L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Sacrilegio e ri-sacralizzazione

Durante la fase di declino l’impero moghul, dal 1799 al 1849, il Punjab fu dominato dal maharajah di religione sikh, Ranjit Singh. In questo periodo venne operato un terzo intervento architettonico che modificò il progetto di Aurangzeb. Tra il portale della moschea e la porta Alamgiri, infatti, venne ristrutturato il giardino - l’Hazuri Bagh - ponendogli al centro un padiglione in marmo bianco destinato alle pubbliche udienze - il Baradari.
Aurangzeb, abbiamo detto, aveva messo in scena un “paesaggio dell’adorazione” in cui il sacro prefigurava la “fusione del soggetto con ciò che sta(va) fuori di lui” (54)  - lo spazio dell’anima con lo spazio esteriore. Nell’azione liturgica - la preghiera e il pellegrinaggio - esso si costituiva come lo spazio di un corpo umano, del corpo di una comunità e di una nazione. Era diventato lo spazio di un “esperire ludico e disinteressato ” (55). Si era trasformato in uno spazio ludico, inutile e transfunzionale, “per nulla adeguato a canoni economici, ma a quelli dello spreco, della prodigalità, ai limiti della megalomania e della sfida alle leggi della statica”. Era il luogo che attivava “nel fedele l’esperienza di ciò che non si poteva né comprare né vendere, di ciò che non era necessario o funzionale alla sopravvivenza e che pure ci affascinava e ci catturava. Lì si capi(va) che ciò che (aveva) un prezzo era nell’ordine del mondo, ciò che all’opposto non aveva prezzo era nell’ordine di Dio” (56). 
Ranjit Singh, pur inserendo il Baradari nel contesto architettonico riprendendone lo stile moghul, oppose al centro (esterno-celeste) costituito dalla Mecca, che era all’origine della valorizzazione sacra (ludica) del complesso architettonico, un centro (interno-terreno) che, essendo il luogo della comunicazione tra il sovrano e i “sudditi”, poneva in primo piano la visibilità del sovrano (esistenziale) e valorizzava lo spazio in senso funzionale (pratico). Ponendosi sull’asse longitudinale di simmetria, questo secondo centro rompeva l’armonia del kòsmos e rappresentava un’interruzione del percorso iniziatico. Nel contesto dell’universo narrativo precedentemente, Ranjit Singh si costituiva come anti-soggetto e il suo fare architettonico assumeva il valore di un “sacrilegio”.
La sua fu una vera e propria “profanazione”: l’informazione storica ci ha rivelato che in quel periodo la moschea Badshahi fu impiegata come magazzino e che il marmo impiegato nella costruzione del Baradari fu saccheggiato dalle tombe degli imperatori moghul e dalla tomba di Zeb-un-Nisa, la figlia di Aurangzeb - una colta e affascinante poetessa.
Chissà se nel 1951, quando fu costruito il mausoleo dedicato al poeta Iqbal, si era voluto ricordare in qualche modo Zeb-un-Nisa. Di sicuro la scelta di inserire il mausoleo all’interno della grande giardino situato tra il Forte e la Moschea rappresentava un esempio, per usare la terminologia di Hobsbawm, di “invenzione della tradizione” (47). Allama Mohammad Iqbal, insieme a Mohammad Ali Jinnah (1876-1948) – il “Quaid-i-Azam”, “il grande capo”, artefice politico della costituzione del Pakistan - è riconosciuto come il padre spirituale dello Stato in quanto è stato il primo a concepire in un discorso del 1930, l’idea di uno stato islamico autonomo. Seguendo le sue idee , nel 1935, uno studente di Cambridge, Chaudhuri Rahmat Ali, coniò la parola “Pakistan”, letteralmente “terra dei puri”, combinando le iniziali delle parole Panjab, Afghania (la provincia della frontiera Nord-occidentale), Kashmir, Sind e Balucistan (58).
 
