L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Dalla grande città alla grande periferia. Editoriale Settembre 2010 PDF

 

porcini

Ottantatre anni ci separano da quel 1927 in cui Ludwig Hilberseimer pubblicò a Berlino il volume Großstadtarchitektur, un lavoro seminale che raccoglieva, in una visione chiara e pragmatica, la versione tedesca della città contemporanea, complementare e per certi versi opposta alla Ville radieuse. Nello stesso anno, a Stoccarda, si realizzava il quartiere sperimentale del Weissenhof, esempio paradigmatico della capacità dell’architettura razionalista di collaborare con i caratteri del territorio, nonché di produrre una variabilità tipologica tale da poter esaudire i desideri di complessità impliciti nello sviluppo urbano. Nella sua fulminea parabola, l’architettura delle avanguardie compie in quell’anno due cruciali riti di passaggio, manifestandosi come pratica matura, capace di costruire non soltanto delicati origami architettonici, bensì di competere anche nell’ambito della costruzione della città.


Indipendentemente dagli esiti sortiti poi da quelle sperimentazioni, gravati da ingenuità oggi facili da individuare, è bene osservare quante energie di quegli architetti – e anche di molti altrove in Europa – fossero focalizzate sulla costruzione della città, sull’ideazione di nuove qualità urbane, spaziali e architettoniche in grado di produrre luoghi adeguati ai nuovi tempi. Che il tema fosse il nucleo centrale della città (ricordando il Plan Voisin o la Stadtkrone) o i sobborghi proletari delle Siedlungen, le rutilanti avanguardie erano capaci di fornire soluzioni brillanti e adeguate ai singoli casi. In virtù di una netta distinzione tra funzioni, il centro cittadino e le zone residenziali godevano entrambe di una propria fisionomia, offrendo caratteristiche e peculiarità complementari, rendendo uno indispensabile per l’esistenza e sussistenza dell’altro. I quartieri residenziali, concepiti con spazi dilatati, intervallati da ampi comparti verdi, introducevano un nuovo modello abitativo a densità controllata ma di stampo chiaramente urbano.
A fronte di questa chiarezza di intenti (o forse, con il cinico senno del poi, di queste buone intenzioni), si direbbe che oggi in Italia la dialettica tra centro e non-centro abbia fatto un passo indietro di un secolo o più. Nel discorso sull’urbanizzazione lo stesso termine periferia ha ormai assunto un’accezione che allude all’implicito degrado, all’anonimato e allo squallore di pressoché tutte le città del nostro Paese. Tra i vari mali della cultura del progetto urbano in Italia vi è stato quello di essere troppo affezionato ai nostri magnifici centri storici, tanto da dimenticare di prendersi di cura di quanto centro storico non era. Le città italiane moderne si sono sviluppate abbandonate a loro stesse, senza che nessuno dicesse loro come crescere, un po’ come dei ragazzi di strada: magari simpatici, spontanei, a volte anche geniali, ma irrimediabilmente privi della solida struttura che soltanto una buona educazione può impartire. L’urbanistica italiana degli ultimi decenni, madre distratta, non ha saputo educare i suoi figli, mentre la politica degli enti locali, padre assente, ha evidentemente avuto altre cose cui rivolgere la propria attenzione. Tutt’altro che autosufficienti, le periferie delle nostre città sembrano vivere nella perpetua nostalgia di un centro lontano quanto una fata morgana.
A fronte del conclamato sfacelo urbanistico delle città italiane, sempre più dilatate e afflitte da una forma di sprawl del tutto particolare, si moltiplicano le iniziative politiche e scientifiche, mirate le prime a promettere agli abitanti delle periferie – figli di un dio minore – il congruo riscatto dalle loro sofferenze, le seconde a studiare e proporre terapie per il più grande fallimento che la scienza architettonica italiana abbia mai registrato.
L’estate romana ha propinato alla placida stampa balneare le nuove proposte dell’amministrazione capitolina per la demolizione di un grande piano di zona della periferia est della città. Pochi, in verità, sembrano aver preso sul serio le idee del Sindaco, domandandosi come le asfittiche casse comunali possano sostenere il costo esorbitante di realizzare case per 28.000 abitanti, peraltro dopo aver demolito e smaltito (forse nelle fondamenta del Ponte sullo Stretto) innumerevoli metri cubi di materiali edilizi, ospitando nel contempo gli abitanti in strutture temporanee (se non addirittura negli hotel della costa tirrenica, per non far sentire gli albergatori da meno dei loro cugini abruzzesi): secondo l’ormai consolidata best practice italiana, si potrebbe affidare la trasformazione urbana direttamente alla Protezione civile.
Ma se anche, per qualche miracolo o effetto di ingegneria finanziaria, dovessero reperirsi le risorse necessarie (sempre che queste non vengano filantropicamente stanziate da privati imprenditori edili), siamo poi così certi che un quartiere alternativo, realizzato nella Roma del XXI secolo, non ci indurrebbe a rimpiangere i tristi “casermoni” degli anni Settanta? Ritorna sovente nei discorsi il riferimento alla splendida Garbatella, ma il timore è che la “Nuova Tor Bella Monaca” possa piuttosto assomigliare a Poundbury.
