L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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La doppia dimensione della città                                 

Massimiliano Giberti

 

Persone + Edifici = Densità

Massimiliano Giberti

In fisica la densità è espressa da un rapporto; per comprenderne il valore è necessario confrontare due variabili che generalmente stanno ad indicare la concentrazione di un certo elemento in uno spazio determinato. Se si traferisce questo principio alla città appare evidente che la quantità di elementi che si possono censire e contare in un perimetro definito è molto alta. La scienza demoscopica si occupa di analizzare la concentrazione e i movimenti delle persone, gli esperti di trasporti utilizzano metodi analoghi per studiare i flussi di traffico veicolare, così come gli ambientalisti numerano e catalogano le presenze arboree e vegetali in parchi, viali e giardini per monitorarne lo stato di salute e più in generale fornire indicazioni sulle condizioni ambientali di una città.
In altri termini la densità rappresenta attraverso un semplice numero lo spazio che viviamo; ne definisce gli aspetti qualitativi, le caratteristiche morfologiche, le potenzialità e le debolezze. Un parametro molto prezioso per chi si occupa di progettare la città, pianificandone gli assetti interni e le possibili linee di sviluppo. Paradossalmente però gli unici valori che la normativa urbanistica e i regolamenti edilizi sembrano riconoscere come determinati per fornire indicazioni progettuali e normare la crescita urbana rimangono gli stessi da moltissimi anni:

a. il rapporto di copertura che indica quanta superficie coperta insiste in una data area e che si esprime in metri quadri su metri quadri
b. l’indice di edificabilità che indica la cubatura realizzabile in una data area e che si esprime in metri cubi su metri quadri.

Sono infiniti gli esempi di piani regolatori che hanno basato la loro strategia di controllo per la città che sarebbe venuta, gestendo in modo combinato questi due valori. La regola è molto semplice e le associazioni a modelli di città tradotti dai manuali altrettanto dirette: alcuni esempi? Basso rapporto di copertura e altro indice determinano costruzioni alte e rarefatte, tanto care al Movimento moderno, basso rapporto di copertura e basso indice invece portano ad una città giardino fatta di palazzine sparse nel verde… Facile no? Interi trattati di urbanistica concentrati in due piccoli numeri capaci di orientare le scelte di architetti e costruttori, ma soprattutto, responsabili della configurazione di un ambiente nel quale quotidianamente abitiamo.
Ma cosa accade se al parametro urbanistico si somma una nuova variabile che non sempre reagisce in modo coerente con la norma data? Che tipo di città si verrebbe a disegnare se anziché agire sulla densità del costruito si immaginasse di valorizzare la densità delle persone? Immaginiamo due città, una sovrapposta all’altra, complementari ed alternative allo stesso tempo: la prima è la città fisica, fatta di pieni e vuoti, edifici e strade, piazze, giardini, generati dalla logica binaria dei due parametri urbanistici. L’altra è una città più immateriale, costituita dai suoi abitanti che, a differenza delle architetture, per loro natura immobili, hanno la tendenza a spostarsi, riconfigurando continuamente la morfologia degli spazi che occupano: riempiendoli e svuotandoli.
Appare evidente che per rappresentare queste due città non sono più sufficienti i parametri utilizzati fino ad ora; entrano in gioco altre variabili legate essenzialmente al tempo e alla velocità di spostamento degli individui che vivono un determinato ambiente. In altri termini diventano determinanti le modalità d’uso della struttura urbana: dei suoi pieni, come le abitazioni, i negozi, i luoghi di lavoro e dei suoi vuoti, strade, piazze, parchi, ma anche tetti, viadotti, sotterranei, interstizi. La possibilità di controllare la qualità urbana agendo non solo a livello volumetrico, ma anche suggerendo modi alternativi di utilizzo dell’hardware costituito dai manufatti, allarga le potenzialità del parametro densità.
Saturare, congestionare, densificare, stratificare, così come i loro opposti, diventano strumenti di progetto e di verifica da utilizzare agendo anche sulle abitudini e sui comportamenti delle persone che abitano la città. Seguono tre brevi racconti legati ad altrettanti progetti nei quali è stato sperimentato un approccio duplice all’uso della densità come parametro per introdurre elementi qualitativi in situazioni urbane consolidate. Tre sperimentazioni embrionali che hanno presupposti strategici e conseguenze formali molto diversi tra loro, ma che testimoniano come sia necessario allargare lo spettro di strumenti critici ed operativi nelle mani del progettista, per affrontare la complessità che le città contemporanee ci stanno mettendo di fronte.

