L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Petra Ceferin. Trasformare la realtà con l’architettura

Il contributo finlandese

Gina Oliva

Con il saggio “Trasformare la realtà con l’architettura: il contributo finlandese”, Petra Ceferin ha vinto la seconda edizione del Premio Bruno Zevi per un saggio storico-critico sull’architettura (1) la cui cerimonia di assegnazione del riconoscimento si è svolta a Roma mercoledì 14 gennaio presso l’Aula Magna della Facoltà di Architettura “Valle Giulia”.
 
L’aspetto interessante del testo risiede nel suo essere trait d’union delle principali ricerche condotte dall’autrice negli ultimi anni: non è cioè né punto di partenza né punto di arrivo, quanto piuttosto tappa intermedia di una riflessione più ampia i cui due poli tematici sono espressi in modo programmatico sin dalla scelta del titolo: l’idea di architettura come trasformazione della realtà e l’analisi dello specifico caso finlandese nel contesto storico degli anni ’50 (2).
Chiare le premesse da cui l’autrice costruisce le fila del proprio discorso critico: pur riconoscendo la difficoltà e forse l’impossibilità, oggi come in passato, di una definizione univoca di cosa sia effettivamente l’architettura, possiamo tuttavia percepirne il suo dover essere rappresentato dal potere che essa ha di incidere in modo significativo sulla trasformazione della realtà esistente.
Non può esserci architettura, dunque, senza trasformazione della realtà: una trasformazione che opera nel presente, ma non è assoggettata ad esso, nella misura in cui è in grado di trascendere il dato per prefigurare condizioni altre (realmente nuove anche se non immediatamente verificabili) e nella misura in cui è in grado di innescare una serie di processi che influenzano e modificano il fare e il pensare l’architettura, permettendole di operare secondo il suo massimo potenziale. 
 
Sulla base di tali premesse e rielaborando le considerazioni maturate nel corso dei suoi studi precedenti, Petra Ceferin ripercorre in modo analitico e puntuale lo scenario dell’architettura finlandese all’indomani della seconda guerra mondiale. 
L’interesse di questa ricostruzione storico-critica è duplice. Da un lato consente di far luce, non solo sul contributo di una grande personalità come quella di Alvar Aalto , ma anche sul lavoro e sul progetto comune di una intera generazione di architetti (Aulis Blomstedt, Viljo Revell, Aarne Ervi ecc.) molto spesso rimasta nell’ombra del Maestro; dall’altro ci permette di rileggere la singola esperienza in chiave metastorica, isolandola cioè dalla specificità geografica e temporale per verificarne la validità in un contesto più ampio.
 
In una realtà periferica e all’epoca poco conosciuta a livello internazionale come quella della Finlandia, si sviluppano le condizioni per concepire e praticare l’architettura proprio secondo il suo massimo potenziale: sulla base di valori condivisi, l’architettura viene intesa come processo instancabile e continuo di trasformazione della realtà, come libero laboratorio in cui l’architetto non è al servizio di nessun altro interesse se non quello di prefigurare, attraverso il suo lavoro e il suo impegno, il migliore ambiente possibile per la vita dell’uomo.
Ed è un libero laboratorio proprio quella Villa Mairea, terreno di prova di un nuovo approccio all’architettura che si esplicita compiutamente nel principio operativo del razionalismo esteso: principio che non intende rinnegare o rifiutare tout court i dettami dell’architettura razionale (espressione che applicata al contesto specifico della Finlandia potrebbe risultare una tautologia), ma intende ampliarne le prospettive e trasfigurarne i contenuti attraverso il ricorso a quelle volontarie trasgressioni e interferenze, a quel necessario surplus che permette al razionalismo stesso di superare la sua componente eminentemente meccanica e acquisirne una ragionevolmente più umana.
Ma è un libero laboratorio anche l’intero Paese delle Meraviglie dove, non solo Alvar Aalto, ma tutti gli architetti finlandesi sono impegnati nel processo di ricostruzione di un paese profondamente colpito dai retaggi della guerra. Un lavoro corale che vede gli architetti operare a 360 gradi in tutti i settori, dalla costruzione di nuovi alloggi sociali per la popolazione, all’elaborazione e all’applicazione di principi e di sistemi per orientare i nuovi processi di standardizzazione e industrializzazione dell’edilizia.
Un libero laboratorio, tuttavia, che non avrebbe avuto modo di esplicitarsi in modo così compiuto ed efficace se non fossero state soddisfatte al contempo altre due condizioni ugualmente necessarie: la solidità della struttura professionale direttamente coinvolta nel processo di trasformazione (attraverso l’incessante supervisione dell’ordine degli architetti finlandesi, il SAFA) e la presenza di un apparato culturale e politico in grado di riconoscere il potere dell’architettura all’interno del processo di trasformazione della realtà e di contribuire attivamente alla sua promozione anche al di fuori dei confini propriamente nazionali.
 
