L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Spessore e governo

Fulvio Cortese

Chi decide, oggi, sullo spessore della città? Purtroppo, ad una domanda apparentemente così semplice non si può dare una risposta altrettanto chiara ed immediata. Infatti, per il diritto che si occupa delle trasformazioni urbane, spessore è un termine capace di evocare profili molto diversi, innanzitutto potestà (normative e amministrative) e competenze (statali, regionali, provinciali e comunali) altrettanto differenziate e tensioni, sia normative, sia concettuali, non sempre convergenti.
Potrebbe anche sostenersi, in certo qual modo, che lo spessore sia, preliminarmente, la cifra distintiva di tutta questa materia, poiché il "governo del territorio", quale oggetto di quelle potestà e competenze (v. art. 117, comma 3, Cost.), è caratterizzato da una lunga storia di sovrapposizioni e di stratificazioni, che scivolano reciprocamente, l’una sull’altra, e che di fatto determinano, nel loro assestarsi, grandezze difficilmente immaginabili a priori.
Quindi, se è consentito ricorrere ad un’assimilazione non troppo ortodossa, comprendere come e da chi venga governato lo spessore di una città equivale a cercare di capire come possano armonizzarsi tra di loro le tante “diete” che siano in ipotesi prescritte contemporaneamente da tutti i medici di un pool sanitario assai eterogeneo.
L’immagine può essere senz’altro discutibile, ma rende l’idea di quanto la mancanza di un disegno “sostenibile” e coordinato possa rivelarsi letale per il paziente: la città, cioè, può “assottigliarsi” o “ingrossarsi” a seconda delle terapie che le vengano di volta in volta somministrate, ed essendo tanti coloro che aspirano a scriverne le “ricette” il pericolo di sovra-dosaggi è qualcosa di più di una mera eventualità e si può apprezzare da tre distinte angolazioni.

