L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Da Legoland a Den Haag. Editoriale Maggio-giugno 2010 PDF

Da Legoland a Den Haag

2010: l’anno dell’Expo di Shaghai. Quale migliore occasione per l’architettura mondiale, che avrà modo di mettersi in mostra di fronte a un pubblico globale, nella straordinaria arena cinese, animata dall’impulso del nuovo millennio asiatico?
Le immagini dei padiglioni, già da molte settimane, prima dell'inaugurazione girano per la rete, suscitando la curiosità di appassionati e addetti ai lavori. Nonostante la vita ormai plurisecolare, la Expo non sembra aver perduto il suo carattere di ludico vitalismo, dove le ultime innovazioni nella ricerca tecnologica per l’architettura si fondono con un indomabile ottimismo, tanto forte da superare persino lo spettro della recessione globale. No: qui la crisi non si avverte, il progresso come modello di sviluppo viene tuttora ritenuto valido, il futuro è radioso. La vetrina dell’Expo diventa, come già nei secoli passati, la volontà di sintesi del mondo intero, rappresentato a scala minuta: una specie di Legoland dove le molteplici tendenze della contemporaneità hanno occasione di incontrarsi in un’area delimitata, ad uso e consumo dei flâneur da esposizione universale.
Come già in precedenti occasioni, i padiglioni intendono incarnare una metafora formale e spaziale delle diverse nazioni. Alcune straordinarie invenzioni – come i padiglioni di Paesi Bassi e Svizzera nel 2000, Portogallo nel 1998, Francia e Regno Unito nel 1992, Germania nel 1970, Stati Uniti nel 1967 e via indietro nel tempo – sono divenute pietre miliari nella storia dell’architettura, influenzando, pur nel loro carattere effimero, il pensiero dell’epoche in cui sono sorti. Inoltre, forse proprio perché escogitati per fornire un’immagine architettonica riconoscibile di nazioni e culture, i padiglioni nazionali sono tra le poche opere di architettura che possono, ancora oggi, affermare un principio di riconoscibilità della specificità locale: così risulta facilissimo distinguere tra le diverse "icone" presenti a Shanghai. Fatti salvi i casi evidenti dei padiglioni parlanti, come quello della stessa Cina, per molti altri, in via semanticamente più mediata ma comunque chiaramente riconoscibile, il padiglione diventa una bandiera: ecco dunque la Danimarca  proporre un candido tortiglione ciclabile, simbolo della profonda dedizione di quel paese alla bicicletta; la Corea con un oggetto scultoreo e "pixelato", omaggio alla computer art ma più in generale alla fascinazione per il digitale di quel paese asiatico; il Regno Unito con un "porcospino", dall'aspetto tanto morbido che verrebbe quasi voglia di abbracciarlo, se non fosse per i lunghissimi "aculei" in plastica acrilica, espressione del forte uso visivo della tecnologia che caratterizza da tempo la cultura architettonica britannica; i Paesi Bassi, come da tradizione, si prendono poco sul serio, costruendo un padiglione che vuole essere autocritica della congestione urbana, simbolo nazionale ormai quanto gli zoccoli di legno, i mulini a vento ed il formaggio di Gouda; Corea del Nord e Iran, i due "cattivi" del mondo, posti fianco a fianco (in una zona forse interdetta ai cittadini americani), sfoggiano, nella migliore tradizione totalitaria, forme storiche debitrici del glorioso passato nazionale. Il padiglione italiano (per qualche motivo assente dalle numerose rassegne web) non colpisce tanto per le sue forme architettoniche, quanto per il carattere fortemente storicizzante del suo allestimento interno, saturo di riferimenti brunelleschiani e adrianei nonché di ammiccanti (e un po’ nostalgiche) esposizioni di Made in Italy, forse declinando il gusto verso la nota tendenza della cultura cinese per l'estetica del verismo, più di recente associata ad una certa propensione per la falsificazione.
Di fatto, ciascuna nazione, in via più o meno letterale, vuole parlare di sé e ci riesce: scorrere la carrellata fotografica dei padiglioni può rappresentare un simpatico gioco di società per architetti, gareggiando per chi riconosce più rapidamente l'allusione stilistica, culturale, tecnologica. Benché alcuni aspetti siano senz'altro comuni a più padiglioni (il carattere ludico, l'interattività, l'uso del pubblico come parte dell'esposizione, le forme scultoree, ecc.) ciò che risalta è sicuramente la riconoscibilità in termini visivi della derivazione geografica. Riprova questa che, nonostante il processo di creolizzazione di forme e figure caratteristico di questo tempo, in un evento globale quale la Expo (una specie di Giochi senza frontiere dell'architettura), la differenza è ancora presente e leggibile, capace di generare distinzioni tra le cose.


