L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Oggettività dell’architettura? Editoriale Marzo 2013 PDF

asparagi(h)ortus è una rivista universitaria. Sin dalla sua fondazione, che risale al 2007, il suo intento è consistito nel coniugare il rigore “scientifico” proprio di un luogo dove si fa ricerca con l’agile rapidità che caratterizza la comunicazione via Internet. Nel suo piccolo, riteniamo che qualche risultato in questi cinque anni sia stato raggiunto, creando uno spazio che prima non c’era, inizialmente limitato alla sola realtà romana, poi progressivamente ampliato sino ad accogliere contributi provenienti da molti atenei italiani. Uno spazio dedicato soprattutto ai giovani ricercatori, ai dottori di ricerca e dottorandi e anche agli studenti che hanno a cuore la riflessione teorica sulla nostra disciplina. (h)ortus non ha mai voluto “escludere” contributi per motivi di carattere ideologico, accogliendo contributi a volte anche molto distanti fra loro, nella ferma convinzione che il giudizio finale sulla validità di una proposta non può che essere formulato da chi, da ultimo, legge la rivista.

Il carattere “accademico” di (h)ortus non è mai stato il suo obiettivo primario, quanto piuttosto lo strumento attraverso il quale abbiamo tentato di costruire una credibilità intorno a quanto proposto nelle sue pagine. Una rivista di “fatti” e non di “opinioni”, entro gli ovvi limiti che consentono ai fatti, in architettura, di essere veramente tali. Nel suo ruolo perennemente ambiguo di disciplina liminare tra arte e scienza, l’architettura ha sempre dovuto combattere per affermare la propria credibilità rispetto alle scienze “esatte”, dato che possiamo osservare che, storicamente, ogni volta che si è tentato di dimostrare l’ineluttabilità di qualche assunto nella pratica del progetto, questa è stata poi smentita dagli eventi successivi. “Oggettività” e “Architettura” sono due termini che difficilmente possono convivere, a meno di eclatanti quanto indesiderabili forzature.
La riflessione che vogliamo proporre in questo editoriale vuole però evidenziare proprio quanto nella ricerca universitaria in architettura, oggi, si stia esperendo un vero e proprio “corto circuito”, che sta nettamente sovvertendo il nostro modo di lavorare, dovuto proprio al tentativo di stabilire criteri “oggettivi” per la valutazione del lavoro di ricerca. Non tutte le trasformazioni che stanno avendo luogo nel sistema universitario italiano, sia chiaro, vanno intese come esclusivamente negative; tuttavia occorre anche valutarne le conseguenze sul lavoro dei ricercatori e, cosa ancora più importante, sugli studenti.
La famigerata “Riforma Gelmini”, che a due anni dalla sua approvazione sta cominciando a dare i primi risultati tangibili, ha introdotto “a tappeto” un principio di valutazione della produzione dei singoli ricercatori, dei dipartimenti, degli atenei. Il principio implementato è sempre quello della terzietà, ovvero che la valutazione deve essere espletata da qualcuno esterno rispetto al soggetto valutato, possibilmente in forma anonima. Il principio in sé è quanto mai valido, e andrebbe adoperato, a nostro avviso, anche ad altri livelli, come ad esempio nei risultati della didattica. Il problema centrale, tuttavia, è legato ai criteri che possono essere adottati per la valutazione di un esito della ricerca. Possono essere soltanto criteri di carattere quantitativo? È più valido chi ha scritto più libri, più articoli, più saggi? Difficile affermare questo. Certamente una soglia minima di produttività può avere un senso, ma se pensiamo a quanto un autore come Eraclito abbia influito sul pensiero occidentale, senza che sia sopravvissuta alcuna sua opera scritta, chiaramente diventa difficile stabilire l’equazione “più pagine = migliore produzione”.