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a) È certamente un problema di spessore, in primo luogo, quello, del tutto noto e tradizionale, relativo alla configurazione e all’amministrazione dei processi di densificazione costruttiva e di sviluppo ordinato degli agglomerati cittadini.
Questo, anzi, non è altro che l’oggetto principale e storicamente più rodato del sistema della pianificazione urbanistica. Esso si nutre di un originario e spiccato “istinto” razionalizzante, teso a contemperare nel modo più efficiente la valorizzazione dei titoli dominicali che insistono sui terreni e la compresente necessità che questa stessa valorizzazione non entri in materiale cortocircuito con la funzione sociale che quei titoli possono manifestare (art. 42 Cost.) e con le esigenze di tutela di altri beni parimenti rilevanti, come il paesaggio-ambiente (artt. 9 e 117, comma 2, lett. s, Cost.).
Sul punto si può subito annotare che lo spessore di cui usualmente si discute in tale contesto concerne, per così dire, l’ossatura e la conformazione complessiva dell’organismo regolativo che dovrebbe occuparsi di questa difficile opera di ponderazione.
Il primo modello (statale), abbracciato sin dalla fondamentale legge urbanistica del 1942 (n. 1150), è stato quello di valutazioni politico - discrezionali e procedimenti locali il cui spessore dipende gerarchicamente da valutazioni e procedimenti altri, di livello superiore, che dovrebbero predeterminare i margini, oltre che parte degli obiettivi, dell’autonomia del pianificatore cittadino.
A questo modello – che si potrebbe assimilare a quello di una “dieta a fasi”, che non sopporta alterazioni di ordine e che presuppone un compiuto svolgimento sequenziale di ogni sua articolazione – si è gradualmente sovrapposto un modello radicalmente diverso e plurale (regionale), volto a rendere più flessibile il regime generale e ad introdurre elementi di elasticità, eventualmente anche sulla base della negoziazione circostanziata di qualche “strappo alla regola”.
Sicché, sempre restando alla metafora da ultimo evocata, lo spessore urbano, che in teoria dovrebbe sempre seguire una “dieta a fasi”, si è presto e facilmente abituato a concordare “spicchi” di “dieta a zona”, in attesa di equilibri più stabili che nella legislazione urbanistica ed edilizia post anni Sessanta hanno definitivamente assunto le sembianze del più classico “rinvio”. Il fallimento di ogni dieta, del resto, comincia sempre dalla speranza di (ri)cominciarla il “lunedì” successivo.
Non è un caso, allora, che il secondo modello abbia progressivamente acquisito importanza (e con esso l’abbia acquisita anche il legislatore regionale: data l’assenza del medico curante – il legislatore statale – meglio affidarsi al medico di turno).
Tale modello, a sua volta, ha anche “sperimentato” sui pazienti “diete” innovative, originali e capaci, occasionalmente, di rilanciare, sia pur in una dimensione più ristretta, laboratori di programmazione e pianificazione parzialmente alternativi a quelli (ormai del tutto obsoleti, per quanto essenziali) promossi in sede centrale.
Vero è, però, al contempo, che se lo stato di salute di molte città è, dal punto di vista urbanistico ed edilizio, del tutto disomogeneo, ciò lo si deve, in buona parte, anche alla circostanza da ultimo descritta: a città più “grasse” (e quindi più spesse) corrisponde con frequenza un regime “alimentare” ciclicamente “disordinato”, nel quale gli “strappi alla regola” (non solo in termini di pianificazione contrattata, ma anche in termini di “varianti” sistemiche alla “tabella” dei cibi e dei pasti ammessi) costituiscono un espediente troppo facile e troppo bene accetto, oltre che troppo agevolmente esposto alle pressioni (svianti) di interessi economici forti e dissonanti rispetto alla lineare attuazione di visioni evolutive più lungimiranti e “integrate” rispetto ai bisogni della collettività di riferimento. In queste specifiche fattispecie, anche la modernità e il rinnovato afflato razionalizzante della perequazione urbanistica e del vivace mercato dei diritti edificatori (fenomeni sui cui è sempre il legislatore regionale a svolgere un ruolo protagonista) paiono semplicemente destinati a risolversi in episodici interventi “tecnici” di “liposuzione”.
Si può brevemente osservare, in definitiva, che la logica dei vasi comunicanti, alla stregua della quale la latitanza del centro ha lasciato spazio all’attivismo della periferia, anche se corrispondente al progressivo radicamento dei principi costituzionali dell’assetto repubblicano e, segnatamente, della sua declinazione autonomista, ha generato, per ciò che interessa in questa sede, stratificazioni (e spessori) non sempre efficienti, con città costrette a determinate “diete” e città costrette a “diete” diverse.
Inoltre, simile differenziazione, di per sè per nulla negativa (le città non sono certo tutte uguali...), non ha colto l’occasione per permeare, oltre che per esprimere pienamente, le specificità proprie della consistenza cittadina (che è variabile e che cresce o decresce a seconda di molteplici contingenze: appunto, come si diceva, le città non sono tutte uguali...), appiattendone la dimensione soltanto all’interno della fisionomia comunale: tutte le “città” sono state fatte coincidere, più o meno, con i “Comuni”, grandi o piccoli che fossero. Sappiamo, viceversa, anche per fatto notorio dell’esperienza quotidiana, che le “diete” variano da soggetto a soggetto, a seconda della massa corporea, delle sue abitudini, della sua professione o del suo lavoro, dell’ambiente in cui vive ed opera.

