L'editoriale di (h)ortus


fave.jpg
Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
Continua...

Lo spazio reale e lo spazio della rete. Editoriale Agosto-settembre 2011 PDF
melone_2Il moderno Prometeo e il moderno Icaro, Franklin e i fratelli Wright, inventori dell'aeroplano: sono loro quei funesti distruttori del senso di distanza che minacciano di far ripiombare il mondo nel caos. Il telegrafo e il telefono distruggono il cosmo. Il pensiero mitico e il pensiero simbolico, nel loro sforzo per spiritualizzare il rapporto fra l'uomo e il mondo circostante, creano lo spazio per la preghiera o per il pensiero, che il contatto elettrico istantaneo uccide.
Aby Warburg, Il rituale del serpente, Adelphi 1998, p. 66

Nella condizione culturale attuale, non è certo necessario ricorrere alle argomentazioni contenute nella Dialettica negativa di Adorno per evitare di lasciarsi abbagliare dai fantasmi dell’ipermodernità. Altrettanto difficile è credere che siano ancora in molti a nutrire fiducia nel progresso quale strumento di continuo superamento del presente. Per la disciplina architettonica questo fatto appare tanto più vero considerando quelli che sono i suoi principali strumenti di innovazione: la costruzione, l’invenzione formale. Assai raramente si è dato il caso di uno spazio architettonico o urbano che sia stato la causa piuttosto che la conseguenza di un mutamento sociale. Una buona architettura sa senz’altro produrre un luogo adeguato per il gruppo sociale che la adopera, fornire un’interpretazione costruita delle sue aspirazioni e dinamiche, ma molto difficilmente potrà modificarne la struttura.
La natura conservatrice dell’architettura – tema caro ad Adolf Loos – dovrebbe rendere questa disciplina un “punto fermo” nello svolgersi tutt’altro che lineare del tempo, inibendone la capacità di captare troppo rapidamente le trasformazioni sociali, economiche, culturali. In una condizione ideale queste mutazioni vengono metabolizzate lentamente, comparendo nelle forme dello spazio costruito con la cadenza del tempo storico.
Rispetto a questo lento incedere, è stato compito delle avanguardie di tutte le epoche, ma soprattutto dello scorso secolo, quello di superare “di getto” il momento presente, prefigurando quali sarebbero potuti essere la casa del futuro, la città del futuro, il pianeta del futuro. Ma tutti i movimenti di avanguardia sono stati ben consapevoli del limite tra utopia e reale, tanto da sfruttare frequentemente questa conclamata differenza come strumento poetico.
Eppure, nonostante l’intrinseca “lentezza” dell’architettura sia un’evidenza connaturata alle sue stesse forme operative, con sempre crescente frequenza si assiste al tentativo di attualizzarne i contenuti o le strutture formali, per renderle affini alle trasformazioni in atto in altri campi del sapere o della cultura. In altre parole, il superamento del presente, un tempo appannaggio delle avanguardie, sembra essere diventato la norma, come se il fatto di fare architettura in sé costituisse una sorta di perenne avanguardia.
Sono molte le cause di questo spostamento culturale nell’ambito della nostra disciplina. La commercializzazione dell’istruzione architettonica operata dalle università di élite, il ruolo di orientamento culturale svolto da alcuni pensatori di primo piano, l’enorme visibilità che può essere conquistata “in tempo reale” tramite Internet, nonché la crescita esponenziale della narratività quale strumento di argomentazione sono tutti fattori che spingono gli architetti – soprattutto giovani ma non soltanto, da tutto il mondo con qualche rara sacca di resistenza culturale – a cercare l’affermazione istantanea tramite il coup de théâtre, nel tentativo di raggiungere un’immediata archistarrizzazione. Eppure la realtà sembra resistere a tanti utopistici tentativi di trasformazione, lasciandosi condizionare soltanto con grande, anzi grandissima difficoltà.
