L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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scritti_broccoliInterpretare l'informale

Esperienze di riconciliazione con i luoghi dell'abitare

Fabio Quici

quici_informale_tQuando si pensa alla città, il modello ricorrente è ancora quello modernista, quello di un organismo razionale, definito nelle sue parti, un luogo dove il nuovo manifesta per lo più un'attitudine all'astrazione, ad un ordine visibile dove il coinvolgimento dei suoi abitanti è strettamente legato a virtuosismi tecnologici, al sorprendente e all'inaspettato. Questo tipo di modello è quello a cui aspirano, e al quale vorrebbero partecipare la gran parte dei progettisti perché in grado di garantire libero sfogo alla creatività, grandi investimenti e la massima visibilità dei suoi registi e dei suoi artefici.


Tuttavia, c'è un'altra città, una città che sfugge a modelli predefiniti perché risponde a necessità contingenti, a logiche complesse che sono espressione di requisiti e strutture locali piuttosto che di aspettative globali, una città che cresce parallelamente a quella strutturata, ma con un ritmo vertiginoso, nei confronti del quale nulla possono gli strumenti noti di pianificazione e di recupero.
Questa parte della città, che si estende a dismisura sul territorio – qualunque sia la sua orografia – assediando le concentrazioni del commercio e della finanza, del turismo di massa e delle abitazioni di lusso, rimane sconosciuta ai più in tutta la sua estensione, anche se manifesta tutti i caratteri dell'evidenza nelle concentrazioni metropolitane del centro e sud America, in Africa e in Asia. Basti pensare a Rio de Janeiro, a Città del Messico, a Caracas e a Bogotá così come a Johannesburg in Sud Africa e a Mumbai in India. Gli esiti di tali insediamenti informali solo apparentemente appaiono simili, in realtà, anche se rispondono tutti ad un'esigenza primaria, quella di dare corpo ad una struttura abitabile, rispecchiano differenti specificità rispondenti alle diverse strutture sociali e ai diversi retaggi culturali; espressioni comuni, inconsapevolmente condivise, sono l'estrema articolazione e ricchezza nel dare corpo ad un'esigenza primaria – tutt'altro che elementare – come quella dell'abitare e la volontà di dare forma ed espressione alla propria individualità, al proprio senso di appartenenza alla casa e quindi di rendere possibile un'immedesimazione con i suoi esiti formali.
«Se dovessi descrivere la mia esperienza di Caracas con un'unica emozione — ha scritto lo psicologo Axel Capriles — probabilmente citerei lo sgomento; lo sgomento nel senso più ampio del termine, dal sussulto di fronte all'inatteso, all'imprevisto o all'assurdo, fino al timore, o al fascino, dell'instabilità e del mutamento. Il genius loci di Caracas alimenta un particolare appetito per quanto sia irregolare e intermittente: chiama a raccolta il bizzarro. Le indicazioni dello sviluppo metropolitano seguono i comandi silenziosi provenienti dai barrios, e perfino il gergo degli urbanisti del posto rispecchia l'informalità del luogo: l'anima collettiva della popolazione è permeata di un secco rifiuto delle norme e di una forte avversione all'osservanza della legge (…)»(1). Queste osservazioni, rivolte alla realtà venezuelana, potrebbero adattarsi perfettamente alle impressioni che possono suscitare anche le favelas brasiliane o il vasto tessuto delle viviendas informales di Bogotà. In tutte queste realtà, solo una volta superato lo sgomento iniziale e dopo che l'architetto-antropologo avrà allenato lo sguardo nel riconoscere le differenze e le costanti, si potrà riscontrare che non c'è un rifiuto delle norme tout-court e che gli esiti non sono solo il frutto di un'inosservanza della legge, bensì, come si è rilevato nella comprensione dei fenomeni caotici, sono solo il frutto di un “ordine di grado superiore” che attende di essere compreso.
E allora, «se, per definizione, i sistemi formali sono un insieme di norme esplicite elaborate per regolare la vita sociale e per prevederne gli sviluppi, l'informalità è un sistema di livellamento che contempla l'introduzione del caos nell'ordine, un atteggiamento adattativo che accetta la mancanza di lungimiranza, la sorpresa e la casualità come elementi inevitabili e importanti della vita» (2). Guardando, dunque, alle case di quartieri come Bosa a Bogotà, si potrà riconoscere nell'uso del colore e dei motivi geometrici sulle facciate, non una semplice decorazione, ma un linguaggio che comunica il ruolo di ciascun abitante nella comunità e, attraverso i mutamenti nel tempo, anche la sua eventuale emancipazione economica e sociale. Lo stesso vale per le recinzioni di protezione che caratterizzano i fronti stradali delle abitazioni, la cui complessità va di pari passo con l'affermazione sociale dei suoi proprietari. Si tratta di decodificare un linguaggio complesso che nasce da una struttura sociale fondata su degli equilibri che la nuova architettura che si vorrebbe imporre alle masse, sostituendosi all'informalità degli insediamenti, dovrebbe rispettare. Quando si costruisce pensando solo in termini quantitativi, senza comprendere l'impatto sociale che ha sulla comunità la mancanza di qualità dettata da uno spazio urbano ricavato solo da aree di risulta e dall'offerta di case seriali-standardizzate, il rischio è quello di generare rifiuto e violenza, ed il lavoro di adeguamento e recupero delle nuove edificazioni nel tempo può diventare anche più complesso della riqualificazione del tessuto informale.

