L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Della crisi del progetto. Editoriale Aprile 2014 PDF

carciofiAi lettori più assidui di (h)ortus non sarà sfuggito come, a fronte di una costante pubblicazione di saggi, progetti e recensioni all’interno della rivista nonché di testi della collana che di questa rivista è parte integrante – gli (h)ortusbooks – si assista a un progressivo diradamento degli editoriali che fino a qualche tempo fa accompagnavano mensilmente il percorso della rivista, cercando di circoscrivere ambiti di riflessione intorno ai quali i contribuiti provavano a dissertare.

Più volte con Federico De Matteis abbiamo cercato di capire il perché di questo fenomeno, atteso che le spiegazioni non sono adducibili ai crescenti impegni. Ha più il sapore di un alibi che di una reale motivazione: gli impegni ci sono sempre stati, intensi, sempre ci saranno.
Provo a trovare una spiegazione, o forse più d’una, chiedendo poi al mio condirettore di fornire, nel prossimo editoriale, la sua versione dei fatti.
In prima istanza sono portato a individuare dei fattori che, dal principio, rilevo contingenti, seppur non irrilevanti.
Il primo è legato alle evidenti difficoltà nelle quali versa l’università italiana: difficoltà legate, in primo luogo, alla necessità di ridisegnare i margini di una disciplina evidentemente a cavallo tra la dimensione scientifica e quella umanistica oltre che alla possibilità di quantificarne gli esiti, a quanto pare, dal punto di vista qualitativo.
L’attuale strada, volta alla risoluzione dei problemi mediante la costruzione di complicatissimi algoritmi, non appare seriamente praticabile.
Anche il disagio manifestato dagli studenti, in questi ultimi giorni simbolicamente rappresentato dall’atto di “terrorismo creativo” di un collettivo di studenti della Bovisa di Milano, rappresenta un chiaro campanello d’allarme.
Così, se è lecito domandarsi cosa significa oggi informare e parlare di architettura all’interno di una comunità scientifica, quali siano le modalità per offrire un contributo che abbia un senso anche per la composizione della struttura nella quale operiamo e verso la quale indirizziamo il nostro lavoro – a partire dagli studenti stessi – è possibile riconoscere un denominatore comune di questi fattori nello stato di profonda crisi in cui versa lo strumento del progetto.

protestabovisa

Quando nell’ottobre 2012 ho deciso di pubblicare gli esiti di diversi workshop che avevano portato alla realizzazione, mediante “autocostruzione” (insieme agli studenti delle facoltà di architettura e ad alcuni collettivi impegnati all’interno di questo ambito di ricerca), di opere di autorecupero all’interno del tessuto della città di Roma, mi sono domandato quale fosse il possibile titolo per quel volume. La risposta mi è stata fornita da uno degli autori dei saggi che completano il volume, Sara Marini, che, al sostantivo Autocostruzioni ha tempestivamente suggerito di aggiungere o degli ultimi spazi del progetto. Una riflessione, riaffermata nell’editoriale del novembre 2012 di questa stessa rivista, rispetto alla quale, ancora oggi, è difficile trarre conclusioni, anche temporanee.
È passato oltre un anno e gli spazi del progetto sembrano essersi sempre più ridotti e la sua crisi, in quanto strumento che – al fine di trasformare l’ambiente inteso in senso lato – opera in termini di programmazione, pianificazione, prefigurazione, immaginazione, verifica della fattibilità, è ormai dilagante. Se quel testo si proponeva di ritrovare degli spazi di ricerca progettuale in quel margine sottile tra legalità e illegalità, tra legittimità e illegittimità, attraverso lo studio e la realizzazione di opere il cui carattere informale intendeva riaffermare una nozione di spazio che è di chi lo pratica piuttosto che di chi lo progetta o di chi commissiona, è plausibile oggi affermare come gli effetti di questa crisi abbiano contaminato una porzione di mondo molto più ampia. È possibile forse immaginare questa crisi come la naturale conseguenza della necessaria presa d’atto di trovarsi di fronte alla stagione del “nuovo realismo”, così come la definisce Maurizio Ferraris nel suo Manifesto, nella quale è esplicita la fallacia dei rapporti essere-sapere, accertare-accettare e, ancora, sapere-potere.
In particolare, per quanto attiene il senso di questo editoriale, è significativa la posizione che il filosofo e docente dell’università di Torino assume nel sottolineare «la differenza cruciale tra fare esperienza di qualcosa, parlare della nostra esperienza, e fare scienza e, conseguentemente, nell’affermare come …trascurando la differenza tra scienza ed esperienza che i postmoderni hanno potuto sostenere che nulla esiste fuori del testo, del linguaggio o di una qualche forma di sapere».
Forse quel “nulla” è in realtà “qualcosa”, confrontandosi con il quale il progetto è entrato in crisi al punto che oggi l’azione del navigare a vista sembra garantire esiti certamente più confortanti di quelli conseguenti dall’adozione del progetto come strumento in senso stretto.
Probabilmente il progetto è stato chiamato a fornire molte più certezze di quante fosse realmente in grado di darne, lasciando unicamente alla ricerca la possibilità di esprimere una riflessione sul tema del dubbio, compagno di viaggio – ormai estinto – nella costruzione di ogni progetto.
In quest’ottica è possibile leggere la tendenza formalistica degli ultimi anni, che ha di fatto spezzato il binomio tra teoria e progetto facendone due continenti distinti tra loro da portare alla deriva in modo che, quasi naturalmente, fosse un oceano difficilmente attraversabile a dividerli.
Il dilagare della forma ha, paradossalmente, ristretto il campo dell’immaginario, ponendo l’accento e l’attenzione, in forma insistente, sui processi metodologici di natura deduttiva a discapito di quelli di natura induttiva, rendendo di fatto impraticabile la necessità di «passare dall’estetica dell’oggetto a quella del processo generativo degli oggetti», per citare un passaggio del testo nel quale Maurizio Sacripanti (che chiamo sempre in mio soccorso nei momenti di maggiore criticità del ragionamento), descrive la sua Città di Frontiera.
Può darsi che nella parola “processo” ci sia una delle possibili vie d’uscita. Forse, ponendo attenzione alla dimensione processuale, è possibile recuperare quel fitto sistema di relazioni e di mondi che entravano prima all’interno del progetto di architettura, riacciuffare per il collo parole come immaginario, visione e, perché no, anche la parola bellezza, che oggi appaiono quasi vocaboli impronunciabili.
Ribadire l’importanza del processo è, chiaramente, cosa ben diversa e certamente meno complessa che dissertarne o, addirittura, farlo diventare il centro di un progetto di comunicazione per la collettività scientifica. Tuttavia, potrebbe essere un modo per riuscire, anche solo per un istante, a scindere il significato di un’azione dall’esito che questa azione produce, per non confondere l’espresso con l’espressione, come ci suggerisce Deleuze quando si pronuncia nell’atto di addentrarsi nel delicato territorio del linguaggio.
Che non sia quello del processo il territorio all’interno del quale la disciplina del progetto possa tornare a esprimersi, pur nel pieno della sua stagione di crisi?
Per ora mi fermo qui, invitando il mio condirettore a raccogliere il guanto e, conseguentemente, proseguire la sfida, anche nell’ottica di decidere il destino di questa rivista, ormai giunta al suo settimo anno di vita e per la quale, forse, è necessario operare una svolta.

AG
Aprile 2014

 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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