L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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scritti_broccoliI Collegi universitari di Urbino

Giancarlo De Carlo e la crisi del sistema universitario italiano negli anni Sessanta

Claudia Bernardini

decarlo_urbino_tMentre le rivolte studentesche degli anni Sessanta mettevano in luce la grande distanza che ormai esisteva tra il Sistema universitario e la società di quegli anni, Giancarlo De Carlo era chiamato a progettare i Collegi universitari di Urbino.
Alcune questioni socio-culturali di quel periodo vengono affrontate ne La piramide rovesciata, libro scritto da Giancarlo De Carlo nel 1968, nel quale attraverso la narrazione dei fatti e dei contenuti, delle proteste degli studenti nelle facoltà di Architettura italiane, l’autore esprime più o meno direttamente il ruolo che secondo Lui doveva assumere l’architettura a partire da quegli anni.


Una delle cause principali dello scontro tra gli studenti e il sistema universitario trovava le sue ragioni nell’incapacità da parte di quest’ultimo di rinnovarsi in funzione dei cambiamenti sociali che stavano avvenendo. Il mancato rinnovamento provocava, a sua volta, un’inefficiente e inattuale risposta nella preparazione universitaria che non consentiva ai futuri architetti di affrontare con le competenze specifiche le differenti situazioni che si ponevano loro.
«Veniva a galla la questione del Paese e l’urgenza delle sue necessità, o in altre parole, l’ipotesi di un nuovo impegno dell’attività architettonica nei confronti dello sviluppo della società.» (1)
Nei Collegi universitari di Urbino trovano conferma alcune considerazioni dell’autore presenti nel libro. Dalla lettura del testo, infatti, si possono rintracciare tematiche di carattere sociale, in forte continuità con la ricerca architettonico - progettuale di De Carlo.
Uno dei temi che ricorre tanto nel testo, quanto nelle opere architettoniche dell’autore, è  ad esempio il concetto di interscalarità, intesa come attenzione al fatto che ad una crescita quantitativa corrisponda un miglioramento qualitativo, che è intrinseco proprio nella nozione di società di massa: tanto L’Università, quanto l’Architettura hanno ragione di essere solo in funzione dei loro utenti finali, che proprio in quegli anni erano notevolmente aumentati, aggiungendo nuove esigenze a quelle conosciute fino ad allora. É curioso notare inoltre, come rispetto a questo dato, esista una forte somiglianza proprio tra le vicende universitarie e quelle legate alla storia dei Collegi di Urbino.
La progettazione del complesso è avvenuta in due diversi momenti: tra il 1962-66 viene realizzato il primo nucleo, che doveva ospitare 150 studenti; a distanza di circa dieci anni  occorreva che i collegi accogliessero più di 1.000 persone, così nel periodo compreso tra il 1973 e il 1981 viene realizzato un consistente ampliamento della struttura. Con i dovuti raffronti, il passaggio tra i 150 studenti iniziali ai più di 1000 finali, ha delle forti analogie con quanto avveniva nell’evoluzione dall’Università di elite all’Università di massa, fenomeno nel quale risiedono le ragioni delle proteste studentesche. Dal punto di vista progettuale De Carlo si esprime in questi termini: «[…] al contrario di come era stato previsto, ho finito col progettare un nuovo impianto che non continua affatto il precedente, ma invece cambia anche quello radicalmente. Perché? Prima di tutto perché nei dieci anni trascorsi si sono modificate le circostanze, e io stesso. Poi perché erano state registrate le retroazioni emesse dal primo progetto e se ne è tenuto conto, infine, e questo è il punto più importante perché il salto di quantità era così forte da richiedere una qualità diversa» (2).  Ecco dunque cosa afferma ne La Piramide rovesciata: «L’università di massa non è l’università di élite ingrandita, né tantomeno semplificata e istupidita. Al salto quantitativo corrisponde un salto di qualità, che la trasforma in un modello a se stante, radicalmente diverso dal modello precedente» (3).

