L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Costruzione spaziale e percezione di Corviale

Federico De Matteis

Nel panorama della cultura architettonica italiana, il “caso” Corviale è negli anni andato assumendo delle connotazioni sempre più particolari. Del grande complesso residenziale si parla sempre di più, a scadenze che si fanno via via più fitte. Il “gigante malato” è assurto dunque a rappresentare l’archetipo di periferia degradata, esempio di architettura radicale, ma con Italian style, luogo per sperimentare progetti di trasformazione urbana (numerosi convegni, conferenze, studi universitari ecc. hanno ribadito la necessità di trasformare Corviale), patrimonio pubblico malamente gestito (sollevando spesso le ire dell’ATER).
È chiaro che solo un complesso della dimensione concettuale (e fisica) di Corviale può prestarsi a incarnare tanti e tali significati diversi, a volte in leggera contraddizione tra loro. I “dati di fatto”, su Corviale, in realtà sono pochi, ambigui, difficilmente accessibili.
Un “dato di fatto” potrebbe essere legato alla generale insoddisfazione di chi abita a Corviale: come è possibile cercare del buono in un edificio che ricorda a tutti gli effetti un carcere? È difficile, una volta dismessi i panni dell’architetto, trovare delle evidenti virtù in Corviale come complesso residenziale. Se ne può senz’altro apprezzare la monumentalità, la sobria e coraggiosa riduzione linguistica, i contenuti ideologici e concettuali: mandarci delle persone ad abitare è però un altro discorso.
Gli altri “dati di fatto”, così come vengono enunciati in questo lavoro di ricerca, parlano di una struttura architettonica rigida e inflessibile, di una densità abitativa fortemente concentrata in tre macrovolumi edilizi dislocati in un ampio terreno sottoutilizzato, di un buon dimensionamento dei servizi (realizzati successivamente, forse come ersatz per la mancanza di una condizione decorosamente urbana), di una sostanziale difformità tra il programma funzionale originario e quello attuale (spazi comuni divenuti residenze, negozi mai utilizzati, ambiti di verde pubblico divenuti privati, luoghi di transito adoperati come luoghi di sosta, ecc.). Come tutte le architetture grandi, che si avvicinano alla dimensione urbana, Corviale vive di vita autonoma, seguendo un percorso vitalistico ben differente rispetto alla volontà autocratica di Mario Fiorentino & co.
L’inadeguatezza di Corviale rispetto ad una normale funzione residenziale può essere ascritta, in misure diverse e soggettivamente variabili, alle scelte architettoniche e alla gestione del complesso. La “mole” disorientante del Corpo 1 è problematica quanto l’inefficienza degli ascensori; l’insipienza con cui sono stati definiti gli spazi pubblici è senz’altro lesiva quanto la mancanza di manutenzione degli stessi. Ma dato che questo studio si rivolge prevalentemente ai problemi architettonici di Corviale, vogliamo tentare di analizzarne criticamente alcuni che, a nostro avviso, incidono sull’abitabilità del complesso come anche sulla sua configurazione estetica. Si tratta dunque di osservare alcuni fattori che si pongono trasversalmente rispetto al giudizio informato degli addetti ai lavori e all’opinione dell’uomo “della strada”.
Una delle questioni che, da subito, appare più rilevante, è legata alla sfera percettiva di Corviale. La possibile analogia rintracciabile tra il Corpo 1 e un oggetto di land art è abbastanza immediata, soprattutto se l’osservatore arriva dal versante occidentale lungo la Via Portuense. Posto a dominare il crinale, l’edificio appare come un unico, solitario oggetto, straordinariamente sintetico, poco propenso a far riconoscere la sua funzione residenziale. La sua perentoria quando moderna monumentalità lo rende simile ad alcuni progetti – uno fra tutti, la straordinaria quanto inquietante City di Michael Heizer nel Nevada (fig. 1) – ideati quasi più per simulare una condizione urbana piuttosto che per metterla veramente in opera.  Non è certo un caso che spesso Corviale sia stato paragonato a strutture di dimensione territoriale: lo stesso Fiorentino lo paragona ai resti degli antichi acquedotti romani che solcano la campagna intorno alla Capitale, oppure ad un muro o una “testa di ponte”; o ancora Manfredo Tafuri che vi legge l’immagine – metaforica ma non del tutto – di una diga.

