L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Centro di Arte Contemporanea Zamek Ujazdowski
Eredità del cemento. Quartiere radioattivo è una mostra, curata da Ewa Gorz?dek e Stach Szab?owksi, che è stata presentata nel 2006 presso il Centro di Arte Contemporanea Zamek Ujazdowski, una delle istituzioni culturali polacche invitate al progetto Transfert Gallerie Polacche a Roma. Zamek Ujazdowski è una delle istituzioni culturali più dinamiche tra quelle che agiscono in Polonia, è si è tra l’altro distinta per i suoi progetti innovativi e interessanti. Per questo motivo abbiamo deciso di presentare il Centro con una mostra tematica già pronta (in una versione modificata).
Il Centro di Arte Contemporanea Zamek Ujazdowski (CSW) è nato nel 1985. Si trova nel centro di Varsavia, nel castello barocco Ujazdowski, ricostruito dopo la guerra. Dal 1990 il direttore del centro è Wojciech Krukowski, storico dell’arte e regista del leggendario gruppo di performer Akademia Ruchu, attivo dall’inizio degli anni Settanta a oggi. È stato grazie all’apertura mentale e alle ricerche di Wojciech Krukowski che lo Zamek Ujazdowski è diventato un luogo sia di presentazione e documentazione che di creazione di nuovi fenomeni dell’arte contemporanea in tutte le sue manifestazioni.
L’essenza del programma del Centro è mostrare le variegate discipline dell’arte contemoranea nel loro processo di trasformazione, nel momento in cui reagiscono agli attuali fenomeni culturali del mondo contemporaneo. Il Centro presenta le opere di artisti polacchi di fama mondiale (come Pawe? Althamer, Katarzyna Kozyra, Wilhelm Sasnal, Monika Sosnowska, Artur ?mijewski) e stranieri (come Christian Boltansky, Shirin Neshat, Nan Goldin, Henry Darger, Andres Serrano, Darren Almond). È allo stesso tempo un luogo in cui si dedica molta attenzione alle ricerche dei giovani artisti, presentando sia una scelta dei lavori di diploma di studenti delle accademie d’arte sia mostre e azioni di artisti ancora sconosciuti al vasto pubblico. È inoltre un’istituzione che conduce ricerche dedicate all’arte polacca del XX secolo. Questo attivismo è possibile grazie all’eccezionale équipe dello Zamek. Oltre al direttore, del programma si occupano curatori di grande competenza, i cui campi di interesse sono diversificati e precisi; inoltre spesso sono invitati a collaborare curatori e critici esterni. La specificità del Centro è anche la produzione di opere e di eventi artistici nello spazio pubblico della città come ad esempio Panchine di Jany Holzer, Saluti da Aleje Jerozolimskie di Joanna Rajkowska o Puszczyka 20a di Maciej Kurak.
Oltre all’attività espositiva e di ricerca il centro si occupa di documentare l’opera degli artisti polacchi contemporanei e della vita artistica nel nostro Paese. Dispone di database informatici, raccolte archivistiche, un archivio fotografico, una vasta videoteca (che comprende film sull’arte, film d’autore animati, video art, classici del cinema di finzione), una biblioteca e un settore editoriale che pubblica, tra l’altro, l’influente rivista d’arte Obieg. Il programma del CSW si compone anche di spettacoli teatrali, concerti, proiezioni filmiche, esposizioni e presentazioni, incontri con gli autori, conferenze, seminari, laboratori creativi ed educativi. Lo Zamek Ujazdowski è in contatto con molti centri artistici nel mondo. Da qualche anno è in funzione il programma Artists-in-Residence, che permette agli artisti di effettuare soggiorni di scambio internazionali.
