L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Architettura in movimento. Editoriale Novembre 2008 PDF

Architettura in movimento

L’architettura in movimento a cui fa riferimento il titolo è quella che, secondo una tendenza che ha cominciato a prendere forma soprattutto in quest’ultimo decennio, utilizza come elemento base del progetto il container; imponendo ad esso un diverso uso, una differente finalità di tipo artistico o abitativo, liberandolo dalla spesso infruttuosa attesa -nelle banchine dei porti accatastato in bell’ordine a formare altissime colonne- di essere avviato nelle più lontane destinazione nel Mondo.
Il primo contenitore multiuso di questo genere, adatto per essere utilizzato nei vari tipi di trasporto di merci nasce negli USA, nel 1956. L'idea originale si fa abitualmente risalire ad un imprenditore americano nel campo dei trasporti, Malcolm McLean.
La comodità di questa attrezzatura, che consente di stipare al suo interno e trasportare una notevole quantità di merci senza doverle far giungere a destinazione singolarmente risulterà subito evidente. Il container offre, altresì, il vantaggio di un minor danneggiamento del carico, di migliori operazioni logistiche e della maggiore velocità d’imbarco e sbarco. La funzionalità di tale soluzione ha avuto, di conseguenza, fin dagli anni Sessanta una vasta adesione nel campo del trasporto marittimo e negli scambi tra America, Europa e Asia.
Sono nati così gli standard che si conoscono, ossia il container ISO (International Organization for Standardization) classico da 20 o da 40 piedi (pari a cm. 610 e cm. 1220). Si tratta di un parallelepipedo di metallo le cui misure sono state stabilite in sede internazionale nel 1967: una larghezza comune di 8 piedi (cm. 244) e un’altezza comune di 8 piedi e 6 pollici (cm. 259). Il container ISO classico presenta le superfici laterali piene e una chiusura posteriore con due battenti facilmente sigillabili per evitare effrazioni.

La misura di questo modulo oggetto, diventato un nuovo valore metrico accettato ovunque nel mondo, è ormai stato assunto come un primo punto fermo di un linguaggio universale. Tant’è che questo concetto è stato assunto da Anselm Kiefer nella famosa installazione, I Sette Palazzi Celesti, realizzata presso l’Hangar della Bicocca (aperta al pubblico nel settembre 2004). Così, pur avendo  come punto di riferimento il trattato del Sefer Hechalot (Il libro dei palazzi) e poi il numero 7 della filosofia gnostica, che ha significato cosmogonico di “materia generante”, egli dà forma in senso materiale alle sette torri attraverso la sovrapposizione - in un babelico squilibrio visivo - di 85 setti angolari portanti in cemento armato usando il container come cassaforma e mutuandone quindi le misure. 

Il container è soggetto all’intensità dei traffici e, quindi, al benessere dell’economia mondiale. Può accadere che in periodi di crisi questi contenitori rimangano inutilizzati per lungo tempo. L’esigenza di ammortizzare i costi dell’affitto dell’area della banchina, è stata l’iniziale spinta a ricercare un uso alternativo del container.
In questo modo, nel corso degli ultimi anni, the box è stato reinventato nell’uso, nell’immagine, in quello che rappresenta in sé e trasformato, ora in una struttura da adattare a residenza, ora in uno spazio per esposizioni e oggetto per installazioni d’arte. «Finalmente ci si accorge che un architetto non è solo un tecnico delle costruzioni», afferma Norm Shneider, «né una star che realizza edifici che diventano icone. Un architetto deve essere anche intelligente e creativo pianificatore urbano e un pioniere di nuovi concetti e strategie per un pianeta sovraffollato e dove riciclare le vecchie strutture è un dovere etico» (1).
E il sociologo inglese Ulrich Bech, che considera questo scatolone metallico l’icona del cosmopolitismo, lo scompartimento su cui viaggia in senso ideale e reale la globalizzazione (Che cos'è la globalizzazione. Rischi e prospettive della società planetaria, Carocci, Roma 2000), riguardo all’uso alternativo introdotto in questi ultimi anni, vede una positiva forma di sobrietà che si configura come un modo di pensare e di agire alternativo, “un tentativo di uscire dal dominio del mercato mondiale”.

