L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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scritti_broccoliL'architettura clonata

Andrea Moneta

architettura clonata tEntrando nello specifico di cosa si sia costruito in questi ultimi anni a Roma per quanto riguarda l’edilizia residenziale, notiamo una impressionante sequenza di edifici-clone di se stessi, una situazione talmente imbarazzante che suggerisce ipotesi allarmanti: gli architetti hanno definitivamente abdicato alla loro professionalità massimizzando i profitti così come farebbe una società di capitali, a scapito di ciò per cui vengono pagati?

Questo significherebbe che l’operazione progettuale si sia ridotta al mero utilizzo della recente cultura del “copia e incolla”, dove pezzi di case o interi edifici vengono riprodotti – grazie al CAD – in una serie infinita di esemplari identici a se stessi o che si differenziano tuttalpiù per l'estensione planimetrica e il colore delle facciate.
Ponte di Nona, come altri comprensori in edificazione a Roma, è un vero e proprio campionario di questo tipo di architettura “clonata”, dove l’edificio può essere ripetuto in lotti diversi adattandolo alle dimensioni planimetriche ed altimetriche imposte dal planovolumetrico.
Le tipologie vengono così allungate, accorciate, stirate in altezza aggiungendo o togliendo piani alla bisogna; gli alloggi, con i loro schemi distributivi e impiantistici già pienamente rodati per non dire standardizzati, vengono “vestiti” da involucri edilizi spesso di sovietica ispirazione, realizzati in intonaco o, per conferire pregio e quindi vendibilità all’immobile, in cortina di laterizio.
Non solo, la stessa figura architettonica replicata, perfettamente uguale a se stessa, è spuntata qua e là con la velocità dei funghi, in tutta la periferia romana o, per essere precisi, in ogni cantiere dove abbia operato lo stesso costruttore e quindi, necessariamente, lo stesso architetto.
Guardando le pubblicità di questi edifici sulle riviste del settore immobiliare, è imbarazzante notare come l’utilizzo della stessa tipologia architettonica permetta addirittura l'uso della stessa fotografia per localizzazioni completamente diverse, così come appare per gli esempi di Ponte di Nona, Bufalotta e Malafede, ovvero sempre lo stesso – purtoppo pessimo – risultato architettonico.

 

architettura clonata
Elaborazione dell'autore con esempi di architettura “copia & incolla” su pubblicità di settore a Roma