Significativo è il punto di vista di Lucien Kroll nei confronti degli esiti della ideologia residenziale del moderno, fatta di aree totalmente pianificate con residenze prefabbricate, che ha avuto un impatto devastante sulle popolazioni europee – nella sola Europa dell'est 170.000.000 di persone sono costrette a vivere in 70.000.000 di unità residenziali prefabbricate ormai obsolete. Secondo Kroll, dal momento che l'opera di demolizione è “impossibile, scandalosa, inumana e disperata”, mentre quella di trasformazione impercorribile perché necessita di troppo tempo, la possibile strategia è quella di una riappropriazione dell'esistente attraverso successive aggiunte (3), fino ad arrivare a “coprire” le vecchie strutture e quindi crescere nel corso degli anni; questa operazione porterebbe a riaffermare una cultura popolare contemporanea, condivisa da una maggioranza multiculturale adattativa. Esperienze di questo genere sono state messe in pratica da Kroll in interventi di piccola scala integrati con il paesaggio e realizzati con la diretta partecipazione degli abitanti.

L'architettura come azione sociale è propugnata anche da Carin Smuts in Sudafrica; è sua convizione che “bisogna dare alla gente un ambiente di cui possano essere fieri, con funzioni e forme che corrispondano loro”. Sviluppando una strategia collaborativa con gli stessi abitanti, Carin Smuts ha realizzato progetti d'interesse comunitario coinvolgendo i diretti interessati e garantendo loro anche lavoro, con la partecipazione attiva nel cantiere. Usando materiali locali poveri, come mattoni e lamiera ondulata – ciò che è disponibile sul posto, anche di riuso — e coinvolgendo la stessa comunità nella decorazione multicolore che contraddistingue la cultura sudafricana, Smuts ha realizzato nel contesto povero delle township edifici d'abitazione a basso costo e numerose strutture pubbliche (scuole, centri d'arte, sale polivalenti, centri d'incontro rurali).
Un atteggiamento analogo contraddistingue, in Sudafrica, anche il lavoro di Peter Rich, mentre alcune esperienze degli studi Noero Wolf e 26'10 South Architects sono incentrate su un'architettura adattativa e quindi trasformabile nel tempo.
Ai caratteri propri dello spontaneismo è orientata l'architettura delle Pelip Housing a Port Elizabeth dei Noero Wolf Architects, i quali hanno lavorato anche  su moduli base integrabili nel tempo dagli stessi abitanti nel complesso Motherwell Housing. Passando attraverso uno studio attento anche alla microeconomia che governa la sopravvivenza dei più poveri, i 26'10 South Architects, in una proposta per la Reception Area di Diepsoot4 (la più grande apartheid township del Sudafrica), tra Johannesburg e Pretoria, hanno pensato che la fabbrica informale può cambiare gli standard dello spazio lavorativo associato con l'abitare urbano e rivelare strategie innovative nella realizzazione di uno spazio pubblico dotato di elementari attributi che possono contribuire alla stessa sopravvivenza economica della comunità. Con la messa a punto di due diverse tipologie d'insediamento, ponendo particolare attenzione anche alla dimensione urbana, i progettisti sono riusciti a fornire due differenti approcci che garantiscono una possibile crescita nel tempo del tessuto residenziale-produttivo ed un mix di diverse possibilità di utilizzo e di economie di sostentamento e sviluppo.

