L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Densità spaziale e densità relazionale nella “metropoli territoriale”

Carmela Mariano

Da una parte all’altra la città sembra continui in prospettiva moltiplicando il suo repertorio d’immagini: invece non ha spessore, consiste solo in un dritto e in un rovescio, come in un foglio di carta, con una figura di qua e una di là, che non possono staccarsi né guardarsi.
Italo Calvino, Le città invisibili, 1993

Queste due immagini, della città ritta in piedi in un ristretto spazio e sdraiata, adagiata su sempre più vasti territori, sembrano segnare un punto di passaggio nella storia urbana europea ed occidentale di volta in volta interpretato come una cesura, come passaggio tra due epoche distinte o come una dissolvenza, quasi il trascolorare di un’immagine nell’altra.
Bernardo Secchi, La città del ventesimo secolo, 2005

 

La nuova forma fisica della città contemporanea: la metropoli territoriale  

Intesa come luogo della concentrazione, della densità e della complessità fisica, funzionale, sociale e simbolica (Secchi, 2000) la “città” è diventata, negli ultimi decenni, il luogo della discontinuità, della eterogeneità, della frammentazione e della trasformazione ininterrotta. Alla dilatazione dello spazio urbano corrisponde anche «una compressione del rapporto spazio-tempo che tende ad annullare ogni distanza facendoci immaginare e vivere un’unica immensa città» (Marcelloni, 2005), una estensione quantitativa della città che mette in evidenza un mutamento qualitativo, in cui le stratificazioni sociali e culturali avvengono secondo episodi sincronici e diacronici, continui e discontinui.
Al contrario della città storica e moderna, pensata per parti e strettamente separata per funzioni, nella città contemporanea si spezzano le gerarchie classiche, funzioni differenti si alternano, si concentrano e disperdono negli stessi spazi.
Il processo di urbanizzazione diffusa si è collegato a forme di decentramento e a nuovi criteri di localizzazione delle funzioni forti al punto che le grandi conurbazioni non appaiono più caratterizzate da un centro multifunzionale e da un intorno di comuni sostanzialmente residenziali ma appaiono ricche di punti di rilevanza strategica distribuiti al suo interno, polarità, «corpi territoriali» (Clementi, 1996), che si caratterizzano per le loro relazioni territoriali e per l’infittirsi dei loro rapporti divenendo la base di un nuova struttura urbana della città: un fenomeno inverso alla dispersione, interno a questa, di metropolizzazione del territorio.
Si tratta di un’evoluzione della città diffusa, che nella definizione di Indovina assume il carattere di metropoli territoriale. «Della metropoli ha la dimensione, della metropoli ha i servizi, della metropoli tradizionale non ha la densità» (Indovina, 2011).
E si potrebbe aggiungere che della metropoli non ha la gerarchia dei sistemi territoriali (area core e rings periferici), non presenta la gerarchia del sistema infrastrutturale, è contraddistinta da una generale isotropia in cui è difficile riuscire a definire i confini degli ambiti territoriali che la compongono nelle sue propaggini più esterne, l’ambito periurbano che occupa la prima cintura intorno alla città compatta, l’ambito metaurbano e l’ambito extraurbano.
La dimensione fisica della metropoli territoriale è aumentata a dismisura e la dispersione del sistema insediativo su una superficie così ampia genera un rapporto di densità variabile che presenta indici abbastanza elevati nelle aree più centrali e negli ambiti della città consolidata, interessati dai macro segni architettonici dei piani unitari di lottizzazione e di edilizia economica e popolare di prima generazione, e indici molto bassi nelle aree più esterne e periferiche, in cui la difficoltà di perimetrare i tessuti dell’urbanizzazione diffusa aumenta la difficoltà di intervento dal punto di vista progettuale.  
Le caratteristiche di questa nuova realtà territoriale sono analoghe in ogni parte del mondo (Ingersoll, 2006): bassa densità abitativa, un sistema infrastrutturale in molti casi debole e in cui gli spostamenti sono affidati al trasporto privato, trasporto pubblico pressocché assente anche per gli ingenti costi di realizzazione delle infrastrutture, grandi contenitori del terziario e del commercio e un generale decentramento delle grandi funzioni urbane fuori dalla città compatta.
Si tratta di un nuovo modello insediativo già descritto da Mumford (1962) come anticittà. Una sorta di negazione del carattere di “città” a questa nuova organizzazione dispersa del territorio, dove all’assenza di densità spaziale si aggiunge l’assenza di densità e di relazioni di prossimità negli insediamenti, caratteri peculiari della città compatta in cui molto forte e riconoscibile era il rapporto tra spazio chiuso e spazio aperto, tra spazio privato e spazio collettivo.

