L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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scritti_broccoliIl terreno del comune e la reinvenzione dello spazio del quotidiano

Juan López Cano

lopez tNumerosi autori hanno cercato in quest'ultimo decennio di tracciare un ritratto della società urbana globalizzata vedendo nella “liquidità” la sua metafora esplicativa. Tra i tanti attributi a cui può essere associata questa liquidità è l'incertezza che meglio potrebbe rispecchiare il carattere delle comunità urbane attuali. Siccome alle interazioni tra comunità e città viene consacrato questa seconda parte del testo, a questo proposito, lo aprirò con una domanda che Amalia Signorelli si pone nell'introduzione di uno dei suoi testi: «prodotte dagli essere umani, come entrano le città nei processi di produzione e riproduzione della condizione umana?» (1).

È nel decennio degli anni Venti e nella Scuola di Sociologia di Chicago che si dà il via alla tematizzazione della città come organismo autonomo, non più come conseguenza del confronto tra forze sociali, economiche, culturali, politiche. La sua nascita cambierà i termini di questa influenza finora univoca, conferendo all’organismo urbano un ruolo chiave nella determinazione di tali fenomeni. Le ricerche che si sono sviluppate al suo interno fino agli anni Cinquanta apprenderanno, secondo la Signorelli, il gusto per il dettaglio e l'osservazione diretta tipici dell'antropologia, tattiche che permettono di cogliere dinamiche “regolari” nella confusione che generalmente viene attribuita alle situazioni urbane. D'altronde, la visione che vede l'urbe come risultato dei rapporti che si tramano in essa – tipica della disciplina antropologica – potrebbe rischiare nella sua analisi che la pratica «si irrigidisca in teorie dominate dal determinismo economico oppure si sbricioli invece in una visione tutta “dal basso” delle strategie degli attori [...] Solo un uso critico potrebbe trarre vantaggio di entrambi gli approcci» (2). Come tentare dunque di ricostruire una visione critica del fenomeno urbano che, andando a scovare nella produzione teorica architettonica, ci permetta di elaborare una lettura presente dello spazio comune? Facendo sempre riferimento alla cultura architettonica americana, e unendo all’attività di Chicago le ricerche condotte al MIT di Boston – nel decennio degli anni Sessanta prolifera un intenso dibattito sugli effetti che l'urbanistica moderna stava producendo sullo spazio urbano dell'epoca e di conseguenza sui suoi abitanti. Tra i principali studi dell'epoca userò i testi di Chermayeff, Alexander e Kevin Lynch.
Un ottimo esempio di critica alla città che si allontana dei bisogni dei suoi utenti si riscontra nel saggio di Kevin Lynch, Il tempo dello spazio (3). Attraverso un'analisi del tempo “biologico” dell'individuo – e per esteso della società – Lynch analizza la ripercussione che una più dettagliata attenzione alle necessità attuali potrebbe avere nel controllo del mutamento ambientale. Quel che emerge subito nella sua disquisizione è quanto incide che le soluzioni proposte abbiano radicamento nel tempo presente e diagnostica i problemi che un eccessivo attaccamento al passato o una estrema proiezione futura possono causare nel funzionamento delle città.
Partendo da questo presupposto, il suo saggio – datato 1972 – anticipa fenomeni a noi oggi comuni e dei quali già risentivano le città americane dell'epoca. Tra questi fenomeni, che si potrebbero accomunare sotto il meta-problema dell'astrazione della professione urbanistica nei confronti della molteplicità degli insediamenti umani, incontriamo disagi come quelli della gentrification; l'estraneità derivata dalla stabilizzazione dei flussi migratori nei tessuti urbani; la forte segregazione funzionale della città dovuta allo zoning; l'esponenziale aumento della mobilità carrabile, tema al quale anche Chermayeff e Alexander dedicheranno un capitolo del suo testo; l'irreversibilità dei mutamenti urbani che vengono prodotti ogni volta con più velocità; l'atteggiamento di estrema conservazione rispetto ai tessuti “storici”. Ma lungi dal trovarsi davanti ad un testo dai connotati apocalittici, la ricetta proposta Lynch per risolvere la situazione di crisi è piena di processi da considerare attuali per affrontare l'emergenza che ricade sulle nostre città: azioni di demolizione e ricostruzione per risanare il tessuto urbano; riutilizzo degli spazi di scarto; creazione di “micromondi” dove strutture sociali fluide possano esercitare la capacità di decisione, realizzare eventi, happenings, riunioni spontanee o incontri casuali con frequenza; possibilità di comunicare i dati relativi alle trasformazioni urbane in pubblico; ed infine, «ridurre lo scarto di tempo tra esigenze e risposta, creare un monitoraggio e un controllo rapido ed efficace, decentrare le decisioni ai punti di migliore informazione, sperimentare ed elaborare alternative verificabili» (4). Ed è per illustrare questa ricerca di pratiche “alternative” e sperimentali che ho scelto i seguenti cinque progetti.