Il secondo aspetto di interesse che ci restituisce la Finlandia degli anni d’oro raccontata da Petra Ceferin è, come abbiamo detto, la possibilità e la necessità di collocare un’esperienza circoscritta geograficamente e temporalmente all’interno di una dimensione metastorica in grado di suggerire spunti di riflessione soprattutto per il presente.
In questa ottica il concetto stesso di surplus, cioè quel “troppo che è proprio giusto” di cui Petra Ceferin ci propone un’immagine reale e compiuta attraverso l’analisi di Villa Mairea e attraverso il riferimento ai suoi episodi singolari (apparentemente irrazionali), può essere collocato all’interno di una prospettiva più ampia che non è legata solo a precise scelte compositive o figurative e che, quindi, trascende la dimensione di un singolo progetto. 
Il concetto di surplus può essere interpretato, cioè, come il risultato positivo che si genera quando è verificata la sussistenza e la compresenza di tutte quelle precise condizioni che l’autrice individua come componenti sostanziali dell’ambizioso progetto finlandese (il libero laboratorio, la solidità della struttura professionale e la presenza di un sistema politico e culturale illuminato). 
Tre direzioni di lavoro e di impegno che ricordano il rapporto trivalente tra Architettura, Etica e Politica che sembra essersi smarrito nel contesto specifico della contemporaneità.
Ed è proprio qui che risiede il vero valore del testo che, travalicando i confini di una trattazione specifica, esplicita il suo vero significato di critica alla visione contemporanea della pratica architettonica.
E’ evidente, infatti, che l’idea di architettura come trasformazione della realtà si pone in aperto contrasto con quelle che oggi appaiono le due posizioni prevalenti riguardo il modo di concepire il ruolo e il significato dell’architettura nell’era della globalizzazione. Queste due posizioni apparentemente opposte sono di fatto assimilabili: entrambe (un consapevole nichilismo disciplinare da un lato e una ricerca inesausta del nuovo dall’altro) sembrano abbracciare e sottoscrivere il volontario auto-esilio dell’architettura da quello che è il suo reale potere operativo, contribuendo, piuttosto che alla trasformazione della realtà, alla continua e inesorabile perpetuazione dell’esistente.
Quella che Petra Ceferin individua dunque come una terza via dell’architettura, una alternativa all’attuale paralisi e contraddizione della contemporaneità, non è tuttavia l’ennesima utopia (e qui emerge uno degli aspetti più importanti del testo), ma rappresenta un orizzonte perseguibile e concreto che trova nell’esperienza dell’architettura finlandese degli anni cinquanta non solo un precedente storico in grado di legittimarne l’esistenza, ma anche un esempio vincente in grado di incoraggiare e alimentare ancora oggi una ricerca e un impegno in tal senso.
E allora, come sostiene l’autrice, non importa che l’architettura del Paese delle Meraviglie non ci sia più, ma ciò che importa è che sia esistita. L’esperienza della Finlandia degli anni cinquanta non è un retaggio nostalgico, tanto meno la soluzione, il modello che stiamo cercando: è, piuttosto, il punto di partenza per cominciare a riformulare le nostre domande e a ricercare nel nostro tempo la giusta risposta.
 
Note
(1) La prima edizione del Premio si è svolta nel 2007 ed è stata vinta da Zeuler Lima con il saggio “Verso un’architettura semplice” sul Modernismo ibrido di Lina Bo Bardi.
(2) Petra Ceferin è autrice di “Constructing a legend. The international exhibition of Finnish architecture 1957-1967”, pubblicazione della sua tesi di dottorato sulla costruzione dell’immagine dell’architettura finlandese nel contesto internazionale durante le seconda metà del XX secolo; ed è co-autrice del testo “Architectural Epicentres. Inventing Architecture, Intervening in Reality”, pubblicato nel 2008. Attualmente è in preparazione un suo nuovo lavoro sull’analisi del potere dell’architettura nell’era della globalizzazione.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
OLIVA Gina
2009-01-27 n. 16 Gennaio 2009
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

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cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

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