L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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scritti_broccoliCostruire nel Sahel

Architetture tra utopia e realtà

Benedetta Di Donato

Il Territorio

“...il paesaggio a noi familiare delle colline e delle pianure dell'occidente lo possiamo definire come aperto limitato, il paesaggio “islamico” sarà aperto, tendente all'illimitato.”

Attilio Petruccioli

02_Il Niger a BamakoIl Mali non è mai stato devastato da conflitti interni, come molti dei paesi africani, tuttavia  stenta ad uscire dalla soglia della povertà. La povertà è molto diversa dalla miseria, se in un caso la dignità della persona è salvaguardata, nell'altro il degrado impedisce la tutela dell'individuo e della comunità che lo circonda. I numerosi gruppi etnici che coabitano questa terra sono i principali fautori della pace perenne; l'impossibilità di sopraffazione da parte di un'etnia sull'altra ha contribuito al mantenimento della pace nel paese.
Sin dal nostro arrivo all'aeroporto di Bamako capiamo che la realtà con cui ci confronteremo è molto distante da quella che abbiamo immaginato. La pista d'atterraggio sembra illuminata con delle candele, la sensazione è di atterrare sull'acqua. Solo molto dopo capiremo che il presente, il passato e il futuro coincidono e che sarà il Mali a visitare noi.
Dopo aver compilato fogli su fogli sulle ragioni, la durata e il luogo della nostra permanenza, ci avviamo verso il rullo per la restituzione dei bagagli. Ovviamente un solo rullo, ovviamente rotto; un uomo lo sostituisce manualmente consegnando ad ognuno la sua borsa. Nessuno si agita, tutti sono calmi, lui stesso sposta e consegna come se il senso di ciò che sta facendo fosse un altro, é calmo, é centrato, è altrove.
A Bamako dormiamo in una piccola oasi, una casa di passage gestita da una coppia svizzera dove occidentali soggiornano per qualche giorno o per lunghi periodi. Si dorme in terrazza, una “camerata” con la copertura sollevata, in cui si susseguono piccoli letti con zanzariere annesse. Solo dopo la prima giornata in giro per la città capiamo di avere bisogno di un posto come quello. Altri ospiti ci confessano che spesso rimangono tutto il giorno nella corte, non è facile affrontare Bamako. Camminando per la città ci sembra di non riuscire ad orientarci, non individuiamo i riferimenti  che siamo abituati ad interpretare e che ci indicano dove siamo, che strada abbiamo fatto e dove vogliamo andare. Gli strumenti per la lettura della città non servono a nulla. Come architetti e come viaggiatori siamo piuttosto smarriti: un solo monte spicca al centro della città dietro al quale, ci dicono, c'è il quartiere degli europei. Finalmente il Niger, non credo sia possibile trasmettere la grandezza e la leggerezza al tempo stesso di questo fiume. Il Niger raccoglie e racconta tutti gli episodi più importanti del paese, altrimenti diviso tra deserto e savana, tra Sahara e Sahel.
Il nostro viaggio non è finito, Bamako è solo una tappa, siamo diretti a Sevaré, circa 650 chilometri dalla capitale, dove Fabrizio Carola ci aspetta. Decidiamo di affrontare il viaggio in pullman, per vedere, per capire, per risparmiare. Ci dicono che la BANI sia la compagnia più sicura e puntuale, si parte alle 7, il viaggio sarà molto lungo. Con sorpresa la BANI offre gli stessi confort della Cotral, l'unica differenza è nell'umanità del conducente che concede tante pause toilette quante gliene vengono chieste. Il percorso del pullman taglia il paese permettendoci di rubare mille immagini e di capire che il Sahel non è ancora deserto ma rappresenta, forse, un grado dell'esperienza del deserto.
Il paesaggio che ci troviamo davanti è fortemente bidimensionale, la strada da Bamako a Sevaré è un susseguirsi, ad intervalli più o meno regolari, di piccoli e medi villaggi. Ogni insediamento finisce bruscamente, il margine tra villaggi e Sahel è definito dal muro di cinta delle ultime concessions, cellule base dell’organizzazione spaziale nel territorio saheliano. I piccoli insediamenti che passiamo ci aiutano a capire come la difficoltà di orientamento non riguardi specificatamente Bamako, megalopoli cresciuta senza controllo, ma tutti gli agglomerati. La geometria piana del territorio sembra una possibile risposta: la costruzione delle città viene dall'esperienza dell'osservazione della natura. E se è vero che “percepiamo solo quello che riconosciamo”, noi per ora non siamo capaci di percepire. Il territorio è caratterizzato da una presenza umana discreta, da un’architettura fatta dagli uomini e per gli uomini; l'abitante è sempre il costruttore. Il rito è un elemento cardine della vita africana, l'architettura, come qualsiasi altra attività umana, è ogni giorno piena ma uguale a quella del giorno precedente. Il sapere non si accumula, i modelli non si “aggettivano” : una moschea costruita cinquant'anni fa è uguale ad una costruita ieri, la tipologia abitativa non ha subito evoluzioni. Eppure l'architettura assume caratteri identitari impercettibilmente differenti, i materiali, i colori e le soluzioni architettoniche cambiano; con sorpresa, lo straniero, impara ad osservare.
