L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Il programma rappresenta un significativo ritorno alla ricerca e alla sperimentazione compositiva, tecnologica e tipologica e, per la prima volta, l’attività di progettazione viene accompagnata da pubblicazioni che contengono le principali linee guida e di indirizzo per la realizzazione degli insediamenti (2).
Ancora una volta, tuttavia, le aree prescelte si trovano lontano dalla città e al di fuori delle previsioni del PR, lungo le strade consolari che innervano la campagna romana (Tiburtino, Tuscolano, Valco San Paolo, Stella Polare, Ponte Mammolo e Torre Spaccata solo per citare i principali). La dimensione dei nuovi quartieri è consistente e la densità abitativa prevista è molto alta (50.000 abitanti al Tuscolano), ma il tentativo di sperimentare nuove forme di spazialità urbana e di qualità dell’abitare, porta alla realizzazione di insediamenti ricchi di spazi verdi e organici nella composizione delle differenti tipologie edilizie.
Accanto al programma INA Casa, l’ICP tenta di riscattare la sua immagine fortemente compromessa con il regime fascista, ampliando molte delle borgate precedenti, attraverso la sostituzione degli edifici e sempre in luoghi esterni al perimetro dell’ancora vigente PR del 1931. Contemporaneamente anche altri Enti si occupano della costruzione di alloggi economici come nel caso dell’INCIS che realizza nel 1960 il Villaggio Olimpico e il quartiere di Decima (progetto di L. Moretti) ispirati ai modelli e alle teorie razionaliste del Movimento moderno, ma sempre in zone esterne alla città e in variante alle previsioni del PR (Fig. 8).
Questa grande produzione di alloggi, affiancata da una immensa attività nel settore dell’edilizia privata, cambia radicalmente il volto della città e, tuttavia, non riesce a soddisfare a pieno il fabbisogno abitativo. La chiusura degli interventi straordinari della gestione INA Casa e la persistente domanda di abitazioni porta da un lato allo sviluppo sistematico del fenomeno delle lottizzazioni abusive e dall’altro al ripensamento delle modalità di realizzazione e gestione dell’edilizia residenziale pubblica. Con l’introduzione della Legge 167 del 1962 si stabilisce per la prima volta che il tema della costruzione degli alloggi popolari debba essere inquadrato all’interno di un programma di ampio respiro affidato alla competenza delle Amministrazioni comunali e coerente con gli strumenti di pianificazione generale. Il Piano per l’Edilizia Economica e Popolare (PEEP), istituito dalla legge 167, è uno strumento di programmazione ventennale, predisposto dai Comuni, che individua, a partire dal fabbisogno stimato per tutto il periodo, gli ambiti da destinare alla realizzazione di edilizia popolare che verranno attuati tramite la redazione di singoli Piani di Zona (PdZ) (Fig. 9).
Si passa in sostanza da interventi di tipo straordinario (come nel caso dell’INA Casa) a modalità di intervento ordinarie, programmate dalle Amministrazioni locali in sintonia con le scelte di sviluppo urbanistico e con le risorse economico-finanziarie disponibili. Il Comune di Roma, che in quel periodo era impegnato nella redazione del nuovo Piano urbanistico, inserisce per la prima volta tra le previsioni del PRG una specifica zona di espansione da destinare a edilizia pubblica (zona E4). Negli anni successivi (1964), il Comune adotta il I PEEP della città, che individua in conformità con il PRG, 72 ambiti nei quali realizzare alloggi per 711.909 abitanti. Nell’arco di circa 5 anni, dunque, la città si dota di due importanti strumenti di programmazione e pianificazione urbanistica, che potrebbero cambiare radicalmente la cultura e le pratiche che fino ad allora avevano caratterizzato la crescita urbana. A ben vedere, in realtà, alcune logiche legate soprattutto agli interessi speculativi sopravvivono ancora. Le aree inserite nel I PEEP si trovano ancora una volta all’esterno della città esistente (per favorire successivi saldamenti), sono serviti da grandi autostrade urbane (che non verranno mai realizzate) e si dispongono intorno alla città nella logica della nota espansione a macchia d’olio. É pur vero, d’altra parte, che l’intenzione dei progettisti è quella di creare grandi insediamenti residenziali autonomi, dotati di tutti i servizi necessari alle funzioni abitative e connessi tra loro e con la città attraverso una fitta rete stradale ad alto scorrimento.