All’inizio i container sono stati usati come ricoveri d’emergenza, dopo un terremoto, un’alluvione o come strutture pubbliche di servizio, come ostelli della gioventù o ospedali da campo. Poi, è apparso, quasi naturale la scelta operata da molti progettisti di utilizzare il container come un ready-made, da modificare, manipolare in senso creativo, in base a due fondamentali esigenze, l’una rivolta all’attività residenziale, l’altra a quella espositiva.
Nel primo dei due casi di riuso del container come spazio abitativo, tra coloro che hanno contribuito a farlo assurgere a tema di ricerca architettonica, bisogna ricordare, Wes Jones & Partners (Instrumental form. Design for words, buildings, machines, Princeton Architectural Press, 1988). Il quale, prendendo spunto dal progetto di Buckminster Fuller, Dymaxion, realizza un progetto denominato High Tech Cabins (2), esasperandone formalmente la proposta. Il percorso di Wes, in questo caso, è più vicino a quel filone della tradizione americana che tende a utilizzare in maniera fantasiosa e imprevedibile gli elementi della produzione in serie.
A Londra, è stato realizzato da Nicholas Lacey and Partners, nel 2006, un condominio a basso costo per giovani artisti, denominato Container City. L’intervento è stato promosso dall’Urban Space Management. L’idea alla base del progetto, situato in una zona periferica dell’area metropolitana inglese, l’East Indian Dock, è stata quella di recuperare delle componenti di natura industriale a basso costo e di studiare per esse delle soluzioni d’impiego innovative; utilizzando un sistema a ballatoi e scale che collega i vari piani e unisce i diversi blocchi tra loro.
A New York, lo studio LOT/EK, di Ada Tolla e Giuseppe Lignano, impiega il container per progetti di diverso genere, rivolti sia all’uso domestico, che a manifestazioni d’arte. Tra questi si segnalano i progetti per la Bohen Foundation e la manifestazione Art Basel Miami Beach (LOT/EK. Urban Scan, Princeton Architectural Press, 2002) e (H. Urbach, R. Kronenberg, A. Betsky, LOT/EK. Mobile. Dwelling Unit, Distributed Art Publishers, 2003).
Ancora, su questo duplice tema residenziale/artistico, è da segnalare la ricerca dell’Atelier van Lieshout in cui il container ha un ruolo primario.
Joep van Lieshout, nella sua vasta e molteplice produzione, insieme a coloro che con lui collaborano nel suo Atelier, ha realizzato stanze, case, studi, barche, quartieri, città con l’idea di creare spazi come luoghi dell’esperienza e con l’intenzione umanistica di rimettere l’uomo al centro dell’universo. Il carattere peculiare di tale ricerca è quello di stimolare la mente, i sensi e l’emotività più profonda. E questo, come afferma l’artista olandese, si pone in contrapposizione all’evoluzione urbanistica che si sta sviluppando sul modello della città diffusa o, come in S, M, L, XL, Rem Koolhaas definisce la Generic City. In tale città, composta di giganteschi agglomerati urbani, privi di storia e di radici, caratterizzati da identità variabili in continua trasformazione, “ugualmente eccitante o noiosa indistintamente in ogni punto [...] superficiale come uno studio di Hollywood che può produrre una nuova identità ogni lunedì mattina”, gli artisti invece inventano e costruiscono spazi dall’identità precisa, definita, inconfondibile in cui riconoscersi.