I criteri qualitativi sono ancora più insidiosi. Nelle scienze “esatte” vige il principio della ripetibilità dei risultati: un esperimento viene ritenuto valido quando un soggetto terzo, indipendentemente, è in grado di replicarne gli esiti. Se pensiamo alla ricerca teorica in architettura, gli esiti sono difficilmente misurabili, se non, in rari casi, dopo molto tempo. La ricerca progettuale, a maggior ragione, non è replicabile in alcun modo.
Il sistema delle citazioni, ampiamente accettato (ma anche fortemente criticato) nelle discipline propriamente scientifiche, è per l’architettura tanto pittoresco quanto inefficace. Può semmai rappresentare uno strumento utile per la mappatura di “geografie culturali”, ma difficilmente può fornire quella chiave di oggettiva misurabilità del reale impatto di un autore. Tanto può sembrare ovvio che l’autore più citato in assoluto sia Sigmund Freud, le cui indagini sulla psiche vengono riportate trasversalmente in tantissimi campi di ricerca, tanto è indicativo che anche gli autori più citati nel nostro soffrono di un “appiattimento statistico” che rende difficile l’interpretazione dei dati, sempre che “l’interpretazione dei dati” abbia effettivamente qualcosa a che vedere con l’architettura. Peraltro l’assenza di una base dati coerente e condivisa, nonché la facile e comprovata manipolabilità dei dati rende l’applicazione di questo criterio ancora più discutibile.
Ma il problema più eclatante di tutti, nel nostro campo, è sicuramente legato all’incertezza sulla valutazione dei progetti di architettura. Ebbene sì, ancora oggi, dopo anni di discussioni in merito, non si è giunti ad un parere condiviso in merito alla possibilità e alle modalità di valutazione di progetti e realizzazioni. Quello che dovrebbe essere il prodotto principale di un architetto, ovvero il progetto di architettura, non compare se non marginalmente nei sistemi di valutazione, peraltro sempre contornato da numerosi caveat. Due sono i motivi di questa incertezza: da un lato l’ineludibile margine di soggettività che caratterizza ogni opera di architettura, fattore che non può essere ridotto ad alcuna scala numerica. Dall’altro l’assoluto rifiuto, da parte della comunità accademica allargata oltre il nostro settore, di riconoscere ad un progetto di architettura un carattere di “scientificità”. Vista da fuori, non è poi una posizione del tutto indifendibile; vista da dentro, rappresenta un grave ostacolo al nostro lavoro.
Questo scetticismo rispetto alla rilevanza della produzione architettonica sta ulteriormente esacerbando una delle maggiori falle dell’insegnamento dell’architettura in Italia: il fatto che chi insegna progetta e realizza poco. Insegna, in sostanza, cose delle quali non ha che un’esperienza limitata. In tutto il mondo, tranne che in Italia, la progettazione architettonica viene in genere insegnata da chi la pratica. Questo da noi non è possibile, per un’infinità di motivi che in gran parte preesistono alla Riforma Gelmini. Innanzi tutto l’impegno dei docenti universitari è oggi a tempo pieno, ben diversamente da quanto era fino a pochi anni fa: la forte pressione a impegnarsi nella ricerca “teorica”, che è l’unica che viene effettivamente considerata nelle valutazioni, spinge molti docenti a ridurre l’attività professionale. La crescente iper-burocratizzazione e l’inefficienza del sistema amministrativo contribuiscono negativamente, aggiungendo un gravoso fardello di attività di gestione, organizzazione, rendicontazione, valutazione, autovalutazione, fund-raising, che sottraggono una cospicua porzione di tempo. La situazione contingente dell’architettura italiana, peraltro, aumenta ancora di più questo stato di cose, data la limitatezza delle occasioni per fare architettura, soprattutto per chi dedica buona parte del proprio tempo all’università. Le eccezioni ci sono, ma sono senz’altro rare.
