L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Sulla teoria del progetto. Editoriale Gennaio 2009 PDF

Sulla teoria del progetto

La teoria del progetto è l’atto di ricerca speculativa che investe il pensare, l’indagare in forma astratto/concreta attorno al tema dell’architettura. E’ il riflettere sulla sua ragione d’essere, è, l’osservare il suo farsi che porta all’analisi, alla comprensione del modo in cui essa è in grado di rispondere alle esigenze pratiche, culturali dei suoi utenti e alla capacità d’interpretare lo spirito del tempo. Per questa ragione la disciplina è in continua trasformazione in quanto, per sua specifica condizione, è in costante ricerca di sé e dell’architettura.
Ma, tutto questo, oltre a far parte di un atto di tipo meditativo può avere, altresì, risvolti di genere performativo nel contesto di discussioni, dibattiti, conferenze o lezioni nelle scuole di architettura. Tuttavia, ciò che meglio definisce la speculazione teorica, non importa l’oggetto in questione, è la scrittura; che è  un modo per depositare in forma stabile ed accessibile gli esiti soggettivi del pensiero.

Per rimanere nell’ambito del XX secolo, bisogna osservare, che gli storici e i critici, ma anche gli artisti, gli architetti e i pensatori di altre discipline, hanno pubblicato nel corso dei passati decenni un ammontare di ragionamenti e di studi sull’architettura senza precedenti, comunicando questo attraverso giornali, libri, riviste e poi, in tempi più recenti, tramite radio televisione ed anche attraverso video; dando origine ad un turbinio di idee che spesso si sono consolidate in movimenti, formati e dissolti molto velocemente. Non è avventato pensare che la presenza di Internet in un mondo economicamente aperto dalla globalizzazione porti più avanti la ricerca sull’architettura di questo XXI secolo, arricchendola di contenuti nuovi; e questo, sulla base delle potenzialità del sofisticato strumento di comunicazione, dell’avvio di un sempre più serrato tessuto di scambi, di esperienze e dell’acquisizione di una reciproca conoscenza che apra ad un futuro di libertà, piuttosto che di oppressione, di violenza e di guerra. A patto che, come afferma Vittorio Gregotti, si cerchi con tutto questo «[...] di instaurare, per mezzo del progetto, un dialogo critico positivo, senza dimenticare gli scopi del costruire, dell’abitare e della rappresentazione delle possibilità altre, in quanto specificità della nostra pratica artistica» (1).
Tuttavia, come molti architetti sostengono, poiché la cultura architettonica non consiste solo in un patrimonio d’idee, di teorizzazioni formulate attraverso parole, ma anche attraverso segni (di tipo progettuale), nonché attraverso la materia stessa che li traduce in immagini, in spazi, in luoghi urbani, in paesaggi artificiali, dobbiamo considerare “testi” anche le rappresentazioni, i modelli, oltre alle opere fisicamente concrete.
A tale proposito, afferma ancora Gregotti, «Mettere in scena il pensiero sotto forma della forma, sembra essere il compito dell’architettura anche quando si parla di teoria» (2).
Anche se, proseguendo nel suo scritto, egli registra nel presente uno stato d’incertezza intorno a quegli elementi considerati fondativi del progetto. «Da più parti [...] è stata ricordata la difficoltà di trovare un piano adeguato ai nostri specifici problemi di architetti sul quale collocare la questione della teoria, un piano tanto integrato al fare quanto lo era un tempo quello del trattato di architettura. Nei nostri anni non vi siamo forse riusciti e spesso la nostra riflessione teorica è una sottospecie di quella filosofica o una semplificazione di quella storica o epistemologica: talvolta essa viene adottata come giustificazione a posteriori del lavoro architettonico, talaltra come interferenza metaforica tra linguaggi diversi che invece, proprio per poter comunicare, devono mantenere aperte ma chiare le loro identità» (3).

