L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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scritti_broccoliI paint therefore I am

Arte urbana a Torino

Federica Fava

Ai tempi di Cartesio era l’azione di pensare che rendeva all’uomo la certezza della sua esistenza. Nell’epoca dell’immagine, dove il tempo della riflessione sembra ridotto all’osso è forse all’arte e al suo potere di attrazione che si può affidare questa presa di coscienza? Cogito ergo sum… I paint therefore I am. Due lingue, due tempi e due storie apparentemente tanto lontane sono davvero così distanti come sembrano?


Prima di inciampare in queste riflessioni il turista italiano scendendo dal tram lungo corso Tassoni, a Torino, si trova a fare i conti con la prima apparente contraddizione; abituato alle chiese più che alle opere d’arte murali, un momento di smarrimento invade la mente di chi decide di inoltrarsi nel borgo Campidoglio, oggetto della conferenza Arte e Sostenibilità Urbana tenutasi il 1 giugno a Torino nell’ambito del Festival di Architettura e Città. Un’enorme parete illuminata da un sole fluorescente ruba infatti la scena all’ottocentesca chiesa di Sant’Alfonso e, dopo un primo momento di sorpresa per aver concesso ad un’opera d’arte l’invasività solitamente riservata ai cartelloni pubblicitari, si capisce che l’espressione di stupore del bambino che indica il sole alle sue spalle non racconta unicamente la meraviglia di quella grandezza ma, piuttosto, suggerisce ai passanti la direzione da seguire per trascorrere un’esperienza che, in Italia, risulta pressoché unica. (Fig. 1)


Delimitato ad ovest da Corso Svizzera e ad est da Corso A. Tassoni, sviluppato sul tracciato della cinta daziaria che chiudeva originariamente la città, questo borgo conserva completamente la sua struttura ottocentesca, soprattutto grazie al piano regolatore del 1959 che ne vincolerà gran parte delle sue aree.
Il risultato dunque dell’originale divisione dei terreni è un complesso di edifici compatti di altezza massima di quattro piani, strade strette e piccole oasi vegetali come in molti borghi italiani; la particolarità di questo luogo di Torino si mostra grazie ad un’importante e riuscita esperienza di collaborazione iniziata nel 1991 con il comitato di Riqualificazione Urbana, cellula primordiale dalla quale nascerà, tra incomprensioni e collaborazione, quello che è oggi il Museo di Arte Urbana. (Fig. 2)

Un forte senso di appartenenza e un certo “orgoglio torinese” sono i motori che hanno spinto questi cittadini alla mobilitazione con l’intenzione di risanare il quartiere ed esaltarne le qualità ambientali e sociali, preservandone il peculiare carattere di “paese nella città”. Dopo tutto, sono proprio la grande partecipazione come l’intensa collaborazione tra privati, pubblico e università gli elementi che più colpiscono anche durante il festival stesso.
Promosso per la prima volta nel 2011 dall’ordine degli Architetti di Torino e dalla fondazione OTA, quest’anno il Festival replica con un ricco programma di iniziative, dibattiti, workshop negli spazi aperti e privati della città, estendendosi fino a sei comuni dell’area metropolitana. Scopo principale dell’evento è il coinvolgimento dei cittadini, riservando una fiducia ancora viva nel potere del progetto di architettura di stimolare la società.
Grandi eventi e architettura sono infatti gli strumenti che Torino usa ormai da tempo per reinventarsi, mettendosi in testa alla lista delle città italiane che hanno deciso di investire in una politica che fa del marketing urbano la sua priorità, dove il “prodotto-città” diventa la nuova merce offerta.
Facendo un salto in avanti rispetto all’avversione che l’idea di città come prodotto provoca in qualsiasi architetto, bisogna pur riconoscere che Torino si presenta come esempio virtuoso di questo tipo di intenzione che, oltre la superficie prettamente economica, nasconde un essenziale fattore di interesse. Il futuro delle città sembra infatti tutto giocato sulla loro capacità di essere attrattive, qualità che richiede un passaggio obbligato nel campo degli investimenti nell’architettura come nella cultura.
A partire dagli anni Novanta si apre infatti a Torino una nuova stagione di crescita il cui focus è il recupero urbano. Mossi dal desiderio di risanare i grandi vuoti lasciati dai processi di dismissione industriale e dal degrado fisico e sociale delle aree periferiche, prendono il via una serie di interventi volti a stabilire un nuovo significato urbano per l’intera città. Insieme ai programmi per la riattivazione del centro si affianca, nel 1997, il Progetto Periferie, che coordina programmi e risorse di varia natura (locali, nazionali ed europee) attraverso azioni ed interventi orientati verso il coinvolgimento dei cittadini come protagonisti essenziali per innescare il processo di trasformazione fisico, ambientale ed economico auspicato. Tutte queste esperienze sono orientate verso «un significativo cambiamento nel ruolo dei cittadini, da fruitori di servizi istituzionali a soggetti attivi e protagonisti del territorio […] capaci di riappropriarsi dell’interesse collettivo non più vissuto come processo automatico di delega, ma come occasione di lavorare per sè anche in maniera indiretta».(1)
In questo contesto culturale nel 1995 viene ufficialmente riconosciuto il Centro Commerciale Artigianale Naturale Campidoglio come associazione che raccoglie una serie di esercizi commerciali e artigianali la cui caratteristica di prossimità, insieme al loro inserimento all’interno di un progetto di riqualificazione urbana e di servizi, li rende tali da sembrare un centro commerciale a cielo aperto in un’area urbana.
Sebbene il borgo Campidoglio abbia conservato la sua dimensione originale, nel corso degli anni Sessanta subisce comunque un graduale abbandono sia da parte dell’amministrazione che dai suoi proprietari; a contribuire alla sua ripresa urbana ed economica saranno proprio alcuni commercianti e artigiani che decideranno di associarsi promuovendo un piano di marketing come strumento capace di contrastare l’assorbimento dei piccoli artigiani dalla grande distribuzione, grazie alla messa in campo di due armi: collaborazione e arte.
È dunque dal lavoro sinergico del Museo di Arte Urbana e dal Centro Commerciale Artigianale Naturale Campidoglio che verrà istituita la Galleria Campidoglio, dove una serie di opere specifiche per ogni negozio verranno esposte in apposite teche che, debitamente illuminate, andranno a formare una raffinata quanto divertente galleria a cielo aperto nel quartiere, per lo più lungo le vie Nicola Fabrizi e corso Svizzera, offrendo, oltre a una grande eterogeneità di prodotti e servizi, un’importante stimolo culturale, elemento imprescindibile nel raggiungimento di quella qualità dello spazio pubblico ricercata. (Fig. 3)