Un esempio emblematico di questa modalità di produzione culturale è legato al “paradigma della rete”. È evidente che la rivoluzione nel modo di comunicare che stiamo vivendo da quasi due decenni stia progressivamente causando modificazioni anche sui nostri modi di pensare. È altrettanto chiaro che questo è soltanto l’inizio di un processo di trasformazione molto più lungo, i cui esiti finali solo alcuni pensatori visionari sono in grado oggi di prefigurare. Non c’è quindi dubbio sul fatto che qualcosa di molto importante stia cambiando: ma il presupposto teorico del “paradigma della rete”, ovvero che tutti viviamo ormai immersi nella realtà virtuale di Internet, appare molto meno convincente. Tanto meno i tentativi di creare un modello istantaneo di integrazione della rete con lo spazio dell’architettura e della città.
Facciamo due rapidi conti, senza pretesa di scientificità. L’attuale popolazione mondiale è di circa 6,89 miliardi di abitanti (1). Di questi, dal 2010 più della metà vivono nelle aree urbane del pianeta, come recita un mantra che viene ormai premesso a qualsiasi studio serio o semi-serio che si occupi della città (2). Facebook, tanto per citare il social network più usato al mondo, ha poco più di 500 milioni di utenti, dei quali circa il 50% usa il sito quotidianamente (3). Se, semplificando, immaginassimo che tutti coloro che usano Facebook almeno una volta al giorno siano abitanti di aree urbane e possano considerarsi “immersi nella rete”, allora parleremmo di circa 250 milioni di persone. Una cifra senz’altro ragguardevole, ma che rappresenta appena il 7,25% dei 3,5 miliardi di abitanti dei centri urbani del pianeta. Una minoranza, certamente destinata a crescere nel tempo, ma altrettanto lontana dal rappresentare un dato realmente significativo.
Questa considerazione meramente quantitativa ci consente di osservare – ancora una volta – quanto distante sia la realtà dei fatti dalle fabbricazioni teoriche di tanti architetti. Piuttosto che tentare di interpretare le istanze di una società che soffre di un drammatico deficit di spazio qualificato, molti di loro tendono a voler anticipare ad oggi una (possibile) evoluzione prossima ventura, cercando la significatività dei luoghi non tanto nello spazio reale, quanto nella sua presunta integrazione con le reti di comunicazione. Tutto questo però finisce per rivolgersi ad una minoranza sociale che sembra ricalcare il milieu da cui provengono gli architetti stessi: architettura per me stesso. Si avverte la stessa vacuità dei tanti “profeti” che ancora oggi invocano la rinaturalizzazione delle città in nome di un bucolico ritorno alle origini.
Non si vuole qui però sottolineare l’inconsistenza di tante flaccide teorie o di operazioni di autocelebrativa postcontestualizzazione, perché il più delle volte questi fenomeni non riescono nemmeno a “fare finta” di essere convincenti. Quello che più ci interessa è comprendere quale possa essere un’accezione positiva del legame che si istituisce tra lo spazio reale – quello in cui si costruisce l’architettura – e la rete di informazioni istantanee veicolate da Internet. La straordinaria portata della rivoluzione informatica deve potersi espletare anche nello spazio reale, ma è necessario che ciò avvenga sviluppando nuove e intelligenti forme di collaborazione, capaci di rendere l’interazione un valore aggiuntivo e non sostitutivo.
Il fatto che lo spazio urbano si componga di elementi materiali ed immateriali non è certo nuovo, né nasce con la rete informatica. Tradizionalmente gli elementi immateriali venivano veicolati dalle persone ovvero da oggetti segnaletici: ancora oggi ciò può ritenersi vero, salvo che gli oggetti segnaletici si sono trasformati da statici a dinamici, e da fissi a trasportabili. Trasformazioni queste di non poco conto, ma che incidono prevalentemente sulla rapidità con cui le informazioni vengono trasferite e sulla capacità di diffusione capillare: la vera innovazione non è l’informazione in sé, ma la sua capacità di essere veicolata in “tempo reale”.
