L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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La storia di un palazzo  

Spessori e frequenze in architettura  

Sara Marini  

J'imagine un immeuble parisien dont la façade a été enlevée – une sorte d'équivalent du toit soulevé dans « Le Diable boiteux » ou de la scène de jeu de go représentée dans le Gengi monogatori emaki – de telle sorte que, du rez-de-chaussée aux mansardes, toutes les pièces qui se trouvent en façade soient instantanément et simultanément visibles.

Geoges Perec

L'associazione dei termini spessore e frequenza ha l'obiettivo di sostanziare tre appunti: il primo si riferisce alla sottile distanza tra denso e spesso, il secondo insiste sull'avvicendarsi di funzione, uso e frequentazione, il terzo enuncia l'operatività di The Clock in architettura.

Appunto I. Denso e spesso

Il termine denso conosce grande diffusione in urbanistica e in architettura, sia come caratteristica possibile della città o di suoi brani, sia come connotazione di un'architettura desiderosa di superare mere definizioni tipologiche. Specifica parametrabile in modo relativo, codificata e misurabile attraverso fattori oggettivi che mettono in rapporto spazio aperto e costruzione, è sovente raccontata attraverso numeri e percentuali. Denso può quindi anche essere letto quale uno dei testimoni della ricorrente ansia di scientificità dell'architettura, spesso dimentica del suo essere una delle sette arti.
Il termine, come tutte le caratteristiche utilizzate sia come parametri analitici che come aspirazioni progettuali, ha conosciuto altalenanti fortune. Limitandosi al secolo breve e all'inizio del nuovo millennio, la sua fama è stata assimilata a problemi di salubrità e igiene, a dato risolutore e fautore del celebrato matrimonio modernista tra urbanistica e architettura, matrimonio letto poi quale pericolosa semplificazione, rea di aver dato corpo a vistosi problemi sociali. Più recentemente denso è una chimera agognata, ma spesso solo nella teoria, in risposta al procedere dell'urbanizzazione sparsa e rapace di risorse primarie e oggi, ma è ancora solo un'alba, si riaffaccia quale possibile strumento della riscoperta del senso di comunità, senso privo d'ideologia, pregno di reali necessità.
Denso, è termine felicemente utilizzato in architettura quale campo di sperimentazione, per superare la semplice applicazione di schemi tipologici, per travasare dispositivi urbani in contenitori umani. Sua figura direttamente debitrice è the block (a cui la rivista Volume, non a caso, dedica un intero numero monografico), utile a sottolineare come il concetto di densità possa, in parallelo alle sue interpretazioni in chiave statistico-matematiche, restituire un procedere, una ricerca di combinazioni possibili tra massa e vuoto, tra cellula abitativa, servizi e disegno dell'insieme. La presenza del vuoto, la sua prepotente affermazione quale reale materia capace di segnare distanze tra edilizia e architettura, tra monodirezioni e lussi (sempre rimandando all'etimo, lusso è procedere in obliquo), chiede sempre più insistentemente di partecipare all'ammasso, di avere appunto dignità di materia. Proprio sulla messa in valore della terza dimensione quale intreccio della materia tangibile e dello sfuggente spazio si adopera la koolhaasiana congestione, intenta anche a far coincidere densità urbana e architettonica in accomuli di fatti e situazioni, di brandelli di città.
Veniamo quindi allo spessore, relegato in ambito tecnologico e tecnico ad un problema di misura ma anche di qualità, assimilato sì a densità, termine con il quale condivide molte specifiche, ma incapace al confronto di raccontare un rapporto (tra spazio vuoto e spazio edificato): restituisce, nel suo dimenticato significato originario, il ripetersi di un evento.
Spesso infatti parla di spazio e di tempo, di qualcosa di folto, come una foresta, ma al contempo di un'azione che ricorre, di qualcosa, la cui materia non è determinante, che disegna una frequenza. Finalmente un termine che addensa le quattro dimensioni del progetto che da Vitruvio si vogliono nemiche, mentre sommessamente il tempo ricorda con i suoi meccanismi (memoria, cambio d'uso, azioni di modificazione dei manufatti...) la sua costante presenza. Spesso, e la sua derivazione spessore, sono termini da accogliere allora quale invito a rivedere i materiali della città e dell'architettura, a riscrivere la ricetta (dal già citato Vitruvio, alle ironizzazioni sull'interpretazione modernista della triade scritte da Robert Venturi, alla sua alterazione operata da Bernard Tschumi...) nell'ottica e nella speranza che il ritorno del reale sia occasione per riflessioni oggettive a partire dalla riscrittura degli strumenti del fare architettura e città.
Georges Perec dedica il suo La vie mode d'emploi a Raymond Queneau, autore a sua volta nel 1947 di Exercices de style. In entrambi i testi si ritrova un'insistenza sullo spessore o meglio sulla contemporaneità di eventi e scene e sulla possibile frequenza di sguardi a declinare lo stesso evento. In entrambi sono centrali gli strumenti di restituzione dello spessore: la sezione nel primo, che permette di vedere i diversi accadimenti all'interno delle stanze dello stesso palazzo, e la ripetizione angolata nel secondo, nello stesso tempo possono insistere molteplici interpretazioni tutte relative ad una realtà banale.

