L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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L’housing sociale strumento di rigenerazione della città

Densificazioni urbane e tecniche di infill

Luca Reale

Ridefinire e incrementare lo spessore della città, scenario comune di questo itinerario di ricerca nazionale, vuol dire abbandonare l’idea espansiva della città contemporanea e tornare a quella che storicamente ha costituito la pratica urbana, in particolare in Europa, del costruire nel costruito, densificando o sostituendo manufatti o quartieri, riciclando parti o materiali, trasformando dunque e non ampliando la struttura urbana esistente.
Questo processo ha il primo merito di segnare una netta discontinuità con la recente crescita urbana, contenendo il consumo di suolo, fenomeno che negli ultimi decenni ha investito gran parte del territorio nazionale (1). Il territorio attorno e dentro le principali città e lungo le maggiori infrastrutture viarie del paese è stato talmente eroso da diventare, drammaticamente e in pochi anni, una risorsa che scarseggia, un bene “ecologico” per così dire, da tutelare o da utilizzare comunque con parsimonia. La nuova densificazione della città produce invece un aumento d’intensità d’uso del suolo urbano, e si lega profondamente, come vedremo, alle nuove forme dell’abitare e alla domanda di  un’architettura che si concretizza solo se effettivamente “necessaria”, sul piano del programma, dell’economicità, dell’innovazione, della qualità spaziale e urbana.
Nel dibattito contemporaneo questo processo prende forma principalmente in tre maniere: attraverso la densificazione dell’edilizia residenziale pubblica, con completamenti e innesti nella città compatta – ed è il campo di cui si occupa questo breve scritto – e infine con il riciclo di manufatti industriali o infrastrutture dismesse.

Ridefinire lo spessore della città attraverso l’housing

Perché allora l’housing sociale e perché nella città compatta. Per decenni si è creduto di dover intervenire nel tessuto della città consolidata esclusivamente, o prevalentemente, attraverso l’edificio specialistico, il museo, la biblioteca, le attività commerciali o ricettive. Gran parte dei centri storici sono andati così trasformandosi con logiche per lo più dettate dalla nuova vocazione turistica del centro città. È il rovescio della medaglia dell’enorme espansione della città diffusa: parallelamente all’abbandono dei centri storici (2) la città negli ultimi trent'anni ha dilatato i propri confini con agglomerati, prevalentemente residenziali, a densità piuttosto basse, consumando dunque grandi porzioni di territorio. Questi nuovi insediamenti hanno paradossalmente gli stessi difetti dei quartieri sorti in Italia nel periodo glorioso dell’edilizia popolare (la stagione dell’INA-Casa e le prime 167): la monofunzionalità e l’isolamento, senza averne tuttavia le stesse qualità architettoniche e urbane.
Le condizioni abitative nell’ultimo decennio sono peraltro profondamente mutate; se un tempo c’erano gli alloggi sul libero mercato, l’ERP (Edilizia Residenziale Pubblica) per i senza reddito e l’edilizia sovvenzionata per le classi deboli, oggi gli enti pubblici non hanno più finanziamenti, né aree a disposizione. D’altra parte la fascia debole della popolazione si è notevolmente allargata, solo a Roma la domanda di edilizia popolare ammonta oggi a 30.000 domande. Ma la più ampia emergenza abitativa in Italia (e in Europa con numeri simili) si concentra in quella fascia di popolazione, in continuo aumento, che non ha mezzi sufficienti per accedere agli alloggi sul mercato – né per l’affitto né per l’acquisto – e non è abbastanza indigente per accedere di diritto alle graduatorie di assegnazione di un alloggio di edilizia pubblica. È in risposta a tale domanda che, soprattutto in Europa, sono stati fatti investimenti e sperimentazioni attraverso l’elaborazione di proposte per l’edilizia sostenibile a basso costo basate su economicità e qualità degli interventi, valore urbano dell’architettura e capacità del progetto di riappropriazione e valorizzazione degli spazi pubblici. Rigenerare la città compatta attraverso la residenza sociale vuol dire anche opporsi  ai fenomeni di gentrification e terziarizzazione dei centri storici, o perlomeno inserire brani  di mix sociale e funzionale all’interno di quartieri che sempre più vanno configurandosi come aree omogenee per classi abbienti.
In molti esempi recenti il tema dell’abitazione sociale nella città compatta diventa dunque strumento cruciale per rivitalizzare il centro urbano sul piano del mix sociale (oltreché funzionale) attraverso l’introduzione di abitazioni realmente necessarie e non legate ad operazioni esclusivamente speculative. È il caso dei 26 alloggi per impiegati delle Poste di Philippe Gazeau in rue de l’Ourcq a Parigi. L’edificio, che arretra il fronte dal filo strada per risolvere l’attacco tra nuovo e contesto (Fig. 1), colma la lacuna di un isolato storico stretto e lungo conservando un alto grado di permeabilità tra interno del lotto e strada e tra i vuoti esistenti interni all’isolato attraverso la scomposizione in tre elementi del pur piccolo fabbricato (Fig. 2). La scala esterna diventa un luogo di socializzazione tra gli inquilini, i pianerottoli si trasformano in terrazze sulla città (Figg. 3-4).

