L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Racconto di Bogotà dal Transmilenio

Alessandro Nieddu

Bogotà è una città giovane. Girando per i suoi quartieri si percepisce un'età media dei suoi abitanti che non deve superare di troppo i quarant'anni e ciò, per noi italiani, sembra qualche cosa di straordinario; pare che tutto stia per nascere, per essere creato di lì a qualche giorno, si avverte una energia creativa molto interessante che comunica un senso di trasformazione e provvisorietà. Santa Fè de Bogotà, questo il vero nome, è, infatti, una città transitoria: la maggior parte degli edifici comunicano un senso di precarietà, come se fossero là da poco tempo e per poco tempo, come se da un giorno all'altro potessero venir buttati giù per far posto ad altro. Non troviamo uno stile architettonico riconoscibile, un edificio che potremmo definire "tipico" nell'organizzazione cittadina, non troviamo nemmeno quello stile coloniale caratteristico di altre fenomenali realtà della Colombia, come Cartagena de Indias o Mompox. Ogni quartiere fa storia a sè e, al suo interno, ogni strada sembra fare storia a sè. Percorrendo la città dal ricco e moderno quartiere Norte, che fa invidia alle contemporanee e già disastrate periferie romane, con edifici in puro stile mitteleuropeo, si passa per il Centro Internazionale, creato dal generale Gustavo Rojas Pinilla negli anni cinquanta, dove ci si fa un idea della tipica città sudamericana; si arriva alla Candelaria, dove lo stile coloniale si fa finalmente importante e piacevole. Attraversiamo gran parte della città, dove il succitato carattere precario si fa più forte, con edifici più o meno improbabili con caratteri che la vista vuole ritrovare in qualsiasi altra metropoli europea, statunitense, asiatica, sudamericana in un continuo miscuglio di epoche, stili e declinazioni. Giù fino alle tanto temute periferie, quelle mitiche e sospette favelas che sono il simbolo del continente violentato dai conquistadores e derubato dalle avidi mani dei dirigenti delle multinazionali, i quartieri poveri e quelli più poveri dei poveri… Ma che forse non sono poi così poveri, così sospetti, così malsani, così favelas. Più di qualche quartiere dei nostri paesi del sud Italia e della Sardegna rischiano di assomigliargli troppo per fare davvero paura. 

Poco più di sette milioni di abitanti dei 47 dell’intero paese si concentrano nella città, immigrati da ogni angolo della nazione alla ricerca della modernità che la città riesce a dare ad un paese come la Colombia, faticosamente impegnato ad uscire da una guerra civile disastrosa che da trent’anni non gli ha mai permesso di concentrarsi nell’organizzare il proprio futuro. 

Forse ora questo futuro sta arrivando: tutti sono impegnati a catturarlo prima che scappi via, sempre che crisi globale, guerriglia, paramilitari a protezione dei ricchi capitani d’impresa, rapaci multinazionali occidentali e altri infiniti problemi non facciano abortire questo principio di creazione, molto interessante, di quello che normalmente viene definito progresso. 

Bogotà è sicuramente all’apice di questo sviluppo e dell'intero paese sotto svariati aspetti, quelli economici e culturali innanzitutto. Uno di questi è il sistema di trasporto conosciuto, imitato e premiato in tutto il mondo, il Transmilenio. Un sistema sperimentale di metropolitana leggera su ruote che collega ormai quasi tutta la città, da nord a sud, da est a ovest. Il mio consiglio è di provare a fare un tour della città utilizzando questa modernissima metropolitana a cielo aperto che (magari ce l’avessimo a Roma) alla bisogna permette di attraversare l’intera capitale in soli venti minuti.

Partiamo dal Norte, dal Portal Suba, dove il Transmilenio attraversa i quartieri ricchi, opulenti, in cui l’architettura si rifa ad uno stile internazionale che possiamo ritrovare nelle nostre migliori città, nei nostri "quartieri bene". Nel Norte della capitale colombiana enormi cartelloni pubblicitari promuovono la realizzazione di nuovi edifici, altri appartamenti che assicureranno uno stile di vita davvero moderno ed elegante. Attraverso queste pubblicità pare di capire che la richiesta di costruzioni di una certa qualità architettonica sia forte, quindi il mercato cerca di rispondere al sogno di uno stile di vita contemporaneo. Si costruisce dappertutto con una densità sorprendente e una buona qualità esteriore. Proseguendo con questa metropolitana piuttosto veloce fino alla stazione Simon Bolivar, nome di cui vanno fieri tutti i colombiani, arriviamo al centro della città, in quella serie infinita di quartieri senza un'anima precisa, o forse con più anime concomitanti, nessuna delle quali prevale sulle altre, in un assemblaggio di stili, epoche e colori che vanno dai casermoni in stile sovietico al residuo di qualche edificio coloniale sparso qua e là, dalle tipiche case inglesi in stile vittoriano all’audacia di un più moderno edificio “californiano”. L’influenza americana è sempre presente nel corpo della città: dalle architetture ai mezzi di trasporto (tutto sotto il dominio Chevrolet), all’organizzazione economico-sociale, dove il libero mercato mangia-tutto si accaparra le più importanti risorse facendole però finanziare dalle tasche pubbliche, a cominciare dall’ottimo Transmilenio