Parlando di tipologia e consumo di territorio, se ci allontaniamo di poco dai margini della città ecco spuntare i quartieri suburbani realizzati con case a schiera e giardino, rigorosamente identici fra loro, luoghi strappati all'Agro Romano nei quali la piccola borghesia cerca di sfuggire ai costi delle zone centrali e al caos cittadino per rifugiarsi nella ex-natura, dimenticando che occorrono poi ore di traffico quotidiane per gli spostamenti casa-lavoro.
Cosa è successo nel frattempo? come si è potuto arrivare ad uno scempio così generalizzato da diventare caratterizzante l'immagine della periferia di una metropoli come Roma?
Certamente il fenomeno è potuto dilagare incontrastato grazie anche a quello che eufemisticamente nel Testo Unico dell'Edilizia è stato chiamato «lo snellimento della procedura per il rilascio della concessione edilizia» attuato, fra le altre cose, attraverso l’eliminazione della obbligatorietà del parere della Commissione edilizia, la cui sopravvivenza è stata quindi affidata all’autonoma scelta dei Comuni.
Inevitabilmente moltissimi comuni, piccoli e grandi, da nord a sud, hanno colto l'opportunità di deliberare direttamente l'abolizione della Commissione Edilizia, sbarazzandosi così di quello che possiamo considerare essere stato l'ultimo baluardo della qualità architettonica in Italia.
Un altro aspetto riguarda il ruolo degli imprenditori e la loro tendenza esasperata ad un contenimento dei costi di produzione tale da riflettersi inevitabilmente sia sul livello professionale dei progettisti che sull'impiego dell'architetto come semplice "impiegato"; questo può accadere perché il mercato del mattone dà ai costruttori la certezza per cui il prodotto edilizio si vende comunque, bello o brutto che sia, anche se replicato e clonato all'infinito per ogni dove.
Qui entra in gioco la coscienza del fare architettura: in un paese che grida vendetta per gli abusi edilizi che ricoprono buona parte del territorio, là dove geometri e ingegneri edili imperversano indisturbati nel ruolo di progettisti, se in Italia anche gli architetti abdicano al loro ruolo, quale strada potrà prendere l’architettura per cogliere la sfida della complessità? Il futuro sarà caratterizzato dall’ignavia edilizia?
Se come afferma Gregotti «non vi è più nulla che faccia discutere, né più alcuna regola da infrangere, semmai la ricostruzione di regole farebbe discutere», dopo il lungo periodo iconoclasta e a-storico del Movimento Moderno, della deriva storicista e post-moderna, va recuperato proprio quel rapporto critico col passato che implichi una metodologia applicativa a garanzia delle inevitabili involuzioni del nostro panorama architettonico.
Solo la lettura del processo storico considerato nella sua evoluzione attraverso i secoli può consegnarci un metodo compositivo efficace che sia applicabile a contesti diversi e che ha, nella sua produzione comunque diversificata, la valenza di non cercare soluzioni nel futuro ma di cercare i valori concreti e profondi rendendo attuale la lezione del passato.
La storia ci insegna un processo, noi dobbiamo proiettarlo in avanti attualizzandolo in un contesto, luogo fisico dove verrà posto in essere il confronto-scontro con le eredità del passato.
Questo può e deve essere il punto di partenza per la qualità dell’opera di architettura, qualsivoglia sia il suo fine ultimo e a qualsiasi livello, dall’edilizia popolare all’auditorium; non si può aspettare che la qualità diventi di nuovo obbligo per legge né che sia banalizzata e tradotta nei termini economici della qualità di dotazioni, come avviene tuttora nel mercato edilizio; il videocitofono, l'antenna satellitare, la vasca idromassaggio: questo ad oggi risulta essere il "valore aggiunto" dell’architettura.
Ma è indubbio che questo sia l’unico sentiero da seguire proprio perché la qualità paga, nel medio e lungo periodo, in termini di senso di appartenenza al luogo, di identificazione con la propria abitazione e il proprio contesto urbano; in termini di figuratività puntuale e diffusa, per restituire all’architettura il suo ruolo ambientale/urbano di connotazione della città.
Si salderebbe finalmente così quella frattura che dal Movimento Moderno in poi si è creata, nella struttura urbana, tra tessuto storico consolidato e periferia.
Si impone quindi con urgenza una vera e propria “questione morale” dell’architettura e degli architetti, un codice deontologico che esca dall’ipocrisia delle commissioni edilizie, e che crei invece una coscienza del fare architettura  sin dal momento formativo, coinvolgendo le strutture universitarie su questi importanti temi.
Ritrovare, insegnare e coltivare una conoscenza che ribadisca quotidianamente che l’architettura oggi non è solo regola e scienza, ma soprattutto arte e coscienza.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
MONETA Andrea 2012-11-01 n. 62 Novembre 2012

 

L'architettura clonata

Andrea Moneta

 

Entrando nello specifico di cosa si sia costruito in questi ultimi anni a Roma per quanto riguarda l’edilizia residenziale, notiamo una impressionante sequenza di edifici-clone di se stessi, una situazione talmente imbarazzante che suggerisce ipotesi allarmanti: gli architetti hanno definitivamente abdicato alla loro professionalità massimizzando i profitti così come farebbe una società di capitali, a scapito di ciò per cui vengono pagati?

Questo significherebbe che l’operazione progettuale si sia ridotta al mero utilizzo della recente cultura del “copia e incolla”, dove pezzi di case o interi edifici vengono riprodotti – grazie al CAD – in una serie infinita di esemplari identici a se stessi o che si differenziano tuttalpiù per l'estensione planimetrica e il colore delle facciate.

Ponte di Nona, come altri comprensori in edificazione a Roma, è un vero e proprio campionario di questo tipo di architettura “clonata”, dove l’edificio può essere ripetuto in lotti diversi adattandolo alle dimensioni planimetriche ed altimetriche imposte dal planovolumetrico.

Le tipologie vengono così allungate, accorciate, stirate in altezza aggiungendo o togliendo piani alla bisogna; gli alloggi, con i loro schemi distributivi e impiantistici già pienamente rodati per non dire standardizzati, vengono “vestiti” da involucri edilizi spesso di sovietica ispirazione, realizzati in intonaco o, per conferire pregio e quindi vendibilità all’immobile, in cortina di laterizio.

Non solo, la stessa figura architettonica replicata, perfettamente uguale a se stessa, è spuntata qua e là con la velocità dei funghi, in tutta la periferia romana o, per essere precisi, in ogni cantiere dove abbia operato lo stesso costruttore e quindi, necessariamente, lo stesso architetto.

Guardando le pubblicità di questi edifici sulle riviste del settore immobiliare, è imbarazzante notare come l’utilizzo della stessa tipologia architettonica permetta addirittura l'uso della stessa fotografia per localizzazioni completamente diverse, così come appare per gli esempi di Ponte di Nona, Bufalotta e Malafede, ovvero sempre lo stesso – purtoppo pessimo – risultato architettonico.

