L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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scritti_broccoliUtopie Contemporanee

Llazar P. Kumaraku

utopia kumarakuLei è l'orizzonte" […] "Mi avvicino di due passi, lei si allontana di due passi. Cammino per dieci passi e l'orizzonte si sposta dieci passi più in là. Per quanto io cammini, non la raggiungerò mai. A cosa serve l'utopia? Serve proprio a questo: a camminare.
Eduardo Galeano


Obiettivo di quest’articolo è di indagare la natura dell’utopia architettonica nel mondo contemporaneo. L’ipotesi di partenza è che con il postmoderno l’utopia in generale, e quella architettonica in particolare non scompare ma cambia connotati e che oggi essa si trova nelle vesti dell’ambientalismo e del “comune”.

La parola “utopia” viene coniata nel 1517 dallo scrittore inglese Thomas More (1478-1535) nel suo libro dall’omonimo titolo. Essa può derivare dalla parola greca eutopia che significa “buon luogo”, inteso come un paese senza ingiustizie sociali, ma anche outopia che significa “non luogo”. L’Utopia di More è un’isola, luogo giusto dal punto di vista economico – politico - sociale, non presente nelle mappe. A causa di questa “non presenza” nelle mappe, le utopie saranno considerate come non applicabili in un contesto reale. Prima di More le utopie non erano considerate come non realizzabili. Nella Repubblica Platone considera l’utopia come realizzabile, stessa cosa dicasi per le utopie cristiane. La repubblica di Platone e le utopie cristiane erano considerate come realizzabili se non già esistenti da qualche parte del mondo.

Herbert Marcuse scrive nel libro La fine dell’utopia che esse si possono dividere in due categorie. Nella prima categoria rientrano le utopie irrealizzabili, e sono quelle che vanno contro le leggi scientifiche, biologiche o fisiche, per esempio l’eterna giovinezza o la perfezione umana (1).
Le utopie realizzabili sono quelle che al momento non si possono realizzare, ma non perché sono proposte di progetti non realizzabili, ma semplicemente, perché la società non è pronta o le condizioni sociali sono sfavorevoli per la messa in opera di tali progetti (2).
Possiamo parlare in questo caso di utopie che possono essere realizzate sotto diverse condizioni. Vediamo adesso quali sono queste condizioni per realizzare un’utopia ossia un progetto destinato ad accrescere la soddisfazione di un gruppo di esseri umani o di una comunità.

Un teorema

“Il teorema delle Utopie” di Yona Friedman pubblicato nel saggio Utopie Realizzabili inizia con il seguente assioma: “Le utopie nascono da un’insoddisfazione collettiva” (3). Infatti, La Repubblica di Platone nasce durante la guerra tra Atene e Sparta dall’insoddisfazione della gente di queste città, stanca delle condizioni prodotte dalla lunga guerra. L’Utopia di Thomas More pubblicata per la prima volta il 1517, venticinque anni dopo la scoperta dell’America da Cristoforo Colombo, e le altre utopie rinascimentali furono frutto delle insoddisfacenti condizioni della cultura urbana Medioevale in Europa. Queste condizioni di degrado urbano rese evidenti dalle possibilità economiche e urbane che erano a disposizione dall’altra parte dell’Atlantico. Lo anche il fatto che il narratore dell’Utopia, Raffaele Itoldeo, era un navigatore che aveva accompagnato Amerigo Vespucci in tre dei quattro viaggi, ma dopo l’ultima esperienza non era più partito con lui. E infine le utopie del XIX, nate dopo la rivoluzione industriale/economica/sociale più che descrivere le comunità ideali denunciano le condizioni igienico/sanitarie/sociali prodotte dall’ammassamento della popolazione nelle città industriali. Il secondo assioma è  “le utopie possono nascere solo a condizione che esista un rimedio noto (una tecnica o un diverso comportamento), suscettibile di por fine a tale insoddisfazione”. L’esistenza di una tecnica ancora non applicata sancisce la realizzabilità di un determinato progetto considerato non realizzabile. A causa di questa inapplicabilità delle tecniche esistenti in grado di risolvere problemi nascono le insoddisfazioni sociali. Per Friedman le utopie realizzabili sono caratterizzate da un anticipo delle tecniche che le possono attuare. Per questo motivo, cioè la mancata applicazione delle tecniche disponibili per la soluzione dei problemi nascono le insoddisfazioni collettive.
Per diventare realizzabili queste utopie devono avere il consenso collettivo. Il consenso dato dalla società trasforma l’utopia in un progetto realizzabile. “Un’utopia può diventare realizzabile solo se ottiene un consenso collettivo”, è il terzo assioma della teoria di Yona Friedman. Come abbiamo visto anche nel caso della definizione dell’utopia da Herbert Marcuse la società deve essere matura e non contrapporsi a un progetto di trasformazione sociale. In queste condizioni un’utopia, è realizzabile.
Secondo l’appartenenza o no al gruppo insoddisfatto dell’autore del progetto si determina se un’utopia è paternalista – quando l’autore del progetto non fa parte alla comunità insoddisfatta – o non paternalista – quando ne fa parte. Le utopie paternaliste non hanno bisogno di propaganda per essere accettate perché la proposta per il cambiamento nasce da individui/o che fanno parte alla comunità insoddisfatta. Si può dire che il consenso collettivo viene dato in automatico. Il problema nasce quando si trattano le utopie paternaliste perché si deve prendere il consenso collettivo per un determinato progetto. Per essere realizzabili, le utopie, devono essere opere di un’invenzione collettività e non di singoli autori. È questo che ha fatto le classiche utopie, partendo da quella di Platone a quella di More, inapplicabili.
Un altro fattore che determina la realizzabilità delle utopie e il numero delle persone che vogliono aderire in questa società e la comunicazione tra di loro. Friedman scrive che «la società è costituita per mezzo della comunicazione le astrazioni inventate da un individuo e trasferite ad altri individui diventano cosi un bene comune» (4). Il numero massimo di individui oltre al quale si perde la comunicazione determina la grandezza del gruppo critico. Le utopie si possono realizzare solo se il numero degli individui di una comunità non superi la soglia del gruppo critico. La repubblica di Platone doveva contenere non più di 5040 persone che era la comunità cui un oratore poteva rivolgersi senza avere problemi di comunicazione. Il gruppo critico della repubblica era di 5040 individui e la comunicazione, in questo caso, tra oratore e popolo è fondamentale per la vita nella comunità.
Le città utopiche ci presentano una società ideale nella sua organizzazione e nella sua funzionalità ma sempre con un numero massimo e chiuso. Nel caso del falansterio, pensato da Charles Fourier, il numero del gruppo critico varia da 1500-2000 persone.
Riassumendo per la realizzazione di un’utopia devono essere soddisfate i tre assiomi sopraelencati e in più l’utopia non deve essere paternalista e la comunità non deve superare la soglia del gruppo critico.