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Fig. 7 Il Baradari visto dalla Moschea
 
Iqbal negava che indù, sikh e musulmani costituissero un’unica nazione indiana. Sosteneva, al contrario, una visione che riprendeva l’idea fondamentale del movimento Khilafat, per cui le popolazioni musulmane delle varie parti del mondo appartenevano a una comunità panislamica universale. Il complesso architettonico moghul, in questo senso, si prestava molto bene ad essere preso – riprendendo le parole di George Mosse - come "uno sfondo già pronto per il culto della nazione" . La scelta di localizzare il mausoleo nel complesso moghul intendeva porre una continuità ideale tra il poeta Iqbal, la gloriosa tradizione politica degli imperatori moghul e, soprattutto, la visione religiosa del mondo messa in scena da Aurangzeb. In essa il sentimento del bello veniva fortemente caratterizzato in senso religioso al fine di esprimere il carattere “islamico” della nazione. Di conseguenza l’inserzione del mausoleo in questo luogo “sacro” mostrava nuovamente come il sentimento della bellezza di Dio potesse essere “il punto di convergenza di atteggiamenti umani divergenti” e “l’elemento unificatore della società, in quanto capace di rivelare un fondamento comune a tutti i membri della società stessa” (60).
Il mausoleo, progettato dall’architetto Zain Yar Jung e finanziato grazie a una pubblica sottoscrizione, rappresentava, infatti, una moderna interpretazione di una tradizionale tomba moghul, decorata internamente con marmi bianchi intarsiati con lapislazzuli, mentre esternamente venne impiegato lo stesso marmo rosa di Jaipur che venne utilizzato per la moschea Badshahi. Questi materiali, potremmo dire, appartenevano alla “lingua” del luogo (61) : non erano solo risorse della terra, ma categorie costituzionali dell’espressione visiva. Essi formavano gli elementi plastici della tradizione attraverso i quali veniva espressa “la tensione della materia verso lo spirito”: il bianco interno e il rosa esterno erano le categorie cromatiche su cui si originava il processo di elevazione della materia – del marmo – verso lo spirito, e pertanto su cui si fondava il processo di  significazione che portava a identificare la “casa della collettività” - uno “stato di cose” - con la “comunità dei credenti” (62)  - uno “stato d’animo”. La scelta del marmo del medesimo colore rosa della moschea stava a indicare, perciò, la purezza, l’appartenenza a una tradizione religiosa, mentre le poesie scolpite sul marmo bianco interno in lingua persiana cercavano di “inventare” una tradizione culturale.
L’impero moghul, attraverso la mediazione di Aurangzeb, era, quindi, l’esperienza storica a cui fare riferimento per unificare una “nazione in frantumi”, per farle assumere una forma unitaria e un unico spirito. Il Pakistan si costituì così sulla base dell’appartenenza religiosa, sulla rivendicazione della natura islamica della nazione e dello Stato, passando sopra al fatto che il suo popolo non aveva una lingua e una cultura comuni. Si consideri che nel 1947 nel nuovo Stato si trasferirono milioni di musulmani da tutte le parti della penisola indiana, portando con sé ovviamente la loro cultura locale, che non sempre si differenziava da quella dei loro conterranei indù o sikh.  La lingua nazionale diventò l’urdu, che fu una lingua di mediazione scelta tra una grande numero di dialetti, ma parlata al momento dell’indipendenza solo da una minoranza della popolazione, mentre la lingua del diritto, della cultura e dell’economia rimase l’inglese, la lingua dei colonialisti.
All’interno dello spazio sacro di Aurangzeb il mausoleo di Iqbal diventò, quindi, il monumento che doveva far suscitare l’emozione dell’appartenenza alla nazione islamica. Questo processo, che abbiamo già descritto e che è possibile riassumere con lo slogan “porsi sull’asse liturgico e orientarsi seguendone il fuoco”, nel mutato contesto architettonico acquisiva però un’ulteriore significazione. 
Nel periodo della dominazione sikh, abbiamo detto, che lo spazio sacro costituito dal complesso fu profanato introducendo il Baradari al centro del giardino e riducendo la moschea a magazzino. Quando nel 1951 fu costruito il mausoleo, la moschea Badshahi era ritornata alla sua originale funzione (nel 1856, a sei anni dalla occupazione di Lahore da parte degli inglesi), mentre il Forte era in rovina e ridotto a testimonianza archeologica. Il giardino e il padiglione, venuto meno il dispositivo di Aurangzeb, possiamo dire che era diventato, durante l’occupazione inglese, un luogo che ospitava il “popolo punjabi”, composto di indù, musulmani e sikh.
Con l’inserzione del Mausoleo, a quattro anni dalla partizione con l’India, il complesso architettonico riacquistava una valorizzazione sacra, ma in un senso diverso. Dal punto di vista topologico il monumento venne posizionato sull’asse diagonale del piazzale che ospitava il giardino, nel punto estremo sinistro/alto, di fianco alla maestosa gradinata dell’imponente portale della moschea Badshahi. Impiegando l’asse diagonale secondo la funzione di asse di supporto degli elementi che si dispongono nello spazio, il mausoleo di Iqbal si poneva sintagmaticamente in opposizione contrastiva col Baradari.
 