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Fig. 1 Michael Heizer, vista aerea di City, la gigantesca opera di land art nel deserto del Nevada

L’assoluta prevalenza della dimensione paesaggistica, in mancanza di qualsiasi presenza intermedia che accompagni progressivamente l’osservatore nell’avvicinamento all’edificio, rende Corviale un’architettura drasticamente isolata, in una posizione acropolica apparentemente irraggiungibile. Di edifici sulla collina la storia dell’architettura ne conosce molti e ha sviluppato numerosi diversi modi per condurre l’osservatore al loro cospetto. Fondendo l’orografia e gli oggetti costruiti, gli architetti hanno  sperimentato  diverse modalità per farci salire con piacere sui monti. In alcun casi (vedi l’Acropoli di Atene, fig. 2) gli edifici  sono ben visibili dal basso, ma scompaiono del tutto durante il percorso, per riapparire in maniera quasi magica all’arrivo, tramutati in oggetto reale, tangibile, vicino. In altri casi la dimensione degli oggetti, l’orografia e la vegetazione sono tali da nascondere le architetture a chi si trova in basso, rendendole gradualmente visibili solamente a chi intraprende l’ascesa: è questo il caso dei Sacri Monti nell’Italia settentrionale, uno fra tutti Varallo (fig. 3). In altre situazioni, gli oggetti sono sempre visibili, rappresentando dunque per chi sale un traguardo, una meta che lentamente si avvicina, come negli oltre due chilometri del Mall di Washington che preludono al Capitol, dominante sulla pianura del Potomac (fig. 4). Esistono poi modalità “intermedie” che svelano il traguardo in alcuni momenti del percorso, consentendoci di vedere l’oggetto a intervalli irregolari: a questa categoria appartiene Corviale, soprattutto per chi arriva da Viale Arturo Martini per immettersi nel circuito del cosiddetto “Circo Massimo”. Sembrerebbe questa una situazione debolmente progettata, ottenuta semmai in virtù di una certa accidentalità di impianto, ossia al tentativo massimalista di generare città con un singolo gesto architettonico, per quanto eclatante.