Nel 2002 nei rinnovati locali dello Zamek Ujazdowski è stata aperta la prima sala espositiva della Collezione Internazionale di Arte Contemporanea. Negli anni successivi sono stati esposti i nuovi quadri della Collezione dello Zamek, che presenta gradualmente le collezioni dell’arte più recente. Questa edizione della Collezione è quasi interamente il risultato di mostre realizzate dal 1990, quasi 600, e dunque in un certo senso la mostra è anche un’interpretazione del punto di vista qui assunto in merito a tendenze, posizioni e pratiche nel campo dell’arte contemporanea. Negli ultimi anni la Collezione si è arricchita di qualche decina di oggetti d’arte provenienti da acquisizioni, doni degli artisti che espongono per il CSW e depositi. Particolarmente importante nel completare l’esposizione della Collezione sono le opere di valore acquistate
dalla municipalità di Varsavia; è un’iniziativa che stimola la vita artistica e l’educazione alla cultura. La Collezione del CSW è un’esposizione dinamica, pronta anche ad accogliere gli stimoli dei fenomeni più attuali della vita artistica. Rivestono inoltre un ruolo importante nel programma del Centro l’attività educativa, l’aspirazione a rivitalizzare gli ambienti dei fruitori di arte, l’attiva mediazione nella trasmissione al pubblico delle idee artistiche contemporanee. Un terreno a parte nell’attività del Centro è rappresentato dai diversi programmi educativi realizzati su commissione di scuole e università, ma anche indirizzate a un largo pubblico. Nello Zamek si trova il cinema Kino LAB, che conduce un regolare programma di film d’essai, organizza cicli di presentazioni speciali, festival internazionali e una rassegna estiva di cinema.

Ania Jagiello


Prefabbricazione, preoccupazione, predizione.
Il 30% delle abitazioni polacche è costituita da edifici realizzati con la tecnica della prefabbricazione. Si calcola che in essi vivano a tutt’oggi oltre 10 milioni di persone – quasi un terzo della popolazione polacca. Sulla base di una semplice statistica si può dunque calcolare il numero degli artisti polacchi che sono cresciuti in questo tipo di edifici e il numero dei fruitori d’arte che sono cresciuti in mezzo a questi formicai di cemento.
Che l’artista si richiami al proprio luogo d’origine non è un fatto inconsueto. La mentalità, la visione del mondo e la sensibilità di una persona che ha passato la propria infanzia in mezzo ai caseggiati a blocco dell’edilizia prefabbricata si sviluppano in modo diverso rispetto a chi è nato in campagna. L’insediamento abitativo di edifici prefabbricati è tuttavia un luogo particolare in cui crescere, perché se da una parte esso aveva il compito di modellare in modo “programmatico” le menti dei suoi abitanti, dall’altra, quando dopo la II guerra mondiale la sua concezione fu modificata, ebbe sempre meno da offrire, abbandonando “a sé stessi” i suoi abitanti in condizioni abbastanza disagiate. La realizzazione del concetto di insediamento abitativo costituito da edifici prefabbricati ha cambiato l’urbanistica moderna; da quando ha cominciato a fare la sua comparsa, è finita una volta per tutte l’idea ottocentesca di città, ed esso ha dato inizio a un’organizzazione dello spazio completamente diversa, che va di pari passo con un nuovo modo di vivere.
Da che cosa è caratterizzato questo tipo di insediamento? Perché esso ha avuto un effetto non solo sul comfort delle abitazioni, ma anche sulla mentalità delle persone? Sulla loro percezione del mondo? Per rispondere a questa domanda, bisogna tornare indietro nel tempo al momento della nascita di questa idea di insediamento abitativo, un concetto che doveva riorganizzare da zero la società, infondere in essa nuovi impulsi, e soffocarne altri. I caseggiati prefabbricati dovevano diventare non solo un luogo dove abitare, ma anche una zona dove sarebbe dovuta nascere una comunità in cui le divisioni di classe non sarebbero ormai state più visibili. Insieme ai caseggiati a blocco era stato progettato un programma sociale, poiché l’insediamento abitativo non poteva esistere (in linea di principio) senza le infrastrutture legate ai servizi e al commercio, senza una casa della cultura, senza una scuola. Queste cose dovevano svolgere una funzione soprattutto pratica, ma anche di coesione degli abitanti, favorire i contatti tra di loro, in un certo senso organizzare loro la vita.
Come è avvenuto il passaggio tra la vita cittadina e quella degli insediamenti abitativi di edifici prefabbricati? In che cosa consiste questo passaggio? Quando comparvero i primi esempi di tali insediamenti, importanti zone delle città avrebbero dovuto essere divise in unità (teoricamente) autosufficienti, progettate in modo che gli abitanti non avrebbero dovuto allontanarsene troppo spesso (non contando naturalmente le uscite per recarsi sul luogo di lavoro). La scuola, l’ambulatorio, il padiglione commerciale – tutto doveva essere sul posto. In definitiva, sulla moderna urbanistica aveva la meglio una delle idee base di questo tipo di insediamenti di edilizia prefabbricata – la separazione delle persone dal traffico su ruote. La strada perdeva il suo secolare ruolo di fulcro cittadino, venendo bandita al di fuori dello spazio abitativo, per servire esclusivamente al trasporto, agli spostamenti veloci. La vita cittadina si trasformò da vita sulle strade a vita nei giardinetti e dietro i padiglioni commerciali. Le persone si ritrovarono de facto separate dalla città, “rinchiusi” tra i caseggiati prefabbricati. È forse significativo il fatto che, indipendentemente da dove era situato l’insediamento abitativo, i suoi abitanti erano soliti dire che gli acquisti li si andava a fare “in città”.