Ca' T. #1 _ Sissi Cesira Roselli _ Venezia 2012


Appunto II. Funzione, uso e frequentazione

Nel saggio L'architettura della partecipazione (pubblicato nel testo L'architettura degli anni settanta nel 1971) Giancarlo De Carlo insiste sulle derive offerte dalla centralità della funzione nell'idea di architettura costruita dal Moderno. Scrivendo della cucina di Francoforte presentata al CIAM del 1929 sottolinea come la frittata sia centrale rispetto a chi la cucina, ovvero come la standardizzazione del migliore dei movimenti abbia dato corpo a costruzioni spaziali atte a mettere a suo agio l'uomo-tipo. Mentre, come chiarisce De Carlo, con il senno di poi, si sarebbe dovuto cercare di rispondere, di dare spazio ai differenti modi che possono essere adottati per fare una frittata. Anche il video Una lezione di urbanistica, presentato dallo stesso autore (la sceneggiatura è firmata da Giancarlo De Carlo, Gerardo Guerrieri, Jaques Lecoq, Maria Luisa Pedroni) alla X Triennale di Milano nel 1954 insiste sulla ridicolizzazione della razionalità con la quale è costruita l'abitazione nella città modernista. Il filmato inizia con il risveglio di un uomo nel suo appartamento: obbligato a gesti logici, consequenziali, dettati dallo spazio despota. Anche se De Carlo non insiste sul termine uso, è chiaro che oppone alla centralità di un adempimento, di un esercizio, di un'esecuzione, come da significato etimologico del termine chiave del razionalismo, un'idea di rapporto con lo spazio fondato sul servirsi, sul procacciarsi vantaggio. A testimonianza di questo cambio di rotta, rintracciabile in differenti autori e consolidatasi in particolare nella cultura architettonica anglossassone e in quella olandese, basta pensare agli spazi progettati da Aldo Van Eyck nell'Amsterdam post-bellica, dove pochi tubi disegnano oggetti d'uso lasciati all'interpretazione dell'idea di gioco dei bambini, strutture volutamente imprecise. Quest'idea di imprecisione, o meglio di margine d'interpetazione lasciato a chi usa oggetti o spazi, non è però l'unica questione attraverso cui capire e leggere la crisi dello spazio pubblico, crisi ormai monumentalizzata nei territori contemporanei.
La funzione lascia il campo all'uso, spesso solo in termini critici, ma per ottenere spessore anche nel vuoto, anche nello spazio aperto, serve frequenza e quindi frequentazione. Questa successione di termini presuppone che si passi da concretizzare il miglior spazio atto ad accogliere la funzione eseguita perfettamente, a delineare un luogo in grado di accogliere e alloggiare anche usi inattesi, ad infine cogliere, mappare le frequenze, oggi chiaramente instabili e dettate da micropolitiche del desiderio, da volontà di scambio sostenute da mutevoli definizioni del gruppo (come testimoniato dal prefisso co- che caratterizza molti sistemi e dal proliferare di spazi in cui la partecipazione si sostanzia su interessi comuni).
Giancarlo De Carlo, recatosi a rilevare come venisse vissuta la palazzina di appartamenti da lui costruita nel 1950 a Sesto San Giovanni, si rende conto che orientamento, disposizione degli alloggi e sistemi di distribuzione – un sistema a ballatoio, in questo caso – sono questioni necessarie da controllare in un progetto ma non le sole per capirne le risultanti. Trova infatti la facciata nord, segnata dai camminamenti orizzontali e progettata per essere uno spazio di attraversamento veloce capace di salvaguardare la privacy degli appartamenti, piena di vita, colma di situazioni come dovrebbe essere un vero e proprio spazio pubblico. Rileva che la motivazione di tale interpretazione da parte degli abitanti non è nelle regole dell'abitare ma in quelle della comunicazione, dell'incontro casuale dettato appunto dal passaggio.
La sostanziale differenza tra città orizzontale contemporanea, dove su un punto insiste solo una funzione, e città densa, che si articola in tutte le direzioni possibili, è proprio nell'assenza nella prima del caso, della comunicazione e quindi della frequenza d'uso degli spazi aperti. Progettare lo spessore implica leggere l'interesse del singolo, appropriarsi delle sue richieste per disegnare un paesaggio collettivo, per dar senso ai vuoti attraverso il ricorrere, il ripetersi di un'azione che disegna una delle 99 storie di Queneau.
Perec apre il preambolo al suo Romans (Romanzi è il sottotitolo del testo La Vie mode d'emploie) prendendo in considerazione il puzzle: «un'apparente arte breve, di poco spessore» in grado però di raccogliere il senso dell'oggetto solo nel disegno del tutto e di sostenere il valore della struttura o meglio della logica dell'insieme più che della forma (c'è un disegno segreto, un enigma come recita il nome del gioco da scoprire). Perec prosegue a smontare la convinzione che il puzzle sia un passatempo solitario, affrontando la figura dell'artefice: colui che ha percorso prima del giocatore le stesse combinazioni, le stesse ricerche per costruire l'intero.