lopez 10 Copertina

Il tentativo di questo insieme di esempi sarà quello di illustrare quelle metodologie di azione sullo spazio collettivo che sono critiche rispetto all'architettura del tempo, che cercano di analizzare a fondo i bisogni immediati della comunità urbana e che fanno ricorso a nuovi strumenti tecnologici. La loro caratteristica comune è quella di non influire irreversibilmente sull'assetto territoriale da loro occupato. A questo proposito, le proposte vanno dal puro disegno all'opera di bricolage urbano, da esempi di città immaginarie a non-progetti, da performance artistiche a ottimi esempi di riciclaggio metropolitano. Un secondo comune denominatore è quello di essere opere ludiche, architetture che incitano al confronto, allo scambio e magari pure al conflitto. Per ultimo, volevo accennare al loro senso di “libertà d'uso”. Trattare con queste architetture vuol dire appropriarsi di esse, modificarle, imprimere una traccia. Vere e proprie “Architetture 2.0”.
 
Il primo progetto da trattare è il Fun Palace [1964] (Fig.1). Il progetto di Cedric Price intende essere la cronaca della crisi economica della società inglese. Price, esperto nel sollevare questioni e descrivere processi, propone Fun Palace come un luogo che deve provocare incertezza, facilitare l’individualità e garantire un certo grado di libertà mentre lo spazio è in uso. Per facilitare questi obiettivi, l'edificio prende la forma di una serie di ambienti e percorsi sospesi e a configurazione variabile, fondato su di un sistema strutturale reticolare di facile montaggio e smontaggio. La proposta, che non fu mai realizzata, era stata sviluppata come frutto un connubio di esperienze che, dalle teorie cibernetiche all'umorismo satirico e violento alla Monty Python, aveva come obiettivo finale l'adattamento alle richieste e ai desideri dei suoi utenti. Nelle parole della sua ideatrice Joan Littlewood – direttrice e produttrice teatrale britannica – Fun Palace è un “laboratorio del divertimento”, una “università delle strade”.

lopez 11 Fun-Palace

Nello stesso contesto creativo e culturale, quello della Londra di fine anni Sessanta, nasce Instant City [1968] (Fig. 2) Il progetto concepito dagli Archigram è una “metropoli nomade”, una confezione che arriva alle comunità e li fa assaporare il gusto delle dinamiche metropolitane. Instant City è un processo materializzabile dato che si basa in tecniche già esistenti applicate a situazioni reali. Si collega a funzioni già esistenti nel luogo di arrivo (clubs, radio locali, università) e permette agli utenti di sintonizzare il loro ambiente attraverso un'ampia gamma di programmi audiovisivi. Una volta creato il collegamento, la “città” si smonta e viaggia altrove, alla ricerca di comunità con cui potere fare rete. Seguendo le orme dettate da Price con il Fun Palace, gli Archigram concepiscono un complesso apparato situazionale sotto forma di pallone aerostatico – immagine suggestiva di una città istantanea i cui veri elementi costituenti erano persone, strutture e camion – per evidenziare i problemi d'isolamento a cui erano sottoposti i piccoli centri e comunità urbane dell'era ante-internet. Una sorta di “wi-fi analogico”, dove lo spazio radiofonico sostituisce la più attuale tecnologia senza fili nel collegare persone e gruppi apparentemente isolati, facendoli sentire parti integranti di una realtà comune.

lopez 12 Instant-City

Il risultato di questi esperimenti di avanguardia vide la sua concretizzazione in un fiammante edificio, una maison della cultura e dell'arte del XX secolo, come dimostra la costruzione del Centro Georges Pompidou. Sebbene l'edificio – erede delle fantasticherie e le ricerche architettoniche che Price e gli Archigram, tra altri, portarono avanti durante gli anni Sessanta – condivideva con questi progetti scelte formali, spaziali e tecnologiche, il suo utilizzo non rispecchiava quella libertà e quella flessibilità d'uso comune che i progetti d'avanguardia auguravano ad una architettura del genere. Perciò e per trovare un criterio che guidi questa progressione nel tempo, serve attingere a tipologie architettoniche diverse a quelle dell'edificio, governato da logiche idiosincratiche sulle quali si fonda la professione e che scarsamente incontrano nel suo percorso l'indeterminatezza e la spontaneità delle opere trattate in questo discorso.