Architettura e dimensione urbana

Quando si parla dei Collegi universitari di Urbino non ci si riferisce ad un unico edificio e al contrario nemmeno ad una serie di distinti fabbricati. Una corretta lettura di quest’opera può derivare dunque solo dal considerarla un complesso unitario nel quale ricorrono, alle diverse scale del progetto, specifiche logiche progettuali. Questa unitarietà consente di vedere gli spazi derivanti dall’opera in forte analogia con alcune modalità spaziali ricorrenti nella città storica. Lo stesso G. De Carlo infatti dichiara apertamente le sue intenzioni progettuali al riguardo: «La tessitura complessiva, come a Urbino, ha una trama costante: i materiali,le tecnologie, il rapporto di scala, la grana volumetrica. E, come a Urbino, ha un ordito variabile: i tipi organizzativi e le configurazioni formali degli spazi e quindi anche i modi d’uso e i movimenti che i tipi e le forme indurranno.» (4)
L’intero complesso si sviluppa intorno al vecchio convento dei cappuccini, che nella configurazione generale diventa un elemento accentrante a partire dal  quale si individuano una serie di altri poli. Come in una reazione a catena, ognuno di questi poli tiene insieme diverse altre attrezzature e servizi che costituiscono dei nuclei più grandi, i quali pur essendo delle unità autonome per forma e per funzione, sono fortemente legati gli uni con gli altri da una coerente e uniforme logica spaziale. Tutte queste parti sono bloccate da un sistema capillare di percorsi e camminamenti, che in qualche modo caratterizzano l’intera struttura, i quali subiscono dilatazioni e restringimenti a seconda della loro posizione, interna o esterna, rispetto agli edifici.
Nonostante rimanga sempre presente il contesto fortemente naturalistico, non si esce quasi mai al di fuori di uno spazio interamente costruito. Mediante differenti operazioni, gli edifici accompagnano costantemente il visitatore circoscrivendo la visuale da ambo i lati e lasciandola penetrare solo in occasioni puntuali. In questo modo i percorsi che strutturano l’impianto sono delle vere e proprie strade che a loro volta confluiscono nelle piazze che sono sulle coperture degli spazi collettivi.
Da questo continuo confronto, tra i principi insediativi generali dell’impianto planimetrico e le caratteristiche specifiche dei tipi di spazi che ne risultano, trovano conferma le ricerche che De Carlo conduce per  anni, rispetto alle scale del progetto. Quanto descritto finora sui Collegi universitari mette in luce la natura di un’opera tesa tra architettura e città, le cui scelte progettuali risultano appropriate soprattutto grazie ad un forte controllo del progetto alle sue differenti scale.
Questo tema, torna più volte in evidenza anche ne La Piramide rovesciata. In diverse occasioni infatti, l’autore sottolinea la necessità di una preparazione specifica per ogni differente occasione progettuale: «Non si tratta di addestrare quadri per una classe al potere, ma di preparare operatori destinati all’intero contesto sociale; quindi specializzati per attività specifiche, ma consapevoli della finalità e delle conseguenze implicite nella loro azione. […] il compito è di preparare architetti per i diversi livelli e per i vari rami dell’attività architettonica, capaci di operare con strumenti e metodi differenziati per ciascun livello e ciascun ramo, nell’ambito di una identica matrice concettuale.» (5). Il contesto sociale con il quale doveva confrontarsi il lavoro dell’architetto da quel momento in avanti era profondamente cambiato, o meglio si era ampliato, facendo aumentare di conseguenza il numero e la tipologia delle questioni progettuali con la quali un architetto deve relazionarsi. Il progetto d’architettura doveva coprire un campo di competenze che andavano dall’oggetto alla città: «Per questo dalle matrici dell’architettura è nata l’urbanistica come scienza delle trasformazioni strutturali e formali del territorio e, in direzione simmetrica è nato il disegno industriale come scienza della produzione massiva delle cose che collocandosi nel territorio partecipano della sua trasformazione» (6).
Le qualità spaziali dei Collegi, che derivano da una progettazione che procede parallelamente alle diverse scale architettoniche, sono tanto più apprezzabili man mano che si entra nel dettaglio.
Ognuno dei nuclei precedentemente individuati segue, nelle relazioni tra le parti che li compongono, una medesima matrice concettuale, e al tempo stesso danno luogo a spazi chiaramente differenziati gli uni dagli altri. Unica costante indiscutibile resta l’uso dei materiali che aiuta a conferire unitarietà all’insieme.
