L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Tecnologia, dettaglio ed espressione architettonica

Franca Helg

a cura di Carola Clemente

Verso la fine del 2006 veniva pubblicato un libro su Franca Helg che oltre a raccogliere i contributi del seminario tenutosi alla Facoltà di Architettura e Società del Politecnico di Milano era arricchita da un'antologia di suoi scritti. I contributi raccolti nell’opera, tutti segnati da un comune coinvolgimento degli autori, che a tratti si vela di commozione, ricostruiscono in maniera partecipe e affettuosa questa figura centrale nella storia dell'architettura italiana e della scuola milanese del '900; Franca Helg si impone infatti per la sua forte personalità di progettista e il suo impegno didattico, prima all'Istituto Universitario di Architettura di Venezia e poi al Politecnico di Milano. Nella professione, impegnata con Franco Albini e successivamente con Antonio Piva e Marco Albini, per più di cinquanta anni porta avanti una ricerca meticolosa e militante sul rinnovamento delle città italiane e sulla trasformazione dei contesti dei territori del nuovo sviluppo, su contesti profondamente diversi come l'Arabia Saudita, la Persia e l'Egitto. In tanti anni di impegno e di lavoro continuo Franca Helg non ha scritto molto e soprattutto i suoi scritti sono stati solo parzialmente pubblicati; per questo motivo, il lavoro di organizzazione antologica fatto da Pierfranco Galliani risulta particolarmente prezioso per rivedere in una nuova prospettiva l’impegno intellettuale della Helg.
Rileggendo le pagine di questa piccola antologia ho ritrovato alcuni scritti che ho ritenuto utile riproporre per la loro immediatezza e comunicativa anche perché, nonostante il tempo passato dalla loro prima edizione e la perimetrazione cronologica di alcuni degli argomenti e degli esempi utilizzati, non sembrano assolutamente avere perso il loro carattere suggestivo e critico.
Franca Helg utilizza sempre molti esempi per argomentare le sue posizioni teoriche, da progettista partecipe, fa riferimento ad esperienze progettuali proprie e di altri, con una forte efficacia evocativa senza mai troppo concedere alla retorica; in particolare ricostruisce il percorso della elaborazione del progetto come un processo in cui “le ragioni tecniche, i suggerimenti strutturali, la logica del processo tecnologico sono alcuni degli elementi su cui tutti quelli che operano nel campo delle realizzazioni di beni di consumo dovrebbero fondare la propria ricerca per l’individuazione delle linee progettuali. Questo perché nell'analisi progettuale (che autorevolmente si afferma “il primo momento creativo”), non vi è prevalere di un indirizzo sull'altro: tutti i condizionamenti e tutte le opportunità del tema intervengono contemporaneamente e vengono razionalmente e ragionevolmente risolte”.
Nonostante la consapevole centralità della padronanza della tecnologia e della capacità espressiva dei materiali, proprio grazie al suo carattere di artigiano costruttore, con severa sobrietà, la Helg stigmatizza tutti gli abusi della tecnologia e ogni forma di superfetazione ideologica del virtuosismo tecnologico come elemento informatore dell’architettura; all’abuso o all’uso improprio o inconsapevole della tecnologia contrappone la coscienza della regola dell’arte, non come strumento di freno all’innovazione, ma come misura della sua efficacia, sempre accostata alla inevitabile verifica dell’uso.
I due saggi presentati su La tecnologia dell’architettura e l’altro sulla Tradizione e contemporaneità nel dettaglio, sono entrambi elaborati da due interventi pubblici, il primo tratto da una lezione tenuta per l'edizione del 1978 del ciclo sull'architettura di “Milano per voi”, organizzato dal Comune di Milano, già pubblicata in Otto argomenti di architettura (AA.VV. Otto argomenti di architettura, Milano, il Formichiere, 1978); il secondo è tratto dalla sua relazione al Secondo Seminario di Primavera “il Dettaglio non è un dettaglio”, tenutosi presso la Facoltà di Architettura di Palermo nel maggio del 1985.


