L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Il fascino discreto della porosità. Editoriale Novembre 2010 PDF

kiwiDa quando è possibile registrare la presenza di un pensiero teorico sull’urbanizzazione, ciascuna epoca porta con sé specifici convincimenti in merito a cosa costituisca la natura della città. La proliferazione di modelli urbani della storia più o meno recente è metro del fatto che grande condivisione sui temi fondanti non vi è: appena varcata la soglia degli slogan, tramite i quali tutte le teorizzazioni sembrano propugnare la migliore città possibile, appare chiaro che, esattamente al contrario, il campo è dominato da abbondanti polarizzazioni e inconciliabili contrapposizioni. Se l’obiettivo di qualsiasi pianificatore o amministratore di città è quello di creare luoghi per il felice svolgimento della vita umana (e, in maniera ormai globalmente riconosciuta, consentire alla libera impresa il giusto profitto), salta immediatamente all’occhio quanto poco universale sia questa nozione di “umano” intorno a cui tutto ruota. Ma questo, si sa, è un dato di fatto che conviene, il più delle volte, ignorare.

Una delle più ancestrali contrapposizioni in questo senso è quella che vede schierato da un lato un principio di fluidità dello spazio urbano, dall’altro, al contrario, la sua compartimentazione. Oggi, più che mai, questa polarità sembra essere esacerbata, con posizioni irrimediabilmente arroccate a distanza siderale l’una dall’altra. I due principi prevedono opposti modelli in merito alla densità dell’edificazione, all’altezza degli edifici e, soprattutto, allo “statuto” di accessibilità del terreno, la sua natura pubblica o privata. Al fondo della questione, dell’antinomia tra spazio aperto e spazio chiuso, risiede comunque un diverso intendimento della sfera politica della città, della relazione tra le persone, le attività che esse svolgono e i luoghi in cui si dispiegano.
La genealogia della città chiusa è sicuramente antica, erede dell’urbanizzazione tradizionale di (quasi) tutte le latitudini ed epoche. In questi contesti chiara era la distinzione tra pubblico e privato, tra dentro e fuori, con evidenti benefici in termini di esperienza strutturata dello spazio urbano. Alcune manifestazioni di questo modello, quali la città tradizionale del mediterraneo o la rue corridor, rappresentano la condizione limite della compartimentazione, generando una separazione fortissima tra pubblico e privato e, come diretta conseguenza, un’altissima “viscosità” all’attraversamento dello spazio. Benché lo sviluppo organico di questi sistemi, simile alle reti neurali, lasci presumere un labirintico polimorfismo dello spazio, la relazione pubblico-privato è in realtà nettamente definita, una condizione decisamente binaria, senza via intermedie. Alcune forme contemporanee di questa modalità di strutturazione spaziale – una fra tutte le famigerate gated communities – elevano tale condizione all’ennesima potenza, introducendo una spietata frammentazione del territorio ed il conseguente annullamento del rapporto dialettico tra pubblico e privato, tra dentro e fuori.
Ben più recente invece la storia dello spazio continuo che, pur vantando alcuni precedenti illustri, si è dispiegata appieno attraverso le teorizzazioni del Movimento moderno. Nei cento anni trascorsi questo modello ha vissuto fortune alterne, riemergendo periodicamente e producendo interpretazioni di varia efficacia ed originalità. In particolare, la sua oscillazione ricapitola le situazioni di totale attraversabilità del parterre – quella che Le Corbusier ottimisticamente chiamava la nature intacte – sino alla concentrazione e riduzione dell’attraversamento e accesso in percorsi e spazi prestabiliti, ma comunque liberamente fruibili.
Una “terza via” che sembra oggi promettere una rara riconciliazione tra opposti è quella della porosità. Difficile tracciare l’epifania di questo concetto in architettura: risale al 2000 l’uso fattone da Steven Holl in Parallax, per indicare la capacità di un edificio di interagire dinamicamente con il movimento degli spettatori intorno e dentro di esso: ma benché Holl ne declini il significato in senso urbano, attribuendogli un ruolo sulla costruzione dello spazio visivo della città, nella sua descrizione rimane comunque un termine dedicato alla sfera percettiva del manufatto architettonico  (1).
Porosità descrive anche, in alcune recenti proposte quali la Ville poreuse di Secchi e Viganò, il rapporto numerico, misurato per via modellistica, tra spazio costruito e spazio vuoto all’interno dei territori urbanizzati, con l’intento di congegnare un sistema di connessioni capillari capaci di ridistribuire dinamicamente la congestione urbana.