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Fig. 2 L'Acropoli di Atene. Sebbene il monte sia chiaramente visibile da qualsiasi punto della città, durante l'ascesa la sommità rimane nascosta
Fig. 3 Il Sacro Monte di Varallo. Durante il percorso, il visitatore scopre progressivamente la sequenza di piccole cappelle disperse nel bosco
Fig. 4 Washington, il Campidoglio. Il colossale edificio, posto a chiusura del Mall, è l'unico ad essere elevato rispetto alla piana del fiume Potomac. La sua mole rimane chiaramente visibile durante tutto il percorso di avvicinamento
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È anche importante rilevare il fatto che non esiste una posizione, interna o esterna all’area di pertinenza di Corviale, dalla quale sia possibile vedere uno qualsiasi dei corpi di fabbrica principali nella sua interezza. Il sedime orografico del complesso è conformato in maniera tale da schermare sempre l’estensione totale dei volumi. Una geometria rigorista quale si ritrova nell’impianto a grande scala di Corviale, non può d’altronde accogliere facilmente le variazioni di pendenza, imponendosi sul terreno senza compromessi. Concepito originariamente come edificio esteso su scala territoriale, con una sezione variabile e capace di adattarsi al declivio ovest, Corviale come è stato realizzato risulta, ancora una volta, un oggetto inflessibile, che utilizza il terreno articolato alla sua base come semplice supporto, senza veramente interagire con esso.
L’impossibilità di abbracciare Corviale con lo sguardo lo colloca dunque in una “zona grigia”, che lo rende difficilmente inquadrabile a livello percettivo: caratteristica tipica degli elementi territoriali, delle grandi infrastrutture (si pensi ai viadotti autostradali), di alcuni complessi speciali quali aeroporti, grandi stazioni, ecc. Non è invece un fenomeno che, tipicamente, ci si aspetterebbe da un edificio residenziale: questo contribuisce senz’altro alla produzione dell’immagine “alienante” di Corviale.
La frammentazione visiva dell’edificio implica peraltro anche una modificazione dell’effetto di monumentalità prodotto da un corpo edilizio della massa di Corviale. La composizione del Corpo 1 è basata principalmente sulla scansione data dalle macroscale, troppo distanti tuttavia l’una dall’altra per poter effettivamente inquadrare il volume secondo un principio di articolazione delle parti; anche la simmetria dell’edificio non è direttamente registrabile. Corviale mostra dunque solamente la sua massa “bruta”: può essere dunque iscritto a pieno titolo nella categoria della bigness. Se da un’architettura monumentale uno si attende in genere, oltre alla cospicua dimensione, anche determinate caratteristiche di simmetria, percezione sintetica, organicità e carattere retorico, si può concludere che la monumentalità di Corviale è, di nuovo, puramente accidentale e legata principalmente alla sua massa strabordante.
La scelta apparentemente radicale di un edificio così grande, che pervade profondamente tutta la vicenda progettuale del quartiere, solleva un interrogativo: Corviale come è oggi è il risultato di una serie di decisioni “forti” (un complesso, come sostiene lo stesso Fiorentino, “progettato con una voluta tendenziosità”), orientate con spregiudicata radicalità all’ottenimento di un particolare risultato, ovvero la sintesi di un’infinita congerie di compromessi dettati da fattori economici, politici, tecnologici, ecc.? La nota relazione progettuale di Fiorentino, mirabile opera di postcontestualizzazone, sembrerebbe avallare la prima ipotesi; molti altri indizi indicherebbero invece la seconda. Appare infatti singolare che alcune scelte evidentemente “perdenti” siano state avallate e portate avanti con convinzione: è dunque possibile che Fiorentino ed il nutrito gruppo di architetti che hanno collaborato alla stesura del progetto non fossero consapevoli delle conseguenze delle loro scelte?
Un altro fatto singolare di Corviale, in particolare del Corpo 1: non si ha mai la sensazione di essere effettivamente “arrivati” all’edificio, se non entrando al suo interno attraverso uno degli accessi in corrispondenza dei grandi corpi scala. Per “arrivare” effettivamente nella sfera tattile di un edificio non è sufficiente poterlo guardare da vicino, magari piegando schiena e testa all’indietro per osservarne la sommità: l’arrivo è determinato dall’inclusione dell’osservatore in un impianto spaziale, in una estensione dell’edificio nell’ambito che lo contiene. Nei luoghi urbani questa condizione è facilmente riconoscibile, ma anche la tradizione dell’edificio isolato ha elaborato numerose strategie per produrre questo fenomeno di inclusione: porticati, barchesse, filari arborei o siepi, pavimentazioni, ecc.: l’esterno viene trasformato in una versione prodromica dell’interno, ponendo in diretta relazione l’edificio, lo spazio circostante e chi lo percorre. Osservato dall’esterno, Corviale non dà mai la sensazione di avvolgere l’osservatore: la sua imperterrita linearità produce una struttura radicalmente aperta che non si rende disponibile al contatto, sempre sfuggente verso destra o sinistra. Basta osservare la sezione dell’attacco a terra per comprendere come il Corpo 1 sia fisicamente – ma anche psicologicamente – irraggiungibile (Fig. 5).
Benché il paragone possa apparire vagamente azzardato, la condizione che si verifica a Corviale è tipica di alcune particolari strutture monumentali che, programmaticamente, instaurano un rapporto ieratico tra oggetto e osservatore. Mount Rushmore, il visionario quanto bizzarro santuario dei grandi Presidenti americani, è stato realizzato scegliendo un sito che consentisse l’inaccessibilità delle sculture a fronte della visuale ottimale dal basso. Nella valle che affaccia sui grandi volti è stato realizzato un teatro per l’osservazione del monumento, chiaramente delimitato per sottolineare la cesura fisica, immediatamente tradotta in separazione psicologica. I quattro volti sono dunque intenzionalmente lontani, remoti rispetto alla sfera tattile, oggetto di contemplazione non altrimenti utilizzabile (fig. 6). Un altro caso analogo è quello del santuario franchista della Valle de los caidos, presso Madrid: dal piazzale antistante il grande porticato appoggiato al fianco del pendio, la croce monumentale si pone come oggetto separato, sollevato di molti metri rispetto al piano sul quale si trova l’osservatore, privo di percorsi di accesso visibili (fig. 7).
In scala minore, forse in maniera non intenzionale, il Corpo 1 di Corviale instaura la stessa relazione, enfatizzando dunque il carattere ieratico dell’edificio. Sul lato est l’attacco a terra è nettamente separato dall’ambito percorribile dal “fossato”, sul lato ovest dallo stesso prospetto inclinato del volume che ospita i garage. Per questo motivo, anche quando ci si trova proprio ai suoi piedi, Corviale appare sempre “molto lontano” (fig. 8). Diverse scelte progettuali in Corviale sono dunque in contraddizione tra loro, da un lato esaltando il senso di monumentalità dell’edificio, dall’altro riducendolo.