La presenza dell’arte non è però esclusivamente ristretta alla galleria ma invade tutto il quartiere; originariamente infatti il progetto nasce grazie alla disponibilità di alcuni residenti che si dichiarano favorevoli alla realizzazione di opere d’arte permanenti sulle pareti dei propri condomini. Il successo di questa decisione ha fatto si che dal 1995 ad oggi, all’interno del borgo, siano raccolte un totale di 109 opere realizzando così a tutti gli effetti un museo a cielo aperto al quale viene dato riconoscimento ufficiale nel 2001 della Regione Piemonte con l’inserimento del MAU nella "Carta Musei".
Mentre finestre tamponate si tingono di rosa e pareti cieche ospitano paesaggi lunari (Fig. 4-5), lo spazio statico della città si tramuta in event-cities (2), luogo della mediazione dove si mettono in scena attività culturali, architettoniche, musicali, artigianali indirizzate a definire una rete cittadina consapevole, con l’obiettivo di costruire «un’immagine condivisa (di città) come bene pubblico» (3).
Questo forte slancio non sarebbe probabilmente stato possibile senza l’investimento di fondi per lo Sviluppo Economico della città, primo fra tutti il progetto FaciliTo iniziato nel 2009, che insieme alla promozione dell’immagine del quartiere si propone di incentivare economicamente chi voglia aprire nel borgo attività legate al terziario.
Quello che forse ha permesso il raggiungimento di questo successo, oltre alla non scontata riuscita di collaborazione tra associazioni, cittadini, istituti d’arte, è forse proprio il coraggio di un’amministrazione di mettere in campo le risorse a sua disposizione investendo nella ricerca, inserendosi nel processo progettuale come “tessuto connettivo” nell’eterogeneità degli attori che oggi intervengono nella formazione della città.
Come ricorda Anna Uttaro, quello che emerge dal seminario organizzato dal Dipartimento di Urbanistica dell’Università Federico II di Napoli, in collaborazione con il Comune e riguardante il tema dell’arte pubblica in chiave partecipativa, è che nel caso delle sperimentazioni napoletane sulla rigenerazione della città, è mancato proprio l’investimento nel campo della creatività e del capitale umano che era apparso con entusiasmo dopo la prima fase del processo; mancanza che probabilmente nasconde una sfiducia nella capacità della cultura di stabilirsi come strumento utile per ricostruire una cittadinanza attiva.
Nonostante il processo di crescita della città contemporanea sembri dover recitare il mantra “guadagno dunque sono” per meritarsi un’esistenza dignitosa, è innegabile che quello che si respira tra le vie del Borgo, come nella maggior parte degli eventi del Festival, è un senso di rispetto quanto di orgoglio per una città e soprattutto per quei cittadini che hanno deciso di mettere da parte il proprio ego per indirizzare le energie nella realizzazione di un bene comune condiviso che si traduce in qualità urbana.
E se davanti a un muro pieno di nuvole ancor meglio si confondono le domande iniziali, un inaspettato desiderio intanto si manifesta, in una rinnovata voglia di partecipare allo spettacolo della città.


Note
(1) Città di Torino, Periferie. Il cuore della città. 100 buone pratiche, sei anni di sviluppo locale partecipato nelle periferie di Torino (1998-2003), in Di Biagi P., La città pubblica. Edilizia sociale e riqualificazione urbana, Torino, Umberto Allemandi & C., 2008, p. 67
(2) La nota espressione Event Cities viene coniata da B. Tschumi che la utilizzerà come titolo di una serie di pubblicazioni attraverso le quali esporrà la sua personale idea di città. In particolare nel primo di questi testi intitolato, appunto, Event Cities - Praxis, nella definizione del termine Events si legge: « there is no architecture without action or without program, and that architecture’s importance resides in its ability to accelerate society’s transformation through spaces and events».
(3) Uttaro A., La città delle razionalità vitali: le utopie sperimentali dell’agire artistico contemporaneo negli spazi urbani, tesi di dottorato di ricerca in Tecnica urbanistica, XVIII ciclo, p. 167

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
FAVA Federica 2012-10-08 n. 61 Ottobre 2012

 

 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

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