Ma l’accezione di porosità che qui più ci interessa – e che ha peraltro raggiunto in talune circostanze persino la soglia della pianificazione pubblica – è quella che definisce un certo grado di attraversabilità del territorio urbano. In questo senso, che afferisce alla sfera funzionale prima ancora che a quella percettiva, la porosità è concepita come una facoltà intrinseca degli agglomerati urbani, quasi questi fossero costituiti da una materia esattamente definita, dotata di precise caratteristiche chimiche e fisiche.
Un parallelismo con le scienze esatte ci consente di comprendere più a fondo quali potrebbero essere i risvolti operativi di questo concetto: così come una membrana, dotata di una certa microscopica porosità, può risultare permeabile al vapore ma impermeabile all’acqua, così un sistema urbano può accogliere una gradualità progressiva di accesso, temperando la dialettica tra pubblico e privato, tra accessibile e protetto, tra pedonale e carrabile.
Inteso in questo senso il concetto di porosità, adoperato come misura della città esistente come anche di quella di nuova costruzione, può dare conto del suo grado di apertura e pubblicità; se diviene strumento operativo, può introdurre interessanti implicazioni nella sfera del progetto. Una variazione di questo gradiente non significa necessariamente la strutturazione di spazi urbani differenti: piuttosto, apre alla possibilità di modulare il grado dialettico tra città pubblica e città privata, oggi più che mai oggetto di una crisi profonda.
Non è da escludersi, però, che una rivisitazione dell’idea di porosità possa implicare, nel lungo termine, la mutazione di alcuni fattori dell’estetica urbana: basti ricordare che una delle più grandi trasformazioni della storia è avvenuta, a cavallo tra Ottocento e Novecento, a seguito dell’introduzione dei sistemi di trasporto di massa. I treni metropolitani sopraelevati di città come Parigi, Berlino o Chicago portarono per la prima volta gli spettatori a contemplare – seppur in via del tutto incidentale – le “viscere” della città, fatte di retri, interni e partizioni indefinite, almeno secondo i canoni della comune rappresentatività (2). Quanto questa nuova fruizione, il passare attraverso che si sostituì al passare davanti, abbia influito sulla definizione dell’estetica moderna è difficilmente misurabile, ma possiamo presumerne un importante ruolo nello spianare la strada ad una differente configurazione della città.
Non è da escludersi che, se l’idea di porosità quale facoltà di un territorio urbano di lasciarsi attraversare dovesse prendere piede, soprattutto nel quadro di una logica trasformativa, potrebbe instaurarsi un meccanismo di modificazione dello spazio pubblico, tale da indurre, sul lungo termine, un differente nesso tra spazio pubblico e privato, ovvero, più propriamente, ad un equilibrio di altra qualità rispetto a quello attuale. Tentativo, insomma, di raggiungere una rara coincidentia oppositorum.
nolliSe infatti i centri storici traggono – oggi come ieri – la loro identità dalla segregazione tra pubblico e privato, emblematicamente rappresentata dalla pianta di Roma di Giovanni Battista Nolli, lontano dai centri la compartimentazione si pone come ostacolo costitutivo alla fruizione ma persino all’esistenza degli spazi pubblici. Comprensorio, gated community, città giardino, lottizzazione, compound, casa isolata, recinzione, sono altrettanti termini che descrivono il non-centro delle città italiane e delineano, al contempo, un orizzonte urbano frammentario e discontinuo.
Proprio rispetto a questa sfortunata condizione la porosità come tema del progetto urbano potrebbe contribuire a fondare quel sostrato fertile che è prerequisito per l’attecchire della fruizione dello spazio pubblico. Si direbbe che negli strumenti disciplinari questo concetto è già penetrato: rimane, come sempre, l’ostacolo forse insormontabile della città non progettata, nella quale la sola pianificazione a scala urbanistica si rivela incapace di garantire le qualità degli spazi. Lì, salvo rivoluzioni copernicane – che al momento non sembrerebbero in procinto di verificarsi – continueremo a testimoniare l’accrescimento della città per corpuscoli privati, infinità di contenitori stagni aggregati intorno a vuoti privi di significato.

FDM
Novembre 2010

Note
(1) S. Holl, Parallax, Postmedia, Milano 2004, pp. 123-135.
(2) F. Neumeyer, “The second-hand city”, in M. Angelil, On Architecture, the City and Technology, ACSA, Washington 1990, pp. 16-25.

 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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