Parlando di tipologia e consumo di territorio, se ci allontaniamo di poco dai margini della città ecco spuntare i quartieri suburbani realizzati con case a schiera e giardino, rigorosamente identici fra loro, luoghi strappati all'Agro Romano nei quali la piccola borghesia cerca di sfuggire ai costi delle zone centrali e al caos cittadino per rifugiarsi nella ex-natura, dimenticando che occorrono poi ore di traffico quotidiane per gli spostamenti casa-lavoro.

Cosa è successo nel frattempo? come si è potuto arrivare ad uno scempio così generalizzato da diventare caratterizzante l'immagine della periferia di una metropoli come Roma?

Certamente il fenomeno è potuto dilagare incontrastato grazie anche a quello che eufemisticamente nel Testo Unico dell'Edilizia è stato chiamato "lo snellimento della procedura per il rilascio della concessione edilizia" attuato, fra le altre cose, attraverso l’eliminazione della obbligatorietà del parere della Commissione edilizia, la cui sopravvivenza è stata quindi affidata all’autonoma scelta dei Comuni.

Inevitabilmente moltissimi comuni, piccoli e grandi, da nord a sud, hanno colto l'opportunità di deliberare direttamente l'abolizione della Commissione Edilizia, sbarazzandosi così di quello che possiamo considerare essere stato l'ultimo baluardo della qualità architettonica in Italia.

Un altro aspetto riguarda il ruolo degli imprenditori e la loro tendenza esasperata ad un contenimento dei costi di produzione tale da riflettersi inevitabilmente sia sul livello professionale dei progettisti che sull'impiego dell'architetto come semplice "impiegato"; questo può accadere perché il mercato del mattone dà ai costruttori la certezza per cui il prodotto edilizio si vende comunque, bello o brutto che sia, anche se replicato e clonato all'infinito per ogni dove.

Qui entra in gioco la coscienza del fare architettura: in un paese che grida vendetta per gli abusi edilizi che ricoprono buona parte del territorio, là dove geometri e ingegneri edili imperversano indisturbati nel ruolo di progettisti, se in Italia anche gli architetti abdicano al loro ruolo, quale strada potrà prendere l’architettura per cogliere la sfida della complessità? Il futuro sarà caratterizzato dall’ignavia edilizia?

Se come afferma Gregotti «non vi è più nulla che faccia discutere, né più alcuna regola da infrangere, semmai la ricostruzione di regole farebbe discutere», dopo il lungo periodo iconoclasta e a-storico del Movimento Moderno, della deriva storicista e post-moderna, va recuperato proprio quel rapporto critico col passato che implichi una metodologia applicativa a garanzia delle inevitabili involuzioni del nostro panorama architettonico.

Solo la lettura del processo storico considerato nella sua evoluzione attraverso i secoli può consegnarci un metodo compositivo efficace che sia applicabile a contesti diversi e che ha, nella sua produzione comunque diversificata, la valenza di non cercare soluzioni nel futuro ma di cercare i valori concreti e profondi rendendo attuale la lezione del passato.

La storia ci insegna un processo, noi dobbiamo proiettarlo in avanti attualizzandolo in un contesto, luogo fisico dove verrà posto in essere il confronto-scontro con le eredità del passato.

Questo può e deve essere il punto di partenza per la qualità dell’opera di architettura, qualsivoglia sia il suo fine ultimo e a qualsiasi livello, dall’edilizia popolare all’auditorium; non si può aspettare che la qualità diventi di nuovo obbligo per legge né che sia banalizzata e tradotta nei termini economici della qualità di dotazioni, come avviene tuttora nel mercato edilizio; il videocitofono, l'antenna satellitare, la vasca idromassaggio: questo ad oggi risulta essere il "valore aggiunto" dell’architettura.

Ma è indubbio che questo sia l’unico sentiero da seguire proprio perché la qualità paga, nel medio e lungo periodo, in termini di senso di appartenenza al luogo, di identificazione con la propria abitazione e il proprio contesto urbano; in termini di figuratività puntuale e diffusa, per restituire all’architettura il suo ruolo ambientale/urbano di connotazione della città.

Si salderebbe finalmente così quella frattura che dal Movimento Moderno in poi si è creata, nella struttura urbana, tra tessuto storico consolidato e periferia.

Si impone quindi con urgenza una vera e propria “questione morale” dell’architettura e degli architetti, un codice deontologico che esca dall’ipocrisia delle commissioni edilizie, e che crei invece una coscienza del fare architettura  sin dal momento formativo, coinvolgendo le strutture universitarie su questi importanti temi.

Ritrovare, insegnare e coltivare una conoscenza che ribadisca quotidianamente che l’architettura oggi non è solo regola e scienza, ma soprattutto arte e coscienza.

 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

vg_flickr_11

Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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