Seguendo i principi dello zoning monofunzionale e dell’urbanistica razionalista, si immaginano zone residenziali articolate su modelli morfologici e tipologici liberi dalle rigide regole dell’urbanistica ottocentesca, nel rifiuto del tradizionale disegno urbano e attraverso l’esaltazione della funzione che determina la forma della città.
Purtroppo la crisi che investe il Paese nella seconda metà degli anni ’60 penalizza la capacità di investimento delle amministrazioni pubbliche e la attuazione degli interventi viene rallentata per mancanza di fondi necessari all’esproprio delle aree e alla costruzione degli edifici.
In ogni caso nel 1968 si dà avvio alla progettazione e realizzazione del primo Piano di zona romano, il PdZ 46 Spinaceto, un esempio pilota per le attuazioni future. Il quartiere Spinaceto sorge a 14 km dal centro della città lungo la via Pontina, in una zona praticamente disabitata dove vengono realizzati alloggi per 26.000 persone (Figg. 10, 11). Il progetto, redatto da Moroni, Di Cagno e un nutrito gruppo di professionisti romani, procede a rilento e vengono in un primo momento realizzate solo le residenze, in attesa di poter acquisire gli spazi per i servizi, il verde e gli spazi collettivi. Contemporaneamente si sviluppa in modo massiccio una nuova ondata di abusivismo edilizio, con la costruzione di numerosi nuclei sparsi in mezzo alla campagna favorita dagli interessi speculativi dei proprietari delle aree e degli imprenditori privati.

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Fig. 8 - Il Villaggio Olimpico, 1960
Fig. 9 - Edilizia residenziale pubblica nel I PEEP di Roma
Figg. 10, 11 - Spinaceto, il primo piano di zona realizzato dopo la L. 167
Fig. 12 - Vigne Nuove
Fig. 13 - Corviale

Dopo circa 10 anni, a partire dalla seconda metà degli anni ’70, quando anche il settore dell’edilizia privata entra in una fase di sofferenza e il disagio abitativo assume dimensioni rilevanti, l’Amministrazione comunale di sinistra intraprende un massiccio programma di investimenti per rilanciare il tema dell’edilizia sociale sovvenzionata e far ripartire la produzione edilizia. Vengono pertanto progettati e realizzati molti dei quartieri previsti nel PEEP (Tor Bella Monaca, Corviale, Laurentino 38, Vigne Nuove, Serpentara ecc.), con risultati non eccellenti a causa della mancata realizzazione degli spazi collettivi e della scarsa attenzione alla qualità costruttiva (Figg. 12, 13). Per l’incapacità di controllarne la dimensione e l’esiguità delle risorse, quelli che dovevano essere insediamenti ad alta densità abitativa inseriti nel verde e autosufficienti per funzioni commerciali e di servizio, si configurano come quartieri “dormitorio” mal collegati alla città ma totalmente dipendenti da essa. E, fatto già noto, le aree intermedie continuano ad incrementare il loro valore, a beneficio dei proprietari privati e dell’espansione continua dell’abusivismo.
Nel 1984, alla naturale scadenza del I PEEP, il Comune di Roma, non avendo realizzato tutti gli alloggi previsti, procede alla redazione di un secondo strumento di programmazione, il II PEEP, profondamente diverso dal precedente nelle dimensioni e nei principi ispiratori.
Il fallimento dei grandi complessi residenziali realizzati in attuazione del programma precedente, e la contemporanea esplosione negli anni ’80 dell’occupazione abusiva del territorio, portano l’Amministrazione comunale a rivedere parametri e indirizzi progettuali, sulla scorta delle esperienze e delle nuove tendenze in materia di pianificazione urbanistica. Il II PEEP assorbe il residuo della manovra precedente e viene dimensionato rispetto a un fabbisogno di alloggi per circa 200.000 abitanti.
