L'editoriale di (h)ortus


fave.jpg
Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
Continua...

La bellezza della città. Editoriale Gennaio 2010 PDF

La bellezza della città

cittaideale.jpg

 

Negli ultimi tempi si fa un gran parlare del problema della bellezza nell'architettura e nella città. Dopo lunghi anni di oblio, di predominio della ragion pratica rispetto all'arbitrio incommensurabile del bello, emerge una nostalgia dell'architettura per quello che, almeno un tempo, si sarebbe considerato il suo fine ultimo.

Molte sono le cause di questo fenomeno. Fare architettura (almeno in Italia) è diventato sempre più difficile: chi pratica questa disciplina si vede costantemente scavalcato e incontra ostacoli a volte insormontabili. Di fronte a questa realtà la "coscienza collettiva" dell'architettura - ovvero i luoghi dove si dibatte, discute, disserta - sembra aver trovato rifugio in un tema antico quale la bellezza, roccaforte inespugnabile che le volgarità del mondo reale non possono attaccare. Un buen retiro dunque, tentativo di ritagliare per questa disciplina una nicchia di autonomia, di autorevolezza, rivendicando quella libertà espressiva che, tradizionalmente, soltanto gli artisti possono avvocare a sé.
Le tante e ripetute performance delle archistar, ormai all'ordine del giorno anche nel nostro paese, avallano di fatto questo processo di deresponsabilizzazione degli architetti. Il nuovo MAXXI romano, di là degli apprezzamenti o delle critiche che copiose hanno invaso siti e giornali, non nasconde affatto la sua origine plastica: nelle parole trancianti di Ellis Woodman, "mostra una cinica indifferenza verso la sua funzione" (1). Ma non possiamo certo biasimare la Hadid: le sue arti sono state chiamate in causa proprio perché le si riconosce - a torto o a ragione - la capacità di generare bellezza, e innegabilmente la realizzazione del MAXXI incarna un inconfondibile ideale di estetica architettonica.
Un secondo fattore di crisi è sicuramente legato alla crescita metastatica delle città. Non è necessario ribadire per l'ennesima volta le colpe della "cattiva urbanistica" che hanno condotto - e stanno tuttora conducendo - a realizzare nelle periferie italiane delle versioni parodistiche e grottesche dei VINEX olandesi. Il principio di bundled deconcentration, che nei Paesi Bassi ha consentito, nonostante le critiche, di tenere a freno lo sprawl, salvaguardando la preziosa risorsa "territorio", a sud delle Alpi si è trasformato, vuoi per la perdita della componente tridimensionale di quei piani, vuoi per il sopravvento brutale della speculazione edilizia, in un agente di frammentazione più che di ricompattamento dello spazio urbano. Se ne può discutere fino all'esaurimento, ma il risultato è sotto gli occhi di tutti e rappresenta un'oggettiva sconfitta dell'architettura e del progetto urbano. Perduto il controllo sull'estetica della città, sacrificata sull'altare di un più alto interesse economico, il progettista si rifugia nel "fortino" del bell'edificio: di nuovo si va alla ricerca della "grazia" del singolo oggetto. Il cerchio si chiude.
Non è da escludersi che il reiterarsi di eventi traumatici che incidono sulle città - dal crollo delle Torri Gemelle al terremoto de L'Aquila - contribuisca ulteriormente al desiderio di bellezza quale elemento salvifico, capace di preservare il nostro patrimonio urbano da un'involuzione verso la rovina: non la rovina poetica di Soane, ma quella truculenta messa in scena, ad esempio, nel Padiglione giapponese alla Biennale di Venezia per commemorare l'immane sisma di Kobe del 1995.
Un ultimo, fondamentale fattore propulsivo per la rinnovata importanza del senso del bello può essere ravvisato nel progressivo rafforzarsi di tendenze stilistiche parallele e consolidate. Nel suo epocale movimento centripeto rispetto al carattere e all'appropriatezza, alla corrispondenza tra funzione e forma, l'architettura riscopre l'interscambiabilità delle immagini e la flessibilità della figurazione, questioni non più vincolate ad un presupposto etico fondante. Nella panoplia di possibili scelte formali, l'unico criterio che finisce per essere definitivo e dirimente è proprio quello della bellezza. Bellezza intesa come? Come una variante oggettivizzata del gusto.
Nel suo Essai, Laugier definisce "gusto" ciò che "piace alla gran parte delle persone": una sottile precisazione semantica che significherà, a partire dal 1753, la "separazione delle carriere" tra bellezza e gusto, destinando la prima, di fatto, al pensionamento. Il principio della bellezza classica (oggettiva, universale, eterna, sacrale) viene soppiantato da quello più laico del gusto (soggettivo, locale, temporale, populista), sostituendo dunque il qualitativo con il quantitativo.
