L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Insegnamento, progetto, costruzione. Editoriale Dicembre 2009 PDF

Insegnamento, progetto, costruzione

L’apprendimento della costruzione – della capacità di costruire con altri – non è dissociabile dall’architettura, per cui non devono esistere discipline differenti, semmai convergenti, in costante riconoscimento che nessun atto creatore si dissocia dalla materialità del suo accadere.

Alvaro Siza, Sulla pedagogia (1)

Nella sua forma più semplice l’architettura affonda le sue radici in considerazioni esclusivamente funzionali, ma attraversando tutti i livelli dei valori può sollevarsi sino alla sfera dell’esistenza spirituale, nel regno dell’arte pura. Nell’organizzare un sistema per la formazione degli architetti, dobbiamo riconoscere questo punto se vogliamo che i nostri sforzi abbiano successo.

Mies van der Rohe, Sull’insegnamento dell’architettura (2)

 

Quando nel 1948 Giovanni Michelucci si risolve, dolorosamente, a lasciare la facoltà di Architettura di Firenze per trasferirsi presso la Facoltà di Ingegneria di Bologna, indirizza agli studenti e ai docenti una lettera, diffusa alcuni anni dopo con il titolo La felicità dell’architetto.(3) In uno dei passaggi del testo il maestro fiorentino scrive: ... ora, questa convinzione non mi consente di partecipare a un sistema educativo che della “forma” dia una nozione a sé, di prevalenza, troppo spesso a svantaggio delle considerazioni economiche e sociali….quando io sento ancora parlare di vuoti e di pieni, del giuoco di luci e di ombre, di pesi formali e di ancoramenti, io provo un senso di disagio, e corro via in cerca di un cantiere bene organizzato dove ogni uomo ha un preciso compito e sa assolverlo, e dove ogni materiale è usato tecnicamente bene per trarre da esso il miglior rendimento. Allora nel mio animo entra una dolcissima pace e mi indugio a guardare i muratori murare con impegno e perizia soppesando ogni cazzuola di calce e ogni mattone bagnato, e penso che solo valgono quelle parole che sono lo specchio dei fatti.
Questa apertura si rende necessaria al fine di registrare il dovere, a mio parere naturalmente, di destituire, perché priva di fondamento, qualsiasi posizione che porti a considerare l’opera di architettura come il semplice esito della materializzazione di un processo (che sia esso fondato su basi matematiche o formali) o, peggio ancora come …semplice estensione dimensionale dei disegni… per prendere a prestito le parole pronunciate da Rafael Moneo nel corso di un celebre discorso di insediamento, pronunciato nel 1985 in occasione della nomina a Chairman del Department of Architecture della Harvard University,  pubblicato poi con il titolo La solitudine degli edifici. (4)
In quella stessa circostanza Moneo, rammentando come un tempo tra la figura dell’architetto e quella del costruttore non sussistesse alcuna distinzione, suggerisce come la conoscenza dei principi costruttivi …consente all’architetto quell’invenzione formale che sempre precede il fatto costruttivo in sé e perché, allora come oggi, …solo accettando e patteggiando i limiti e le restrizioni che l’atto del costruire comporta, l’architettura diviene ciò che essa è realmente.
In queste sintetiche frasi è possibile forse ricercare una delle tante ragioni per accrescere l’impegno della scuola nella direzione di accorciare la distanza che si è creata tra la consapevolezza di potere e/o sapere elaborare un progetto di architettura e la conoscenza dei metodi costruttivi.
Nell’attuale stagione dell’architettura, inoltre, assistiamo a un progressivo scollamento tra la pratica della progettazione intesa come atto prefigurativo di soluzioni spaziali e quella intesa come atto più direttamente propedeutico al momento della realizzazione.
Questa condizione è stata probabilmente determinata dalla volontà di adeguarsi a una prassi (sempre più frequente in molti paesi) che vede importanti studi di architettura prendere a riferimento, per l’approfondimento delle scelte progettuali, figure specializzate che, pur presentando un profilo culturale e una modalità di lavoro tali da non snaturare i contenuti fondativi della proposta che sono chiamati a rendere realizzabile, ne limitano di fatto l’essenza e il significato.
Una prassi nella quale hanno affondato solide radici le ‘archistar’ internazionali (cui inevitabilmente guardano le nostre generazioni di studenti), poiché ha permesso loro di incidere sulla possibilità di comprimere, nello sviluppo dei loro progetti, il fattore del tempo, favorendo la produzione, in tempi brevi, di seducenti “marchi”, riproducibili alla bisogna. Quel tempo che la storia stessa, la storia dello spazio in architettura, ha dimostrato incomprimibile oltre un certo limite, se non si vogliono elaborare riflessioni, e con esse progetti, assolutamente indifferenti al territorio e, di conseguenza, alla vita delle persone che lo abitano.