Allo stesso tempo bisogna riconoscere che, se non fosse stato inventato questo tipo di insediamento, si sarebbe dovuto trovare qualcos’altro; la città moderna successiva alla rivoluzione industriale era diventata inadeguata, e senza un grosso cambiamento urbanistico non avrebbe retto all’enorme afflusso delle masse.
Tutte le concezioni caratteristiche di questi insediamenti di prefabbricati erano nate dalla mente di architetti e urbanisti già all’inizio del XX secolo; sarebbero dovuti venire in soccorso delle città che, in gran parte danneggiate alla fine della I guerra mondiale, erano diventate anche la meta di emigrazione di un gran numero di persone che prima abitavano in provincia. Questo problema riguardava tanto la Polonia quanto la Germania o l’Olanda. Fu allora che si portò a compimento l’ideazione dell’insediamento abitativo, che non aveva ancora molto in comune con i caseggiati a blocco degli anni Settanta.
Riflettendo sulla cultura che da essi nacque, vale la pena di segnalare alcune differenze concettuali. L’insediamento abitativo dell’edilizia prefabbricata, come idea di soluzione urbanistico-sociale non presupponeva la costruzione di moloch di migliaia di abitazioni, al contrario, i primi esempi si componevano di edifici bassi, di pochi piani, raccolti. Oggi si costruiscono ancora insediamenti abitativi, il passaggio dal XX al XXI secolo ha aggiunto a questa concezione solo una novità (e ciò praticamente solo in Polonia): oggi la zona viene recintata, cioè la si isola ancora di più dal tessuto urbano.
Allo stesso modo il concetto di “caseggiato a blocco” non indica esclusivamente l’edificio multipiano a più pannelli prefabbricati. Si può definire “blocco” ogni edificio abitativo che non sia situato sulla facciata del lato di una strada. È ugualmente difficile associare la definizione “formicaio” solo ai grandi caseggiati a blocco dell’epoca della pianificazione economica, perché se ne costruiscono anche oggi. Uno stabile di lusso può assumere la forma di un colosso con varie decine di piani, migliaia di appartamenti e corridoi che si estendono all’infinito. E spesso è realizzato nello stesso modo approssimativo degli edifici a blocco degli anni Settanta. Il solo termine che forse non solleva dubbi e risulta intelligibile è “edificio a pannelli prefabbricati”, una tecnologia adottata per la prima volta in Polonia nel 1957, il cui utilizzo è definitivamente cessato alla fine degli anni Ottanta. Essa si rivelò il più grande alleato della propaganda della Repubblica Popolare Polacca, che combatteva la fame di alloggi. La massificazione dell’edilizia abitativa, l’averla portata a un livello prima irragiungibile, e cioè, per dirla in modo chiaro, la possibilità di “stipare” in breve tempo migliaia di persone in grandi insediamenti abitativi, dal punto di vista propagandistico era altamente redditizio. E tutto il resto non aveva più importanza. Quando la “rapidità” divenne decisiva, fu mandata nel dimenticatoio l’idea sociale dell’insediamento – che richiedeva maggiori attenzioni. Il suo travisamento definitivo si verificò nel momento in cui fu oltrepassata la “misura d’uomo”, perché da una parte gli abitanti erano diventati così numerosi da rendere difficile venire incontro alle loro esigenze; dall’altra parte, il risparmio introdotto a ogni piè sospinto e messo al primo posto nel piano dei costi di costruzione eliminò ogni connotazione sociale. La mostra L’eredità del cemento, che aveva l’obiettivo di far vedere quanto le menti dei polacchi fossero state plasmate dalla vita nei caseggiati a blocco dell’edilizia prefabbricata, evidenzia qualcosa di sorprendente: oggi la forma più stimolante e affascinante è proprio quella dell’insediamento abitativo – la forma monotona dei caseggiati, le ritmiche file di finestre e i pannelli di elevazione, i padiglioni commerciali identici in ogni angolo della Polonia, le aree giochi, i giardinetti, le panchine. Queste si sono rivelate le cose che maggiormente si associano a tali zone.
