L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Malie dell'essenziale. In-between la quintessenza

Daniela Cerrocchi

L'essenziale è complesso (1). Può dirsi magico solo quando è semplice; ma può la complessità sottendere l'essenziale? In questo senso, l'in-between (2) può essere recepito come una fragile chimica concettuale. La sua essenza suggerisce una particolare scelta dell'idea che sottende tale termine, un'idea di "percetto" o di "affetto" che può passare attraverso deviazioni e contraddizioni, destabilizzando i significati aprioristici imposti alle teorie, ai pensieri, agli edifici. La dimensione soprasensibile dell’in-between, posta nel campo dell’architettura, si rivela un minimo strategico, un dispositivo che si serve del vuoto, 'tra' le cose, come assenza, per indurre un'illusione che è una forma di apparizione, una vertigine dello spazio. Qui l'esperienza eccede i limiti della visione e i contorni delle cose reali, verso l'affiorare di una sensazione come mezzo dell'inconscio, una seduzione che, come afferma Jean Baudrillard, proprio nel nulla, e nella segretezza che lo irretisce, ricava la sua essenza estrema. Per il filosofo: «Il segreto diventa sempre più difficile in un mondo come il nostro, in cui ogni cosa si dà in una promiscuità totale, al punto che non vi è più interstizio, vuoto, non c’è nulla; nulla esiste più, mentre proprio il nulla è il luogo del segreto, in cui le cose perdono il loro senso, si disidentificano, dove potrebbero avere tutti i significati possibili, ma nel senso in cui, da qualche parte, rimangono veramente inintelligibili» (3).

L’architettura, in questo senso, si serve di uno spazio concepito 'tra' in termini strategici, con un gioco multiforme di relazioni e percezioni inscritte nell'ordine del fatale. L'opera diviene un'entità enigmatica, si appropria di una logica dell'invenzione e della creatività che scalza ogni sillogismo di causa-effetto per aprirsi ad "una forma di radicalità involontaria", dove l'effetto è l'illusione di una leggera e pericolosa strategia deviante, tutta giocata sulla profondità virtuale e seduttiva dello spazio. Questa non oltrepassa la materia, ma rimane al di qua del mondo sensibile, per cercare di sottrarsi al sistema intelligibile dei segni che ne definiscono il senso, positivo e funzionale.
Una nuova coscienza di spazio critico si fa complice di una 'dualità' implicita nell’intervallo generato entre-deux (o in-between). Tale spaziatura non risponde ad uno stato terminale, bensì ad un veicolo di mediazione tra gli equilibri relazionali che orientano il gioco delle polarità. Liberandosi dall'appiattimento superficiale della semplice visibilità assegnata alle cose, l’in-between cerca di mettere in scacco il sistema egemonico in base al quale tutto deve essere immediatamente riconoscibile e decifrabile. Esso implica una distanza che acclude, inflette, combina e separa uno spazio scisso in stati multipli di materia. Dunque diventa interstizio, assume una stratificazione temporale che sfiora una soglia di deviazione, una sorta di sospensione tra ciò che è appena stato e l'anticipazione di ciò che è possibile in divenire, e che è già, radicalmente, un’altra realtà. Questo spazio, di per sé nullo, si rende disponibile, 'giocabile'; ciò implica una forma in divenire di virtualità, come processo di "derealizzazione" (4) emancipato dal libero gioco delle significazioni impreviste, in cui le cose che 'divengono', sottratte allo sguardo, appaiono rarefatte, minute, contenute in uno stato nebuloso esposto quasi alla sparizione. L’impercettibile consistenza dell’in-between, che avvolge le teorie, i pensieri, gli edifici, si trova generalmente in potenza, in quiete. È richiesta un'azione, non necessariamente consapevole, affinché la potenza si sviluppi in atto e le immagini si animino. Per Baudrillard: «Allora in fondo, il segreto si trova proprio la dove le persone lo distillano, anche nelle loro relazioni duali, ambivalenti; qualcosa, in quel momento ridiventa inintelligibile come una materia preziosa» (5).

Illusioni anticipatrici
Nel gioco di effetti e seduzioni che lo determinano, l’in-between, non è mai rintracciabile in una misura esclusivamente economica, quantitativa, ma al contrario nella sua indefinitezza si offre ad un’inesauribile possibilità di declinazioni. Tuttavia, ai fini dell'esposizione ci si sforzerà d'individuare ed attenersi, in particolar modo, alle opere e al pensiero degli autori che dell'in-between hanno applicato e dichiarato le strategie (nello specifico, di quelle proposte che si relazionano con la realtà, con ciò che già esiste).
Negli incanti sperimentati dai suoi artefici, le programmatiche deviazioni dell’in-between divengono non solo una poetica dell’effetto, ma lo strumento ideale per perseguire un'estrema poetica dell'affetto. Le sue volubili strategie, anche quando danno la sensazione di sussistere, solo, come giochi d'artificio di un'illusione effimera (forse, anche di una "illusione anticipatrice"), lo sono in modo assolutamente radicale (6). Pur assumendo i caratteri dell'illusione, del sogno, dell'inconscio, della fantasia o della virtualità, l’in-between non sottende ad un senso negativo, ma ad una dimensione che è fatta ancora e soprattutto di incontri, di relazioni, di corporeità e di realtà.


