L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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scritti_broccoliChe cos'è lo spazio comune?

Definizione di un soggetto nella costruzione della città contemporanea

Juan Lòpez Cano

lopez_craneIl concetto di spazio pubblico ha subito una molteplicità di trasformazioni nel corso della storia. Le radici alla base di questo cambiamento risiedono nella progressiva privatizzazione che stanno subendo i beni considerati comuni e la disattenzione delle istituzioni riguardo i problemi della collettività. Ne consegue che, mentre una parte di cittadini viene espropriata di beni e diritti fondamentali, dall'altra si generano delle logiche di auto-governo che esulano dalle tradizionali categorie di pubblico e privato, con conseguenze visibili anche nel campo dell'architettura.

  Questo è il primo di due testi che verranno pubblicati da (h)ortus: nella prima parte si prova a riflettere sui mutamenti prodotti nella sfera semantica del pubblico che portano all'attuale uso di comune come termine più idoneo per definire i fenomeni contemporanei di riappropriazione dello spazio urbano. Nella seconda parte si registreranno gli effetti di tali circostanze sulla produzione architettonica, cercando di capire come nuovi spazi - concepiti su una logica di costruzione e gestione comune - stanno aprendo il panorama della professione ad un pubblico più esteso ed eterogeneo, sconfinando in pratiche a cavallo tra arte e architettura, tra tecnica artigianale e attivismo metropolitano.