Un secondo evento che merita in questi giorni una piccola riflessione è il concorso per il nuovo Cultuurforum Spui a Den Haag, nei Paesi Bassi. Il 20 aprile scorso sono stati annunciati i sedici finalisti: archistar di varie dimensioni hanno formulato proposte per la realizzazione di un nuovo grande centro culturale sul sito dove oggi sorge il Teatro della Danza, una delle prime realizzazioni di OMA. L'edificio preesistente, completato nel 1987 con un budget bassissimo (1), rappresenta il momento fondativo di uno dei più influenti studi di architettura degli ultimi decenni, ma allo stesso tempo un oggetto il cui ciclo di vita, per ragioni economiche e ideologiche, era programmato per essere a termine. Così, ragionevolmente, la città di Den Haag propone la trasformazione dell'area con un nuovo, massiccio intervento architettonico, pensato per sostituire il teatro esistente con un centro culturale di dimensioni ben più ampie (2).
I finalisti, i cui progetti sono stati esposti per due settimane nell'atrio del Municipio perché il pubblico potesse visionarli e lasciare commenti a uso della giuria, hanno prodotto anche delle piccole maquette dell'edificio da inserire nel grande plastico di insieme del centro urbano. Ma allineati uno accanto all'altro, estratti dal contesto generale, questi modellini producono un ben diverso effetto: di nuovo una sorta di Legoland, in questo caso non la rappresentazione a piccola scala di un carattere nazionale di qualche paese, come a Shanghai, bensì l'evidente riconoscibilità – estesa almeno agli addetti ai lavori – dell'autore di ogni progetto. "Cultuurforum come me" avrebbe detto Curzio Malaparte: come non riconoscere, nell'architettura bambina che si annida ancora sgraziata e imperfetta fra le pieghe di plastiche e legni, l'immagine di un futuro edificio di Zaha Hadid, OMA, Arets, Neutelings, Mecanoo, Cruz y Ortiz, Ibos & Vitart, e via dicendo?
Evidentemente, strappare un'opera (anche se soltanto un plastico) dal suo contesto è un'operazione spietata: è come metterla a nudo, sottraendole l'abbigliamento. Al tempo stesso, consente di operare un raffronto formale quanto mai accurato, evidenziando i tratti puramente stilistici delle architetture. Se a Shanghai l’osservatore colto era in grado di distinguere alla distanza le metafore culturali incarnate nei padiglioni, il connoisseur d’architettura potrà qui riconoscere agevolmente il brand dei differenti progettisti. Anche qui, come in Cina, si può parlare di stile.


Questi due casi della contemporaneità sono, sotto molti aspetti, polarmente opposti: a Shanghai vige un principio di specificità, seppur superficiale e “a catalogo”; a Den Haag, al contrario, un’idea di interscambiabilità stilistica, in cui ciascuna soluzione formale si rivela adeguata quanto ogni altra. Dilemmi di questo genere ci riportano indietro di quasi due secoli, quando, nel 1828, l’architetto Heinrich Hübsch si domandava: In che stile dobbiamo costruire? A conclusione del percorso neoclassico, la cultura architettonica riconosceva una sostanziale equivalenza degli stili, non più legati a precisi modi di costruire locali quanto piuttosto al gusto di committenti e progettisti. Nell’aggiudicare il concorso a Den Haag, sicuramente i giurati selezioneranno il progetto che meglio degli altri risponde alle esigenze funzionali ed estetiche della città: ma saranno del tutto immuni dal formulare un giudizio stilistico, sostenendo che lo stile “Zaha Hadid” è meglio dello stile “Jo Coenen”? Quale sarà, per questo complesso, lo stile più appropriato? L’appropriatezza, strumento concettuale che si poneva un tempo come ponte tra decorazione e funzione, è ormai caduta in disuso: la scelta dipende oggi, nella maggior parte dei casi, dal gusto.
Ma se è vero che la storia si ripete, guardando indietro nel tempo agli eventi che hanno seguito l’eclettismo architettonico ottocentesco, potremmo essere in grado di prevedere, almeno a larghe linee, il futuro della disciplina. La rivoluzione moderna ebbe tra i suoi dogmi proprio il rifiuto della nozione di stile, intesa come superflua aggiunta decorativa nel senso albertiano dell’appactum. L’architettura doveva incarnarsi nell’autenticità di spazi, oggetti e materiali, superando ogni passaggio intermedio. Nell’accelerazione temporale che caratterizza la nostra epoca, una risoluzione in questi termini potrebbe aver luogo anche in tempi brevissimi, collassando i numerosi decenni che hanno separato Hübsch dalle avanguardie moderne in pochi anni. Non necessariamente questo potrebbe sostanziarsi in una rivoluzione: ma in quest’ottica la libera interscambiabilità di forme, stili e brand verrebbe rimpiazzata da un criterio di specificità o, addirittura, di appropriatezza. Legoland vince su Den Haag?

FDM
Maggio-giugno 2010

Note
(1) R. Koolhaas, S, M, L, XL, New York, 1995, pp. 330-333
(2) Emblematicamente, l'unico progetto presentato che prevede la conservazione della struttura esistente è proprio quello di OMA, a testimonianza del fatto che l'architettura contemporanea ha iniziato il suo processo di storicizzazione, con l'avvento di alcune evidenti e significative contraddizioni.

 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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