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Fig. 8 - Il Baradari visto dalla porta Alamgiri
 
L’asse diagonale, in quanto “asse obliquo”, possiede un carattere complesso in rapporto ai termini delle opposizioni “verticale” e “orizzontale” (63) . Nell’ambito del nostro discorso abbiamo riferito i due termini di questa opposizione rispettivamente all’asse di simmetria longitudinale e, metonimicamente, al centro dello spazio sacro, essendo quest’ultimo il risultato geometrico dell’incrocio dell’asse verticale con quello orizzontale. L’asse diagonale consentiva di significare la compresenza e la simultaneità dell’asse longitudinale di simmetria e del centro, i quali erano alla base della valorizzazione sacra, ludica, dello spazio di Aurangzeb.  In questo modo non veniva pregiudicata la possibilità di attribuirgli il valore semiotico di asse liturgico, ma si presentava come una variante alla direzione del percorso rituale enunciato dalla correlazione dell’asse liturgico con l’asse longitudinale di simmetria della moschea senza comprometterne il senso fondamentale. Porsi sull’asse liturgico significava in questo caso trasformare l’opposizione contrastiva del mausoleo col Baradari in un’opposizione attanziale paradigmatica attraverso la quale il pakistano, il puro, veniva opposto al sikh e all’indiano, impuri e sacrileghi.
La stessa difficoltà di importare il marmo rosa di Jaipur dall'India per ultimare la costruzione del mausoleo, dati i pessimi rapporti tra i due Paesi causati dalla partizione del 1947 e dalle sue catastrofiche conseguenze, in particolare dal conflitto per il Kashmir, testimoniava a livello storico la struttura polemica manifestata dalla disposizione topologica del mausoleo nel complesso architettonico.
Il mausoleo di Iqbal così riattivava la valorizzazione sacra dello spazio del complesso architettonico di Lahore riproponendolo come uno spazio liturgico nel quale veniva enunciata la natura islamica della nazione. Nello stesso tempo, però, era diventato anche il luogo predisposto per ospitare il popolo durante la cerimonia commemorativa del padre fondatore dello Stato pakistano nel giorno dell’anniversario della sua nascita. In questa occasione il soggetto del percorso iniziatico e rituale sarebbe giunto all’incontro con Dio, costituendosi sempre come una comunità universale. Ma la memoria architettonica, attraverso la figura spirituale del padre della patria che si opponeva alla presenza sacrilega del Baradari, le avrebbe permesso di riconoscersi ulteriormente come il popolo del Pakistan.
 
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Fig. 9 - Il Baradari visto dalla porta Alamgiri
 



 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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