Proprio nel massimo dell'indeterminatezza s'inserisce il progetto che Lacaton & Vassal propongono per la revisione della Place Léon-Aucoc [1996] (Fig. 3). Lo studio francese fu uno dei partecipanti al processo di embellissement di spazi pubblici promosso dal Comune di Bordeaux a metà degli anni Novanta. Nell’affrontare l’incarico di “abbellire” la Piazza Léon Aucoc si resero conto, grazie anche all’aiuto dei cittadini che l’abitavano, che il migliore progetto era lasciare il posto come sempre era stato. «Qualità, karma e vita esistono. La piazza è già bella così», dice il gruppo nella relazione del progetto. A parte la sostituzione della ghiaia, la redazione di un programma di manutenzione che garantisse nel tempo l'abitabilità e la conservazione della piazza, la potatura degli alberi e la modifica di alcuni sensi di marcia, l’intervento non ha cambiato nulla di preesistente. Questo interessante esempio di quello che vorrei chiamare “non progetto”, stabilisce a mio avviso un prima e un dopo nell’affrontare il disegno dello spazio comune. Includendo il fattore tempo come principale elemento progettuale e scegliendo di non imprimere modifiche sostanziali allo spazio – come suggerito da chi la piazza la vive quotidianamente – l'architetto mette in discussione il ruolo pro-attivo con cui tendenzialmente viene chiamato a rispondere.   

lopez 13 Place-Leon-Aucoc

Ed è a proposito di questa messa in crisi agli strumenti tradizionali della professione, oltre che alle loro primordiali funzioni, chiudo questa serie con il Kitchen Monument [2006] (Fig. 4) dei raumlabor.berlin e l'UFO [2011] (Fig. 5) del collettivo francese Exyzt. Kitchen Monument è una scultura mobile che ha due anime: la prima, una struttura di zinco che serve da ingresso e alloggia i meccanismi performativi dell'installazione; l'altra, un elemento gonfiabile che si trasforma in uno spazio collettivo temporaneo. Differenti programmi sono messi in atto in luoghi inediti della città: sala pranzo, cinema, sala conferenze, sala concerti, area box, dormitorio, ecc. troveranno luogo nello spazio sottostante a una strada sopraelevata, tra gli alberi di un giardino pubblico, in una piccola piazza urbana. Kitchen Monument è un monumento che genera spazio sociale attraverso l'inserimento di una cucina, uno spazio che, a parte di riflettere identità urbana, particolarità culturali e tradizione, mette a disposizione del pubblico una funzione comunemente associata all'ambito del privato. Con l'aiuto di una membrana plastica e nella migliore tradizione degli inflatable americani,  raumlabor.berlin sovverte la dicotomia pubblico/privato unendo entrambi gli ambiti, giocando semplicemente a cambiare le regole, sperimentando le inaspettate possibilità che entrambi valori possono apportare all'idea di uno spazio in comune.

lopez 14 Kitchen-Monument

In conclusione con questa serie di nuovi “spazi del comune” vorrei analizzare UFO, una struttura temporanea che occupa lo spazio di una fontana in disuso del centro storico di Varsavia, dando luogo durante un'intera estate a uno spazio polifunzionale per comunità urbane eterogenee. L’estetica – che ricorda tanto l'essenza dei progetti di Price o Archigram – è il risultato della commistione di più elementi di scarto ed elementi modulari che, essendo assemblati in loco, diventano parte del programma di eventi che questo oggetto architettonico prevede di alloggiare. La struttura ha visto svolgersi al suo interno sessioni di DJ's, gare di skate, mercati, proiezioni video, ecc. Per il gruppo francese, la condivisione del processo di montaggio fa parte integrante della natura delle sue costruzioni. Il loro obiettivo prevede includere tempo e evento come componenti materiali del progetto, allargando le possibilità insite in queste pratiche spaziali che, nonostante siano finora considerate poco, meritano, in virtù della loro diffusione, più ampi spazi di studio e riflessione.

lopez 15 UFO

Note

(1) Signorelli A., Antropologia Urbana. Introduzione alla ricerca in Italia, Guerini, Milano, 1996.

(2) ibid.

(3) Lynch K., What time is this place?, Cambridge, 1972, tr. it. Il tempo dello spazio, Il saggiatore, Milano, 1977.

(4) ibid.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
LOPEZ CANO Juan 2013-02-27 n. 65 Febbraio 2013
 
Hortus

Lo spessore della città

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Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

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hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

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