I testi sono tratti da A. Piva , V. Prina (a cura di), Franca Helg. “La gran dama dell'architettura italiana”, Milano, FrancoAngeli, 2006.  

La tecnologia dell’architettura (1978)

Il tema “tecnologia dell'architettura” è molto ampio: ho voluto modificarlo in “tecnologia ed espressione architettonica”, anche se forse glottologicamente meno corretto, perché mi sembra più aderente al nostro modo di lavorare, al nostro sentimento dei fatti e delle cose, e la poca precisione dei termini deriva dal tentativo di trovare le parole giuste per esprimere l'evolvere dei concetti e del linguaggio.
Tecnica, anche nell'ambito dell'architettura, equivale a regola dell'arte. Significa che ogni lavoro necessita di una adeguata tecnica, le cui possibilità, unite alla perizia degli operatori, incidono sulla qualità (compresa quella estetica) del prodotto. La padronanza dell'uso dei materiali e delle tecniche diverse incide, congiuntamente a molte altre categorie, sui modi formali che costituiscono gli stili.
Questa corrispondenza tra prodotto e tecnica e una peculiarità dell'artigianato e ha caratterizzato la produzione, almeno fino all'inizio del secolo o, per dirla con Giedion, fino a quando la meccanizzazione prende il comando. L’avvento delle nuove tecniche produttive, che non avevano tradizione ed esempi da rispettare, ha spesso creato un errore di interpretazione che e talvolta ancora attuale: la confusione tra meccanizzazione come mezzo di produzione e meccanizzazione come fine, come caratterizzazione del prodotto stesso.
La contrapposizione del termine “tecnologia” a “tecnica” non nasce dalla ricerca di un gergo anglicizzante ed enfatico, ma dalla consapevolezza che nel termine tecnologia è implicita, oltre alla conoscenza della regola dell'arte, anche il significato di ricerca, di indagine problematica. È un significato che corrisponde a questa interpretazione dell'uso delle tecniche, alle proposte di materiali nuovi, all'evoluzione dei procedimenti produttivi, dell'organizzazione del lavoro, dimensioni in evoluzione che vanno modificandosi secondo incrementi quantitativi e decrementi di tempo ad andamento esponenziale.
La possibilità di tante e tanto diversificate tecniche che la nostra epoca ci offre, l'insegnamento dei principi del Movimento Moderno che indica la necessità di corrispondenza tra funzione e forma e che situa i valori estetici accanto a quella di utilità, la consapevolezza delle istanze di serialità e l'industrializzazione della produzione di massa, hanno annullato, a mio modo di vedere, il concetto di stile. Esiste, invece, ogni volta per ogni nuovo problema, la possibilità di una espressione formale aderente, ovviamente, a tutte le complesse esigenze del problema, ma anche alle opportunità offerte dalla tecnica.
Le ragioni tecniche, i suggerimenti strutturali, la logica del processo tecnologico sono alcuni degli elementi su cui tutti quelli che operano nel campo delle realizzazioni di beni di consumo dovrebbero fondare la propria ricerca per l’individuazione delle linee progettuali. Questo perché nell'analisi progettuale (che autorevolmente si afferma “il primo momento creativo”), non vi è prevalere di un indirizzo sull'altro: tutti i condizionamenti e tutte le opportunità del tema intervengono contemporaneamente e vengono razionalmente e ragionevolmente risolte.
Negli anni Venti le possibilità tecnologiche erano indagate limitatamente, la risposta dell'industria alle richieste di tecnici, architetti e fruitori non era raggiunta e l’aspirazione a un'espressione altamente qualificata dal punto di vista tecnico, in quel momento, si identificava in parte con la volontà di rompere con i modelli borghesi: la tecnica, in quella situazione, non era fine a se stessa, ma era invece strumento per raggiungere nuove espressioni. Si sentiva consapevolmente, o istintivamente, la necessità di rinnovare il linguaggio per aderire alle istanze dell’epoca e la nuova ideologia intravedeva nuove possibilità della tecnica, il modo per esprimere se stessa.
Emblematica di questa esigenza di rinnovo, vissuta istintivamente, e la poetica di Mies Van der Rohe, caratterizzata da un'eccezionale capacità di sintesi. Gli schizzi del 1919 per il grattacielo di cristallo esprimono, da un lato, una sorta di carica onirica, dall'altro la volontà di rottura con il gusto, coi principi, con le indicazioni dello establishment consolidato; si ricollegano ai movimenti contemporanei della cultura figurativa, alle ricerche pittoriche, alla purezza delle forme primarie. Egli ne asserisce l’autonomia del valore formale e tuttavia propone volumi strettamente e organicamente interrelati alle funzioni cui sono destinati.