Rispetto ai proclami della politica nazionale le aride affermazioni delle archistar non sembrano dare prospettive particolarmente più ampie. Nei media come nelle kermesse oceaniche si assiste ad un proliferare di ovvietà la cui unica virtù può essere semmai quella di rasentare – e nemmeno sempre – il buon senso. No: parafrasando Clemenceau, la città è una questione troppo seria per affidarla agli architetti. Il solo pensiero di intervenire su una materia granulare, magmatica, vivente e complessa come una periferia urbana dovrebbe far tremare i polsi a chiunque, poiché non è possibile risolvere in maniera semplicistica problematiche di così ampio respiro: equivarrebbe al taglio del nodo gordiano. L’architettura razionalista inventò, quasi un secolo fa, un modo per costruire città moderne: altrettanto non si può dire dell’architettura di oggi, sovente impegnata nella costruzione di nuovi origami ma spesso incapace di dare sostanza al non-centro delle città.
torbellamonacaL’evidenza dei fatti sembra suggerire che il non-centro difficilmente possa essere modificato dal progetto di architettura: fuori dalle mura storiche, l’architettura della città rimane solamente una fievole suggestione, lontano ricordo di un modo di costruire che attecchisce solo dove esiste già il centro, ma incapace nella sostanza di compiere un atto fondativo. Segni eclatanti o evocativi possono anche marcare un punto nel territorio sconfinato dei non-centri, ma è errato credere che la loro presenza possa propagarsi all’intorno come onda tellurica: a pochi metri di distanza l’oceano della città periferica si richiude, ricoprendo quel momento singolare con l’onda indistinta di oggetti.
Chiaramente, la trasformazione dei non-centri è un’operazione ad alta complessità: ma soprattutto, occorre evidenziare, in gran parte estranea alla pratica dell’architettura. Diventa quasi lapalissiano affermare quanto poco possa il progetto urbano se non debitamente supportato da un adeguato sistema di governance. Perché infatti le città italiane sono cresciute, nei decenni recenti, attraverso sequenze scellerate di interventi speculativi, mentre tanti altri casi europei ci hanno regalato eccellenti soluzioni urbane e architettoniche? Parrebbe ingiusto dare la colpa ai progettisti italiani, cui si vuole dare credito considerandoli non da meno delle loro controparti; ma altrettanto non si può dire della gestione politica del territorio, drammaticamente governata da interessi economici e incapace di tenere sotto controllo la complessità urbana.
Proprio in questa conclamata “impotenza” si inscrivono i proclami politici di questa trascorsa estate, secondo la logica semplificatoria del “percorso più breve”: se non si riesce a controllare un fenomeno, allora bisogna eliminarlo. Ma la storia ci insegna che questa logica – applicata alla città ma non solo – di danni ne ha già inferti non pochi: a nostro avviso la “grande periferia”, la capacità di guidare lo sviluppo del non-centro delle nostre città, non può che passare attraverso una logica trasformativa, capace di comprendere l’esistente nelle sue forme fisiche ma anche, e soprattutto, nella vita che al suo interno si è insediata e che non può essere semplicemente rasa al suolo. Direbbe Leon Battista Alberti: «aiutare quel ch’è fatto, e non guastare quel che s’abbia a fare». Probabilmente quest’approccio richiederebbe più di un passo in avanti da parte di chi la città l’amministra, a fronte di una rinuncia alla dimensione “autoriale” del progetto, che lascia sempre erroneamente intendere che il sarà il “genio” di un singolo maestro a salvarci dalla rovina urbana. Ma un diverso equilibrio, che consenta di fatto una condizione di maggiore salute delle nostre città è senz’altro auspicabile. Se infatti lo stato dei grandi complessi di edilizia economica in Italia è generalmente deprecabile, altrettanta preoccupazione dovrebbero suscitare le infinite distese di sprawl che hanno ormai fagocitato anche il più remoto insediamento periferico. Si vorranno poi un giorno demolire anche queste primitive forme di tessuto urbano? O di fronte alla sacra legge della proprietà privata – dentro casa mia sono al di sopra di qualsiasi legge – le ruspe e i picconi si arresteranno? Quale archistar saprà trasformare la Borgata Finocchio in una nuova Garbatella?
Non vi è dubbio che la portata della questione è tale da promettere di impegnare più di una generazione di progettisti, proprio come la costruzione delle città moderne ha occupato quasi tutto il secolo XX. Se una cosa possiamo imparare dai fallimenti del Novecento, è che non possono essere gli architetti soltanto a costruire la città del futuro: ne potranno preconizzare le figure, ma non la società civile che l’erigerà. Questo processo forse non interesserà in prima persona gli architetti, la cui incidenza sullo sviluppo del territorio italiano è già oggi del tutto marginale: tuttavia, senza un loro contributo serio e non demagogico, più dedicato a dare sostanza che non a creare immagini, il risultato sarà evidentemente ancora più disastroso di quanto non lo siano già le periferie delle nostre città.

FDM
Settembre 2010
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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