Due facce della stessa medaglia  

Ma la metropoli territoriale non è altra cosa rispetto alla città moderna e compatta, la comprende e ne costituisce una sua evoluzione, è il risultato di dinamiche interne, di forze centrifughe delle città che crescono verso l’esterno e di forze centripete della campagna che subisce processi di urbanizzazione che tendono progressivamente ad accerchiare ed annettere le stesse città.
Definire il concetto di densità della metropoli territoriale è quindi un’operazione complessa, per diverse ragioni legate al carattere estremamente composito che contraddistingue questa realtà territoriale. La metropoli territoriale è infatti una forma di città estesa su territori di inusitata dimensione, una città porosa che include al proprio interno la città antica, la città moderna e compatta, le periferie disordinate, gli insediamenti diffusi di case unifamiliari,  i comparti produttivi e le grandi attrezzature urbane.
«La frammistione ci ha abituato a osservare la città e il territorio con l’occhio dell’archeologo; a comprendere che i diversi strati storici, il centro antico, la città moderna, le sue periferie, la frammentazione e dispersione della città contemporanea, si sono tra loro mescolati come dopo un movimento tellurico: ciò che troviamo alla superficie non è detto sia lo strato più recente, ciò che troviamo dopo lunghi scavi non è detto sia quello più antico» (Secchi, 2000).

Caratteri opposti e in apparenza dicotomici dominano questa realtà territoriale:

Ordine/disordine
«Qualunque cosa la mente umana si trovi a dover comprendere, l’ordine ne è una indispensabile condizione. Disposizioni quali la planimetria di una città o di un edificio … sono disposizioni dette tutte ordinate quando sia possibile a chi le osservi e le ascolti coglierne la struttura generale ed anche il diramarsi di essa in una certa articolazione di dettaglio» (Arnheim, 2001).
Nell’immaginario collettivo la nozione di città si basa sul concetto di armonia ed è questo concetto che ci rende difficile percepire gli attuali fenomeni urbani. «È opinione comune che la maggior parte degli spazi urbani non siano soddisfacenti. La periferia ci esaspera perché non ne cogliamo la logica e la rifiutiamo come caos visivo, la periferia è lo scandalo del disordine mentre la vecchia città è la gioia dell’armonia. Esiste per noi come una evidenza viscerale, come un dato di fatto: la città deve essere armonica, quindi priva di dissonanze, in una parola, omogenea» (Corboz, 1998).
La metropoli territoriale è al contrario una città discontinua, frammentata, disordinata e disomogenea.
«L’ordine che la città cerca di darsi (la città progettata) e il disordine che si crea entropicamente nello spazio urbano (la metropoli informale) sono elementi che rispondono alla stessa logica. Ordine e disordine sembrano essere i poli, opposti ma altrettanto necessari e vitali, di un ambiente su cui la città costruisce le proprie identità» (Barberi, 2010).