Un altro esempio in cui il marciapiede della strada “si dilata” a creare uno spazio pubblico lineare è presente nel recente progetto per 41 alloggi di social housing a Práter street, Budapest (2006-2007).  I progettisti (PLANT – Atelier Peter Kis) decidono di separare l’intervento in due corpi, uno a "C" che reintegra una corte incompleta, l’altro lineare in adiacenza ad una testata cieca (Fig. 5). Le due strutture sono collegate ai livelli superiori da passerelle che mettono in comunicazione i vani scala che distribuiscono gli alloggi (Figg. 6-7). Nella distanza tra i due corpi edificati lo spazio urbano filtra all’interno dell’isolato con una strada pedonale che riporta ad un uso semipubblico lo spazio del giardino interno al lotto (Fig. 8).

Un terzo esempio ci mostra come anche il risarcimento integrale di un isolato incompleto può garantire qualità architettonica e spaziale ad un intervento di housing. Siamo nel quartiere berlinese di Prenzlauerberg dove lo studio Zanderroth Architekten ha realizzato il progetto BIGyard in Zelterstrasse tra il 2007 e il 2010 (Fig. 9). La ricucitura dell’isolato non fraziona la superficie in 4 lotti secondo la parcellizzazione originale, ma unifica lo spazio aperto in un unico grande giardino che diventa affaccio e spazio di relazione per le tre diverse tipologie di alloggi che ne costituiscono i limiti (Figg. 10-12): 23 townhouses, più basse, sul fronte urbano, 10 gardenhouses con affaccio tutto interno con sovrapposte 12 penthouses che recuperano lo spazio aperto delle coperture e la vista sul quartiere e sulla città (Fig. 13).

Un altro esempio in cui l’intervento di housing sociale diventa occasione per riqualificare lo spazio interno di un isolato è il progetto di Frédéric Schlachet per 13 alloggi sociali e attività commerciali nel 14° arrondissement di Parigi (2004 – 2010, Figg. 14-15). L’architetto considera fondamentali per la qualità architettonica e urbana di un intervento abitativo i luoghi di transizione tra spazio pubblico e spazio domestico. Il suolo urbano e lo spazio semiprivato delle residenze entrano in relazione così come nel progetto di ricucitura di una manzana a Barcellona dove lo studio Coll-Leclerc Arquitectos propone di sdoppiare il corpo di fabbrica del blocco di Cerdà (Fig. 16) creando una strada interna che distribuisce gli alloggi a ballatoio per giovani sul fronte urbano e una scuola elementare con dei campi sportivi sul lato interno del blocco (Fig. 17).

L’housing sociale nella città compatta. Un’occasione per Roma

L’housing sociale potrebbe rappresentare uno strumento essenziale di rinascita anche per le città italiane e in particolare per i centri storici. Attraverso la trasformazione e il riutilizzo di aree già urbanizzate (anziché edificare su spazi liberi) si afferma la necessità di valorizzare i vuoti che ancora caratterizzano la città consolidata, da anni sottoposti ad una generalizzata saturazione, o lasciati in stato di abbandono e degrado. A Roma il Nuovo Piano Regolatore Generale del 2008 individua aree da trasformare e valorizzare con interventi basati su mixitè e forte presenza di residenziale (ambiti di valorizzazione); c’è poi tutto il patrimonio edilizio delle ex-rimesse ATAC, i forti e le caserme militari per gran parte inutilizzati o trasferibili, le aree industriali dismesse da riciclare. Anche queste strutture potrebbero essere in parte dedicate al social housing. Il riuso di archeologia industriale per destinazioni residenziali è per la verità molto complesso e quindi non molto comune, ma alcuni progetti europei in questo senso sono stati immaginati, come la ristrutturazione dei magazzini De Wande dello studio Big House Architecture (1997) a Deventer in Olanda, altri realizzati come il TechnoPark di Zurigo (completato nel 2003). Nel primo caso tra i manufatti industriali sono innestati dei corpi lineari che contengono servizi e collegamenti verticali (“travi luminose”) e che consentono alla luce di illuminare gli spazi al piano terreno dei capannoni dedicati ad attività pubbliche (Figg. 18-20). Alle coperture delle ex-fabbriche vengono sovrapposte le abitazioni che disegnano il nuovo skyline del quartiere (Fig. 21). Nel progetto svizzero il distretto industriale di Zurigo viene trasformato attraverso la trasformazione dei grandi capannoni in strutture commerciali, uffici, spazi dedicati alla cultura e al tempo libero. Le residenze sono in sottili corpi di fabbrica a sviluppo lineare che avvolgono i padiglioni creando gli accessi alla quota urbana e tre livelli di uffici mono affaccio. Al di sopra dei quali si posizionano altri tre livelli di abitazioni che, guadagnata la quota delle coperture dei fabbricati industriali, recuperano un doppio affaccio sulla corte e sulla strada (Figg. 22-23). L’ispessimento del corpo di fabbrica dei padiglioni restituisce anche una scala urbana alle strade interne al quartiere.