Con analoghe attenzioni, in un contesto diverso come quello cileno, lo studio Elemental di Alejandro Aravena ha realizzato complessi residenziali come Quinta Monroy a Iquiqe e Lo Espejo a Santiago del Cile. Si tratta di tentativi che cercano di conciliare nel progetto un'adeguata attribuzione di standard garantiti (impianti tecnologici e superfici minime abitabili) ed una possibilità di espansione nel tempo della cellula residenziale la quale, nel suo completarsi, interpreta l'autocostruzione come esperienza fondamentale di appropriazione ed espressione individuale dell'abitare da parte del nucleo familiare.
Alle esperienze brevemente illustrate, ne andrebbero aggiunte altre, come quelle di Teddy Cruz, sul confine tra San Diego e Tijuana, il quale “studia il conflitto quale principale strumento operativo per ridefinire la prassi architettonica nella città contemporanea”, o come quelle, più note, del collettivo di Rural Studio in Alabama (5).
Un'indagine approfondita di quanti architetti operino in contesti di conflitto sociale, o quante e quali siano le soluzioni alternative all'edilizia di massa e alla città informale e, soprattutto, quali esiti nel tempo abbiano avuto, non è dato tuttavia sapere. Manca infatti una rete di connessione tra gli interpreti dell'architettura per il sociale ed uno scambio delle esperienze maturate. Se a questo si aggiunge che la riconciliazione con i luoghi dell'abitare deve passare anche, necessariamente, attraverso un ripensamento dello spazio urbano (6), volgendo uno sguardo attento a come la città informale viene utilizzata e di cosa necessita, si comprende quanto importanti siano, comunque, anche le esperienze episodiche come quelle citate, nell'ottica di una riformulazione del disegno urbano nel suo complesso e delle più generali condizioni progettuali. Le risposte stanno già nella ricchezza di suggestioni e nelle dinamiche della città informale – come alcuni acuti interpreti dell'architettura moderna e contemporanea hanno già intuito. Le soluzioni stanno negli occhi di chi avrà allenato lo sguardo nel riconoscerle.


 

Note
(1) A. Capriles. "I precari e le sventure dell'informalità", in: Catalogo della 10. Mostra Internazionale di Architettura, La Biennale di Venezia, Venezia: Marsilio, 2006, p. 107.
(2) Ibidem
(3) Si veda, a titolo di esempio, gli interventi di recupero e ristrutturazione di unità abitative di edilizia popolare a Bordeaux-Pessac (1989-1991), Montbéliard-Béthoncourt (1990-1994), Hellersdorf –Berlin (1994), Leeuwarden-Vrijheidswijk (2003), Arnhem-Presikshaaf (2005-2006).
(4) Il materiale di studio e progetto, elaborato dai 26'10 South Architects insieme all Goethe-Institut di Johannesburg e dal Prof. Lone Poulsen è disponibile sul sito web www.housinginformalcity.co.za.
(5) Si veda no anche i video documentari che esplicitano la filosofia operativa di Rural Studio in www.ruralstudiofilm.com
(6) A tal proposito, il presente scritto è maturato in occasione del la partecipazione, in qualità di tutor, al workshop internazionale Urbanismo Social: Proyecto urbano integral. Localidad de Bosa (Universidad de La Salle, Bogotà, ottobre 2010) il cui tema era il disegno dello spazio pubblico nella città informale.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
QUICI Fabio
2012-02-20 n. 53 Febbraio 2012
 
Hortus

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hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

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