Centro /periferia
«I quartieri costruiti dopo la metà del Novecento galleggiano oggi in un deserto del senso e potrebbero appartenere a qualsiasi città, sicché l’emarginazione sociale che spesso contraddistingue i loro abitanti viene sottolineata dalla loro emarginazione simbolica. Banlieu e periferie delle città europee non sono soltanto materialmente distanti dal centro, ma sono soprattutto quartieri i cui abitanti sono quasi del tutto privi di un adeguato riconoscimento simbolico della loro appartenenza all’urbs e per questo a pieno titolo alla civitas» (Romano, 2008).
I principi di organizzazione della città compatta si basano sulla presenza di un centro, tradizionalmente accentratore delle funzioni urbane e, attorno a esso, una periferia sostanzialmente residenziale. Questa struttura urbana ha consentito la nascita del tradizionale dualismo fra centro e periferia, connotato da valori sostanzialmente antitetici (il centro bello/la periferia brutta, il centro ricco/la periferia povera, il centro polifunzionale/la periferia monofunzionale, il centro vitale/la periferia spenta, il centro sicuro/la periferia insicura) (Marcelloni, 2006).
Nella metropoli territoriale questa distinzione tra centro e periferia è andata progressivamente a indebolirsi fino, in alcuni casi, ad essere totalmente impercettibile. La tradizionale separazione tra città e campagna non è più presente e la cultura urbana è diventata dominante. Parlare quindi di dimensione fisica della città contemporanea sembra una contraddizione. Il suo territorio tende sempre più a coincidere con tutto il territorio (Corboz, 1998).

Finito/infinito
«Il confine è una traccia che distingue l’abitare dal non abitare. Per questo un confine definisce una identità. Per chi abita al di qua del confine, la propria diversità e singolarità è evidente …. i confini sono oggi molto meno netti… ciò che fa svanire i confini é … la mancanza di uno più centri» (La Cecla, 2000).
L’evoluzione della città verso la città-territorio rende più difficile individuare i confini degli ambiti urbanizzati da quelli non urbanizzati. Città e campagna sono un’unica realtà territoriale, gli insediamenti urbani sono cresciuti a tal punto da travalicare gli stessi confini amministrativi e saldarsi con i tessuti dei comuni vicini, un processo agglomerativo di area vasta di difficile perimetrazione e per il quale si pongono anche difficoltà  di governo. A questo si aggiunge che l’assenza di punti di riferimento, (i percorsi, margini, nodi, riferimenti, quartieri di lynchiana memoria), non consentono più il riconoscimento dei luoghi e il senso di appartenenza agli stessi (Norberg-Schulz, 1979).

Identità/omologazione  
La definizione di identità è strettamente legata al valore della prossimità, e quindi alla integrazione fisica degli insediamenti che determina a sua volta la coesione sociale. L’identità urbana è il presupposto principale per identificare una città, ancor prima della sua manifestazione fisica o istituzionale. «Smarrirsi è un’esperienza sempre latente. Passiamo gran parte del nostro tempo a conquistare, determinare, riconfermare le boe intorno alle quali muoverci, i punti di riferimento che determinano noi stessi come individui ambientati, capaci di non disperare nel tragitto incognito tra un luogo e un altro luogo amico» (La Cecla, 2000).
Nelle società contemporanee dominate dalle retoriche della competizione e della comunicazione «cambia la forma, il disegno della città, se ancora di disegno si può parlare, sempre più espressione di una cultura individuale, in cui prevalgono i valori delle libertà individuali e vengono meno i connotati della solidarietà. Le stesse identità sociali tendono in una dimensione territoriale sempre più ampia e dispersa, a costituire punti di resistenza e di difesa. Certamente è la città contemporanea è il luogo di un nuovo conflitto fra identità e omologazione. Un conflitto che è sempre esistito ma che si ripropone oggi in termini diversi» (Marcelloni, 2005).

Spazio collettivo/spazio privato
Lo spazio della città contemporanea è uno spazio che nasce o meglio scaturisce dalla disposizione dei manufatti edilizi sul territorio senza alcun rapporto di continuità e sequenzialità con essi. Si rompe quel legame saldo tra vuoto e pieno, tipico della città antica, si delinea una netta separazione tra il costruito e la strada, che ridotta a sede per la sola circolazione veicolare viene snaturata dalla sua funzione di passeggio, di sosta, di relazioni sociali (Mariano, 2012).
Lo spazio pubblico perde quindi il suo carattere di sistema continuo e si disperde in una pluralità di luoghi ed edifici dove le diverse realtà urbane si condensano e prendono forma. Chiusi all’interno di specifiche “enclaves” questi nuovi spazi collettivi non stabiliscono rapporti con il mondo esterno.
«Mi sentirei di dire che nella città antica, premoderna, lo spazio collettivo è dominante rispetto allo spazio privato e svolge funzione socializzante; nella città moderna lo spazio privato tende a divenire dominante e quello collettivo tende ad essere  sempre meno socializzante perché epurato da una serie di funzioni relegate in appositi edifici tipici della modernità (scuole, ospedali, ecc.) ed assume carattere di rappresentanza ed immagine della cultura dominante; nella città contemporanea lo spazio aperto tende a dilatarsi a dismisura e non coincide più con quello collettivo; esso risulta per un’ampia parte sempre più abbandonato a se stesso, incontrollato e di conseguenza produttore di insicurezza e dall’altro per la parte fruita, ad essere, come reazione, sempre più privatizzato» (Marcelloni, 2005).