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b) L’“adipe” cittadino, peraltro, può determinarsi – o, meglio, aggravarsi e divenire quindi ancor più spesso – anche in ragione del permanente ed invariato ruolo di colui che dovrebbe essere il principale responsabile della cura (ossia del legislatore statale, in qualità di ordinario medico curante, capace di intervenire per mezzo dei titoli di potestà legislativa esclusiva e/o concorrente di cui dispone: artt. 117, comma 2 e comma 3, Cost.).
È sempre un problema di spessore, infatti, anche quello relativo alla predeterminazione o definizione uniforme di determinate attività edilizie o di determinate tecniche edificatorie, incentivabili o scongiurabili a seconda della volontà di conseguire peculiari obiettivi di interesse generale (ad es. in funzione di un minimo comune denominatore del “fare costruzione”, ma anche in funzione di tutela di singole unicità o di peculiari “complessi” da proteggere in quanto facenti parte di un patrimonio nazionale ovvero, ancora, nell’ottica di promuovere modalità edilizie compatibili con l’esigenza di diffondere tecniche considerate più efficaci per far fronte a bisogni valutati come sempre sussistenti o per diffondere l’uso di energie rinnovabili o di materiali eco-compatibili).
Questo non è certo un profilo del tutto estraneo al primo (sub lett. A), ma è indubitabile che non si tratta sempre di interventi a quello contestuali o “sinergici”. Anzi, usualmente si tratta di rilievi che vengono svolti in altre sedi (anche se politicamente concertati, ad es. in Conferenza Stato - Regioni o Unificata) e che, in seguito, nel sistema della pianificazione urbanistica e delle sue differenti articolazioni (più o meno ordinate), sono destinati ad essere soltanto recepiti, tout court, o ad essere illustrati in modo maggiormente dettagliato.
Non solo, quindi, è quel sistema ad essere foriero, anche ciclicamente, di spessori potenzialmente differenti (quale risultato, come si è brevemente ricordato, di “diete” non sempre coerenti o non sempre “responsabili”). Quel sistema è, a sua volta, punteggiato dall’assunzione di “pietanze” che comunque non si possono rifiutare, in quanto giudicate essenziali per il fisiologico buon funzionamento dell’intero organismo e di tutti i tessuti che lo innervano, ivi compresi quelli rientranti nella piena disponibilità dei cittadini: anche le loro “proprietà” possono trarre giovamento dall’assimilazione di principi attivi atti ad accrescerne il valore e a consolidarne la resistenza nel tempo e nello spazio.
Il fatto è, tuttavia, che, con riguardo alle città, l’assunzione di “pietanze” non spontaneamente prodotte/producibili sul piano locale, anche se vitali, può dar luogo, talvolta, a diete “iperproteiche”, capaci, cioè, di condizionare in modo esiziale il naturale decorso delle normali “diete a regime”.
In altre parole: se è vero che ci sono esigenze che non possono essere mai disattese e che rispondono anche a necessità di livello o di grado “superiore”, è altrettanto vero che, di queste, soltanto alcune si prestano ad un’imposizione unilaterale (ad esempio, quelle che rispondono alle urgenze di un linguaggio – grammatica e sintassi – inevitabilmente comune: esigenze di sicurezza, di utilizzo di micro-procedimenti omogenei in funzione di un’eguale tutela del soggetto privato, di garanzia non differenziabile di interessi imputabili a tutto il Paese ecc.) e che, invece, molte altre (ad esempio, quelle relative a singole performances linguistiche: problemi connessi alla localizzazione di opere pubbliche di livello super-cittadino) rischiano, se non calate nel contesto territoriale in modo armonico e meditato (e non semplicemente partecipato), di alterare tutto il metabolismo della crescita e dello sviluppo urbani. Questi fenomeni, in buona sostanza, non possono essere sempre e comunque imbrigliati in una rete troppo fitta di obblighi e di restrizioni “alimentari” non disponibili, di diversa natura e di diversa provenienza: il rischio che si corre è che la contrattazione localizzata di “strappi alla regola” si faccia, anche in ottica compensativa, sempre più frequente e che lo spessore del corpo urbanizzato, accresciuto dal ricorso a troppi “anabolizzanti” o a troppi “spuntini fuori orario”, viva episodi di pericolosa bulimia.
La città, in tal modo, è stata (ed è) strutturalmente esposta al pericolo di non trovare mai una direzione metodologica sufficientemente stabile e, soprattutto, adeguata alla fisiologia della sua singola realtà (ossia, restando sempre alla metafora: di non raggiungere mai uno “stile di vita” individualizzato e complessivamente corretto, a indispensabile e continuativo complemento di qualsivoglia “sana alimentazione”).

