L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Concorsi di architettura e architetture di concorso. Editoriale Ottobre 2010 PDF

 

castagne_newCredo si possa affermare, e non è certo un paradosso, che un architetto che agisca al servizio della società non ha scelta. Non può scegliere nulla. Perché da una parte ci sono tutte le componenti di ordine politico, sociale, economico, ambientale, di cui l’architetto è solo fruitore; dall’altra c’è l’architetto con la sua biologia, le sue qualità e capacità realizzative, le sue conoscenze tecniche. Se l’architetto è onesto, se l’architetto è vero, diventato lui stesso componente obiettivo dell’opera, non può più avere scelta. Cade così il discorso astratto sulla soggettività e oggettività di un’opera d’arte, dell’architetto demiurgo e dell’architetto schiavo.

Leonardo Ricci, Apertura di un colloquio, 1963

pompidouNel mese di dicembre del 1969 il Presidente George Pompidou, il successore di De Gaulle, annuncia il progetto per un nuovo centro culturale nell’area del Plateau Beaubourg da affidare mediante un concorso internazionale di architettura in un’unica fase.
Nell’estate del 1971 una giuria presieduta da Jean Prouvé e composta dagli architetti Oscar Niemeyer, Philip Johnson ed Émile Aillaud, dal direttore del Louvre Michel Laclotte, dal direttore del British Museum Sir Frank Francis, dal direttore dello Stedelijk Museum di Amsterdam Willem Sandberg, dal direttore della Bibliothèque Royale del Belgio Herman Liebaers e, infine, da Gaëtan Picon, saggista e critico d’arte, direttore generale des Arts et Lettres sotto il ministero di Malraux, sceglie, tra i 681 progetti presentati, quello degli architetti Renzo Piano, Richard Rogers, Gianfranco Franchini, John Young, con la consulenza degli ingegneri Ted Happold e Peter Rice.
L’edificio, completato nel gennaio del 1977, rappresenta una delle architetture più visitate al mondo, in quanto è universale il riconoscimento del valore qualitativo del contenitore e del contenuto che esso periodicamente ospita, nonché di come l’uno, in forma sinergica, è in grado di alimentare, valorizzare l’altro e viceversa. Lo spazio pubblico antistante il Beaubourg si configura, ancora oggi, per la capitale parigina e non solo, come uno degli invasi urbani più popolati e maggiormente impressi nell’immaginario collettivo dei cittadini europei.
Un concorso che aprirà la strada ai grands travaux degli anni della presidenza di Mitterand.
Non è questa la sede per entrare nel merito delle qualità dell’intervento preso a esempio, quanto piuttosto per esprimere considerazioni di metodo riguardo una procedura che ha condotto, dopo attento e complesso esame, alla selezione di un progetto che non annovera alcun architetto francese tra i suoi autori, che offre soluzioni morfologiche, spaziali e formali certamente non affini alla poetica delle opere progettate e realizzate dai giurati. Giurati molto diversi tra loro per storia, formazione e origine, per quanto legati dall’universale riconoscimento del ruolo da loro ricoperto nel panorama dell’architettura e dell’arte del XX secolo.
Un progetto selezionato senza tenere conto dei curricula degli studi partecipanti, della mole economica del lavoro svolto da quegli stessi studi negli ultimi cinque o dieci anni, dal loro fatturato ovvero dal numero medio annuo degli addetti medi in forza alla struttura o di qualsivoglia altro articolato requisito che è indispensabile possedere per affidare attualmente, attraverso un concorso, la progettazione delle opere di architettura più significative in Italia.
Oggi la nascita del Beabourg appare come un racconto di una stagione andata, alla quale però occorre guardare con rinnovata fiducia. Affinché torni.
La riflessione di questo editoriale allora, lungi dal rappresentare unicamente una mera considerazione in merito alle norme oggi in vigore in Italia, di una prassi che sempre più associa la disciplina del concorso di architettura a quella del sistema degli appalti, vuole porre l’accento sulla totale perdita di centralità dello strumento del progetto di architettura all’interno del percorso di crescita delle città e, con esse, della qualità dello spazio pubblico.
Sulle riviste di settore, e non solo, si consumano le pagine dedicate ai disastrosi esiti dei concorsi di progettazione banditi in Italia. Una sconfinata teoria di progetti che, nella quasi totalità dei casi, non conducono alla realizzazione della proposta premiata. Produrre un elenco dei fallimenti, della pachidermica estensione temporale dei pochi concorsi che in Italia hanno visto le idee farsi materia o, ancora, esprimersi sulla discutibile procedura adottata per quegli stessi concorsi, appare a questo punto tanto superfluo quanto ridondante.