È un peccato, perché oggi abbiamo una rara occasione di portare avanti delle riflessioni sul tema. Da una parte, è evidente che l’edificio a componenti prefabbricate non è assolutamente in grado di adattarsi alle condizioni dell’economia di libero mercato: non ha valore sul mercato immobiliare, non è in grado oggi di corrispondere alle aspettative dei propri abitanti.
Dall’altra parte, che cosa riceviamo in cambio? Delle oasi recintate, sorvegliate, completamente separate – un ghetto, composto di quartieri recinati, nei quali l’idea dell’autosufficienza è stata rimpiazzata dal liscio tragitto che dal parking sotterraneo va direttamente al centro commerciale. Ciò che i caseggiati a blocco hanno iniziato a distruggere – cioè la tranquilità e l’integrità della città – è stato portato alle estreme conseguenze dai moderni quartieri ultrasorvegliati. Nel contesto della mostra dedicata all’“eredità del cemento” manca soprattutto uno sguardo sull’evoluzione dell’insediamento abitativo – criticando l’edilizia prefabbricata non ci si dovrebbe dimenticare della direzione che ha preso oggi l’edilizia abitativa, vale a dire ciò con cui ognuno, artista o fruitore, ha contatti quotidiani.
Perché sono piuttosto preoccupanti le visioni che nascono nel momento in cui si prova a immaginare l’arte tra 30 anni, cioè quella che farà riferimento all’“eredità recintata”.
Nei lavori raccolti per la mostra si fa sentire una nota quasi falsa, perché da un lato gli artisti in qualche modo ammettono di provenire dai caseggiati a blocco (o di avere altri legami con essi) ma la maggior parte di loro oggi se ne tiene alla larga, osservandoli dall’esterno, senza emozioni (esempi contrari sono davvero pochi). Per l’insediamento abitativo di prefabbricati oggi la maggior parte di loro ha un attaccamento sentimentale, soprattutto in quanto pretesto per giocare con la forma. I caseggiati a blocco, le zone, i cortili, si trovano nello stesso “cassetto della memoria” in cui troviamo la Fiat 126p e lo zucchero filato. Perché oggi ormai nessuno va a vivere lí di proposito – possiamo dunque giocare con queste forme come con un villagio-museo.
Il gioco con la forma, il fascino di una forma monotona e opprimente, le gite sentimentali e senza impegno per rivedere i “blocchi”, questo è il motivo principale della mostra. Eppure l’eredità modernista – cioè soprattutto proprio l’idea dell’insediamento abitativo di edifici prefabbricati – rimarrà ancora a lungo nell’urbanistica. Perché accade con lei quello che accade con la democrazia: non è l’ideale, ma nessuno ha inventato qualcosa di meglio. Oggi questa idea è soggetta a una trasformazione, davanti ai nostri occhi si compie un’evoluzione (domanda: ma nella direzione giusta?). E, cosa più importante, la concezione del moderno insediamento abitativo ha ancora la possibilità di plasmare la sensibilità e la mentalità dei suoi abitanti. Perché io non credo che una vita recintata (la separazione volontaria dalla città) non provochi alcun effetto sulla coscienza delle persone che vi sono cresciute.
D’altra patre bisogna dirsi chiaramente che l’edificio a pannelli prefabbricati non scompare. La Germania può permettersi di demolire almeno una parte degli agglomerati di prefabbricati, perché i cittadini più abbienti li hanno semplicemente abbandonati. In Polonia non c’è un posto dove trasferire le 10 milioni di persone che oggi abitano nei caseggiati risalenti agli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Da qualche anno si parla molto di rivitalizzare questi insediamenti abitativi, della necessità di trovare per essi un nuovo assetto che si contrapponga al loro declino. Per ora non si è inventato granché, al di fuori della ritinteggiatura degli edifici in colori pastello (il modo più semplice di reagire al grigiore). Non è forse questo l’ambito in cui far scatenare la fantasia? Come si è già detto all’inizio, la conclusione che i caseggiati a blocco abbiano influenzato i Polacchi è banale ed evidente, lo si può dedurre dai principali dati statistici. Ma siamo in grado, sulla base
di questi ricordi, esperienze e osservazioni effettuate nel corso degli anni, di costruire un qualche nuovo paradigma, di progettare uno scenario per il futuro? Ci sono almeno alcune possibili varianti.