Genova Nova Ge_Nova: nuove tattiche per un rinnovo fisiologico della città

Davide Servente

Il centro storico di Genova è un organismo urbano che rappresenta un caso limite di agglomerazione continua e di densità esasperata. Per struttura morfologica, assetto proprietario e collocazione all'interno della città, non riesce a beneficiare della vicinanza di porzioni della città già riqualificate come il Porto Antico, o di pregio come la città ottocentesca.
Inoltre, pur essendo in posizione centrale rispetto al territorio comunale, all’oggi è caratterizzato da tutti quegli aspetti e problematicità che definiscono le periferie degradate: edilizia deteriorata, emarginazione e criminalità. Nei secoli legato al transito di persone e merci del vicino porto, il centro storico soffre oggi di uno spopolamento di residenti e di una mancanza di attività commerciali e servizi che lo rendono un luogo poco appetibile per possibili investitori e nuovi residenti, aumentando lo stato di degrado dato anche dalla elevata presenza di popolazione clandestina e traffici illeciti.
La densità risulta essere il parametro che meglio descrive la città storica: il rapporto tra la larghezza delle vie – dette vicoli – e l’altezza degli edifici che vi si affacciano è inversamente proporzionale, tanto da far apparire il quartiere come un unico manufatto inciso da stretti passaggi attraversati dai suoi eterogenei abitanti, un unico blocco lapideo profondamente solcato per secoli dall’acqua. In un ambiente così compresso le relazioni tra le persone sono così strette da apparire forzate, non solo a quota strada ma anche nei piani alti, dove l’estrema vicinanza tra gli edifici rende gli stessi vicoli spazi ibridi tra pubblico e privato.
Densità e prossimità sono dati indispensabili non solo per interpretare una struttura urbana così complessa ma anche per individuare le possibili modalità di intervento, giacché la gestione che l'uomo ha dello spazio e della distanza tra gli individui che lo abitano determina la adattabilità nelle interazioni quotidiane e quindi la struttura degli spazi urbani ed abitativi.
Il centro storico genovese, grazie alla sua configurazione morfologica, alla presenza di un elevato numero di appartamenti vuoti e ad un forte dinamismo culturale dato dai propri residenti, si offre come laboratorio a cielo aperto: uno scenario complesso che porta alla definizione di possibili soluzioni concrete in ambiti altamente problematici tanto da sembrare irrimediabilmente compromessi.
Risulta evidente agire sulla città esistente attraverso azioni precise come diradamento e densificazione, che rispettano l'evoluzione storica senza cadere in una sopravvalutazione nostalgica degli elementi che la compongono. Inseguendo il ritorno ad un modello di città compatta, emerge la necessità del riaffermarsi della prassi del costruire sul costruito, per delineare e rendere attuabile una strategia che metta in relazione lo sviluppo centripeto della città e il riutilizzo dell'esistente.
L'eliminazione delle superfetazioni e degli elementi incongrui, insieme al completamento di parti obsolete incompiute, permetterebbe di ottenere una diminuzione della densità, una maggiore stabilità degli edifici, una riqualificazione ambientale portata dal maggior soleggiamento dei piani bassi e la valorizzazione delle emergenze architettoniche, conservando l'impianto urbanistico originale e favorendo l'accessibilità alle vie più interne. Riqualificazione che dovrebbe essere supportata dall’inserimento di servizi all’oggi irrinunciabili, in modo che questa parte di città densa risponda alle esigenze della società contemporanea e si avvicini al modello di città compatta.
Contrapponendo due azioni precise quali diradamento e densificazione, conservazione non è più sinonimo di immobilismo; anzi, il suo fine ultimo è la ricostruzione di edifici, delle loro peculiarità, della loro storia e del contesto. Non si deve intendere la conservazione come fossilizzazione della storia, limitandosi alla mera salvaguardia di un manufatto o di una parte di città. Ma conservare può essere pratica attiva volta alla rigenerazione, fondata su memoria, dibattito ed indagine attraverso l’analisi dell’esistente e la definizione dei possibili scenari futuri.