In effetti, bisognerebbe operare una distinzione che certamente Gregotti sottintende nel suo scritto, volta a porre un prima e ad un dopo. L’arco temporale, infatti, che prende inizio negli anni Sessanta e che si conclude negli anni Ottanta, ha visto un fiorire di riflessioni teoriche sull’architettura. Esse vanno, operando una serrata sintesi, da Aldo Rossi, L’architettura della città (1966) a Robert Venturi, Complexity and Contradiction in Architecture (1966) e a Venturi, Denise Scott Brown, Steven Izenour, Learning from Las Vegas (1972), da Colin Rowe, Collage City (1978), a Rem Koolhaas, Delirious New York (1978), da Bernard Tschumi, The Manhattan Transcripts (1981), a Peter Eisenman, La fine del classico (1987).
La mostra Deconstructivist Architecture, realizzata nel 1988 al MoMA da Philip Johnson e Mark Wigley, pur all’interno di un ambigua contrapposizione/distinzione tra Decostruttivismo e Decostruzionismo, segnalerà all’attenzione internazionale una nuovo indirizzo teorico legato, al fare progettuale indicando, nel contempo, sette figure rappresentative di un diverso modo di porre in essere l’immagine architettonica, singolare, innovativa, figurativamente stimolante e coinvolgente. In questo senso, essa rappresenterà l’inizio di quel processo che porterà al trionfo dell’eccentricità, alla costruzione di edifici stravaganti senza contenuto, né funzionalità. Per cui, tale mostra potrebbe essere considerata (anche se questa non era l’intenzione dei suoi curatori) il “canto del cigno” della teoria architettonica. Essa, dunque, segna la conclusione di un modo di concepire l’architettura e l’inizio di un metodo di progettazione derivato dalla dialettica tra pensiero e macchina, tra ideazione progettuale e supporto digitale: nasce il CAD (Computer Aided Design), ossia progettazione assistita tramite l’informatica.
A tutto questo si deve aggiungere l’azione deviante dei mass media e del mercato che abitueranno il pubblico a rimanere attratto da proposte progettuali che suscitano scalpore, mettendo in atto un genere di architettura “ansiosa” che insegue in maniera costante il filo dell’evento.
Come osserva Rem Koolhaas, la ragione di tale cambio d’indirizzo generalizzato è dovuta ai media che hanno inventato le archistar e, «[...]  con la loro voglia di suscitare scalpore con immagini sensazionali, hanno decisamente cambiato le aspettative nei confronti degli architetti, che quindi non devono più progettare edifici complessi ben ponderati, ma dei veri e propri simboli, delle icone, che i media possano commerciaizzare». E poi aggiunge: «[...] tutto viene foggiato secondo l’ultima ideologia che ancora ci rimane, quella del mercato. Fino a 15 anni fa era naturale che gli architetti progettassero per un committente pubblico, tenendo a mente il bene comune. Questa dimensione sociale del costruire è nel frattempo svanita, lo Stato si è ritirato. Oggi gli incarichi più importanti provengono dai privati, che nell’architettura vedono soprattutto un mezzo pubblicitario, una rendita, tutto il resto è indifferente» (4).
Questo stato di cose, ha prodotto una sorta di fuga dal mondo reale verso un mondo virtuale in cui tutto è possibile, come c’insegna la televisione, il cinema, la pubblicità, la letteratura, in parte la politica e l’economia e quant’altro. Virtualità e realtà, nel presente, sono così strettamente interrelate da sembrare due facce della stessa medaglia. E’ necessario riflettere su tale aspetto e sulle conseguenze; una delle quali, la più allarmante, è la percezione che l’architettura stia perdendo la propria identità formale/materiale di struttura rappresentativa e di servizio della società, per confluire nel mondo della comunicazione, creando in questo modo un sostanziale squilibrio tra architettura e struttura urbana.
L’11. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia curata da Aaron Betsky, Beyond Building, ha cercato di porre degli  interrogativi e di tracciare uno scenario che potrebbe essere definito (soprattutto se rivisto alla luce della crisi economica in atto) “una rovina di sogni”. Nel testo introduttivo al catalogo della mostra, Interrogativi sull’architettura: meditazioni sullo spettacolo lì fuori, Betsky afferma: «Credo che l’architettura possa rendere testimonianza del proprio fatto e della propria potenziale scomparsa. Non può tanto dirci qualcosa, quanto farci intuire e consentirci l’esperienza. Può essere un catalizzatore e un frammento che ci rende consapevoli dei grandi sistemi. Può essere un sipario trasparente o un paravento che, in virtù della sua presenza, ci obbliga a interrogarci. Può essere un’astrazione inutile che tuttavia s’installa nel mondo reale. Per farlo deve essere, come sempre è, qualcosa che concerne gli edifici, ma potrebbe riuscire ad elevarsi al di sopra o aldilà del costruire, a spostarsi attraverso il costruire o forse anche a venire prima del costruire. Deve stare lì fuori; non essere un’affermazione del modo consueto di fare edifici, perché, se lo fosse, scomparirebbe dentro l’edificio. Deve essere un’alternativa critica che con la sua stessa presenza pone interrogativi sul nostro mondo» (5).
Forse è giunto il momento, dopo 15 anni di libertà creativa, di elaborare un bilancio su quanto e su cosa è stato prodotto, una lettura critica sulla realtà presente volta ad orientare, indirizzare o dare maggior senso alle scelte future. Anche se, bisogna considerare, esiste già un’attenzione nel mondo (pur non corrispondendo ancora ad una consapevolezza diffusa) rivolta a questioni che hanno una diversa concretezza. Si tratta di una serie d’importanti interventi e ricerche variamente orientate che vanno dalle problematiche di tipo tecnico/economico relative alla sostenibilità, a quelle di tipo sociale rivolte al recupero delle periferie o delle aree marginali attraverso lo studio sulla “residenza informale” o, anche, dei territori resi critici a seguito dei conflitti tramite le attività delle associazioni umanitarie.

Il progetto che questo mese «hortus» presenta riguarda un’opera di Bernard Tschumi, Factory 798 a Beijing (2003-), presentato alla Biennale di Architettura di Venezia nel 2004, che come quasi tutti i lavori dell’architetto svizzero mescolano la teoria alla pratica, ovvero “mettono a confronto la teoria con la cultura e la produzione”. Questo progetto in particolare ripropone e riattualizza (dando ad esso un alone di diversa concretezza) un filone utopico delle esperienze “radicali” degli anni Sessanta, chiamando in causa, Constant e, soprattutto, Yona Friedman.

MC
Gennaio 2009

Note
(1) Vittorio Gregotti, Contro la fine dell’architettura, Einaudi, Torino, 2008, p. 95.
(2) Ibidem, p. 6
(3) Ibidem, p. 7.
(4) Cfr. intervista di Hanno Rauterberg a Rem Koolhaas in: «Il Magazine dell’Architettura», supplemento de «Il Giornale dell’Architettura» n. 15, dicembre 2008.
(5) Aaron Betsky, Interrogativi sull’architettura: meditazioni sullo spettacolo lì fuori, catalogo della 11. Mostra Internazionale di Architettura, Venezia 2008, pp. 15-16.
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

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Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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