La panchina esposta alla mostra del centro di Arte Contemporanea, di quelle che si trovano tra i caseggiati a blocco, circondata da rifiuti sparpagliati e vuoti di birra, può essere trattata come una profezia. Perché già da qualche tempo si annuncia il declino dell’insediamento prefabbricato, destinato a trasformarsi in slum. La logica vorrebbe che alla fine i caseggiati a blocco siano abbandonati da tutti coloro che ne hanno i mezzi, e che restino solo coloro che se la passano peggio – spesso per propria scelta. I tedeschi, più abbienti dei polacchi, hanno semplicemente abbandonato i caseggiati popolari di Berlino e di Lipsia; oggi migliaia di quelle abitazioni sono deserte. A Varsavia, ?ód? e Danzica tra qualche decina d’anni in quelle zone sorgeranno dei ghetti, dei luoghi di crimine, i più tipici bassifondi, è un fosco scenario predetto da una grande quantità di studiosi.
Forse il modo più semplice di risolvere i problemi tecnici e sociali legati a questo tipo di edilizia sarebbe radere al suolo questi moloch. Se si riuscisse a trovare degli appartamenti sostitutivi per gli abitanti di questi edifici, si manderebbero i bulldozer a raderli al suolo. Szymon Kobylarz a una mostra ha bruciato il modellino della Superjednostka di Katowice, una delle manifestazioni più spettacolari dell’edilizia a componenti prefabbricate. Molte persone si rallegrerebbero se si facesse altrettanto con gli altri caseggiati a blocco. Guardando tuttavia all’infittirsi delle costruzioni nei nuovi insediamenti abitativi è facile prevedere che nelle case che sorgerebbero al posto delle vecchie non ci sarebbe più posto per il verde, i giardinetti e le aree di gioco. Le normative sono cambiate e, in considerazione della fame di alloggi e dei prezzi che oggi hanno raggiunto i terreni edificabili, gli edifici sono collocati a distanze tra loro molto minori rispetto agli anni Settanta; paradossalmente oggi si bada ancora meno al comfort “extra-domestico” degli abitanti. Non è dunque escluso che se si riuscisse a demolire i vecchi caseggiati, dopo la costruzione dei nuovi insediamenti si ricorderebbero con commozione i vecchi prefabbricati. Entrambi gli scenari sembrano molto più probabili delle visioni ottimistiche. È difficile scommettere che scoppierà una nuova moda per il prefabbricato. L’album di cartoline della Repubblica Popolare Polacca, che Miko?aj D?ugosz ha accuratamente raccolto, oggi suscita ammirazione. Le vedute con le migliori realizzazioni dell’edilizia prefabbricata di Radom o Bydgoszcz, con gli scintillanti padiglioni commerciali o le scuole del futuro millennio, oggi suscitano un sorriso nostalgico; ma se, sull’onda della moda per il design della Repubblica Popolare Polacca, risultasse che quest’ultimo ha un aspetto migliore in una cucina senza finestre al decimo piano? Se risultasse che all’uomo è necessario il contatto con gli altri, e che questo è garantito meglio dall’acustica di un pannello prefabbricato? Se diventasse di buon gusto fare un giro con il cane tra i giardinetti di infiniti caseggiati a blocco? E se diventasse chiaro che crescere i bambini in cortili e aree giochi accessibili è meglio che segregarli in una piazzetta asfaltata dietro alla recinzione di un nuovo palazzone?
La realizzazione di queste previsioni è sicuramente il sogno di tutti coloro che oggi elaborano metodi di rivitalizzazione degli insediamenti abitativi dell’ediliza prefabbricata. Perché portarli a uno stato per i loro abitanti accettabile sarebbe di certo più facile ed efficace se ciò si legasse a una crescita di interesse nei loro confronti.
Avrebbe allora la possibilità di realizzarsi la visione di Jaros?aw Kozakiewicz, nella quale una fitta vegetazione ricopriva gli insediamenti ad alta quota di Za ?elazn? Bram?? Forse l’edera, arrampicandosi sui grigi rivestimenti, livellerebbe la scala inumana di questi edifici? Forse sarebbe più efficace nel renderli esteticamente a noi più vicini di quanto non faccia la tinta rosa e gialla con cui oggi essi vengono dipinti?
I polacchi sono forse molto sentimentali, idealizzano il passato e amano i ricordi malinconici. Oggi forse si pensa ai “blocchi” in questo modo, a condizione però di non abitarci.

Anna Cymer

Quartiere radioattivo

Cemento, cemento
Casa, casa
Ascensore, casa
Casa, cemento
Parete, cemento
Cemento, casa
Negozio, cemento
Lavoro, casa
Quartiere radioattivo!
