L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Generazione inefficace. Editoriale Aprile 2011 PDF
pereSiamo divenuti poveri. Abbiamo ceduto un pezzo dopo l’altro dell’eredità umana, spesso abbiamo dovuto depositarlo al Monte di pietà a un centesimo del valore, per riceverne in anticipo la monetina dell’“attuale”. La crisi economica è alle porte, dietro essa un’ombra, la guerra che viene. Star saldi è diventato oggi affare dei pochi potenti, che, lo sa iddio non sono più umani dei molti; nella maggior parte dei casi più barbari, ma non nella buona maniera.
Walter Benjamin, Esperienza e povertà, 1932

La scorsa settimana è venuto a mancare Maurizio Marcelloni, docente della nostra Facoltà di Architettura, protagonista dei progetti e dei programmi di trasformazione della città di Roma degli ultimi decenni. Impossibile non ricordarlo sulle pagine di questa rivista. Il giorno del suo funerale, nella chiesa di S. Maria in Trastevere, colpiva la presenza, nello stesso momento e nello stesso luogo, di più di una generazione: docenti, professionisti, amministratori e studenti che testimoniavano, per necessità, la volontà di riconoscere in quella circostanza una figura e, conseguentemente, la forza che può avere un progetto.
È prematuro esprimere un giudizio di valore su quel progetto, sarà la Storia come sempre a farlo, ma in quella mattinata era tangibile la sensazione, in quell’affollamento di persone, di toccare con mano speranze, intenzioni, propositi, obiettivi raggiunti ma anche occasioni e speranze perdute.
In quella circostanza, al termine della cerimonia, mi è capitato, dialogando con qualcuno della mia generazione – quella dei quarantenni e dintorni per essere più espliciti – di condividere alcune riflessioni.
Riflessioni su come la generazione cui Maurizio apparteneva, a prescindere come detto dall’opinione che ne darà la Storia, avesse comunque un disegno e fosse, soprattutto, riuscita a ritagliarsi lo spazio e il tempo per provare a dare concretezza a quel disegno. Ne ha avuto la possibilità e la forza.
Sempre nell’ambito di quella stessa conversazione, qualche istante dopo, ci è capitato di condividere come la nostra generazione, a soli quarant’anni, si sentisse amaramente già stanca, affaticata, figlia di un tempo, quello attuale, nel quale in architettura bisogna produrre dieci per raccogliere uno. E non sempre ci si riesce. Una generazione inefficace.
Inevitabile interrogarsi sulle ragioni di questa presa di coscienza. Ragioni che investono essenzialmente due ambiti: quello politico e quello culturale. Ambiti in evidente relazione tra loro.
Per quanto attiene il primo, più volte su questa rivista ci si è interrogati sulla perdita, nella società contemporanea, di ogni tipo di rapporto tra architettura e politica e del conseguente decadimento del senso e del significato dell’una e dell’altra.
Così anche l’architettura degli ultimi venti anni in Italia, assai di rado è riuscita a non essere il riflesso del modello negativo di società civile nella quale e per la quale opera, perdendo di fatto il proprio senso e il proprio significato.
Le conseguenze di questo processo si sono manifestate nella loro inesorabile evidenza.
In primo luogo quello dell’architetto non si configura più come un mestiere la cui missione è esclusivamente quella di fornire un servizio alla società e agli individui che la compongono.
In secondo luogo l’architettura, perdendo il suo significato di forma d’arte, ha di fatto totalmente rinunciato a qualsiasi opportunità di favorire, attraverso le proprie idee, il cambiamento della società stessa.
Assistiamo, invece, a una sottile complicità con il sistema che, accompagnata dalla pretestuosa necessità di entrare in ogni caso al suo interno per generarne un cambiamento, ha di fatto azzerato i possibili benefici derivanti da un costruttivo conflitto.
In Italia poi, come ciclicamente accade, la diversità come pura apparenza finisce per essere svelata da abusi, conflitti di interesse, cui seguono indagini e, infine, tentativi di ingressi in politica: strategie, strumenti e azioni tipiche di quello stesso modello di società che in linea teorica si dichiara di contrastare. Agli architetti mancava solo questo.
Ma tutti gli alibi, come quello della politica, quando diventano ripetitivi ed elementari rischiano di diventare anche molto fragili.
Poiché la sfera che più interessa la natura di questa rivista è quella di ordine culturale, appare opportuno spostare l’oggetto dell’analisi, interrogandosi sulle ragioni che hanno trasformato, nella professione dell’architetto, potenziali temi di ricerca in fenomeni e prassi unicamente di tipo mediatico generando, conseguentemente, uno squilibrio del rapporto che insiste tra il saper fare e il far sapere in favore di quest’ultimo.
Le generazioni del nostro paese si indeboliscono progressivamente lasciando a quelle straniere, maestre del far sapere, l’opportunità di apprendere il saper fare, piegandolo il più delle volte a discutibili regole del mercato.
Appare ancora una volta prematuro prendere posizione sulla natura e sul peso delle responsabilità delle precedenti generazioni nel non aver aiutato la crescita di quelle che le hanno seguite, rendendole inefficaci: prima o poi saremo comunque chiamati a farlo. Oggi ognuno è libero di costruirsi le proprie opinioni, ma resta l’oggettività del dato che quasi nessun architetto italiano al di sotto dei 60 anni abbia un forte riconoscimento del proprio operato da parte del mondo culturale e scientifico internazionale.
Eccellenti scienziati e studiosi italiani primeggiano nel mondo della ricerca e delle arti all’estero: diversa è la situazione per l’architettura, in cui vige un singolare provincialismo.
È opportuno precisare come queste considerazioni interessino una condizione prevalente, cui si oppongono le dovute eccezioni.
In questo ragionamento forse ci viene in soccorso un lucido testo di Michele Costanzo, già direttore di questa rivista, dal titolo Il tempo del disimpegno che, nella definizione dell’autore stesso