Un mese è un periodo troppo breve per comprendere una realtà così distante ma è un tempo sufficiente per cominciare ad interrogarsi e per cercare delle risposte. Mi rendo conto ora che - ancora incapaci di leggere - siamo stati spesso attratti dalla differenza, abbiamo cercato paesaggi nuovi, pur non avendo ancora compreso ciò che avevamo appena visto.
Arrivati a destinazione siamo accolti nel cantiere, luogo di lavoro e allo stesso tempo residenza; siamo letteralmente sperduti nella brousse (il termine indica le regioni incolte e non urbanizzate delle zone tropicali e subtropicali), circa a 30 minuti di cammino dal villaggio. Il lavoro in cantiere ci richiede molte energie, i muratori sono spesso inesperti e noi stessi siamo costretti a confrontarci con tecniche costruttive che non conosciamo. Fabrizio Carola e il suo lavoro meritano un approfondimento meno superficiale, in questa sede mi interessa sottolineare come il lavoro sia stato veicolo delle conoscenze e delle relazioni, di cui questa esperienza si è nutrita. Finalmente cominciamo ad osservare, capiamo che il tempo maliano è lineare, che il Sahel ha bisogno di essere contemplato per molte ore, che l'impossibilità di usare l'elettricità e l'acqua corrente cambieranno la nostra giornata.
L'esplorazione comincia a piedi, prima solo nei dintorni poi fino a Mopti. Sevarè dista appena dieci chilometri da Mopti, città portuale attraversata dal Niger, la più importante via di comunicazione del paese. Per questo Mopti è un crocevia di traffico intenso, che  Sevarè smista ai quattro lati del paese: Bandiagara a sud, verso il Burkina; Gao a nord, alle porte del Sahara; Segou e infine Bamako a ovest, risalendo la valle del Niger.
Il paesaggio tra Mopti e Sevarè è caratterizzato dalla presenza delle risaie, il fiume e i ciuffi delle piante da riso si estendono a perdita d'occhio. Dietro e ancora dietro si percepiscono piccoli villaggi, le donne lavano i panni nel fiume e le pinasse, imbarcazioni locali simili a gondole veneziane, scivolano sull'acqua senza peso. Nel porto di Mopti  è possibile assistere allo spettacolo dell'Africa: piccole e grandi imbarcazioni piene di sacchi di riso diretti in tutto il paese, banchetti di fortuna dove è possibile comprare del pesce appena arrostito, moschee a cielo aperto e occidentali seduti sul muretto incantati dal grande fiume.  
Passati quasi 20 giorni decidiamo di partire alla volta dei paesi Dogon, una delle mete più turistiche dell'Africa occidentale. Praticamente l'unico salto di quota significativo in tutto il paese. Dalle rocce sembra di vedere una distesa d'acqua, il Sahel è il mare del Mali. Camminando affrontiamo circa 9 chilometri al giorno, salendo e scendendo dalla falesia, attraversiamo villaggi e distese di sabbia. Cominciamo a leggere le differenze, la forma degli insediamenti ci sembra meno incomprensibile e lo spazio di relazione  parzialmente definito. Negli agglomerati riconosciamo la struttura che fino ad allora ci era sembrata assente. I villaggi  hanno un impianto che fa riferimento al culto religioso praticato e sono ascrivibili a due tipologie: quelli mono confessionali, solitamente di culto islamico, e quelli dove coesistono cristianesimo, islam e animismo. Nel primo caso è facile individuare un asse d'accesso all'insediamento che solitamente conduce al piazzale antistante la moschea, dove, nei villaggi più grandi si svolge il mercato settimanale, e piccoli percorsi si snodano fino agli angoli più segreti degli insediamenti. Nel secondo caso si rilegge la presenza dei tre gruppi distinti, cuore di ogni agglomerato gli edifici di culto delle rispettive confessioni religiose. Gli insediamenti Dogon sono al margine del mondo urbano; ci rendiamo conto che i contesti che avevamo visto fino a quel momento erano il frutto dell'ibridazione di due modelli, locale e coloniale, e questo rendeva l'analisi molto difficoltosa. Solamente l'osservazione della forma originale dell’insediamento ci permette di riconoscere i caratteri dell'architettura locale e di costruirci quindi degli strumenti per l'analisi della città come oggi si presenta. Distinguiamo gli elementi originari da quelli frutto dell'incontro con le culture occidentali.