Cemento, casa
Giorno, cemento
Lavoro, cemento
Casa, casa
Ascensore, negozio
Cemento, casa
Balcone, cemento
Casa, casa
Quartiere radioattivo!

Brygada Kryzys, Quartiere radioattivo, 1982
(il brano è sull’album Brygada Kryzys, noto come “disco nero”)

Quando nel 1982 il complesso Brygada Kryzys incise la canzone Quartiere radioattivo, in Polonia c’era già la legge marziale. Il famoso “disco nero” in cui si trovava la canzone fu pubblicato, ma le autorità ordinarono che l’intera tiratura fosse mandata al macero. Il tentativo di zittire la musica del gruppo si rivelò naturalmente fallimentare; come insegna Bulgakov, “i manoscritti non bruciano”. La quantità di esemplari del disco che si salvò fu sufficiente a farlo diventare l’incisione più importante nella storia del punk e della new wave polacche.
Quando nel 1982 Brygada Kryzys cantava di un “quartiere radioattivo”, la maggior parte dei caseggiati a blocco intensivo che in Polonia dovevano essere stati costruiti era già stata edificata. Il paesaggio delle città polacche era stato definito dagli insediamenti urbani di edifici prefabbricati. La definizione del paesaggio andava di pari passo con la definizione dello stile di vita, che per milioni di polacchi si intrecciava con la vita nei caseggiati popolari prefabbricati.
L’intreccio del cemento con la coscienza e la fantasia è il tema di L’eredità del cemento, il progetto dedicato a una delle più gravi conseguenze delle idee architettoniche del Movimento Moderno, e cioè il fenomeno dell’insediamento abitativo di edifici prefabbricati. La mostra si concentra sul “caso” polacco. Quelle che vengono presentate sono le reazioni artistiche e le interpretazioni dell’eredità di cemento dei caseggiati a blocco, ma l’obiettivo della mostra è anche mostrare le conseguenze sociali, culturali, estetiche, urbanistiche e finanche esistenziali del fatto che una enorme porzione della popolazione polacca sia cresciuta e abbia vissuto in questi insediamenti urbani, che erano il riflesso delle utopie modernistiche. Gli insediamenti, gli isolati a blocco e gli edifici prefabbricati sono la cornice che ancora in larga misura determina le condizioni di vita, e dunque, come direbbe un classico, anche la coscienza di milioni di polacchi.
Il termine “blocco”, usato in un contesto architettonico, non ha una connotazione negativa, ma i polacchi così chiamano correntemente gli edifici costruiti con pannelli prefabbricati. Gli esperimenti con l’edilizia prefabbricata sono un retaggio del Movimento Moderno dell’epoca tra le due guerre, tuttavia in Polonia furono introdotti su larga scala nella seconda metà degli anni Cinquanta del XX secolo. L’Unione Sovietica importava queste tecnologie dall’Occidente e le riesportava nei paesi satelliti.
Negli anni Sessanta in Polonia si sperimentarono alcune soluzioni in concorrenza tra loro; il paese divenne il poligono di prova di diverse tecnologie di edilizia prefabbricata. All’inizio degli anni Settanta in tutta la Polonia si affermò nettamente il sistema W-70, in seguito più volte modernizzato. Negli anni Settanta anche l’edilizia abitativa conobbe un grande risveglio. Si arrivò come conseguenza a un’omogeneizzazione sempre più marcata del paesaggio urbano. Praticamente in ogni angolo del paese si possono incontrare gli stessi insediamenti urbani; passando da un’estremità all’altra della Polonia si possono trovare appartamenti identici con un’identica vista fuori dalla finestra. Enormi masse di persone ancora oggi condividono la stessa esperienza dello spaziosia privato che pubblico.
Il fondamento teorico dell’eredità di cemento del caseggiato a blocco resta l’idea modernista, soprattutto le teorie formulate da Le Corbusier, l’architetto chiamato “padre del Movimento Moderno” ma anche “Lenin dell’architettura”. Nei paesi comunisti l’architettura modernista è stata filtrata da specifiche condizioni economiche, politiche e sociali. Nei paesi come la Polonia l’idea corbusieriana di casa come funzionale “macchina abitativa” ha trovato una realizzazione ambigua: l’utopia modernista si è realizzata su vasta scala, ma allo stesso tempo è stata soggetta a un’accentuata deformazione, talvolta addirittura patologica.