Rio de Janeiro: Abitare la Comunità, progetto di riqualificazione delle favelas di Babilonia e Chapéu Mangueira a Leme

Laura Arrighi

La favela è una città nella città. Cresciuta e sviluppata contestualmente a quella che comunemente riconosciamo come città formale o città pianificata.
Quella che divide i due sistemi e una variabile semplice e sostanziale: la legge, la normativa. Le conseguenze sono molteplici e dall’effetto contrapposto: da una parte riscontriamo la carenza di servizi, infrastrutture, reti idrauliche e fognature, dall’altra le favelas costituiscono paesaggi urbani ricchi di qualità spaziali e morfologiche, che stabiliscono un rapporto fortissimo con la natura e il paesaggio brasiliano, abitati da gruppi sociali i cui legami sono molto più saldi e solidali di quelli che si generano nella città cosiddetta regolare.
Ciò che più caratterizza la città informale rispetto alla città formale o legale è la trasparenza con cui la struttura sociale si rispecchia nella struttura urbana, nei suoi aspetti sia positivi che negativi.
La densità della favela rispecchia lo stretto rapporto che lega gli abitanti e allo stesso tempo la tendenza a mantenere una individualità che è alla base della stessa filosofia con cui i nuclei abitati sono nati. La compattezza delle abitazioni fa sì che la vita sia letteralmente comunitaria, che l’intimità diventi un valore da condividere. Allo stesso tempo la struttura labirintica dell’insediamento diventa terreno fertile per lo sviluppo della criminalità.
Nei suoi aspetti discordanti quello che comunque caratterizza gli insediamenti informali rispetto a quelli regolari è un tessuto che apparentemente si rivela più denso: in realtà è molto più a misura d’uomo di quello che è proprio della città dei grattacieli, in cui l’individuo si trova relegato in veri e propri ghetti di lusso.
L’attaccamento alla propria abitazione è un dato importante da non tralasciare. Ogni abitante della favela si è costruito casa con le proprie mani o l’ha ereditata dai genitori o dai nonni. La tendenza è dunque quella di volerla modificare rispetto a nuove esigenze, come per esempio la crescita della famiglia, ma non di volerla cambiare.
Questo fa sì che nonostante i cambiamenti repentini che la favela potrebbe subire, anche a causa della mancanza di una regolamentazione normativa, questa abbia trovato un assetto sostanzialmente equilibrato, una misura dell’abitare giusta e ormai assimilata dai favelanti.
La necessità di demolire le abitazioni a rischio o che si trovano in aree protette e dare una nuova casa agli inquilini e allo stesso tempo la necessità di migliorare la qualità della vita nelle abitazioni rimanenti porta a fare riflessioni sul modello migliore di strategia progettuale.