La scelta degli ambiti di intervento si orienta nella direzione della riqualificazione dei margini della città esistente (abusiva e non), attraverso il completamento dei tessuti periferici e la riscoperta di regole morfologiche e tipologiche per la definizione del disegno urbano. All’interno dei numerosi vuoti urbani interstiziali si individuano interventi più contenuti rispetto ai precedenti, ma soprattutto si tenta di individuare una metodologia per la redazione dei progetti che impegni i progettisti a confrontarsi con prescrizioni relative alla forma della città che si intende proporre. In questo senso viene definita una legenda-tipo che contiene, oltre alle componenti di natura funzionale, una serie di indicatori per un’edificazione di qualità (sagome degli edifici, allineamenti, spazi e percorsi pedonali, porticati, soluzioni d’angolo, tipologie edilizie ecc.).
Quasi tutti gli ambiti individuati sono ancora una volta in variante alle previsioni del PRG e prevalentemente localizzati in aree agricole ai margini della città costruita.
I primi schemi di assetto urbanistico vengono affidati a gruppi di affermati professionisti che propongono progetti di elevata qualità urbana ed edilizia e rispettosi delle regole morfologiche e ambientali definite dal programma.
Nella fase di attuazione dei progetti, tuttavia, accade qualcosa di nuovo rispetto alla storia degli insediamenti popolari. A causa di inaspettati ritrovamenti archeologici, ma anche per una incapacità gestionale e di coordinamento progettuale da parte dell’Amministrazione, i quartieri realizzati risultano in gran parte differenti dagli schemi iniziali, perdendo di unitarietà e di qualità spaziale e urbana.
La revisione della progettazione viene assegnata agli Uffici comunali e alle imprese assegnatarie dei lotti e, con un susseguirsi di varianti successive, il territorio viene disseminato da numerosi insediamenti in gran parte standardizzati e in generale poveri di qualità e di dotazione di servizi. Nei vent’anni di durata del II PEEP vengono approvate più di 50 varianti integrative e sostitutive che cancellano gli ambiti originari e li sostituiscono con altri sempre in variante al PRG, secondo logiche casuali spesso spinte da interessi speculativi, attirati dalla totale assenza di edilizia sovvenzionata all’interno dei Piani di Zona.
Nella manovra conclusiva del 2007, a pochi mesi dalla scadenza del programma, il Comune (Delibera C.C. 65 del marzo 2007) decide di allocare, in variante al PRG, le quantità residue (circa 7.000 alloggi per 22.000 abitanti), all’interno di 32 ambiti localizzati ai margini del vasto territorio comunale (Fig. 14).
Contemporaneamente vengono messi in campo metodi e strumenti innovativi per il raggiungimento di standard di qualità urbana ed edilizia. Nasce in questo modo l’idea del “Codice di pratica per la progettazione”, parte integrante degli elaborati del Piano di Zona, composto da linee guida e suggerimenti progettuali condivisi con i cittadini e con il tessuto imprenditoriale.
Riassumere in poche pagine 100 anni di storia urbanistica popolare di una città come Roma è, ovviamente, un’impresa impossibile.
Ciò che può essere messo in luce in queste brevi note, riguarda alcuni aspetti ricorrenti nel processo di costruzione della città pubblica che ancora oggi permangono negli interventi in atto. Al di là degli esiti formali visibili sul territorio e che, come già detto, rappresentano alcuni dei migliori esempi di architettura contemporanea, i quartieri popolari sono stati di norma realizzati al di fuori delle previsioni dei Piani Regolatori vigenti e in molti casi sono diventati uno strumento per la valorizzazione e la speculazione sulle aree private attraverso il meccanismo dei “saldamenti”. Le ingenti risorse economiche e finanziarie che sono state spese per la costruzione dell’edilizia pubblica, non sempre sono riuscite a coprire i costi per i servizi e per le attività necessarie alla vita di una città, riducendo spesso i quartieri a brani anonimi, squallidi e senza qualità, esattamente al contrario di quanto prefissato negli obiettivi progettuali.