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Mies intravede nelle nuove possibilità tecniche, che l'industria delle costruzioni nel 1919 ancora non proponeva, i mezzi per esprimersi. Più tardi, allontanandosi dall'Europa, inserito nella civilizzazione americana in un mondo in cui le possibilità della produzione sono più avanzate, il lavoro di Mies si adegua senza riserve alle richieste della committenza e tuttavia conserva la propria poetica rigorosa e raffinata che nelle possibilità tecniche coglie un fondamentale mezzo d'espressione.
Mi limito a citare i Lake Shore Drive Apartments, i famosi grattacieli lungo la riva del Lago Michigan a Chicago, nei quali l'impegno dell'acciaio e del vetro, il contrasto tra le superfici riflettenti e quelle opache, sono espressione oltre che della grande maestria dell'architetto anche della tenace volontà di usare ogni materiale secondo il più corretto e rigoroso modo d'applicazione, tenendo conto delle loro specifiche caratteristiche tecniche e delle esigenze di cantiere e di montaggio o usando delle loro peculiarità merceologiche e costruttive per la massima espressività e il massimo rigore architettonico.

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“Ogni materiale ha dunque le sue specifiche caratteristiche che dobbiamo comprendere se vogliamo dimenticare che tutto dipende non dal materiale in se, ma dal modo in cui l’adoperiamo” (dal discorso introduttivo all'inizio del suo impegno di direttore della Sezione di Architettura dell'Illinois Institute of Technology).
Qualche anno dopo la lezione di Mies Van der Rohe, nel medesimo clima di grande avanzamento tecnico e industriale, in una società fortemente consumatrice, società che attribuiva all'alto standard del comfort il valore di status symbol, operatori assai validi dal punto di vista della capacità professionale, ma privi dell'autocritica, del controllo e dell'invenzione d'artista produco monumenti in cui 1'architettura e tutta affidata al prodigio tecnico, ma la tensione poetica viene a mancare.
(…) la flessibilità, consentita dalle tecniche e dai materiale, e alla base di alcune grandi invenzioni e della realizzazione di strutture diverse, corrispondenti alle nuove esigenze di civilizzazione e di una cultura di massa.
Le coperture realizzate da Frei Otto, la grande vela sospesa a otto piloni d'acciaio del padiglione della Repubblica Federale Tedesca all’Expo 1967 a Montreal e le coperture per gli stadi per le Olimpiadi del 1972 a Monaco, corrispondono alla necessità di proteggere dalle intemperie il tempo libero di grandi, indiscriminate folle.