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Fig. 5 Corviale. Schema di sezione dell'attacco a terra del Corpo 1
Fig. 6 Ricostruzione digitale del Mount Rushmore, South Dakota. I ritratti dei presidenti scolpiti nel fianco della montagna sono separati dal teatro di osservazione da una valle
Fig. 7 La Valle de los caidos, presso Madrid
Fig. 8 Corviale Corpo 1, lato ovest. Il "fossato"

Il paragone con Mount Rushmore può fornire lo spunto per un’ulteriore osservazione. Seguendo la tradizionale forma compositiva che legava quella che noi oggi chiameremmo la “risoluzione” del dettaglio alla distanza dalla quale l’oggetto sarebbe stato osservato, i volti dei quattro Presidenti sono sbozzati, privi di dettaglio, non diversamente da quanto avviene nella pittura impressionista (fig. 9). Avvicinandosi troppo, l’immagine scompare, lasciando spazio solamente alla materia non elaborata, così come nelle Ninfee di Monet gli oggetti che popolano gli specchi d’acqua appaiono, se osservati da vicino, come semplici concrezioni di colore. Non essendo pensato per una percezione ravvicinata, Mount Rushmore non possiede la scala del dettaglio: ma questa mancanza di risoluzione più alta è riscontrabile anche nella costruzione di Corviale. Quando ci si trova all’interno, la consistenza fisica dell’edificio appare sgranata, come se si stesse osservando una fotografia digitale troppo pixelata.

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Fig. 9 Mount Rushmore, South Dakota, dettaglio del ritratto di Lincoln. Concepiti per essere visti da lontano, i volti dei Presidenti sono blandamente abbozzati