Esistono, tuttavia, alcune buone pratiche rintracciabili soprattutto nei primi interventi seguiti al Piano del 1909 (Piazza Verbano) o a qualche completamento inserito nel piano INA Casa (Tufello, Val Melaina), ma si tratta di esempi sporadici rispetto alla prassi che ancora oggi perdura.
Per quanto riguarda, infine, le prospettive future, è necessario un attento monitoraggio degli sviluppi di alcune iniziative attivate a livello nazionale e locale. Il riaffacciarsi di una “questione abitativa” nelle realtà metropolitane italiane ha spinto il governo centrale e regionale a promulgare un nuovo intervento straordinario per far fronte al disagio (Piano Casa del 2009), ma non sono ancora chiare le modalità attuative ad esso collegate.
A livello locale, invece, i prossimi anni andranno dedicati a verificare e insistere sull’applicazione delle indicazioni contenute nel Codice di Pratica e sulla loro estensione a tutti gli interventi comunali pubblici e privati, cercando di evitare l’incremento del consumo di suolo e operando nella direzione della qualità urbana, edilizia e ambientale.

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Fig. 14 - Gli ultimi piani di zona del II PEEP approvati nel 2007

Note
(1) Legge 24 febbraio 1949 n. 43 – Provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia. Case per i lavoratori.
(2) Nei due settenni del Programma sono stati pubblicati 4 fascicoli, due nel 1949/50 e due nel 1956. Sono dei “manuali pratici” contenenti suggerimenti e raccomandazioni per la realizzazione degli interventi. In particolare il fascicolo 1 – Suggerimenti, norme e schemi per la elaborazione e presentazione dei progetti. Bandi di concorso; il fascicolo 2 – Suggerimenti, esempi e norme per la progettazione urbanistica. Progetti tipo; il fascicolo 3 – Guida per l’esame dei progetti delle costruzioni INA Casa da realizzare nel secondo settennio; il fascicolo 4 – Norme per le costruzioni del secondo settennio (…).

Bibliografia
AA.VV, L’attuazione dei piani di edilizia residenziale pubblica, Roma 1964-1987, Officina, Roma, 1988
Comune di Roma, Il secondo PEEP di Roma, a cura di A. M. Leone, USPR Documenti n. 12, Roma, 1986
Comune di Roma, Il Piano per l’Edilizia Economica e Popolare, USPR Documenti n. 3, Roma, 1981
Comune di Roma, Variante al PEEP: rapporto preliminare, USPR Documenti n. 5, Roma, 1981
Comune di Roma, Delibera n. 65 del 21 marzo 2006: Individuazione di nuove aree da destinare a programmi di edilizia residenziale pubblica da sottoporre a sondaggio archeologico ai sensi dell'art. 2 comma 78 della legge 23 dicembre 1996 n. 662.
Di Biagi Paola (a cura di), La grande ricostruzione: Il piano Ina-Casa e l'Italia degli anni cinquanta, Donzelli, Roma, 2001
Federcasa, L’abitazione popolare a Roma, tendenze e prospettive. Il nuovo PEEP, Edilizia popolare n. 201, 1988
INU, Urbanistica n. 28-29, Roma, 1959
INU, Urbanistica n. 40, Roma, 1964
INU, Urbanistica n. 45, Roma, 1965
INU, Urbanistica n. 84, Roma, 1986
Legge 31 maggio 1903 n. 251 “Luzzatti”
Legge 24 febbraio 1949 n. 43 - Provvedimenti per incrementare l’occupazione operaia. Case per i lavoratori.
Legge 18 aprile 1962 n. 167 - Disposizioni per favorire l'acquisizione di aree fabbricabili per l'edilizia economica e popolare.
 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
TAMBURINI Marco 2010-04-17 n. 31 Aprile 2010


 
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