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Le funi d'acciaio, le membrane duttili e trasparenti danno nuove possibilità alla formazione di spazi inconsueti, fuori dalla tradizione costituita. Le coperture di grande ampiezza all'interno, morbide nel profilo esterno cosi da integrarsi senza rottura nel paesaggio del giardino circostante, sono diverse da ogni cosa costruita finora, grazie a una straordinaria invenzione tecnologica e spaziale che utilizza, secondo le massime possibilità, i materiali e propone un nuovo linguaggio interpretando appieno le istanze contemporanee. Il Centro Pompidou e apparentemente un altro esempio del medesimo atteggiamento, ma in realtà questo progetto manca di invenzione autentica e propone un modello solo formalisticamente fantascientifico.
Si può immaginare che gli architetti (Richard Rogers e Renzo Piano) siano stati trascinati, come apprendisti stregoni, dalla macchina che loro stessi avevano messo in moto: la meccanizzazione più avanzata e lo strumento per adeguarsi alle sempre più complesse e più «globali» necessità e contemporaneamente come elemento per avvicinare e stimolare gli utenti. Il mito della meccanizzazione e la sua esaltata ma, in questo caso, solamente formale, immagine è l'elemento fondamentale di questa architettura. E la forma che la volontà politica sceglie per un rilancio pubblicitario della funzione di Parigi come nodo della cultura e della produzione figurativa. In effetti il Centro Pompidou ha avuto il ruolo e la capacità di favorire la gravitazione attorno a Parigi di interessi, attenzione e polemiche.

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Molti nutrono dubbi sulla possibilità di resistere nel tempo di questo straordinario edificio. Questo dubbio non e generato dalle prime, e anche ovvie, considerazioni sui costi di costruzione (enormi, date le infinite varietà di fusione dei pezzi solo apparentemente seriali che costituisco l'edificio), sulle difficoltà di manutenzione, sull'impegno della gestione, ma piuttosto nasce dalla sensazione dell'adesione diretta ai mezzi tecnici troppo facile e qualunque, priva di un'interpretazione mediata da una tradizione maturata in profonde radici culturali. L'edificio, importante per mole e per assunto, ha caratteristiche di temporaneità che non sono adeguate ne alla sua importanza, ne alla sua destinazione, ne alla sostanza del contesto parigino.
(…) La dimensione italiana non e confrontabile con le cose che ho citato. Prima della guerra gli architetti moderni erano impegnati a contrapporre alla retorica di stato architetture razionali e “democratiche” .
Nel primo decennio fascista il campo della sperimentazione della tecnica in architettura era affidato quasi esclusivamente agli strutturisti. Nel 1940 Pier Luigi Nervi propone per l’E42 il progetto del Palazzo dell’Acqua e della Luce. L'audacia del calcolo raggiunge il virtuosismo. Reminescenze futuriste, dinamiche boccioniane si cristallizzano nella proposta che e realizzabile e calcolata. E concepito come un emblema rappresentativo di una civiltà, di un programma culturale; deve essere un edificio di prestigio, tuttavia ha all'interno spazi inutili, articolati secondo uno schema solo formalista; corrisponde a una fase del trionfalismo del regime che non ha alcun riscontro nelle necessità e nei sentimenti dei più larghi strati della popolazione.
Nell'immediato dopoguerra con l'impegno della ricostruzione e con il nuovo respiro di libertà e di democrazia, la ricerca architettonica si rinnova: da un lato le istanze di industrializzazione, di serialità, dall’altro l’esigenza che la nuova architetture sia l’antitesi di quella fascista, non soltanto dal punto di vista formale e ideologico, ha portato alla ricerca della continuità della tradizione, allo studio e al rispetto delle preesistenze lontano dalla circostante monumentalità rappresentativa e astratta che aveva caratterizzato l’architettura del ventennio.
Praticamente pero il panorama delle ricostruzioni postbelliche negli anni Cinquanta e molto ampio, ma anche assai confuso: tutti i “buchi” fatti nella città dalle bombe sono stati ricoperti indiscriminatamente da costruzioni pensate e realizzate secondo una ricerca del massimo utile e determinate dalla logica della rendita fondiaria. E nella generalità dei casi, la ricostruzione e stata dettata dalla ricerca della massima cubatura e della massima density possibile, al limite dei regolamenti edilizi allora vigenti, interpretati con grande perizia professionale, secondo schemi funzionali e distributive legate a paradigmi d'uso in parte superati.
Dal punto di vista costruttivo sono state impiegate per lo più tecniche tradizionali: riproposte e adottate in forma riduttiva con un evidente calo di qualità nella regola d'arte dell'esecuzione dei materiali stessi. La ricerca di nuove tecniche costruttive, di nuovi sistemi industrializzati o industrializzabili, di materiali nuovi idonei alle esigenze di una massiccia ricostruzione, e stata scarsa, non coordinata e priva di fantasia anche sul piano formale. Tuttavia in questa situazione di scarso impegno vi sono alcune opere che indicano nuove vie sul piano urbanistico e architettonico e che utilizzano, secondo tulle le loro possibilità, tecnologie costruttive attuali. Tra le più note ed esemplari, la Torre Velasca del gruppo BBPR, organismo polifunzionale destinato ad attività commerciali, direzionali e residenziali, propone, grazie alla concentrazione, di ridurre il volume costruito del quindici per cento rispetto al volume costruibile a termine di regolamento. La struttura di cemento armato, i pannelli di tamponamento fabbricati a “pie d'opera”, gli impianti, i volume tecnici a coronamento della copertura, si valgono di una approfondita conoscenza delle tecniche specifiche e di queste usano per arricchire la propria espressività.