La potenzialità dei residui  

C’è chi sostiene che l’attuale forma fisica della città, la metropoli territoriale, rappresenti una «dimensione transitoria della città dispersa come passaggio evolutivo nuovamente verso la città compatta» (Calafati, 2003).
È un’ipotesi affascinante che apre scenari possibili di intervento sulla città, tesi proprio a favorire questa naturale tendenza al ritorno della densità spaziale e relazionale. Gilles Clément nel Manifeste du Tiers paysage (2004) afferma che «la città produce tanti più residui quanto più il suo tessuto è rado. I residui sono scarsi nel cuore delle città, vasti e numerosi in periferia». Sembrano essere proprio questi i luoghi del progetto, «le aree marginali e di “risulta” sono  gli spazi per eccellenza… è qui che cova il futuro delle città, che si plasma ciò che darà significato in seguito al resto pianificato e spento. Centri storici abbandonati, periferie degradate, spazi industriali dismessi, zone di confine, terre di nessuno … tutte aree dove la voglia di città è particolarmente forte, proprio perché la gente che le abita le ha urbanizzate per desiderio di città» (La Cecla, 2000).

 

Bibliografia

ARNHEIM R., Entropia e arte. Saggio sul disordine e l'ordine, Torino, Einaudi, 2001.
BARBERI P., É successo qualcosa alla città, Roma, Donzelli, 2010.
CALAFATI A. G., Economia della città dispersa, in “Economia Italiana”, 2003, 1.
CLEMENT G., Manifesto del terzo paesaggio, Macerata, Quodlibet, 2005.
CLEMENTI A., DEMATTEIS G., PALERMO P.C. (a cura di), Le forme del territorio italiano, Bari, Laterza, 1996.
CORBOZ A., Ordine sparso. Saggi sull’arte, il metodo e la sostanza, Milano, Franco Angeli, 1998.
INDOVINA F., Provincie e metropoli territoriali, in “Archivio di Studi Urbani e Regionali”, 2011, 101-102.
INGERSOLL R., Sprawltown: Looking for the City on Its Edges, New York, Princeton Architectural Press, 2006.
LA CECLA F., Perdersi. L'uomo senza ambiente, Bari, Laterza, 2000.
MARCELLONI M., Ombelico, in F. Indovina (a cura di), Nuovo lessico urbano, Milano, Franco Angeli, 2006.
MARCELLONI M., Questioni della città contemporanea, in M. Marcelloni (a cura di), Questioni della città contemporanea, Milano, Franco Angeli, 2005.
MARIANO C., Governare la dimensione metropolitana. Democrazia ed efficienza nei processi di governo dell’area vasta, Milano, Franco Angeli, 2011.
MARIANO C., Progettare e gestire lo spazio pubblico, Roma, Aracne, 2012.
MARIANO C., Ri-costruire la città. Buone pratiche di rigenerazione urbana, in "Hortus", 2012, 52.
MUMFORD L., The Megalopolis as Anti-City, in “Architectural Record”, 1962, 132.
ROMANO M., La città come opera d’arte, Torino, Einaudi, 2008.
NORBERG-SCHULZ C., Genius loci, Milano, Electa, 1979.
SECCHI B., La città del ventesimo secolo, Bari, Laterza, 2005.
SECCHI B., Prima lezione di urbanistica, Bari, Laterza, 2000.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
MARIANO Carmela 2012-07-01 n. 58 Luglio 2012
 
Hortus

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Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

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cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

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