Ca' T. #2 _ Sissi Cesira Roselli _ Venezia 2012


Appunto III. The Clock

The Clock è l'opera con la quale l'artista americano Christian Marclay vince il Leone d'Oro alla 54 Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia. Il successo decretato dalla critica e dal pubblico l'elevano a uno dei ragionamenti più pregnanti, pervasivi e quindi significativi del pensiero contemporaneo. Il tempo, come fa presagire il titolo dell'opera, è il protagonista di un collage di film della durata di un giorno.
Il pastiche cinematografico ritorna in altre sperimentazioni come ad esempio in Verifica incerta di Alberto Grifi e Gianfranco Baruchello del 1964 a decretare postmodernamente la possibilità di costruire una storia attraverso la sommatoria di brandelli di altri racconti.
In The Clock l'elemento di spaesamento, e quindi di partecipazione dell'osservatore, è decretato dalla sincronia tra l'ora di cui si discute o che viene ribadita da orologi nel video e l'ora reale. Realtà e sua interpretazione cinematografica coincidono. Altro dato consequenziale è che parte dell'opera non era vivibile dagli spettatori, a causa dell'orario di apertura e chiusura della mostra. Per sopperire a tale oscuramento sono state organizzate delle aperture eccezionali per permettare ai visitatori di trascorrere le necessarie 24 ore nella sala. Ma non è improbabile presumere che proprio l'impossibilità di assistere a metà dell'opera sia uno degli elementi all'origine del suo successo. La vita è in scena, nuda – almeno per metà giornata – come nelle sezione di ottocenteschi palazzi, spettacolare ed ordinaria al tempo stesso: se le scene non fossero contemporanee a quelle della realtà non ci sarebbe dialogo tra le due dimensioni.
L'operatività di The Clock in architettura è in tre assunti: il primo insiste sulla spettacolarizzazione della vita, il secondo sulla presa di coscienza del singolo del suo partecipare allo spettacolo, e infine il terzo sulla condivisione non tanto della scena ma del tempo.
I tre assunti si condizionano a definire nuove categorie di pubblico e scena. La vita non è spettacolare in sè ma nel suo susseguirsi, nella sua dimensione temporale che non chiede conformità dei paesaggi in successione. In The Clock si assiste al passaggio di contesti differenti e tempi (in termini di anni e non di ore e minuti) drasticamente lontani (i brandelli di filmati coprono un arco di circa 70 anni) ma questo non inficia il delinaersi di una possibile narrazione. La scena non è quindi come nel teatro rossiano fissa in un tempo senza tempo, nè è l'esplosione postmodernista di frammenti, qui le scene sono intatte, nè la voyeuristica opera Facsimile di Diller e Scofidio, che squarcia il velo tra interno ed esterno proiettando il privato in uno schemo su strada. La scena è quella di un palazzo le cui stanze hanno subìto la stratificazione storica con difformi intensità. Ogni stanza aveva già il proprio senso, il proprio dato spaziale: solo il carattere è mutato nel tempo. Un salone d'onore, le stanze di servizio, il giardino nascosto, le soffitte, ogni stanza è un luogo e quindi una scena dal carattere differente che chiede di tornare ad essere materiale dell'architettura, una variazione sacrificata alla norma, o meglio alla normalizzazione, al cieco delitto dell'ornamento che qui però è diventato carattere perdendo originari afflati di distinzione sociale.
La città, in sintesi, sembra chiedere, attraverso la messa al centro del tempo, la compartecipazione di scene differenti, non linguisticamente ma spazialmente; sembra chiedere spessori e non indici, metri cubi non di volumi edificati ma di paesaggi della presenza del sè. Forse il singolo può partecipare allo spettacolo – allo spettacolo della città e non dell'autoisolamento oltre la periferia – se trova un proprio luogo senza doversi riconoscere nella normalizzazione dello spazio ma appunto agognando e ricevendo il massimo e non il minimo, come ricorda sempre De Carlo. Una massimizzazione ottenuta non in termini metrici o planimetrici, ma cercando oltre l'Existenzminimum di significare il minimo di superficie sostanziandolo del massimo di possibilità tridimensionali.
Ancora Perec nel capitolo del suo affresco sulla vita intitolato Per le scale 1 si occupa di quel che accade nelle scale di un palazzo, premettendo che quel che succede nei singoli appartamenti spesso non è dato conoscere. Pone l'attenzione su quello spazio che accoglie il passaggio frequente, l'incontro necessario, il ritornare dell'azione.
Per dichiarare la partecipazione allo stesso tempo, e non tanto allo stesso spazio, vanno appunto riscritte le regole del gioco, le parole, gli strumenti, ridefiniti gli spessori.
Tutto converge a sostenere un ritorno al centro se questo però torna ad essere il luogo dello spettacolo della vita, se è disposto ad accogliere l'ordinario senza ritrosie, per approfittare del suo esssere frequente, del suo essere spesso.

Ca' T. #3 _ Sissi Cesira Roselli _ Venezia 2012

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
MARINI Sara 2012-07-01 n. 58 Luglio 2012

 

 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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