Una prassi, quella dell’assoluta indifferenza al tema della costruzione, così come da ancora più tempo lo è l’indifferenza al tema del luogo, che pone alla scuole di architettura di fronte alla responsabilità di prendere posizione al fine di arrestare un processo che pare condurre inesorabilmente dalla stagione del formalismo (quella di cui in parte è figlia la generazione di chi scrive) a quella, attuale, dello ‘stilismo’.
Parliamo di un processo promosso, in maniera evidente, tanto dalle posizioni reazionarie e conservatrici assunte dal professor Salingaros (recentemente esposte presso la facoltà di archittura di Valle Giulia), quanto dall’opposto fronte di avanguardia mediatica, figlio tuttavia della stagione della Post Production (5), postulata da Nicolas Bourriaud e di cui molto si è scritto sulle pagine di questa rivista.
E basterebbe, paradossalmente, leggere i risultati delle analitiche riflessioni dei sistemi formali contenute nella tesi di Ph.D elaborata da Peter Eisenman nel 1963, recentemente pubblicata con il titolo italiano La base formale dell’architettura moderna (6), per ritrovare l’attualità di quel nesso tra architettura e costruzione, senza dover tornare eccessivamente indietro nella storia.
A chi allora, se non alla facoltà di architettura, ma soprattutto agli architetti, spetta il compito di recuperare e implementare la ricerca sulle possibili interazioni tra aspetti teorici, attività progettuale e modalità costruttive.
Il progetto di architettura continuerà perennemente a presentarsi quale momento unico, inscindibile in fasi distinte, perché ciascuna di esse concorre con pari importanza nella direzione di incidere sul processo di trasformazione del pensiero in materia.
L’architettura resta, ancora oggi, l’esito di un percorso (e non un processo) che conduce dall’ideazione alla realizzazione, puri atti creativi che, misurati attraverso il compromesso, concorrono in pari misura all’immagine finale dell’opera di architettura.
Tanto vale ancora, in questa ottica, sgomberare il campo dal luogo comune che vuole identificare il sapere della costruzione prevalentemente con la padronanza degli aspetti di dettaglio ed economici.
Il progetto, in ogni suo momento, si presenta come atto di responsabilità che l’architetto è chiamato ad assolvere, attraverso il quale egli ne coglie quegli ambiti più intimi, anche di dettaglio, che contribuiscono a non corrompere l’integrità dell’immagine. Quella stessa integrità che il progetto dovrebbe aver fissato, sin dai primi passi, per prefigurare una soluzione spaziale in grado di produrre un sistema di felicità.
L’architettura esige la perfezione del dettaglio, fino alla dissoluzione del dettaglio, ci ricorda Alvaro Siza.
L’espressione grafica dell’architettura, solo se finalizzata alla sua materiale realizzazione, riesce ad accogliere fino in fondo il complesso di riflessioni, pensieri, aspettative e suggestioni che le garantisce l’attribuzione di un significato.
Al fine di ribadire, in conclusione, il sentimento e la necessità di indagare con più attenzione il rapporto che insiste tra il progetto di architettura e il suo manifestarsi come dato reale attraverso la costruzione, vorrei recuperare il passaggio conclusivo del testo di Giovanni Michelucci, citato in apertura di questo editoriale, quale aspirazione che pongo per prima a me stesso, come giovane docente e (meno giovane) architetto:
L’insegnamento va assumendo per me, giorno per giorno, un significato umano per cui io vedo la scuola come società e la società come scuola, dove mi sento cittadino responsabile in ogni mio atto e in ogni momento: responsabile moralmente, economicamente e socialmente. Perché se io non risolvo il problema formale entro quei termini sono fuori del tempo e del luogo in cui vivo e in cui e per cui opero.

AG
Dicembre 2009

Note
(1) Alvaro Siza, Sulla pedagogia in Casabella n.770
(2) Mies van der Rohe, Sull’insegnamento dell’architettura in Casabella n.767
(3) Giovanni Michelucci, Felicità dell'architetto. Lettera aperta ai giovani docenti e agli studenti della facoltà fiorentina di architettura, ed. "11 libro", Firenze, 1949
(4) Rafael Moneo, La solitudine degli edifici in Casabella n.666
(5) Nicolas Bourriaud, Postproduction. Come l’arte riprogramma il mondo, Postmedia, Milano 2004,
(6) Peter Eisenman, La base formale dell’architettura moderna, Pendragon, 2009

 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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