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c) La parola "spessore", inoltre, può evocare ulteriori questioni, che non hanno a che vedere soltanto con il diritto urbanistico e dell’edilizia, ma che proprio in questi settori misurano frequentemente la tenuta complessiva di alcune scelte di sistema del legislatore (statale) e dell’evoluzione del diritto amministrativo italiano.
Quanto è spesso, in altre parole, il titolo abilitativo edilizio che non sia fondato su di una istruttoria reale e sulla correlata manifestazione provvedimentale dell’amministrazione? Quanta certezza, cioè, e quanta stabilità offrono le fattispecie semplificate – quali la d.i.a. (prima) o la s.c.i.a. (dopo) – che, pur mirando ad un dimagrimento ipoteticamente razionale e responsabilizzante dei procedimenti amministrativi, anche edilizi, non offrono, però, tutte le garanzie dell’approccio più formale ed autoritativo, e addossano a proprietari, imprenditori e tecnici oneri, adempimenti, rischi e costi non certo minori di quelli già ampiamente sperimentati in passato?
Il “dimagrimento”, in questi frangenti, non è sempre sinonimo di “salute”, risultando foriero di perplessità trasversali e di forme di immediato incentivo che, a ben vedere, rischiano di tradursi in altrettante forme di indiretto disincentivo. Il processo di liberalizzazione, in verità, può generare questioni nuove e parimenti difficili: quale tutela viene offerta ai terzi che siano pregiudicati da una determinata attività costruttiva? Fino a che punto l’amministrazione può tornare sui suoi passi o controllare / bloccare le azioni materialmente dannose/illegittime/illecite? Non è forse vero che il giudice finisce inevitabilmente per diventare l’ultimo decisore delle “pratiche” edilizie?
Allo stesso modo: quanto sono spessi i tanti provvedimenti, di varia natura, che, cercando di favorire processi idonei a “rimettere in forma” la “salute” dell’edilizia urbana e ad integrarne i destini con quelli di altre politiche pubbliche, stimolano iniziative costruttive più o meno “virtuose” sulla base prevalente di bonus patrimoniali o di sconti diffusi ai “prezzi” (anche procedurali) che, tuttavia, un’armonica programmazione dovrebbe sempre e ragionevolmente esigere da tutti? E poi: perché occorre sempre introdurre regole speciali o canali preferenziali, capaci soltanto di aggravare il deficit informativo e conoscitivo del comune cittadino e del professionista?
È evidente, in proposito, che la “cucina” della semplificazione costituisce uno scenario determinante: un’amministrazione rapida, snella e opportunamente incentivante è presupposto fondamentale affinché l’interesse privato sia disposto ad accettare di buon grado restrizioni o conformazioni doverose e possa dirigersi meglio, se del caso, anche verso risultati di interesse generale. Eppure, è altrettanto evidente che rapidità, snellezza e incentivo non possono tradursi soltanto in riduzione di tempi, eliminazione di oneri procedurali e attitudine premiale: questi fattori, in sè e per sè considerati, possono risolvere problemi procedurali o stimolare determinate attività private, ma non è detto che garantiscano processi di equilibrato e proporzionale “dimagrimento” del tessuto urbano. In alcune ipotesi, piuttosto, una simile visione della semplificazione, soprattutto se sganciata dal nesso con il perseguimento degli obiettivi della pianificazione, locale o regionale, rischia comunque – anche laddove determini un “taglio” del peso burocratico – di aggravare i “pesi” territoriali, agevolando la diffusione quasi entropica di micro-organismi edilizi di conformazione “batterica”, non meno pericolosi, quindi, delle contraddizioni intrinseche di un regime alimentare apertamente disordinato.
Peraltro, come è noto, in costituzioni fisiche deboli e frastornate da bombardamenti vitaminici non sempre oculati o sorvegliati, l’esposizione ad attacchi virali è più frequente e dannosa. E alla fine, periodicamente, si scopre che essa ha condotto alla formazione di patologie stagionali o ricorrenti, di stampo malarico e di natura endemica, superabili soltanto con il solito intervento - tampone del condono (che, da questo punto di vista, può essere pacificamente accostato ad un “salasso”: terapia tanto storicamente fortunata quanto scientificamente infondata e poco efficace).