Questa mancanza può essere in parte attribuita alle tecniche costruttive adoperate: la prefabbricazione, almeno negli anni della realizzazione del complesso, non prevedeva la possibilità di accurate definizioni di dettaglio, affidate ancora integralmente all’intervento manuale degli operai. La riduzione dei costi esaspera ulteriormente tale semplificazione: il risultato è un effetto di non finito, di superfici e parti che ancora attendono la loro definizione ultima. Le singolari e solitarie eccezioni sono rappresentate dai “graffi” disegnati da Nicola Carrino per i pannelli di facciata (ulteriore passo di allontanamento rispetto alla blanda figuratività dell’edificio) ed il progetto grafico di Stefano Fiorentino, timido tentativo di assegnare a Corviale un universo significante che la mole appena sbozzata del Corpo 1 non offre, rinchiusa com’è nel suo mutismo linguistico. Mentre in Mount Rushmore la distanza cela l’approssimazione delle forme, in Corviale questa diventa una specie di fastidiosa “sfocatura” visiva. Trovarsi costretti in uno spazio intimo che manca della definizione dettagliata non può che metterci a disagio. Ricordare la Rheya del Solaris di Stanislaw Lem: essendo prodotto di un’immagine mnemonica, i suoi vestiti non hanno cuciture, persino le chiusure lampo sono semplicemente disegnate sul tessuto. I dettagli non sono veri, bensì simulati: si potrebbe affermare che nella costruzione di Corviale accade la stessa cosa. Questa mancanza di definizione, quasi una sfocatura, può indurre un artificioso quanto alienante senso di troppo vicino, specularmente inverso all’incolmabile sensazione di distanza che si prova osservando il Corpo 1 dall’esterno.
Se non si considerano le minuscole scale secondarie collocate su via Poggio Verde (la strada tra il Corpo 1 e “Corvialino”), l’edificio principale offre un’unica via di accesso, ripetuta cinque volte in corrispondenza delle macroscale. Questi nodi, innestati sul grande elemento lineare, producono la condizione spaziale più forte di tutto il complesso, l’unico punto nel quale la grande dimensione, associata ad una spiccata verticalità e alla composizione dei volumi sospesi, è realmente in grado di creare uno spazio dalla forza piranesiana. Nuovamente, la dimensione stessa degli oggetti farebbe presumere piuttosto un contenuto non residenziale, forse terziario o più ancora industriale, quasi ci si trovasse all’interno di una grande infrastruttura produttiva.
È questo l’unico punto nel quale la verticalità dei nove piani di Corviale può essere pienamente apprezzata dall’interno dell’edificio: la conformazione dei ballatoi ai piani superiori è tale da produrre un singolare effetto di rovesciamento dell’impianto spaziale. L’invaso dello spazio interno del Corpo 1 è dettato quasi integralmente dalle chiostrine: se venissero sviluppate come volumi, rappresenterebbero dei prismi di circa 30x30x4,5 m, dunque con una forte accentuazione di lunghezza e altezza rispetto alla profondità. Gli spazi dei ballatoi potrebbero essere rappresentati come dei volumi disposti ortogonalmente rispetto ai primi, larghi 8 metri, lunghi 30 e alti 2,80 circa; la presenza dei parapetti opachi ne riduce tuttavia l’altezza libera a 1,60 m. Questo coincide all’incirca con il volume vuoto visibile che si presenta a chi percorre i ballatoi: la grande lunghezza di questi percorsi non trova riscontro nella loro ridottissima profondità, né tantomeno è visibile, salvo affacciandosi, la verticalità delle chiostrine. I volumi vuoti “incastrati” tra loro riducono la percezione delle grandi dimensioni, bloccandosi a vicenda con continui diaframmi orizzontali o verticali, accentuando oltremodo la lunghezza dei percorsi, le cui fughe si perdono invece nella distanza (fig. 10).
Se dunque l’osservatore percorre i ballatoi dei piani 5-8, si troverà in uno spazio alto 270 cm, con un parapetto di 110 cm che inquadra una profonda chiostrina per una lunghezza di circa 30 m. Chiaramente la ridotta altezza dell’interpiano e l’ancora minore spazio libero lasciato dal parapetto inducono una forte compressione, lo schiacciamento dello spazio abitato dall’osservatore. Consuetamente, queste condizioni si verificano perché il progettista ha tentato di produrre uno dei seguenti effetti: evidenziare l’apertura verso l’esterno, con il fine di abbracciare orizzontalmente il paesaggio, oppure indurre l’osservatore a concentrarsi sullo spazio immediatamente a lui circostante, ambito intimo e (generalmente) ricco di dettaglio.
L’uso dell’orizzontalità per enfatizzare l’apertura sull’esterno, verso il paesaggio, è una costruzione tipica di molte abitazioni di Wright e Neutra, nonchè di altri architetti statunitensi che hanno privilegiato nei loro progetti la relazione visiva e fenomenica con il paesaggio. Come abbiamo osservato, all’interno della zona dei ballatoi l’incastro volumetrico dei vuoti è tale da menomare l’orizzontalità; gli alloggi, dotati della stessa modalità di apertura verso l’esterno, godono senz’altro di una più generosa inclusione del paesaggio circostante: ma dall’interno dei singoli ambienti, le lunghe finestre a nastro, elemento architettonico più caratterizzante di Corviale, sono ridotte a normali aperture, interrotte di continuo dalle partizioni interne e dai setti portanti. Si tratta della conseguenza dell’applicazione di una soluzione formalmente libera (la facciata con la finestra en longueur di derivazione razionalista, fig. 11) ad un sistema tipologico e costruttivo fondamentalmente inflessibile come quello degli alloggi di Corviale. Il paesaggio quindi c’è, è ben visibile dagli ambienti interni, forse la più grande risorsa del Corpo 1: ma è distante, non viene accolto all’interno, bensì riquadrato dagli infissi e dalle basse velette; non gira l’angolo, divenendo oggetto tridimensionale; rimane oggetto di contemplazione, distante dall’interno dell’edificio tanto quanto l’edificio è, come già osservato, lontano dal paesaggio che lo contiene.