[…] è un termine dai molti significati, ma qui è inteso come forma di rinuncia alla tensione intellettuale, alla spinta morale che l’immaginazione di un mondo migliore per tutti richiede. È anche una forma di distacco dalla realtà, prodotto da un nuovo ventre d’immagini, dalla TV, dai video, dagli smartphone, dalla magia dell’elettronica di consumo, dalla sua capacità di produrre sogni e dalle sue incessanti offerte di novità. […] Come diretto riflesso di tutto questo l’architettura contemporanea sembra aver abbandonato il suo impegno nel concepire e nell’interpretare i bisogni della società nascosti nel suo profondo.
A tale considerazione di disorientamento è necessario aggiungere il negativo effetto, in ambito culturale, del pervasivo processo di commercializzazione che porta alla riconduzione d’ogni fenomeno creativo all’interno di una logica di mercato; una drammatica conseguenza di ciò che è la sistematica erosione della coscienza collettiva del valore dell’immagine architettonica, nonché del significato della sua presenza all’interno dello spazio fisico e della realtà sociale.


Un’analisi che evidenzia un dato allarmante. Se il tempo del disimpegno ha prodotto nel resto d’Europa degli esiti comunque matericamente tangibili, in Italia dare materia al disimpegno ha fortemente indebolito, riducendolo fin quasi all’impotenza, il ruolo di buona parte di una nuova generazione di architetti.
L’assenza di temi di ricerca concreti per l’architettura contemporanea, la perdita di centralità del ruolo dell’individuo quale soggetto primo cui è diretta l’opera di architettura, ha condotto alla rinuncia ad ogni dimensione etica all’interno del progetto, forse nel momento in cui nel nostro paese ce n’era più bisogno visto il progressivo venir meno delle regole. A puro titolo di esempio basti considerare come il costo di costruzione di un’opera non sembri più rappresentare un fattore del progetto.
Ogni architetto sembra preoccupato più di ogni altra cosa di autocelebrarsi e, ancora, di darsi aprioristicamente riconoscibilità piuttosto che servire.
È così che si finisce per domandarsi, senza trovare una risposta convincente, cosa sia un metroparco o anche un bosco verticale.
Ma è proprio nel momento in cui prende coscienza della propria impotenza culturale e politica che una generazione deve raddoppiare le energie per dare un senso al proprio lavoro: chi lavora nella scuola e con i giovani ha una responsabilità maggiore di altri. Lo insegna la storia. Perché è dall’inizio che occorre ricominciare per restituire all’architettura un ruolo di centralità nella società contemporanea.  
Difficile ricominciare in un paese in cui, nell’indifferenza quasi generale, si è appena approvata una legge sull’università che favorisce l’accentramento del potere decisionale nelle mani di pochi, preferibilmente estranei al mondo della cultura, i barbari di Benjamin, senza introdurre alcun meccanismo di controllo del loro operato. Ma non è impossibile.
Non è mai troppo tardi per costruire, con più energia e meno timore, un sistema diverso di istruzione ma anche di fare architettura.
Ogni cambiamento ha bisogno del suo sacrificio, ma il prezzo della dignità dell’individuo e il senso di responsabilità che sottende il lavoro dell’architetto possono tollerarlo. Almeno la nostra generazione avrà operato per favorire quella che la segue.
E se abbiamo deciso di iniziare con una nefasta quanto attuale profezia di Benjamin, tanto vale affidarsi, in chiave positiva, ancora al filosofo berlinese, citando in chiusura uno stralcio dello stesso saggio riportato in apertura di editoriale:

Gli altri allora devono prepararsi, di nuovo e con poco. Lo fanno insieme a quegli uomini, che del radicalmente nuovo hanno fatto la loro causa e lo hanno fondato con comprensione e rinuncia. Nelle loro costruzioni, immagini e storie l’umanità si prepara a sopravvivere alla cultura, se questo è necessario. E quel che è più importante lo fa ridendo. Bene. Talvolta il singolo può cedere un po’ di umanità a quella massa, che un giorno gliela renderà con interessi raddoppiati.

AG
Aprile 2011
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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