integrante del fare architettura, una condizione non più di inutile complicazione, bensì di organica complementarità. La nascita di una cultura critica della valutazione non può che derivare dallo sforzo congiunto a tutti i livelli, dalle università alle organizzazioni professionali, dalle amministrazioni locali agli imprenditori; dalla rivalsa di un senso di umiltà nel proprio lavoro, che non rifugge la valutazione ma anzi la accetta con spirito costruttivo. Nel momento in cui queste forme di controllo non verranno più percepite come lesive dell’orgoglio dell’architetto, riusciremo forse a garantire alle nostre città una crescita più civile.

FDM
Gennaio 2011

 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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