L'organizzazione Dogon somiglia a quella del medioevo occidentale in cui al potere temporale è sempre affiancato quello spirituale; ogni gruppo fa riferimento ad un capo villaggio, una sorta di sindaco, e ad un capo religioso che dialogano tra loro e risolvono tutte le diatribe interne. Gli insediamenti seppur simili gli uni agli altri si colorano in modo diverso in relazione alla terra con cui sono prodotti i mattoni di banko. Gli unici colori vivi sono quelli degli abiti delle donne.
La storia dei Dogon è ampiamente raccontata dall'etnologo Marcel Griaule. Due elementi distintivi dell'architettura Dognon meritano una pausa: i granai per la conservazione del miglio, piccole costruzioni in terra cruda, separate dal terreno da travi lignee e sormontate da buffissimi cappelli in paglia, sono una tipologia caratteristica del paesaggio Dogon; oggi sono diffuse in tutto il paese e rappresentano un simbolo delle coltivazioni. Così come i “tribunali”, la struttura portante è lignea e la copertura è costituita da uno strato di paglia alto circa 2 m, lo spazio libero interno non permette a nessuno di stare in piedi o di alzarsi bruscamente, per favorire il dialogo e impedire scatti di violenza. L'intera regione vive di agricoltura, miglio e scalogno, della tessitura e tintura di lana di capra e della produzione di scale, statuette e maschere in legno che sono i souvenir più caratteristici del Mali. Altro simbolo di questa terra è il baobab, albero sacro poiché luogo della reincarnazione,  il cui legno viene lavorato, esclusivamente a mano, per la produzione di corde ricavate dalla corteccia. Al tramonto si alza l'Harmattan, il vento definisce quell'ora di mezzo tra il giorno e la notte in cui si dimenticano le fatiche della giornata e ci si prepara per la notte e il sonno: tutti sanno che il vento si calmerà proprio quando è ora di andare a dormire per non disturbare il riposo degli uomini. È palpabile il cambiamento nella qualità del tempo e del movimento; sembra di sentire il vento sulla pelle per la prima volta.
I giorni passano velocemente e le immagini con loro, siamo pronti per traversare nuovamente il Mali e tornare a Bamako e in Italia. Questa volta partiamo in macchina, vogliamo rivedere quegli stessi paesaggi, capire se qualcosa è cambiato in noi e nella nostra capacità di percepire. Il paese rivela differenze e distanze: pur nella loro apparente semplicità, le opere dell'uomo sono piccole rivelazioni che segnano la vita del pescatore (l’etnia dei Bozo), dell'allevatore (i Pheu) e dell'agricoltore (i Mandé). La costante ricerca dell'equilibrio con il territorio e con le sue risorse caratterizza la vita degli africani, l'architettura viene dalla terra e torna alla terra; forse è proprio questa la “società paesaggista”.
La soddisfazione più grande l'abbiamo avuta quando ci siamo sentiti capaci di leggere il territorio, inizialmente smarriti in una realtà dove l'architettura sembra tutta uguale e ora capaci di riconoscere tipologie, tecniche costruttive e caratteri. L'imposizione di modelli occidentali per la costruzione della città ha cancellato molti elementi identitari di questi luoghi ma osservando attentamente si percepiscono le matrici originali. La forma della città è estremamente semplice ma allo stesso tempo ricca di significati. Ora ci è possibile distinguere un uomo dell'etnia dei Pheu da un Sonrai e così per l'architettura. Misuriamo la strada percorsa interpretando ciò che vediamo. Nei villaggi in prossimità di Bamako le strade principali sono inquadrate da portici, i percorsi che entrano all'interno dei villaggi riducono la loro sezione, i colori delle facciate sono più artificiali. Alle porte della megalopoli la temperatura sale drasticamente, siamo costretti a coprirci i volti per poter respirare, il caos di Bamako è assordante, eppure siamo molto meno smarriti di quando siamo arrivati, ci sembra addirittura di riuscire ad orientarci. Durante il tragitto Bamako - aeroporto l'autista manda a ripetizione “Le dimanche a Bamako” orgoglioso di vedere che conosciamo il testo e io, dal finestrino, scelgo l'ultima immagine da portare con me: in Mali si cucina ancora con i carboni, piccole gabbie di metallo servono da bracieri . Per accendere il fuoco si fanno roteare in modo da accelerare la combustione, la città è illuminata dai cerchi di fuoco disegnati nell'aria.

Fotografie di Emanuele Cavallo


Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
DI DONATO Benedetta 2010-04-12 n. 31 Aprile 2010
 
Hortus

Lo spessore della città

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Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

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Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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