Il modello costiero di Copacabana riproduce una serie di blocchi residenziali multipiano compatti e rivolti verso il mare. Abbiamo già accennato come paradossalmente la densità lungo la costa sia molto più alta rispetto alla città informale, e la qualità dell’irraggiamento solare e della vista siano più basse, in quanto solo gli appartamenti rivolti a sud ne godono. Riproporre questo modelli, anche se in scala ridotta, significherebbe costruire una barriera fisica invalicabile tra i due sistemi urbani; inoltre porterebbe i moradores che hanno abbandonato le loro abitazioni sulla collina, a vivere in appartamenti che avrebbero tutte le caratteristiche di una casa "urbana" ma la collocazione all’interno del tessuto della favela: si pone quindi una seria riflessione sul rapporto tra pregi introdotti e difetti riproposti.
Sulla base di queste considerazioni si è ritenuto l’approccio migliore quello di prendere come acquisito, consolidato e unico possibile il tessuto urbano e il modello insediativo delle favela senza pensare di poterlo sostituire, ma cercando di lavorare sui suoi punti più critici.
Il primo aspetto su cui si è lavorato è lo spazio inutilizzato, ma potenzialmente sfruttabile “in” e “intorno” alla casa. Il basamento e il tetto delle abitazioni sono suoli ora inutilizzati e inutilizzabili a causa delle precarie condizioni strutturali delle case, ma che potrebbero diventare ampliamento delle attività domestiche, sede di attività commerciali o luoghi di ritrovo.
Il consolidamento statico del basamento delle case e il risanamento di quegli spazi che oggi diventano ricettacolo di rifiuti, è quindi una prima mossa per consentirne la riappropriazione. Allo stesso modo una tecnologia leggera che sostituisca alle coperture in lamiera ondulata, nuovi tetti praticabili, porterebbe ad un raddoppio della superficie abitabile a disposizione di ogni famiglia. Il tetto diventa un nuovo suolo edificabile, ma anche spazio all’aperto che può accogliere giardini e orti pensili, piccole terrazze - cortile per incontrare amici e parenti o semplice luogo di riposo. Dal punto di vista tecnologico è importante liberare le coperture dall’inutile sovrappeso delle cisterne che potrebbero essere più comodamente alloggiate nel basamento della casa, così come, sempre nella zona bassa, potrebbero essere inserite le vasche settiche per il trattamento dei liquami. Il tetto, invece potrebbe ospitare piccoli impianti fotovoltaici stand alone che potrebbero sopperire al fabbisogno energetico di ogni famiglia, rendendola autonoma.
Come per lo spazio riguardante la sfera domestica anche la gestione dello spazio collettivo avviene con gli stessi principi. A livello del singolo alloggio tetto e basamento possono diventare nuovi luoghi di incontro e scambio tra abitanti e turisti. Anche lo spazio vuoto tra le case appartenenti ad uno stesso nucleo familiare può diventare un fulcro centrale che ospita servizi e spazi collettivi e, nel caso della fascia di bordo tra città formale e informale, una cerniera per ricucire le due città utilizzata anche dai cittadini di Leme.