A margine di questa trasformazione storica - una delle più ingenti avvenute nel pensiero umano nel corso degli ultimi secoli - ci sembra ovvio che il concetto stesso di bellezza abbia perduto buona parte della sua solidità. Se l'arte, seguendo i suoi percorsi specifici, ancora può permettersi di ricercare intorno alla bellezza, l'architettura, coinvolta in ben più importanti questioni, nel corso del tempo se ne è potuta allontanare senza troppi rimpianti. Eppure proprio oggi, quando sarebbe esiziale un "colpo d'ala" della disciplina per uscire da un impasse quanto mai evidente, di nuovo si parla di bellezza, cercando in questa un senso consolatorio per compensare perduti splendori o fortune professionali. Il dibattito odierno intorno alla bellezza sembra inoltre essere solo in parte cosciente dell'avvenuto scisma tra gusto e bellezza: facilmente si osserva una continua confusione tra due categorie estetiche con radici profondamente diverse, sovrapponendo sovente alla malleabile soggettività del gusto la perentoria e tetragona bellezza. Ma la "oggettiva" bellezza di cui oggi si disserta sembra tuttavia derivare, almeno secondo la nostra opinione, più dal fervore politico di scuole e stili contrapposti, che da quel principio di verità cui gli antichi la facevano risalire.
Una delle grandi difficoltà del discorso sulla bellezza oggi consiste proprio nell'impossibilità di districare l'antica venustas dal gusto e dalla sua controparte spietatamente pragmatica: la qualità. Se l'elusiva bellezza, al pari del tao e di molte altre entità metafisiche, rifugge ogni definizione o classificazione, la qualità soffre al contrario di un eccesso di frammentazione: un edificio può presentare magnifiche finestre, ottime finiture, un lodevole impianto di riscaldamento, ma nel complesso rivelarsi assai sgradevole alla vista. Se la bellezza è sempre atto di sintesi, la qualità consente di non tirare le somme, individuando un'infinità di astri mai riuniti in una costellazione. Mentre l'arte continua a ricercare la bellezza - in tutte le sue innumerevoli accezioni - di fatto nell'architettura questa è stata soppiantata dalla qualità quale termine ultimo di bontà per un'opera: difficile, se non impossibile, costruire un efficace ponte che connetta le due idee. La discussione sulla bellezza dell'architettura nasce, forse, anche dalla reazione a questo movimento che tende, innegabilmente, ad un inaridimento dei fini più profondi della nostra disciplina.
In sintesi, buona parte del discorso sulla bellezza dell'architettura rivendica, in maniera più o meno velata, maggiore autonomia per gli strumenti estetici di questa disciplina, con l'intento forse non del tutto cosciente di distanziarla dai morsi e lacci che l'hanno progressivamente vincolata ad un modus operandi ben diverso rispetto a quello dell'arte. Se l'arte è libera, anche l'architettura vuole esserlo. Questo movimento emancipatorio, marcato nel suo percorso dalle numerose esperienze in decenni e anni recenti in cui l'architettura ha pescato liberamente dagli strumenti concettuali e operativi dell'arte, non è forse del tutto dannosa, anche se plausibilmente non è in grado di apportare significativi benefici ad una disciplina che soffre di ben più gravi dissesti. L'elite dell'antielitarismo - da Venturi a Koolhaas - ha liberato la coscienza dei progettisti di tutto il mondo dai rimorsi derivanti da una segreta, inconfessata predilezione per Mamma Roma rispetto a Roma, donando all'architettura la capacità di non prendersi troppo sul serio. Sebbene gli esiti architettonici di questo populismo siano apprezzabili solo come gusto acquisito, è innegabile il valore culturale di una sorta di "rivoluzione copernicana" che ha ampliato a dismisura le potenzialità espressive del progetto.
Lo spostamento dell'estetica dell'architettura verso il dominio dell'arte è un movimento epocale, ma tutto sommato poco preoccupante. Esiste tuttavia una sorta di "linea del Piave", oltre la quale diventa rischioso ipotizzare una sostituzione degli strumenti disciplinari: lo spazio della città. Questo specifico territorio richiede ancora un differente modo di ragionare ed un'interpretazione dell'estetica legata alla componente fenomenologica piuttosto che a quella ermeneutica. Il progetto dello spazio urbano, al di là di qualsiasi etica del junkspace, mostra una certa resistenza alla trasformazione, avendo condannato ai più atroci fallimenti molti brillanti progetti perpetrati da autori di indubbia fama: ancora oggi, sembra affermare la sostanziale invariabilità dei propri strumenti disciplinari. Se può dunque sembrare futile discorrere della bellezza dell'architettura, appare quanto mai attuale un ragionamento sul progetto della bellezza - nella più classica delle accezioni - della città contemporanea.
 
FDM
Gennaio 2010 
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

vg_flickr_11

Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

Joomla Templates by Joomlashack