Prendiamo la metro fino alla stazione El Dorado, scendiamo per andare a visitare la Biblioteca Virgilio Barco, opera del più noto architetto colombiano Rogelio Salmona, morto di recente e celebrato anche con una mostra presso la Casa dell’Architettura di Roma. Un'opera di certa qualità, postmoderna, dove il laterizio domina incontrastato, così come in tutta Bogotà, con spazi piacevoli e giganteschi che mi fanno temere il fatto di ritrovarmi, di lì a qualche giorno, negli spazi angusti di una qualsiasi biblioteca romana. 




Riprendiamo il Transmilenio dalla stazione Ricaurte fino a quella del Museo del Oro, importantissima tappa per capire la Colombia e la sua storia. Qui nell’omonimo museo possiamo ammirare ciò che i popoli originari del continente sudamericano creavano prima che venissero spazzati via dai conquistadores, gli oggetti in oro sopravvissuti alla furia della conquista, nei tipici disegni delle culture indigene Tayrona, Muisca, Narino, Tumaco. Il museo si trova alla Candelaria, vecchio quartiere coloniale dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità; questo quartiere possiede un suo preciso carattere, con case basse a uno o due piani, dove dominano i colori coloniali e i tipici balconi in legno ricchi di ornamenti, il tutto un po' degradato e in fase di ristrutturazione ma molto interessante, anche se non paragonabile all'architettura coloniale di Cartagena de Indias. Nella Candelaria ritroviamo Salmona, con il Centro Culturale Gabriel Garcia Màrquez, interessante per l’ampiezza degli spazi, l’apertura di questi verso l’esterno, il ricercato dialogo con il resto della città. Proseguendo lungo la Calle11, a poche decine di metri il Museo Botero, gratuito e bellissimo, con tutta la collezione privata che l’artista Colombiano ha voluto regalare alla sua nazione, compresi i Picasso, i Mirò, i Calder, i Giacometti, i Cezanne, i De Chirico, insomma tutto il meglio delle avanguardie del ‘900. 

Possiamo proseguire a piedi fino a Plaza Simòn Bolìvar, centro storico della città, dove troviamo la cattedrale Primada, il palazzo della Corte Suprema e l’Alcadia Major, il Collegio di San Bartolomeo, tutti edifici che definiscono uno spazio luminosissimo e piacevolmente accogliente. 

Tutto ciò sempre molto vicino alla Avenue Caracas, meno di cinque minuti a piedi, dove ritroviamo il Transmilenio per continuare il tour della città e testare la reale efficacia di questo sistema di trasporto. 

Possiamo decidere se prendere il bus che fa tutte le fermate o quello che non ne fa nemmeno una, arrivando a destinazione in pochissimo tempo, o ancora quello che fa poche fermate. Praticamente chi deve attraversare la città non viene costretto ad attendere che il mezzo si fermi in tutte le stazioni; quello che si dice un servizio intelligente. Oltretutto c’è la certezza che le corsie preferenziali riservate ai bus non verranno invase dai normali automobilisti e nemmeno dai taxi: chilometri e chilometri di strade libere da percorrere con buona velocità, senza inutili perdite di tempo che invogliano ormai circa il 70% dei cittadini di Bogotà a prendere il Transmilenio: roba da penisola scandinava. Il risultato di questa lungimirante strategia di creazione di un efficiente trasporto pubblico è che a Bogotà non c’è quasi traffico, o perlomeno non c’è in quelle strade ormai raggiunte dal sistema di autobus. Nelle altre strade…si sta lavorando, con continui espropri e demolizioni di edifici, in modo da consentire il loro allargamento e quindi la sistemazione delle corsie riservate al Transmilenio, per la felicità della maggior parte dei colombiani, fierissimi del loro trasporto sostenibile.