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Se questo è un rapido quadro – senz’altro non esaustivo – dell’attuale status del governo dello spessore cittadino, occorre chiedersi se si possano intravedere praticabili vie d’uscita ovvero se si possa, in modo meno ambizioso, pensare di contribuire ad articolare diversamente i rapporti tra gli strati decisionali e programmatori di matrice pubblica o le relazioni tra questi e l’ineliminabile dimensione dell’interesse spontaneamente egoistico dei proprietari. In proposito, incombe un dato quasi banale: la crisi economica e finanziaria sta svolgendo un innegabile ruolo di stimolo per progetti di (più o meno condivisibile) ingegneria istituzionale. I tempi, pertanto, si potrebbero rivelare forieri di importanti spunti e di occasioni forse irripetibili.
Al di là, quindi, di ciò che sta avvenendo nella crisi e dei provvedimenti urgenti che sono stati adottati in sede statale per farvi fronte (questi, per certi versi, non paiono ancora allontanarsi da un’ottica emergenziale, tesa come tale alla promozione di misure manifesto o alla ri-proposizione di letture semplificanti già sperimentate: v., rispettivamente, la decantata riduzione degli “oneri amministrativi” o l’altrettanto annunciato varo di un “piano città”, che potrebbe rivelarsi, tuttavia, foriero di risultati non certo migliori del tanto famigerato “piano casa”), è possibile ipotizzare, in simmetria a quanto rilevato sub a), b) e c), che si possa operare su tre differenti profili:
a) Circa lo spessore urbano indotto dallo spessore non controllato (i.e. frutto di interventi non coordinati) delle stratificazioni pianificatorie e dei connessi fenomeni reattivi dell’urbanistica contrattata, si potrebbe sperare che i procedimenti di ridefinizione dei livelli di governo territoriale (v. la razionalizzazione delle province) conducano innanzitutto ad una riscoperta generalizzata dei poteri di pianificazione a livello comunale, non senza agevolarne, però, una sistematica e diffusa aggregazione strategica su spontanei livelli sovra-comunali (a seconda delle diverse esigenze “cittadine”) e sottoponendone le linee principali di sviluppo al controllo “di compatibilità” del livello regionale (cui affidare anche il ruolo di coordinatore delle grandi opere pubbliche, di qualsiasi natura, sul territorio di riferimento, in armonia con gli obiettivi delle politiche statali e sovranazionali).
La riscoperta del pianificatore locale, si badi, non andrebbe intesa, tout court, nel senso di una nuova apertura di credito nei confronti del sistema politico-amministrativo locale, bensì andrebbe concepita come occasione di definizione, da parte del legislatore statale, dei principi fondamentali di una pianificazione strutturata capace di assorbire non solo gli interessi situati ed oppositivi, ma anche gli apporti e le risorse derivanti dalla sinergia tra iniziative progettuali della società civile organizzata e obiettivi di altre politiche pubbliche (quali sono quelle sociali, culturali, dello sviluppo locale ecc.).
b) Circa lo spessore dovuto alle patologiche alterazioni puntuali e ricorrenti delle “scelte” nate dal (e sul) territorio cittadino, pur dovendosi riconoscere in modo univoco la priorità di talune competenze “superiori” (in ragione della prevalenza del “livello” dei relativi interessi), si potrebbe auspicare, da un lato, che le “eccezioni” siano dovute soltanto a quel genere di priorità (che potrebbe, ad esempio, imporsi soltanto laddove dal processo coordinato di grado sovra-comunale e regionale non giungano proposte alternative, “autonome” e parimenti efficienti), dall’altro, quindi, che, dalle medesime priorità, siano il più possibile espunte “eccezioni” di derivazione spuria e dovute soltanto all’esigenza di capitalizzare determinate ed occasionali sinergie pubblico-privato.
A quest’ultimo riguardo, sarebbe forse sufficiente introdurre termini perentori per l’esercizio di poteri di autotutela o termini minimi di durata per determinate scelte pianificatorie, al fine di scongiurare strumentalizzazioni episodiche o alterazioni sistemiche derivanti (esclusivamente) dalle alternanze politico-elettorali.
c) Circa lo spessore procedurale, occorrerebbe rivisitare il senso e la direzione della politica di semplificazione, che è tale, nella materia delle trasformazioni urbane, soltanto laddove si riveli funzionale a liberare non tanto il regime giuridico della salvaguardia edilizia, bensì il regime progettuale degli interventi e, parafrasando un interprete assai impegnativo (Persico), il valore “profetico” della programmazione territoriale come intrinseco incentivo alla valorizzazione architettonica del patrimonio individuale. Che quest’ultimo sia costitutivamente indifferente, se non ostile, a interventi definitori che ne indirizzino gli utilizzi o che ne convoglino le energie verso risultati collettivi è conclusione che corrisponde ad una petizione di principio, fin troppo schematica e astratta; viceversa, anche il più piccolo proprietario è interessato a conoscere e a poter “disporre”, nel proprio carnet di scelte (anche puramente speculative), di una chiara e stabile cornice d’insieme, nella quale poter potenziare e massimizzare la propria rendita in un tempo che non sia breve e in un’ottica che sia in primo luogo complementare rispetto al (più ampio) destino cittadino.
Se proprio si volesse pensare, poi, ad una semplificazione davvero utile e assai significativa, si potrebbe pensare che, nell’ambito sovra-comunale di pianificazione, le scelte sulle singole attività siano affidate a veri uffici “one shop”, con piene competenze interdisciplinari e con il coinvolgimento obbligatorio, ma solo in sede di controllo, di due uffici, regionale e statale, a composizione parimenti interdisciplinare e a vocazione strettamente funzionale alle competenze di quei livelli di governo. 

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
CORTESE Fulvio 2012-07-01 n. 58 Luglio 2012
 
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hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

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