La rigidità del sistema di reclutamento è sicuramente un altro dei fattori che non facilitano la sana commistione tra ricerca e pratica professionale: la figura dell’Adjunct professor, ovvero di un professionista che si dedica, in maniera limitata, alla didattica, senza occuparsi di ricerca, è stata in passato mal interpretata nella figura del “docente a contratto”, peraltro sostanzialmente abolita dalla Riforma Gelmini. Salvo rare eccezioni, i docenti a contratto che sono transitati nelle facoltà italiane non erano illustri architetti interessati a sperimentarsi nella didattica, quanto giovanissimi studiosi per i quali il ruolo marginale e sottopagato del docente a contratto rappresentava un passaggio quasi ineluttabile verso un difficile accesso al ruolo universitario. Tanti brillanti professionisti italiani hanno svolto questo ruolo, ma in atenei americani, svizzeri, inglesi o di altri paesi dove risultava ben più evidente il prestigio conferito dalla posizione del “visiting professor”: certo non in Italia. La disgiunzione tra università e professione, che esiste già da lungo tempo, sta aumentando sempre di più, alimentata da una reciproca diffidenza tra “docenti di architettura” e “architetti professionisti”, causata dalla crescente divergenza di strumenti, metodi, cultura, finalità.
L’ultimo “tranello” della riforma è la mancata valutazione degli esiti della didattica. Sembrerà assurdo, ma il sistema universitario italiano non pare essere interessato a valutare quello che dovrebbe essere il suo primo ruolo nella società, ovvero la formazione degli studenti e, nel nostro caso, dei futuri architetti. Difficile comprendere quale perversa logica possa aver causato tale scelta, ma di fatto ciò sta comportando una progressiva diminuzione dell’impegno del sistema universitario italiano rispetto all’insegnamento. È evidente quanto la valutazione degli esiti possa presentarsi complessa, al pari della valutazione della ricerca se non oltre, ma ciò non significa necessariamente che l’unica soluzione sia quella di abbandonare del tutto l’intento. Eppure l’impegno che ciascun docente dedica all’attività didattica non è certo marginale, se non altro da un punto di vista quantitativo. Il sovradimensionamento delle nostre facoltà di architettura ha imposto, nel tempo, la trasformazione della didattica da un’attività di “atelier” ad una filiera produttiva quasi tayloristica. I corsi di progettazione, che secondo gli standard internazionali difficilmente superano un rapporto docente-studenti di 1:20, raggiungono da noi facilmente rapporti 1:60-80. Le sessioni di laurea nelle nostre facoltà sono eventi di massa, tanto pittoreschi quanto, a volte, al limite della sicurezza a causa dell’eccessivo affollamento di famiglie festanti complete di nonni, nipoti e cugini acquisiti. Ma per quanto tutto questo possa contribuire al consolidamento dello stereotipo nazionale, inevitabilmente l’aumento delle quantità non può che incidere negativamente sulla qualità generale. Cucinare una buona cena per quaranta persone è ben più difficile che preparare le stesse pietanze per quattro.
I problemi, appare chiaro, non sono pochi, soprattutto in considerazione del quadro generale dell’università italiana, la cui disponibilità di risorse umane ed economiche sta diminuendo a ritmi sempre più rapidi. Chi lavora all’interno delle facoltà di architettura sta osservando questo: che si tenta di misurare, in maniera “oggettiva”, cose che oggettive non sono affatto, e non potranno mai esserlo, a meno di indurre una “rivoluzione copernicana” nell’architettura, della quale, al momento, non si vedono tracce all’orizzonte. A meno di volersi sottrarre da queste valutazioni, i ricercatori sono costretti a dedicare maggiore impegno ad alcuni aspetti del loro lavoro, trascurandone sensibilmente altri, con ricadute pesanti sulla qualità generale dell’università. È difficile intravedere, oggi, quale possa essere il vantaggio ultimo di questo sistema di valutazione, che, nel tempo, potrebbe anche sortire degli effetti positivi. Ma a oggi appare quanto mai un bisturi non affilato, che promette di danneggiare il paziente invece che facilitarne la guarigione.

FDM
Marzo 2013

 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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