L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Gli ultimi spazi del progetto. Editoriale Novembre 2012 PDF

porri«Per uscire dalla sterile situazione di isolamento in cui si trova l’architettura, è importante che la gente partecipi ai processi di trasformazione delle città e dei territori ma è anche importante che la cultura architettonica si interroghi su come rendere l’architettura intrinsecamente partecipabile; o, in altre parole, come cambiare le concezioni, i metodi e gli strumenti dell’architettura perché diventi limpida, comprensibile, assimilabile: e cioè flessibile, adattabile, significante in ogni sfaccettatura.»

Giancarlo De Carlo

Nel mese di aprile del 2011, su impulso della JUT Foundation for Arts and Architecture, Roan Ching-Yuch ha proposto, in una mostra dal titolo The Poetry and Soul of Illegal Architecture, l’esito di un lavoro di ricerca condotto all’interno della School of Architectural Art della China Academy of Art, sul tema delle architetture illegali nella città di Taipei.
Nel corso dell’evento, che è stato seguito con molta attenzione dalla critica internazionale, oltre a un numero molto elevato di contributi di natura teorica, sono state esposte e presentate due opere “illegali”, realizzate su progetto di Hsieh Ying-Chun e Wang Shu.
Il curatore dell’evento, nello spiegare la delicatezza posta da un’istituzione nell’affrontare un tema così complesso, non ha potuto evitare di parlare, a proposito di queste architetture, del dialogo che esse avviano con l’ordine nascosto delle nostre città. Occorre anche sottolineare come Wang Shu, alcuni mesi dopo, sarebbe stato insignito del Premio Pritzker per l’architettura.
La descrizione di questo evento offre lo spunto per spostare l’attenzione sull’opportunità di valutare la validità dell’uso di modalità “non ufficiali” per l’elaborazione di proposte progettuali che, una volta realizzate, possano generare piccoli cambiamenti (small change per prendere a prestito il titolo di un libro di Nabeel Hamdi) all’interno dei processi di trasformazione delle città.
Una provocazione finalizzata a sottolineare la progressiva mancanza, all’interno della società contemporanea, di uno spazio adeguato per il progetto di architettura che consenta di qualificarlo come lo strumento attraverso il quale sia possibile realmente costruire lo spazio delle nostre città – tanto pubblico quanto privato – secondo un disegno organico.

Più volte all’interno di questa rivista sono stati lanciati preoccupanti allarmi sul tema della perdita di centralità del progetto di architettura nei processi di trasformazione e di crescita delle città; processi che non si configurano, di fatto, come l’esito di un percorso organico e pianificato, quanto piuttosto come una sommatoria di eventi assai slegati.
A questo proposito si è anche riflettuto su come la figura dell’architetto rappresenti nel concreto l’ultimo dei soggetti coinvolti all’interno degli stessi processi di trasformazione nei quali, in piena autonomia, politica e finanza calano e impongono soluzioni e proposte dove l’architetto (o meglio sarebbe dire l’archistar) altro non è se non lo specchietto per le allodole in grado di apporre il semplice timbro di garanzia di “denominazione di origine controllata” per i media.Eppure le cronache recenti stanno svelando la pochezza e, assai di frequente, l’illegalità di questi processi; un’illegalità ben diversa da quella che Roan Ching-Yuch pone al centro della mostra di Tapei, declinandola sotto un profilo intellettuale. Un profilo intellettuale che, nella realtà di tutti i giorni, la pratica progettuale sembra aver perso.

Ogni progetto è una ricerca intellettuale, più volte sempre su questa rivista lo si è rimarcato. Una ricerca all’interno della quale il progettista dovrebbe potersi muovere a cavallo di quella sottile linea di margine tra dimensione scientifica e dimensione umanistica che rende unico, e per questo determinante, il mestiere che svolge.
Nell’eseguire questo genere di valutazioni non ci siamo mai sottratti all’esercizio di sottolineare le responsabilità degli architetti stessi, spesso incapaci di dare espressione a quello che la società si porta dentro e, conseguentemente, interpretare, attraverso il proprio operato, quello che la collettività non riesce pienamente a comunicare.

A prescindere dalla provocazione del tema dell’autocostruzione e dell’autorecupero evocati dalla ricerca sulle architetture illegali, la consapevolezza di trovarsi intrappolati in un contesto sociale, culturale ed economico nel quale il significato e il valore del progetto appaiono inesistenti, rende assai difficile comprendere come la scuola possa fornire il proprio contributo per superare questo momento di stallo.
Una delle possibili strategie è quella di continuare a insistere nella tensione verso la ricerca di una qualità diffusa, di porre l’accento su quelle operazioni di professionismo “colto” che, con grande fatica, si pongono in antitesi alle azioni delle archistar.
Queste ultime, peraltro, consapevoli degli effetti della crisi globale, si stanno affrettando precipitosamente a scrollarsi di dosso un’etichetta che fino a poco tempo fa è stata mediaticamente garanzia di incarichi e realizzazioni e che oggi sembra sempre più scomoda. Solo in quest’ottica pare avere un senso la recente Biennale di Venezia curata da David Chipperfield. In un momento di crisi globale sembra essersi persa nel nulla una grande occasione per individuare il ruolo determinante che può esercitare l’architettura attraverso lo strumento del progetto. Il common ground del curatore è sembrato piuttosto coincidere con una verifica sommaria di quello che potrebbero avere in comune gli architetti che operano nel mondo, piuttosto che riflettere sui cambiamenti necessari affinché l’architettura torni a rappresentare un bene comune, un terreno comune sul quale poggiare un cambiamento reale e ragionato delle città ormai sature per impedire, di fatto, una crescita che, per forma e dimensione, appare incontrollabile.
Uno stato delle cose che pare restituire forte attualità alla durezza del pensiero di Giancarlo De Carlo, citato in apertura, nel merito della revisione delle forme di partecipazione ai processi di trasformazione e del quale si ripropone un altro passaggio:

«La verifica della qualità dei risultati avviene quando gli altri, i partecipanti, si riconoscono in quello che l’architetto propone.
Accade come accadeva per tutti – e anche ora per gran parte dei giovani – con la musica. Tutti suonavano, ma qualcuno era capace di produrre sonorità particolari; e quelle sonorità a un certo punto venivano riconosciute e diventavano patrimonio diffuso.»

Un pensiero, quello elaborato da De Carlo, che permette di acquisire, ancora oggi, la consapevolezza di come all’architetto spetti un ruolo diverso, attraverso il quale poter porre l’uomo al centro del progetto, in nome di una concezione dello spazio (pubblico e privato) che non deve intendersi come dimensione imposta a priori, quanto piuttosto come ambito assoluto di chi lo usa e che, in quanto tale, è in grado di incidere sul disegno stesso.
Un pensiero che potrebbe costituire – sotto il profilo didattico – un efficace strumento per avviare una riflessione critica verso un dilagante sistema del fare architettura che, attraverso la proliferazione di marchi, ha identificato l’architetto, nell’immaginario collettivo, come una figura demiurgica di creatore di forme.
Non è altrettanto casuale, pertanto, in un momento come quello attuale che, in assenza di risorse, i processi di trasformazione pubblici e privati siano mossi da logiche di carattere finanziario, come detto, con la conseguenza della totale scomparsa di uno strumento di confronto quale il concorso di architettura. Uno strumento che ha storicamente costituito – in Italia certamente meno che in altri paesi – la garanzia per la qualità della costruzione dello spazio.

Una presa di posizione sulla centralità del progetto di architettura, infine, ce la saremmo aspettata dal mondo della formazione o, meglio ancora, da chi la scuola è deputato a governarla definendo le strategie per qualificarne il senso e il significato all’interno della società.
Niente di tutto questo.
Il progetto, tanto per cominciare, ha perso ogni valore all’interno dei procedimenti di valutazione dell’operato dei docenti delle Facoltà di architettura delle Università italiane ai fini della loro progressione di carriera. I regolamenti che governano le future abilitazioni dei docenti, infatti, non considerano assolutamente il progetto come elemento centrale, o quantomeno determinante, ai fini delle valutazioni comparative.
Dopo lunghe ed estenuanti contrattazioni un’opera di architettura potrebbe costituire, solo se oggetto di un saggio da parte di un critico, un valore comparabile, ai fini accademici, a una citazione all’interno di un testo di un altro autore.
Il progetto di architettura, un’opera di architettura è di fatto equivalente a un rimando all’interno di un periodo di un saggio. La montagna ha partorito il suo topolino.
Nella valutazione della capacità di un docente di Progettazione architettonica sembra esistere solo l’architettura in forma di parole. Il progetto si inserisce all’interno di un ambito secondario, se non trascurabile, per quanto nelle Facoltà di Architettura italiane si continua a parlare dell'assoluta necessità di restituire la centralità al progetto.
E se il mondo della formazione non riesce a spostare l’attenzione su una carenza così evidente è facile ipotizzare come, progressivamente, l’architettura stessa riuscirà sempre meno ad assolvere quel ruolo politico che le spetterebbe di diritto all’interno dei processi di trasformazione delle nostre città.
In attesa di futuri sviluppi, affidiamoci all’augurio formulato ancora da Giancarlo De Carlo confidando che queste parole, elaborate in un passato non molto lontano e il pensiero che esse sottendono, possano tornare di stringente attualità nel momento in cui ribadiscono la necessità per l’architetto, attraverso il progetto, di dare materia a un’idea di spazio costruito esclusivamente a uso e consumo di chi lo abita. Per tornare a considerare l'architettura realmente un patrimonio comune.

«Oggi la capacità di condividere ai livelli più alti è molto attenuata, ma io credo che riprenderà. Non ho mai predetto e non credo che si possa predire il futuro, ma sono certo che l’architettura non morirà. Lo sforzo di organizzare e dare forma allo spazio fisico continuerà a essere esigenza impellente e passione umana.
Ma per non morire l’architettura dovrà coinvolgere chi direttamente o indirettamente la utilizza. Non sarà facile, perché la società è sempre più intricata: infinite sono diventate le classi, le categorie, i gruppi sociali. Ma questa è la bellezza del periodo che stiamo vivendo.»

AG
Novembre 2012

 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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