Così come superfluo potrebbe essere ricordare come la formula del concorso di architettura resti l’unico strumento in grado di valorizzare l’opera e il pensiero delle giovani generazioni di architetti, sempre più avvolte dalle spire dei grandi studi e/o società che possono permettere, annettendoli attraverso un tacito ricatto, di alimentare la consistenza dei loro curricula.
Meglio soffermarsi sulle ragioni di questo ricorrente malessere, sperando di fornire indirizzi per favorirne la cura, attraverso una riflessione di carattere politico, se ancora qualcuno ha il piacere di ricordare come l’architettura sia la più politica delle arti, se non altro per ragioni di carattere etimologico.
Una riflessione che poggia su due temi: quello della qualità e quello del senso di responsabilità di tutti gli attori del processo che conduce dalla programmazione del progetto alla sua elaborazione e, infine, alla sua realizzazione. Attori che non possono dimenticare come, in primo luogo, a qualsiasi titolo e in qualsiasi momento intervengano, stiano, nell’esercizio delle loro funzioni, svolgendo comunque un servizio rivolto alla società civile.
Non a caso il concorso di progettazione nasce come strumento per conseguire la qualità, offrendo a chiunque l’opportunità di promuoverla mediante il riconoscimento del lavoro svolto da parte di persone qualificate per giudicare e valutare.
Ma credo che un picco così basso debba indurre l’impellente necessità di avviare un percorso virtuoso, nel quale i promotori dei concorsi abbiano il coraggio e la forza di accompagnare i progetti, qualora se ne riscontrasse il reale valore, fino al termine del processo.
Certo, come accade nel resto del mondo, occorre che sia la committenza, tanto quella pubblica (che più di altri dovrebbe fare ricorso al concorso di progettazione e non al nefasto concorso di idee) quanto quella privata, sia le imprese di costruzione riconoscano nel significato di un’opera di architettura un valore aggiunto per la qualità delle città e, conseguentemente, delle persone che le abitano.
A questo richiamo al senso di responsabilità non debbono e non possono sottrarsi gli architetti ai quali è richiesto con forza il recupero di una dimensione etica del progetto: una dimensione intimamente legata alla presa di coscienza che il tema del costo di costruzione di un edificio, la consapevolezza e la fattibilità tecnica delle scelte, l’attenzione a quella teoria di compromessi che l’atto del costruire comporta, sono elementi e temi del progetto al pari delle scelte e delle soluzioni spaziali proposte.
Un ultimo pensiero. Non arriveremo mai, come in Francia, a un Albo dei Giurati, composto da professionisti altamente qualificati, debitamente compensati per questa mansione e che, in forza di questo, non possono partecipare ai concorsi di progettazione, ma a questo richiamo naturalmente non possono sottrarsi coloro che compongono le giurie e le giurie stesse, che di questo processo costituiscono il nodo nevralgico.
Ormai da anni la quasi totalità dei progetti di concorso in Italia nasce con una sorta di malformazione genetica, con quell’endemica assenza di quel plus-valore che la consapevolezza o perlomeno la volontà di raggiungere il momento della costruzione attribuisce al progetto, arricchendolo.
Una condizione che inizia, con sempre maggiore frequenza, a penetrare nella scuola dove sempre più si percepisce la sensazione di formare teorici dell’architettura piuttosto che uomini in grado di svolgere il mestiere dell’architetto.
Certo non aiuta la mancanza di consapevolezze e di capacità della società civile di rappresentarsi attraverso l’architettura.
E come sempre succede forse alla scuola spetta il compito di provare a riscrivere questo copione, promuovendo la presa di coscienza della dimensione etica del mestiere dell’architetto e con essa una campagna di sensibilizzazione verso enti pubblici, privati e imprenditori per la condivisione del principio che un progetto di qualità produce la qualità dello spazio pubblico.
Ci vuole tempo e senso di responsabilità, ma non c’è altra strada se si vuole evitare di formare architetti per i quali, al fine di favorirne l’inserimento, occorre costruire professionalità come quella del fascicolatore del fabbricato, del certificatore energetico, del ruolo fittizio di responsabile della sicurezza, per le quali sono obbligati a qualificarsi solo perché la società civile e il sistema dell’architettura non offre loro altre prospettive.

AG
Ottobre 2010

 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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