Ma c’è un fatto fondamentale, di cui poco si parla, che influenza tutta la viabilità cittadina e che dà un contributo fondamentale anche per il funzionamento del Transmilenio: a Bogotà non si parcheggia per strada. Ebbene sì, pare sia possibile liberarsi dalle auto, chiuderle in recinti appositamente creati (Parquederos pubblicos, realizzati in quegli spazi di risulta normalmente abbandonati nella vecchia città o nei piani terra degli edifici o seminterrati nei nuovi quartieri), liberare la parte bassa della città, ad altezza dello sguardo, in modo da poterla ammirare senza che quintali e quintali di lamiera e acciaio occludano la vista. Ma vi immaginate via Casilina a Roma senza auto parcheggiate? Non parlo di quelle in doppia o tripla fila, ma di tutte le auto? Provate a considerare lo spazio liberato e lasciato alla circolazione: forse ci sarebbero meno file e ore perse all’interno dei trabiccolo, o forse si potrebbero creare marciapiedi più ampi su cui godere maggiore convivialità. 

Senza fantasticare troppo, risaliamo sul Transmilenio, destinazione Sur, verso le favelas, quartiere La Victoria. 

La paura c’è tutta, una serie d’immagini popolano la mia mente: mi aspetto dei quartieri immensi, superpopolati, dove strade e marciapiedi, se ci sono, chissà in che condizioni si trovano.

Con il Transmilenio arriviamo giù fino al Portal USME, estremo lembo sud della città, in modo sorprendentemente veloce se paragonato al tempo di percorrenza di un mezzo pubblico in una città come Roma. 

I quartieri non communicano certamente opulenza: qualcuno e più degradato, qualcuno meno, ma nessuna delle immagini preconcette appare ai nostri occhi. Gli edifici sono modesti ma civili. Scesi alla stazione Usme, siamo costretti a proseguire in taxi, sempre presenti e baratos, anche paragonato al poterre d’aquisto locale (volessimo tornare al centro ci costerebbe 7/8 mila pesos, circa 3 euro). 

Il quartiere della Victoria dista circa un quarto d'ora dalla stazione. E’ una periferia degradata, umile, dove negli ultimi vent’anni si sono riversati migliaia e migliaia di campesinos alla ricerca innanzitutto di una vita tranquilla al riparo dalle angherie e dal "pizzo" richiesto dalla guerriglia, nella speranza di un futuro migliore che solo le città sembrano poter garantire. Il quartiere si trova sulla collina: in alcuni tratti mancano i marciapiedi e in altri abbiamo solo strade sterrate, in eterna fase di completamento, mi dicono. Arrivati in cima possiamo godere della bella vista di Bogotà al tramonto, le mille luci della città, da dove ammirare il susseguirsi degli infiniti quartieri di una metropoli che si estende su una superficie di 1700 kmq. 

Tutto qui è costruito in mattoni di laterizio, un'unica parete che serve solo a separare e poco a riparare dall’esterno. La temperatura media oscilla tra i 15 e i 20 gradi praticamente tutto l’anno, per cui a poco servono gli isolanti termici, soprattutto se poi i soldi da spendere sono pochi. Un muro di mattoni di dieci centimetri è ciò che basta ed è ciò che è comune, a volte intonacato, quasi sempre no. Le coperture sono realizzate quasi esclusivamente in eternit, materiale leggero ed economicissimo in queste latitudini dove la gente non viene informata sulla sua tossicità. Inutile dire che i fili elettrici degli impianti telefonici e dell’illuminazione pubblica provano ad appendersi dove possono, dove trovano.

L’immagine della Victoria non è certo splendida, ma a ben vedere poco diversa da parecchie realtà del sud Italia, dove nelle strade i marciapiedi sono assenti o è come se lo fossero, dove i muri esterni delle case non vengono quasi mai intonacati, dove la cura per la gradevolezza del luogo in cui viviamo lascia a desiderare. 

Bogotà, vista dall’Italia è una città da terzo mondo: pericolosa, non certamente una meta comune di turismo, una città conosciuta più per le vecchie scene di guerriglia e per i suoi presunti quartieri di favelas.

Bogotà vista da Bogotà è una città ricca, soprattutto di gente che ha voglia di realizzare qualche cosa, di costruirsi un futuro migliore, dove si sorride spesso per la strada, pur tra gli infiniti problemi. Una città che prova ad andare verso il futuro a grandi passi, sperimentando sistemi di trasporto e costruendo quartieri generosi per le nuove generazioni di bogotani, dove le abitazioni sono economiche e civili. 

Insomma, Bogotà fa un po' invidia vedendo la nuova Roma. 


Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
NIEDDU Alessandro 2009-03-03 n. 18 Marzo 2009
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

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