La teoria modernista e la pratica edilizia dei paesi del Blocco Orientale sono legate tra loro, ma non in un rapporto di semplice causa-effetto. Nella Polonia comunista ci si richiamava spesso a Le Corbusier, ma con il passare del tempo questi richiami assumevano sempre più il carattere di un alibi per chi prendeva le decisioni; la teoria corbusieriana fu spietatamente banalizzata e semplificata. Negli anni Cinquanta e Sessanta in Polonia le decisioni riguardanti le soluzioni nell’ambito dell’edilizia abitativa di massa furono prese a livello politico, al di fuori dell’ambiente dell’architettura. La tendenza a escludere gli architetti dalla discussione si rifletté nella legislazione, che andava in direzione di una progressiva eliminazione del processo di progettazione architettonica nella pianificazione dei grandi complessi abitativi. Gli architetti coinvolti nella pianificazione degli isolati a blocco subivano interdizioni e il loro campo di manovra era limitato. Le eccezioni confermavano la regola: a queste eccezioni si associa il nome dell’architetta e urbanista Halina Skibniewska, autrice degli insediamenti abitativi di Sady ?oliborskie e Szwole?erów a Varsavia, le cui soluzioni estetiche e funzionali sono valide ancora oggi. Skibniewska era tuttavia una deputata, che in seguito ricoprí anche la carica di vicemaresciallo del Sejm (la Camera bassa del parlamento polacco); difficile trovare un altro architetto che avesse una così forte influenza politica. La maggior parte dei progettisti era frenata in partenza da principi che venivano dall’alto, stabiliti con la stessa esattezza delle misure di un modulo base dell’edilizia prefabbricata.
L’adozione del caseggiato a blocco intensivo come “soluzione finale” del problema abitativo in Polonia coincise con la fine degli slanci ideologici propri alla prima decade di dominio del comunismo in Europa centrale. Nella II metà degli anni Cinquanta, dopo la morte di Stalin, il dogmatismo fu rimpiazzato dal pragmatismo. Il mondo al di là della Cortina di Ferro entrò nella fase postideologica: il comunismo agiva sul piano della retorica, ma come progetto politico de facto era morto. Questo mutamento si rifletté anche nello spazio architettonico. Furono buttati via i progetti di città socialiste ideali, che avrebbero dovuto assolvere il ruolo di spazio in cui si praticava l’ingegneria sociale nella scenografia del fragoroso neoclassicismo dell’architettura del socialismo reale. Ora il regime si imbatteva in sfide più agevoli. Bisognava alloggiare milioni di persone – e in fretta. Nella Polonia del dopoguerra continuavano i fenomeni di industrializzazione violenta e urbanizzazione.
Le città, che erano relativamente piccole, erano state distrutte durante la guerra e con estrema difficoltà assorbivano le masse dei nuovi abitanti; il problema degli alloggi assunse proporzioni enormi. Gli uniformi insediamenti urbani di prefabbricati non erano né la migliore né la più economica soluzione del problema. Fu tuttavia una soluzione che si inscriveva nella filosofia politica dello Stato autoritario; la soluzione “ultima”, totale, che si prestava a essere presa e decretata a livello centrale, da cui l’intero paese era dettagliatamente governato. La Polonia comunista era il paese dello standard: tutti andavano sulle stesse automobili costruite su licenza dell’italiana Fiat, tutti cercavano di avere lo stesso modello di televisore sovietico, tutti guadagnavano allo stesso modo, cifre basse. Tutti infine dovevano condividere lo stesso spazio. Il funzionalismo modernista fu ridotto al programma minimo: i caseggiati a blocco furono pensati come un tipo di edilizia che risolvesse su scala massiccia i bisogni fondamentali – e niente di più.
Il rapporto della società polacca con l’idea e successivamente con la realizzazione degli edifici a blocco fu dinamico. Negli anni Sessanta, quando gli insediamenti di prefabbricati erano un grande progetto agli inizi, abitare in uno di questi edifici era un simbolo di modernizzazione ed effettivamente significava spesso un miglioramento della qualità della vita di persone che avevano alle spalle esperienze di vita in condizioni difficili e primitive.