I volumi più grandi, intorno ai quali (con diverse modalità) si articolano gli alloggi, ospitano attività di tipo collettivo. A seconda che siano pensate per essere svolte in modo più o meno individuale, le attività collettive occupano spazi che si dilatano e si restringono in funzione dell’uso. Questa doppia natura degli spazi comuni interni conferisce alla struttura una ambivalenza sia fisica sia concettuale, che la colloca a metà strada tra un esterno e un interno. Spazi per lo studio si susseguono ad aree più ampie attrezzate con spalti o piccole arene per attività teatrali, incontri culturali, momenti collettivi in genere. Anche il cambio di materiali accompagna e aiuta a sottolineare l’alternanza delle varie attività.
La ricchezza spaziale degli ambienti finora descritti nasce proprio dalla precisa intenzione di sollecitare e allo stesso tempo soddisfare un insieme di relazioni e attività diversificate, ma comunque ben definite. Da ciò deriva una complessità architettonica che non consente un’immediata comprensione sintetica delle scelte progettuali; questa sembra piuttosto il risultato di una lunga serie di tentativi e sperimentazioni avvenute nel tempo che solo in seguito hanno condotto  ad una scelta definitiva. Tutti questi aspetti trovano in parte conferma anche nelle parole di G. De Carlo: «[…] la forma è la materializzazione in termini fisici tridimensionali di una struttura, e cioè di un tipo organizzativo attraverso il quale una o più funzioni diventano attuali. […] il percorso che porta alla definizione di una forma è complesso e mediato, e uno degli elementi fondamentali di mediazione è la struttura; intendendo per struttura il modo in cui le attività si organizzano nello spazio.»  (7).
All’unicità degli spazi collettivi, che nell’intero complesso sono contenuti all’interno di cinque differenti edifici, e che unitamente agli alloggi ad essi legati costituiscono i nuclei di cui si compone l’intero complesso, si contrappone, seppure con delle varianti, la prevalente serialità degli spazi per gli alloggi. Anche per questi ultimi, la dialettica che si instaura tra individuale e collettivo, e la spazialità che deriva da tale confronto, genera una successione di ambienti di notevole qualità spaziale.
I ballatoi che distribuiscono gli alloggi, sono delle vere e proprie strade interne: assumendo quote differenti in funzione della naturale orografia del terreno, questi elementi ospitano, in diversi modi, soggiorni o servizi comuni per gruppi di circa otto camere. Le modalità, con le quali sono organizzati gli ambienti in questi spazi semi-pubblici, sono strettamente legate alla natura del terreno sottostante che in questo caso fornisce un pretesto progettuale per giocare vivacemente con i cambi di quota, più o meno improvvisi.
Lo studio dei Collegi universitari di Urbino può essere intrapreso a partire da due distinti punti di vista: da un lato esiste una struttura architettonica e spaziale che si ripete con gli stessi principi alle diverse scale del progetto; dall’altro ci sono una serie diversificata di attività e relazioni sociali che derivano dall’organizzazione dello spazio fisico, e dal quale in una certa misura vengono gerarchizzate. Entrambi questi aspetti trovano ragione di essere l’uno dall’altro. E’ proprio da questo stretto e reciproco rapporto, che si istaura tra l’architettura e l’uomo, che nascono i collegi, la cui struttura fisica si rilegge anche dall’esterno. La giustapposizione di volumi scatolari, di contenute dimensioni, posti a seguire il naturale dislivello del terreno, indicano piuttosto chiaramente la loro funzione di alloggi. Così come sono immediatamente evidenti le eccezioni a questo sistema, nelle quali si svolgono le attività collettive, e verso le quali il visitatore è portato ad andare. Il tessuto dei percorsi, a metà strada tra natura e artificio, tiene insieme tutte queste parti, mentre le naturali curve di livello permettono una reciproca introspezione tra i differenti spazi, alle diverse quote.
A distanza di più di trent’anni i Collegi universitari di Urbino si presentano ancora come una struttura pienamente funzionante, anche se coerentemente con il pensiero dell’autore, per esserne sicuri bisognerebbe chiedere direttamente agli studenti residenti.


 

Note
(1) DE CARLO G., La piramide rovesciata, Bari, De Donato, 1968, p. 39
(2) NICOLIN P., Conversazione su Urbino, in “Lotus International”, 1978, 18, p.21
(3) DE CARLO G., La piramide rovesciata, Bari, De Donato, 1968, p. 50
(4) NICOLIN P., Conversazione su Urbino, in “Lotus International”, 1978, 18, p.21
(5) DE CARLO G., La piramide rovesciata, Bari, De Donato, 1968, p. 50
(6) Ibidem,  p. 67
(7) NICOLIN P., Conversazione su Urbino, in “Lotus International”, 1978, 18, p.12

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
BERNARDINI Claudia
2012-09-04 n. 60 Settembre 2012
 
Hortus

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hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

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