Beijing. Una città a più dimensioni: progetto di riconversione di due isolati urbani

Sara Amielli, Federica Zunino, Davide Giauna

C'era una volta Flatlandia (1), un universo bidimensionale popolato da figure piane. Nessuno in quel mondo aveva mai immaginato la terza dimensione, fino al giorno in cui, un semplice quadrato fa la conoscenza di un essere insolito: una sfera proveniente da Spacelandia.
Beijing 2012. 16.807,8 kmq di estensione (2). Due città nella città.
Come nel celebre romanzo di Edwin A. Abbott, Flatland, un mondo a due dimensioni incontra una realtà tridimensionale. Il quadrato questa volta si presenta al cubo.
Nella trama della città la geometria piana si traduce nello storico tessuto basso e compatto di percorsi monodirezionali obbligati, gli hutong: qui il suolo è quasi completamente occupato dalle superfetazioni delle tradizionali case a corte a un piano, le siheyuan.
Spacelandia, invece, si ritrova nelle più recenti espansioni urbane, quadranti recintati di megablocchi e torri supercapienti, estrusioni puntuali su una tabula rasa caratterizzata da strade ad alta percorrenza e larghe superfici vuote.
Questi due tessuti costituiscono la città costruita, a cui se ne sovrappone una virtuale fatta di persone che la abitano, attraversano e vivono, modificandola.
Beijing 2012. Oltre 20.000.000 di abitanti stanziali con un tasso di crescita annuale medio del 3,8% negli ultimi dieci anni, di cui un terzo costituisce la popolazione fluttuante proveniente da altre regioni della Cina (3).
Utilizzando la persona quale parametro di lettura della città costruita, apriamo una riflessione sulla colonizzazione del suolo e sulla distribuzione dei pesi insediativi.
La città contenitore si riempie e si svuota della città virtuale, individuando luoghi e tempi di congestione e altri di vuoto.
La maglia di hutong collassa sotto il peso della folla che la attraversa e la abita, mentre il tessuto alto e rarefatto delle nuove espansioni immobiliari eccede in spazi, troppo ampi per la scala umana.
Come aumentare la percentuale di spazio libero in un modello il cui impianto tende alla totale saturazione del suolo?
Dove il quesito è opposto e la superficie del vuoto è fuori misura, com’ è possibile ridimensionarlo?
In una tradizione urbanistica storicamente dedita a demolizione e ricostruzione, è sempre attuale la tendenza a sostituire brani di città bidimensionali in favore di progetti immobiliari high-rise che realizzano un basso rapporto di copertura e alta densità.
Il quadrato è sostituito dal cubo.
Se, al contrario, nel panorama della sostituzione si presentasse l’ipotesi di stratificare senza demolire, il quadrato potrebbe scoprire la terza dimensione ripetendosi su più livelli.
L’hutong si trasforma in una città di layers: “sopra - sotto - oltre - in mezzo” al tessuto esistente; quattro strategie di azione sul costruito, codificate per la moltiplicazione del suolo e la ridistribuzione del carico insediativo. Ad ogni posizione corrisponde uno specifico intervento che definisce una nuova quota nel sistema hutong: il coronamento dei padiglioni disegna percorrenze sopraelevate che si snodano tra le residenze [ON] mentre nel sottosuolo si sviluppa un network di nuove funzioni [UNDER]. Nuovi punti di vista sono offerti da percorsi aerei [OVER] e un ulteriore piano terra a quota intermedia dà la possibilità di ottenere un livello residenziale nell'inutilizzata doppia altezza del padiglione [IN BETWEEN].
Allo stesso modo, dove la città ha già raggiunto la terza dimensione, generando la realtà ibrida di grandi pieni diradati e vuoti troppo capienti, possono applicarsi operazioni di densificazione mirate alla restituzione di uno spazio a misura.
Il vuoto è riempito e il cubo evolve da una geometria semplice ad una più complessa.
Il compound diventa un sistema di volumi “aggiunti - estrusi - affondati - inseriti”: la facciata dei blocchi edilizi si arricchisce di nuovi spazi comuni colonizzabili dai residenti [PLUS] e nuove volumetrie si estrudono sul tetto per consentire al piede a terra di svuotarsi e rendersi permeabile [UP]. Altre cubature crescono nel sottosuolo liberando la corte dai servizi “spenti” [DOWN], mentre un nuovo tessuto di funzioni “molli” vi si inserisce, riattivandola [INTO].
I due tessuti della città costruita si modellano per la città virtuale sviluppando sistemi che moltiplicano il piano terra e la cubatura esistente, le percorrenze e i luoghi di vita delle persone.
Beijing. 2050. 50.000.000 di abitanti (4).
In cerca di un'altra dimensione.


Note

(1) ABBOTT E., Flatland. A Romance of Many Dimensions, 1884.
(2) GRECO C., SANTORO C., Pechino. La città Nuova, Milano, Skira, 2008.
(3) da chinadaily.com.cn, 6° censimento del Beijing Municipal Bureau of Statistics, 2010
(4) da cnngo.com, 2010

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
GIBERTI Massimiliano 2012-07-01 n. 58 Luglio 2012

 

 
Hortus

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Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

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Valle Giulia Flickr

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Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

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