Nel decennio successivo gli insediamenti abitativi composti di edifici a blocco prefabbricati divennero un fatto consueto; fu negli anni Settanta, che si realizzarono su scala massiccia il maggior numero di progetti di insediamenti abitativi. Negli anni Ottanta i caseggiati a blocco prefabbricati erano già organicamente inscritti nella condizione di vita del Polacco, e ciò ebbe dei riflessi a livello culturale; il paesaggio dell’edificio a blocco divenne il nuovo archetipo del paesaggio polacco; volendo raffigurare il nuovo everyman, si raffigurava l’abitante di un grande prefabbricato. Il grigiore, la monotonia e la standardizzazione dei “blocchi” divennero l’allegoria del destino di una società che soffriva sotto un sistema politico oppressivo, e che percepiva la miseria di una dura quotidianità, la mancanza di prospettiva e di speranza. Di questo periodo è la canzone di Brygada Kryzys Quartiere radioattivo: lo spazio di cemento dei caseggiati a blocco si sovrappone allo spazio della depressione collettiva.
L’anno 1989 portò in Polonia la democrazia e allo stesso tempo segnò la fine dell’epoca degli insediamenti costruiti con edifici prefabbricati; questi naturalmente non scomparvero; per loro iniziò la “vita nell’aldilà”. L’edilizia prefabbricata degli edifici a blocco è recentemente diventata oggetto di una critica schiacciante. Si negano sia la l’estetica monotona, “grigia”, “di cemento”, che caratterizza gli edifici, cosí come gli standard che offrivano, sia i comportamenti sociali generati da questo tipo di ambiente architettonico.
Nell’opinione corrente gli edifici a blocco sono il ricettacolo di ogni tipo di patologia, con in testa la (sub)cultura dei cosiddetti “blockers”. Nel grembo della cultura di massa è nata la nuova mitologia dei caseggiati a blocco come “bassifondi”, ghetti, slums. Nella costruzione di questo mito hanno giocato un ruolo importante i clichés della cultura hip-hop americana e dell’Europa occidentale. Eppure in Polonia non esistono slums su vasta scala, e se anche stessero facendo la loro prima comparsa, non è sicuramente negli insediamenti di prefabbricati. Il ghetto resta dunque più una componente della mitologia hip-hop che la realtà. I prezzi degli immobili nei prefabbricati si abbassano, e gli abitanti più facoltosi traslocano alla ricerca di uno standard migliore; questo processo tuttavia è molto lento, in generale i caseggiati a blocco polacchi sono ancora uno spazio egualitario.
La concezione dell’insediamento abitativo modernista, nell’accezione che le dava Le Corbusier, avrebbe dovuto essere la soluzione ai bisogni crescenti e urgenti di una società in espansione. Il paradosso dei caseggiati a blocco consiste nel fatto che, invece di essere il riflesso dei bisogni della società, divennero un fattore che determinava lo stile di vita e l’identità di una larga parte di quella stessa società, e non necessariamente nel modo in cui se l’erano immaginato i modernisti. Gli architetti e gli urbanisti odierni si interrogano paradossalmente sul modo in cui è possibile modernizzare i relitti della concezione modernista.
Nel progetto L’eredità del cemento vorremmo evitare la critica facile e ovvia, i giudizi univoci e la ripetizione di immagini stereotipate. Desideriamo trattare i “blocchi” nella loro realtà oggettiva in quanto esperienza comune a tutta la società polacca.
La prima uscita della mostra, realizzata nel Centro di Arte Contemporanea Zamek Ujazdowski a Varsavia a metà del 2007 si costituiva di lavori di artisti contemporanei, ma anche di testi letterari di finzione, documentari filmici, manifestazioni della cultura popolare; la mostra trasferiva il blocco prefabbricato dall’ambito della problematica architettonica e urbanistica in direzione di un discorso culturale inteso in senso più ampio.
Vorremmo presentare al pubblico italiano una scelta dei lavori di artisti contemporanei, sia quelli che l’anno scorso hanno preso parte all’apertura del progetto, sia quelli che abbiamo invitato a collaborare durante la realizzazione dell’edizione romana di L’eredità del cemento. In arte infatti, più chiaramente che in qualsiasi altra disciplina, si manifesta l’influsso che lo spazio del caseggiato a blocco ha esercitato sull’immaginazione e sulla sensibilità degli eredi di questa Eredità del Cemento.
È proprio questa dimensione, che oltrepassa le categorie sociologiche, economiche e architettoniche, che ci ha interessato di più nel preparare la mostra. L’eredità del cemento ha impresso un marchio evidente, e per molti anni indelebile, sul paesaggio polacco. Si può parlare di impronta del cemento sull’anima polacca? Suona patetico, ma è proprio qui che bisogna cercare il senso dell’Eredità del cemento.

Stach Szablowski

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
Redazionale 2008-05-21 n. 8 Maggio 2008


 
Hortus

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La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

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Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

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Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

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