L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Bocche che non parlano. Editoriale Novembre 2009 PDF

Bocche che non parlano

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Può darsi che si tratti di una posizione del tutto personale, ma sono certo di non essere il solo a provare un certo senso di disagio di fronte a una fetta consistente dello produzione attuale della disciplina architettonica.
Intendiamoci, ritengo che sotto molti fronti l’architettura dei nostri giorni stia fornendo prove di grande maturità: in generale, in tutti i campi che beneficiano dello sviluppo tecnologico che tanto caratterizza la nostra epoca. Nuovi modi di costruire, nuovi materiali, modelli di gestione e di organizzazione tecnica: anche questi aspetti fanno la buona architettura di oggi.
In altri ambiti, tuttavia, non si può dire che le cose vadano altrettanto bene. In particolare, sembra che molta architettura di “avanguardia” abbia optato per una strada di totale scisma rispetto ad una espressività largamente condivisibile, promuovendo, al contrario, una sfrenata ricerca di forme inusitate. Questa stirpe di “alieni architettonici”, che al momento popola i nostri schermi ma in misura crescente atterrerà nel mondo reale, induce alcuni di noi – incluso chi scrive – ad una sorta di xenofobia della forma, che ci conduce ad arretrare sospettosi di fronte a quanto non conosciamo, non riconosciamo come nostro.
La conseguenza più evidente di questo processo si ha sul linguaggio dell’architettura. Le forme espressive tradizionali, già largamente messe in discussione dal ‘900, sono relegate oggi per lo più all’architettura commerciale, o alle contro-utopie nostalgiche di qualche esponente di un tardivo storicismo. Mai, prima di oggi, si era giunti ad una tale distanza dalla figurazione tradizionale: con circa un secolo di ritardo rispetto alle altre arti, finalmente l’architettura è entrata nell’età dell’astrattismo.
L’antica polarità tra espressione ed evento, divisione quasi archetipica tra due modi di intendere il mondo, è oggi spezzata a favore del predominio schiacciante della fenomenologia. Spazi sensuali, superfici tattili, interattività, sono solo alcuni tra gli slogan che invocano una fusione carnale tra architettura e utente, mentre il dominio del linguaggio è stato derubricato ad un ambito accademico, conservatore, destroide. Eppure, sebbene questa specie di utero architettonico nel quale il progetto d’avanguardia contemporaneo vuole consentirci di rifuggire ci trova comunque straniati: il disagio continua. L’architettura dei sensi, nel tentativo di sorpassare la barriera cognitiva del linguaggio, inseguendo il vessillo della creazione di luoghi, spazi e sensazioni universali, si scontra con un ostacolo ancora più grande: l’impossibilità, fuor di metafora, di traslarci nel corpo di qualcun altro.
Dove l’architettura non produce più figure ma soltanto immagini è difficile riconoscere e riconoscersi, dare un nome alle cose. Il carattere, baluardo della tassonomia illuminista di Quatremère de Quincy, fondamentale strumento semantico sino alla fine della tradizione beaux arts, consentiva al viaggiatore di orientarsi persino nelle città a lui ignote, riconoscendo la chiesa, il palazzo, il comune, la casa, il castello al primo sguardo. L’architettura del ‘900 ha iniziato a interrompere questo legame antico; le avanguardie di oggi stanno portando a termine la cesura.
Lasciando per un istante da parte il disagio del viaggiatore contemporaneo, è forse utile ricapitolare le cause di quanto sta avvenendo, pur nella difficoltà data dall’osservazione di un fenomeno in corso, ben lontano dall’essere storicizzato.
Innanzi tutto è opportuno rilevare come la stessa nozione di avanguardia sia, il più delle volte, sostituibile con quella di invenzione. Benché spesso l’avanguardia si sia avvalsa dell’invenzione – soprattutto formale, ma anche tecnologica – per distaccarsi dal mainstream della contemporaneità, quanto avviene oggi sembra caratterizzato da una estenuante ricerca stilistica ma anche da una grande povertà sul piano della riflessione teorica. Più che avanguardia, dunque, potrebbe essere giusto parlare di maniera.
Sembra ripetersi, ancora una volta, lo “scippo”, da parte della disciplina architettonica, delle modalità operative e di invenzione di altri ambiti culturali: una confusione spesso deliberata, sovente legata ai movimenti di avanguardia. Ma a differenza di quanto avvenuto in altre epoche storiche, questa volta non sono le arti “tradizionali” ad essere saccheggiate: oggi si prendono in prestito i segreti di bottega del fashion design, del marketing, del cinema. L’architettura, muovendosi verso una sempre più spiccata eteronomia, digerisce le capacità culturali di discipline a lei confinanti e non.
In secondo luogo, benché sia ormai storia, la rivoluzione digitale non sembra aver ancora esaurito le proprie potenzialità di innovazione formale. Già da molto tempo è più che evidente una scollatura profonda tra produzione di immagini e produzione architettonica: la prima ha ampiamente distanziato la seconda. Nonostante questo, l’indagine sull’uso dei mezzi digitali prosegue senza sosta. Ma ben più profondo dell’impatto di questi strumenti – ormai inscritti in una spirale di autoreferenzialità – è quello di uno degli effetti collaterali della rivoluzione digitale: l’idea di processo in architettura.
Infine, la storicizzazione dell’idea di globalizzazione ha causato un prematuro arresto della doverosa riflessione intorno a uno dei fenomeni culturali più imponenti della nostra epoca. Una volta esaurito lo spettro delle possibilità espressive indotte da questo movimento epocale, che spaziano dal superspecifico al supergenerico, diviene sempre più difficile individuare una corretta collocazione per i prodotti culturali. L’avvento della prima generazione di autori cresciuta all’ombra globalizzazione ha inevitabilmente marcato il passaggio ad una situazione in cui questa, minaccia o potenziale che sia, non viene comunque più recepita come nodo problematico. In un certo senso, si tratta di una rivisitazione dell’idea di espressività largamente condivisibile: ma sembra di scavare tra le macerie della già franata Torre di Babele.
Il disagio dell’architettura contemporanea è quindi dovuto ad una super-produzione di immagini, siano queste derivate dall’universo digitale, dalla creolizzazione della cultura mondiale, o dalla steroidizzazione del processo di invenzione formale. Gli edifici, un tempo concepiti di modo da possedere un corpo fisico ed una presenza metafisica, hanno gettato la zavorra di quest’ultima per realizzare oggetti di più immediato, universale accesso. Sono opere che accolgono i nostri corpi ma rimangono ostinatamente in silenzio, rifuggendo il dialogo: bocche che non parlano.
Ma una volta registrato il disagio, verificato che non si può certo parlare di una condizione generalizzata, per quanto comunque molto diffusa, rimane un ultimo interrogativo: se si tratti della difesa da una patologia in atto, o piuttosto di una semplice reazione anafilattica da xenofobia architettonica.
 
FDM
Novembre 2009
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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