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Alcuni anni dopo, intorno al 1960, abbiamo realizzato con Franco Albini la Rinascente in piazza Fiume a Roma. In questo progetto abbiamo sentito l’impegno di inserirci nella città, di fronte alle mura Aureliane, in modo armonico, cercando un'affinità formale con il carattere delle costruzioni circostanti, pur impiegando materiali, tecniche e linguaggio pienamente contemporanei.
Tutto il volume chiuso dell'edificio e caratterizzato formalmente da nervature orizzontali e verticali che danno chiaroscuro alle facciate. Questo disegno nasce dalle strutture portanti orizzontali in putrelle d'acciaio e da tutto il complesso di canali e tubazioni necessarie all'impianto di climatizzazione che e evidenziato dal corrugamento dei pannelli prefabbricati che costituiscono il tamponamento di facciata dell’edificio.
Considerazioni di esigenze strutturali, di opportunità di cantiere, di montaggio e manutenzione, come il coronamento dell'edificio, costruito da una rotaia su cui può scorrere il gancio del carrello necessario per la pulizia della facciata, diventano formalmente significanti nel disegno dell'edificio. Se le ragioni delle scelte sono tutte pragmatiche, il modo di applicazione e la ricerca formale sono impegnate, al di la della stretta convenienza, nel tentativo di una proposta architettonica aderente al complesso delle istanze attuali e contemporaneamente rispettose dei valori formale e tradizionali.

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(…) In questo breve accenno a scuole e opere cosi diverse ho cercato di proporre alla vostra riflessione modi sostanzialmente differenti di affrontare, con molla attenzione ai mezzi costruttiva e alle possibilità offerte dalle tecniche più aggiornate, i problemi funzionali e quelli espressivi dell’architettura contemporanea.
Schematizzando rapidamente si possono individuare tre diversi modi.

a) La ricerca della forma pura, funzionale e funzionante, e contemporaneamente bella e affinata in se, costituita da elementi caratterizzati dalla loro intrinseca “tecnicità” impiegati con una vis poetica che ne rimuova il significato e la lettura.
b) L'invenzione di nuove forme di nuove possibilità e di un diverso linguaggio grazie a nuove possibilità tecniche credo che, spesso l’architetto debba intuire l’esigenza e lo spazio prima di aver trovato il modo di risolverlo. Da questa intuizione-sogno si avvia, per trovare la soluzione costruttiva, la ricerca e la collaborazione all’invenzione tecnologica (ricordo come Ernesto Rogers spesso dicesse della necessita per l’architetto progettista di «avant trouver, après chercher»).
c) L'invenzione consumistica, secondo le richieste più ovvie e consunte di una committenza potente che utilizza al meglio i più aggiornati ritrovati tecnologici.
In quest’ultimo caso l’alto livello professionale degli operatori raggiunge soluzioni assai corrette, ma prive di carica espressiva, di stabilita di significato e quindi rapidamente obsolete anche per gli aspetti formali.



 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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