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Fig. 10 Ricostruzione del rapporto volumetrico tra chiostrine e ballatoi ai piani 5-8. In celeste il volume delle chiostrine, in arancione lo spazio libero lasciato dai parapetti dei ballatoi
Fig. 11 Le Corbusier, interno di Villa Savoye a Poissy. Le finestre a nastro introducono una relazione con il paesaggio basato sull'estensione orizzontale

Separazione dopo separazione, distanza dopo distanza, l’esperienza fenomenologica di Corviale si presenta come incredibilmente discontinua e disomogenea. La relazione con lo spazio esterno lo rende dapprima lontano e irraggiungibile, poi, all’interno, si produce una condizione di forte compressione, di spazio claustrofobicamente chiuso. Così lontano, troppo vicino.
Si potrebbe asserire che ogni buona architettura è dotata di un adeguato impianto spaziale, un sistema di involucri, aperture, chiusure, sequenze, diaframmi o altro ancora, deputati a costruire l’esperienza fenomenologica dell’osservatore, allestendo intorno a lui la scena nella quale si svolge l’atto dell’abitare. La tradizione architettonica ha sedimentato un repertorio sconfinato di soluzioni che, senza essere mai individualmente corretti o sbagliati, possono essere aggregati per costituire questo sistema.
In Corviale questa sintesi non sembra avere luogo. L’esperienza spaziale del grande complesso residenziale è interrotta da continui iati e fratture: il “monumentale aforisma” scatena tutta la sua dimensione nell’attestarsi sul paesaggio come un unico, irredimibile verbo, trascurando banalmente l’esigenza di conferire all’esperienza fenomenologica del complesso la necessaria ricchezza.
Certo è che Corviale, il mostro di cemento, è comunque un oggetto trasformabile: e che dalla trasformazione, appoggiandosi sulle sue grandi qualità spaziali e sul suo ancora più grande potenziale inespresso, potrebbe emergere un’architettura veramente ricca, foriera di un’esperienza fenomenologica straordinaria. Esattamente quello che un grande edificio come Corviale merita.

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
DE MATTEIS Federico 2010-06-16 n. 33 Giugno 2010
 
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