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Bernard Tschumi, Giochi d’artificio (7), Fase III, secondo minuto, linee, Parc del La Villette, Parigi, 22 giugno 1991
 
In un senso distante, ma estremamente vicino all'idea stessa di in-between, ancora Jean Baudrillard, descrive l'illusione come il principio di una deviazione fatale che scivola nella realtà di un "buco nero". I destinatari dell’architettura fanno sì che la loro presenza, al di là di ogni predestinazione, si riveli un vettore estremamente volubile, quasi "perverso", dove l’oggetto architettonico perde ogni identità già definita per essere ricondotto ad una destabilizzante nozione di "concetto". A prendere forma è una illusorietà radicale che «[...] determina una sorta di vibrazione in cui possono essere coinvolti affetti d'ogni sorta, concetti, prospetti ecc., ma che costituiscono qualcosa di insolubile, di irresoluto. [...] Qui è possibile riunire, e non per analogia concertata, la scrittura, la finzione, l'architettura e, evidentemente molte altre cose» (8). L’in-between, in tal modo, induce ad individuare negli interstizi la linea di un'arte che diventa attraversabile, relazionata ad altri linguaggi espressivi, spinta ai margini delle diverse discipline e dei vari saperi.
La sua essenza implica una processualità che significa e sospende in divenire un vuoto generato tra le cose, sia esso uno spazio intermedio procurato dalla genericità territoriale o da una condizione relazionale ed evenemenziale prodotta da un oggetto architettonico inserito 'tra' i frammenti urbani; un vuoto entre-deux creato dalla qualificazione degli spazi definiti serventi o dall'inclusione di un nuovo intervento che avvolge parti residuali di città edificata o, ancora, una strategia in-between come "funzione del virtuale" che si serve di una "storia segreta", vagheggiata in "uno strano assemblaggio di formule, fumetti (9) e diagrammi" (10) interagenti per mezzo di meccaniche, allo stesso tempo, astratte e concrete.
Nel testo, volendo cogliere l’aspetto relazionale dell’in-between, tracciato in una storia mai chiaramente definita e sempre suscettibile d'implicazioni notevoli, sono individuate alcune figure del panorama architettonico che si vanno formando nel clima culturale della seconda metà degli anni Settanta, intorno a punti strategici (storico-geografici) di riflessione concettuale. Operando ai margini del pensiero (e dello spazio), questi artefici dell'architettura (speculativa quanto pratica) fanno dell'in-between una chance emancipativa, un minimo strategico che si prefigge di dislocare ogni possibilità per la piena e non mediata istanza dei concetti di luogo, significato e identità, dell'uso di materiali genuini e delimitazioni opportune. Essi vogliono perforare la fissità dei muri concettuali eretti dal pensiero metafisico occidentale: la superficie abbandona la sua naturale connotazione di definire per opposizioni dialettiche insinuando lo spazio 'tra'.

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Rem Koolhaas e Elia Zenghelis, Training the New Arrivals, Exodus, o i prigionieri volontari dell’architettura, 1970-72
 