La sua maniera di opporsi a questa concezione è rappresentata dalla creazione di una sorta di stato autonomo l’AVL-Ville, (un po’ sul modello della Farm di Andy Warhol), inaugurato nel 2001 e sistemato in un dock del porto di Rotterdam, la cui area ha un’estensione pari ad alcuni campi di baseball. Questa circoscritta realtà urbana, corrisponde al luogo dove vivono e lavorano i componenti dell’Atelier van Lieshout: circa 30 fra artisti, designers, architetti, falegnami e consulenti. Al suo interno opera un’azienda, The Pioner Set, che coltiva prodotti biologici e c’è un club dove sono cucinati i cibi per i residenti e per gli ospiti. Gli artisti che lavorano in AVL-Ville, vivono in containers e case mobili che non debbono rispettare regole specifiche per la loro disposizione nello spazio in quanto nella concezione di Van Lieshout anche l’architettura deve avere la stessa libertà di posizionarsi di un oggetto. «Non mi piace che le mie strutture abbiano una tendenza al radicamento», afferma l’artista in un’intervista, «in quanto ciò significherebbe renderle toppo statiche. L’architettura dovrebbe essere dinamica, in modo che la comunità possa essere flessibile, muovendosi attorno ad essa. Nell’azienda, le piante e gli alberi stessi dovrebbero poter essere mobili, in modo da spostarli e sistemarli ovunque. La filosofia di AVL-Ville è quella di non avere né radici, né fondamenta» (3).
Infine, sul versante questa volta totalmente rivolto all’arte, l’attività di ContainerArt a cura di Ronald Lewis Facchinetti, che è quella di organizzare manifestazioni itineranti di arte contemporanea e d’avanguardia in Italia e all’estero. Si tratta, di dipinti, video-opere installazioni e sculture degli artisti più innovativi sulla scena nazionale e internazionale.
Tale modo di mettere in comunicazione l’arte con il pubblico si muove da una considerazione che proviene dall’osservazione dalla realtà: il contesto ha ormai acquistato un’importanza centrale nella maniera di presentare un prodotto, non importa se commerciale o artistico, per cui basta cambiare contesto per dare ad esso nuovo vigore. Decine di containers sono, così, sistemati nelle piazze, nelle strade e nei parchi delle città, per stimolare il dialogo e la contemplazione dell’arte; vengono prodotti eventi, feste e incontri con gli artisti ed, anche, installazioni interattive che collegano l’utente con il mondo.
La visione di Facchinetti si basa sulla sua convinzione che l’idea di opera d’arte sia ormai tramontata, «L’avanguardia non appartiene più alle opere o a coloro che le producono, ma ai fruitori. Per un fruitore d’avanguardia, l’opera è solo un mezzo per arrivare a un fine: uno strumento per avere esperienza del bello che è sepolto sotto le proprie nevrosi. A ognuno il compito di trovare la propria opera da affrontare a seconda delle sovrastrutture di cui è vittima» (4). Egli ritiene, altresì, che la stagione del museo sia terminata perché hanno perduto la loro funzione pubblica di diffusione dell’arte. «ContainerArt è un enorme esperimento di museologia per trovare spunti per la creazione del prossimo museo d’arte contemporanea. Nel mio libro Beauty Inside i risultati di questi esperimenti sono riportati a beneficio di chi è interessato a costruire un museo d’arte contemporanea che richiede il nostro tempo» (5).

Questo mese saranno presentati su «hortus» due differenti modi d’impiegare il container per realizzare delle opere architettura. La prima è di MVRDV, che ipotizza nel porto di Rotterdam una Container City, fatta di 3500 box, come sede di diverse attività. La seconda è di Shigeru Ban che realizza a New York, a Santa Monica (Los Angeles) e a Tokyo tre diverse versioni del Nomadic Museum.

MC
Novembre 2008

Note
(1) Norm Schneider, è professore di Urban Studies alla San Francisco State University. Per la sua affermazione, cfr. «L’Espresso» del 3 aprile 2008.
(2) I clienti di questa casa, denominata High Tech Cabins, è una coppia di professori di Stanford. Il progetto usa come modulo base il container ISO da 20 piedi, di cui sono usati 20 moduli. L’interesse del progetto sta nel criterio adottato per assemblarli e il costo contenuto della costruzione.
(3) Da un’intervista su «Artforum» di Jennifer Allen a Joep van Lieshout, aplile 2001.
(4) Da un’intervista su «Alphabet City» di Daniele Federico, a Ronald Lewis Facchinetti il 19/10/2008.
(5) Ivi.

 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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