L'uomo pubblico

Il concetto di spazio pubblico non è un concetto relegato esclusivamente alla disciplina architettonica. Parallelamente all’architettura, altre discipline come la filosofia, la sociologia o l'antropologia hanno sviluppato teorie autonome in materia, definizioni specifiche di capitale importanza per nel tentativo di attualizzare il senso che questo concetto sta acquistando nella città contemporanea. Cercherò con questo testo di analizzarlo su due fronti disciplinari diversi: uno in questa prima parte dove, attraverso il confronto di tre testi - Vita Activa della filosofa Hannah Arendt, Il declino dell'uomo pubblico del sociologo Richard Sennet e Sociedades Movedizas. Pasos hacia una antropologia de las calles de Manuel Delgado - proverò a tracciare una genealogia del significato di pubblico. Nella seconda parte invece, attraverso altri testi che hanno strutturato un seminario tenutosi al corso di dottorato in Architettura e Costruzione - Spazio e Società (1), evidenzierò la crescente distanza creatasi tra professionisti della pianificazione urbana e architettonica e i bisogni reali e immediati della comunità.
La ragione di fondo che attraverserà questo lavoro sarà il “progressivo abbandono del cittadino della res publica” (o nell'uso italiano che si fa dell'espressione, la “cosa pubblica”). Compiendo un esercizio di estrema semplificazione delle teorie formulate in queste discipline esterne alla nostra pratica, sono due le cause che possiamo trovare alla base di questa controversia: le continue privatizzazioni prodotte dal sistema capitalista sui beni comuni e la gestione non inclusiva che le amministrazioni pubbliche - colte da un ossessivo bisogno di sicurezza - stanno imponendo sul governo delle nostre città.
Volevo cominciare questa genealogia con una frase della Arendt: «che la fondazione della polis fosse preceduta della distruzione delle comunità basate sulla parentela non era solo una teoria di Aristotele ma un semplice fatto storico» (2). Per l'autrice, la distinzione che nel mondo greco esisteva tra sfera pubblica o vita nella  polis – dimora del uomo politico o colui che impegna la sua attività nella azione e nel discorso – e sfera privata o vita familiare – nella quale veniva compiuta la conservazione della vita stessa – era un prerequisito della libertà. La comunità politica che s'insediava nella polis veniva così definita come la più individualistica e meno conformista che fosse mai esistita. La possibilità di partecipare alla vita pubblica implicava a quell'epoca il soddisfacimento dei bisogni primari – alimentari, affettivi, ecc. – e il poter lasciare il lavoro a carico di un gruppo di persone che ne assicurassero l‘operatività oltre che agli schiavi, che si occupavano della sua riuscita – osservando qui come nessuna situazione, apparentemente ideale, fosse esenta di criticità. Questo significava che l'uomo non dipendeva più dai bisogni o necessità umane e poteva entrare a fare parte della polis, «una forma di organizzazione peculiare e liberamente scelta, non una mera forma d'azione necessaria per tenere uniti gli uomini in un mondo ordinato» (3).
Sarà dunque la questione del “controllo”, che sembra di imporsi come metodo per gestire gli affari politici dopo la caduta dell'impero romano, a fare da spartiacque storico per la partecipazione dei cittadini alla res publica. Durante il medioevo – e con l'avvento del Cristianesimo come dottrina comunitaria – sarà l'attenzione ai problemi del privato a cominciare ad affacciarsi nel dominio del pubblico. Tuttavia è con la nascita delle scienze sociali, e in particolare con quella dell'economia nel XVIII sec., che si fonderanno le basi della nostra “cultura pubblica” odierna. A questo termine la Arendt assocerà il termine società, ovvero quel dominio del pubblico che non rispecchia più la libertà di scelta e l'azione come forma di esercitarla, bensì un concetto che ha assorbito il dominio del privato e con il quale si tenderà, dopo la fine dell'Ancien Régime, a chiamare alla cosa pubblica. La gestione della collettività passerà, da questo momento in poi, a realizzarsi attraverso gli oggetti che, con il suo potere di omologazione, assicureranno un controllo della società e di tutti i suoi membri come una “società di massa”.
Ma le forme di espressione in pubblico hanno trovato, negli ultimi due secoli, un ulteriore freno alla loro già acquisita impersonalità. Tra i principali fattori, Richard Sennett (4) individuerà nella dilagante diffusione del disturbo narcisistico – il cui significato clinico consiste in un tale assorbimento in se stesso che impedisce al soggetto di distinguere quello che appartiene alla sfera dell'Io da quello che è esterno – un elemento chiave per costituire una “teoria dell'espressione sociale” della nostra era, fotografia di un declino che Sennett ha deciso d'identificare con quello del “uomo pubblico”. Il fattore psicologico si unirà pertanto alla mercificazione della società conseguente alle rivoluzioni di fine '700 e a un terzo agente con cui verrà rotto l’apparente equilibrio fino a quel momento mantenuto tra geografie pubbliche e private: la secolarizzazione e la risultante «celebrazione dell'oggettività e della fredda aderenza ai fatti, nel nome della scienza» che «in realtà preparava inconsapevolmente il radicale soggettivismo che caratterizza la nostra epoca» (5).
Sembrerebbe ora che una tale impresa come quella di oggettivare qualsiasi ambito disciplinare abbia promosso nella sfera urbana una concezione dello spazio pubblico come «luogo de-conflittuale nel quale si sviluppa una convivenza senza soprassalti né esclusioni» (6). Ma già Sennett (7), allora professore alla University of New York, dopo gli scontri razziali che agitarono le città americane nel 1970, fece leva su questa concezione politicamente “scorretta” della società come “comunità conflittuale”. Per poter convivere all'interno del tessuto urbano manifestava il bisogno di perdere la paura del controllo e di smettere di mistificare l'ordine che le città avevano storicamente ricoperto, lasciando spazio alla tolleranza, alle incertezze e a ogni forma di indeterminatezza, essenze delle città contemporanee.
Alcuni settori della nostra disciplina, come ad esempio l’housing sociale, hanno tentato di rispondere al conflitto producendo un esteso divario tipologico e ricerche di flessibilità all'interno degli alloggi di nuova costruzione, vedendo nell'utente non più un tipo da classificare bensì una «ampia gamma di soluzioni che si legano ai contesti esistenziali specifici all'interno dei quali il problema si pone» (8). Ma «se il di dentro è lo spazio della struttura, il di fuori lo è dell'evento» (9). In sostanza, interno-esterno possono essere identificati con privato-pubblico, dove l'esterno non viene più inteso come uno spazio tra costruzioni bensì come dimora della “vita quotidiana”, quella che «tramite certe operazioni, certe procedure, certe azioni e rapporti – e non di nessun discorso o progetto – fanno sorgere là fuori un determinato ordine sociale» (10). Questi eventi che si svolgono nello spazio del quotidiano non hanno sempre bisogno di essere governati. Anzi, le ultime rivolte e lotte cittadine – dalle recenti rivoluzioni arabe, alle proteste di Liberty Plaza o agli indignados di Puerta del Sol – hanno dimostrato una capacità di ordine auto-gestito nel governo dello spazio pubblico.
Il vuoto che si è aperto nella contemporaneità tra “governo dello spazio pubblico” – da poter qualificare come privato – e bisogni che lì si manifestano – di natura pubblica – sta facendo riemergere con forza una terza categoria importante nel governo delle città di oggi: quel comune che, applicato ai beni che non sottostanno alle tradizionali categorie di pubblico o privato, diventa territorio d'azione per l'auto-soddisfacimento di un’infinità di bisogni propri della comunità urbana. Piazze, strade e spazi residuali sono oggetto della rinascita di una nuova strategia di conquista della socialità e delle relazioni, beni che oggi sembra si possano godere solo attraverso l'adeguamento a delle regole d’uso già scritte, senza alcun grado libertà.
Fin qui ho esposto un'analisi metodologica esterna alla pratica architettonica. Alla luce di questo, la domanda è se veramente ci siano stati momenti dove la spontaneità d'uso abbia pervaso le radici della nostra pratica e se esistono forme di autogoverno del territorio dove l’apporto dei progettisti abbia contribuito al manifestarsi di forme non convenzionali di spazio collettivo. Alla ricerca di questi esempi cercherò di dedicarmi nella seconda parte.

Note
(1) I testi che mi sono stati assegnati in questo seminario di dottorato e che comporranno il corpus della seconda parte di questo articolo sono: Il tempo dello spazio di K. Lynch, Spazio di relazione e spazio privato di S. Chermayeff e C. Alexander, Antropologia Urbana di A. Signorelli e Public places, Urban Spaces di M. Carmona.
(2) Arendt H., The Human Condition, Chicago, 1958, tr. it. Vita activa, Milano, Bompiani, 1994.
(3) ibid.
(4) Sennett R., The Fall of Public Man, New York, 1977, tr. it. Il declino dell'uomo pubblico, Bompiani, Milano, 1982.
(5) ibid.
(6) Delgado M., Sociedades movedizas. Pasos hacia una antropologia de las calles, Anagrama, Barcelona, 2007.
(7) Sennett R., The uses of disorder. Personal identity and city life, New York/Londra, 1970, tr. it. Usi del disordine. Identità personale e vita nelle metropoli, Costa&Nolan, Genova, 1999.
(8) Signorelli A., Antropologia Urbana. Introduzione alla ricerca in Italia, Guerini, Milano, 1996.
(9) Delgado M., op. cit.
(10) ibid.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
LOPEZ CANO Juan
2012-02-22 n. 53 Febbraio 2012
 
Hortus

Lo spessore della città

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Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

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Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

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