E, anche quando si fa 'muro' non costituisce più una misura difensiva, ma il limite da oltrepassare per poter diventare angeli, le figure che nel progetto di Rem Koolhaas ed Elia Zenghelis, Exodus o i volontari prigionieri dell'architettura (11) (1970-1972), corrono verso Manhattan (12). La metropoli dà accoglienza ad una realtà di massa, quella della grande città, che immagina la "sua forza intensa e devastatrice usata per scopi positivi" e "alternative desiderabili". Attraverso la rinuncia al sogno del mito modernista dell'interezza e della coesa e pura bellezza, la crisi diventa uno strumento operativo, così che gli aspetti negativi sono rovesciati per descrivere gli "ingredienti" e le "strategie" di un’architettura destinata solo a "quelli abbastanza forti per amarla". La linea immaginaria del confine si introverte acquisendo una tridimensionalità che allude fisicamente allo spazio congestionato della realtà: diventa un contenitore per la folla, ne accoglie l'inconscio collettivo.
Nello spazio urbano, l'appello ad un uso sensibile delle facoltà, accorda alla superficie limite una profondità inclusiva che si moltiplica indebolita dall'alea delle 'situazioni', mettendo in circuito -sul piano dell'esperienza quotidiana- una diversa concezione del vuoto. L’incessante prodursi di tensioni affettive, genera ai margini, tra gli stati rappresi di materia urbana, degli imminenti spazi in-between o, se vogliamo, dei buchi neri, dei luoghi intermedi (13) definiti dalla sovrapposizione e dall'assemblaggio di parti (e frammenti) in un insieme discontinuo, in cui il vuoto interstiziale amplifica gli spazi tradizionalmente definiti serventi, distributivi, trasformandoli in spazi di relazione e dell'evento (14).
Buchi neri, spazio poché
Il poché, una particolare tecnica proveniente dalla cultura delle Beaux-Arts (con cui veniva indicato l'annerimento delle sezioni murarie), usata nella pianta di Roma disegnata da Giovanni Battista Nolli, tra il 1736 e il 1738, per indicare i vuoti rispetto ai pieni, viene utilizzata sin dal 1968 nei disegni di Las Vegas di Robert Venturi, Denise Scott Brown e Steven Izenour per evidenziare le qualità urbane del vuoto, i movimenti e le attività che ne determinano i flussi, il fenomeno delle luci, le variazioni atmosferiche; insomma tutti quegli effetti devianti ed effimeri propri dell'idea di un "buco nero" in cui lo spazio della città, in accordo con quanto sostiene Aldo van Eyck, appare «[...] un artefatto di natura curiosa, composto di elementi voluti e di elementi casuali, non perfettamente controllati. Se si vuol paragonarlo ad un processo fisiologico», asserisce l'architetto olandese «bisognerebbe paragonarlo ad un sogno» (15).
Nel 1974, dopo la pubblicazione di Learning from Las Vegas (16), l'uso del poché, impiegato nella determinazione degli spazi intermedi generati dai vuoti urbani, viene approfondito nell'accezione kahniana di "spazio servente" (17), grazie ad un articolo di Luigi Moretti, pubblicato nel 1974 su «Oppositions», la rivista dell'Institute for Architecture and Urban Studies di New York diretto da Peter Eisenman, per la quale scriveranno personaggi come Colin Rowe, Leon Krier, Bernard Tschumi e Koolhaas (che insegneranno allo IUAS) e inoltre Manfredo Tafuri, figura di riferimento dell'Istituto Universitario di Architettura di Venezia.
Dopo la diffusione della pianta del Nolli, la tecnica del poché sarà utilizzata dallo stesso Rowe, che insieme a Fred Koetter, nel 1978, si servirà del concetto venturiano per illustrare graficamente il rapporto tra oggetto e trama, tra figura e fondo, in un tessuto dove la qualità dei vuoti interstiziali, gli spazi in-between assumono «la stessa importanza degli edifici» (18); il poché degli spazi intermedi generati dal territorio metropolitano diverrà uno strumento di analisi urbana anche per Ungers, che porterà le riflessioni compiute con Koolhaas sui vuoti urbani e sui principi della frammentazione della città di Berlino, alla teorizzazione dell'arcipelago urbano: un insieme «[...] di isole 'architettoniche' alla deriva di un paesaggio postarchitettonico, ove alla città si è sostituito un nulla decisamente sovraccarico» (19).
 
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Luna Park at night / bagno elettrico / Le botti dell’amore, Coney Island, D. New York, XIX secolo
 
Pertanto a Londra, sempre nella seconda metà degli anni Settanta, si ritroveranno all'Architectural Association-School of Architecture, diretta da Alvin Boyarsky, gli stessi Robert e Leon Krier, Koolhaas, Zenghelis, Tschumi, influenzati, sotto non pochi aspetti, dalla collaborazione dei gruppi radicali italiani Archizoom e Superstudio; risentono fortemente di questa influenza anche i metabolisti giapponesi; e, non senza implicazioni sull’odierna 'radicalità' dell’in-between, le prime esperienze di Toyo Ito, allievo del metabolista Kiyonori Kikutake.
Intanto all’AA si definiscono due linee di pensiero controverse sulla città e la metropoli; tuttavia, sarà proprio Koolhaas che, allontanandosi definitivamente da ogni riflessione postmodernista contro i propositi del Ciam, baserà l'attività della "Diploma Unit 9" (del primo anno accademico, nel 1975-76) sullo studio "dell'architettura Metropolitana storica". Dichiarando un retroattivo "sistema delirante interpretativo", egli sceglierà New York e le sue qualità fantastiche, surreali, come paradigma della Culture of Congestion.
Secondo quanto afferma in DNY (20), la bidimensionalità della griglia origina una libertà inaspettata per un’architettura tridimensionale. Allo stesso modo, le operazioni di "lobotomia" e "scisma verticale", svincolate da gerarchie e vincoli funzionali, generano un nietzscheiano "sistema di solitudini" tra piani, stanze, edifici e isolati: un arcipelago ungersiano di "città nella città".
 
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Teorema (21), «Life», ottobre 1909
 
Ebbene, proprio nell'ambito della stessa ricerca didattica, intrapresa nella Unit 9, verrà enunciato da Koolhaas il concetto di "qualcosa di neutro, uno space in-between" (22), secondo il principio affrontato dallo stesso Venturi (23) che, chiamando in causa le parole di Van Eyck (24), descrive la qualità tensiva di questi spazi in-between, compresi tra luoghi dominanti, come "un residuo" tendente verso un qualcosa "al di là di sé".


 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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