Perché i risultati sono ancora insoddisfacenti in Italia (qualcosa si è fatto a Milano) e del tutto inesistenti a Roma? Il Piano di edilizia abitativa del 2008 (3) prevede lo stanziamento nell’edilizia privata sociale (social housing) di oltre 2 miliardi di euro da parte dello Stato attraverso CDPI Sgr con il Fondo Investimenti per l’Abitare, «con la finalità di incrementare sul territorio italiano l’offerta di alloggi sociali per la locazione a canone calmierato e la vendita a prezzi convenzionati, a supporto ed integrazione delle politiche di settore dello Stato e degli enti locali» (4). Questi soldi, che vanno a coprire il 40% dei costi degli interventi, dovrebbero attrarre il privato su operazioni di social housing. Quindi ci sono le risorse, ci sono alcune procedure, c’è una domanda forte e in grande crescita – come abbiamo già detto – al contrario della domanda di residenze “ordinarie”, in forte stallo. La domanda di social housing, potremmo dire, è inversamente proporzionale alla prosperità del momento economico. Forse quel che manca è il coraggio di sperimentare da parte di imprese e amministrazioni, un’inerzia pregiudiziale dovuta anche al fatto che il termine "sociale" – per tradizione associato all’intervento pubblico – si lega ora all’iniziativa privata. Certamente manca una legge nazionale (5) e si registra ancora una volta una profonda inadeguatezza dell’urbanistica la cui normativa è ancora impostata sull’espansione come regola più che sul riciclo della città esistente.
Dal punto di vista più specificatamente architettonico il progetto della residenza sociale nella città compatta, inteso come completamento, innesto (infill), densificazione o totale sostituzione, apre questioni linguistiche e morfologiche di grande interesse. Il rapporto con la storia basato su «l’allusività di tipo figurativo piuttosto che su repliche» (6) è oggi l’orientamento dominante nel panorama europeo. Ed è in fondo l’approccio italiano (penso a Gardella, Albini, Scarpa) che dal dopoguerra in poi ha costellato di esempi eccellenti i nostri centri storici. Al tema del continuum urbano, tipico dell’abitazione, l’intervento sul costruito aggiunge anche un problema di coerenza linguistica oltrechè tipologico - formale. Alcuni straordinari esempi romani (Moretti a viale Buozzi, Ridolfi a via Paisiello, Passarelli a via Campania) ci ricordano poi che il progetto della residenza, anche come metafora della stratificazione, ci permette di leggere lo spessore della città attraverso la semplice ma raffinata operazione del “costruire sopra” (Fig. 23).



Note
(1) Il consumo di suolo in Italia è aumentato del 500% dal 1950 a oggi, la popolazione – nello stesso arco temporale – del 22%; sono circa 4 milioni le abitazioni realizzate solamente negli ultimi 15 anni in Italia. Fonte: Rapporto Ambiente Italia 2011.
(2) «Le undici più grandi città italiane hanno perduto circa 700.000 abitanti nel decennio compreso tra i censimenti 1991 e 2001. Gran parte dello spopolamento proviene dai nuclei storici di quelle città. A Venezia restano poco più di 60.000 abitanti: con i ritmi attuali non ci sarà alcun residente nel 2030. Nel centro storico di Roma vivono meno di 100.000 abitanti; erano 370.000 nel 1951», in BERDINI P., La città in vendita. Centri storici e mercato senza regole, Roma, Donzelli, 2008, p. 3.
(3) Precisamente l’art.11 del Decreto legge n. 112 del 2008 convertito nella Legge n. 133 del 2008. In seguito il Decreto interministeriale del 23 marzo 2010 sul sistema dei fondi immobiliari ha istituito il Fondo Investimenti per l’Abitare (FIA), gestito da CDPI Sgr.
(4) www.cdpisgr.it
(5) Il recente annuncio del ministro delle Infrastrutture Corrado Passera di andare avanti col piano città in sostituzione del piano casa su proposta dell’ANCE, menziona anche gli oltre 2 miliardi di fondi per l'housing sociale «che aspettano di essere spesi», e che andrebbero infatti impegnati entro il 2015.
(6) Si pensi ad esempio al disegno dei prospetti e all’uso raffinato dei materiali che fa David Chipperfield in un recente progetto per una galleria privata a Berlino, cfr: COSTANZO M., Due opere di David Chipperfield a Berlino, in "Hortus", 2009, 27.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
REALE Luca 2012-07-01 n. 58 Luglio 2012

 

 
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