Ora sappiamo bene quanto il rapporto che si istituisce tra l’architettura e la dimensione del tempo non sia semplice. Nell’equilibrio tra divenire e permanenza, lo spazio costruito ha sempre avuto una forte propensione per il secondo termine, se non altro per la sua inabilità a trasformarsi rapidamente. Forse questa peculiare caratteristica andrebbe ulteriormente rafforzata, servendosi dell’architettura come strumento di “ancoraggio” rispetto alle pulsioni disgregative della contemporaneità, delegando agli utenti il fondamentale ruolo di interpretare gli spazi, facendone un uso il più possibile libero, dando così adito al carattere spontaneo ed istantaneo delle dinamiche sociali. Sembra infatti inadeguato il tentativo di cristallizzarle in architetture progettate: l’uso spontaneo dello spazio pubblico, dalle proteste di piazza ai flashmob, dalle “zappate” di gruppo alle occupazioni di luoghi abbandonati, testimoniano la necessità di “riconquista” della città, attribuendo nuovi significati non solo alle sue parti più importanti bensì anche a quelle marginali. Spessissimo peraltro l’uso dei luoghi è una variabile indipendente rispetto alla loro forma spaziale, giacché la rete di elementi immateriali può sovrapporsi alla struttura fisica sovvertendo qualsiasi ipotesi di ordine “progettato”.
La possibilità di identificare uno spazio con un gruppo sociale, creando una stretta sinergia capace di caricare i luoghi di significato è uno degli elementi immateriali della città che ha perso peso nell’età postindustriale. L’epigrafe di Aby Warburg racconta questo mondo perduto: se io oggi posso accedere istantaneamente – seppure soltanto in maniera virtuale – a qualsiasi luogo del mondo, inevitabilmente il fondamentale legame con lo spazio fisico che mi circonda si indebolirà. Nei piccoli paesi l’identificazione tra società e spazio fisico è ancora evidente, motivo per il quale frotte di nostalgici continuano a riproporne la struttura formale, dimenticando almeno apparentemente l’atroce controllo sociale esercitato in comunità quasi claustrofobicamente chiuse. Quello che la grande metropoli moderna ha saputo fare e ancora oggi fa per la libertà dell’individuo sembra essere negletto.
A mio avviso la costruzione degli spazi per la collettività dovrebbe essere capace di salvaguardare alcuni aspetti fondamentali della città contemporanea, soprattutto nell’accezione di luogo della democrazia partecipativa. La libertà di poter utilizzare gli spazi collettivi senza che questi siano vincolati da un’eccessiva strutturazione, da un surplus di messaggi, dall’invadenza di elementi visivi, dall’ubiquità dei segni del consumo, sarebbe un traguardo di eccezionale portata.
Inoltre, benché una coabitazione sempre più immersiva tra lo spazio reale e lo spazio della rete sia un fatto che senz’altro caratterizzerà il nostro futuro, è opportuno continuare, oggi, a immaginare luoghi capaci di essere vissuti autonomamente, affiancando all’idea di comunità virtuale anche quella di una comunità fisica, capace di abitare gli spazi reali, assecondando una propensione alla convivenza tra individui che è uno dei tratti del genere umano.
Nel suo articolo Il terzo luogo, che accompagna quest’editoriale, Stefano Pavarini illustra con chiarezza come le forze del capitalismo avanzato siano già da tempo all’opera per sostituirsi alla società civile nella costruzione degli spazi collettivi, luoghi “ibridati” che assecondano qualsiasi forma di esperienza urbana al modello del consumo. È certamente vero che non sono gli architetti a decidere motu proprio quale sia il futuro della città, però sono in grado senz’altro di immaginarlo. Forse una maggiore attenzione allo spazio di reale interazione, alle qualità dei luoghi che le persone adopereranno, alla loro utilizzabilità universale – e non soltanto tramite l’interfaccia della rete – rappresenta un’istanza etica che nessuno di noi può permettersi di trascurare.

FDM
Agosto-settembre 2011  

Note
(1) Dato 2010. Fonte: Population Reference Bureau (http://www.prb.org/pdf10/10wpds_eng.pdf)
(2) Dato 2010. Fonte: United Nations, Department of Economic and Social Affairs (http://esa.un.org/unpd/wpp/Sorting-Tables/tab-sorting_population.htm)
(3) Fonte: Facebook (http://www.facebook.com/press/info.php?statistics)
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

vg_flickr_11

Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

Joomla Templates by Joomlashack