Tre progetti

Il falansterio di Charles Fourier è una struttura unica che si oppone al caos delle città industriale. Nella divisione storica della civiltà, fatta da Fourier, è la città del settimo grado, cioè dell’Armonia. Al centro del falansterio si trovavano i "servizi" pubblici: l'orologio, i mezzi per comunicare ovvero il telegrafo e i piccioni viaggiatori. Nelle ali si svolgevano tutti i lavori di carattere artigianale e manifatturiero. Tutti i collegamenti avvengono al coperto dalle intemperie attraverso la strada galleria posta al primo livello e le scale. La galleria è a tripla altezza e su di essa affacciano tutte le stanze dell’edificio. Al piano terra vi sono magazzini, laboratori e passaggi carrabili, mentre nel sottotetto vi sono i serbatoi per l’acqua e la foresteria per gli ospiti. Gli spazi comuni per lo svago sono al primo livello e si affacciano direttamente sulla strada galleria. Per quanto riguarda l’alloggio, quello non è descritto in dettaglio, ogni persona o famiglia può scegliere, dove andare a vivere. Ogni falansterio è un'unità produttiva autonoma, che integra campagna e città.
Il falansterio è la prima idea della città inclusa in una megastruttura che si oppone al caos della città industriale. Quest’idea anticipa la città edificio ripreso da Le Corbusier in tanti dei suoi progetti. Si può affermare che la città del Movimento Moderno ha come archetipo il Falansterio di Fourier.
La Ville Radieuse di Le Corbusier è un progetto per una città moderna per un milione e mezzo di abitanti. Punto di partenza è la residenza che prevede cellule abitative accostate a formare un macro edificio in linea di undici piani con lunghezza indefinita che si piega ad angolo retto seguendo due orientamenti: direzione est-ovest con alloggi che affacciano sui due lati; orientamento nord-sud con alloggi solo a sud e strada perimetrale a nord. La città è costituita dall’accostamento secondo una logica cartesiana delle macro edifici. Il movimento moderno concentrando l’attenzione in particolare nell’abitazione trascura lo spazio tra gli edifici che lo considera come vuoto. Generalmente questo vuoto è riempito dal verde. Questa concezione dello spazio urbano collega direttamente la città moderna con quella pensata dai progressisti del XIX secolo. Choay (5) scrive che la ville radiose è una trasposizione delle idee del Falansterio.
A quest’idea di città e urbanistica funzionale, ridotta allo studio degli alloggi e delle funzioni dello spazio urbano, si contrappone un'altra idea di città, cioè quella proposta da Constant in New Babylon.
La New Babylon si contrappone all’idea dell’urbanistica funzionale, che studiava la città dal punto di vista abitativo e funzionale. La New Babylon propone una città, dove l’urbanistica si eleva al livello della creazione. Gli elementi caratterizzanti di quest’urbanistica erano; «L’animazione di una strada qualunque, l’effetto psicogeografico di diverse superfici e costruzioni, il rapido cambiamento di uno spazio attraverso l’introduzione di elementi effimeri, la rapidità con la quale cambiano gli elementi e le variazioni possibili nell’ambiente generale fra diversi quartieri» (6).
La New Babylon è una città fatta per settori; il primo viene presentato per la prima volta nel 1959 sotto il nome di costruzione arancione (Constructie in oranje, 1957) nel catalogo edito dall’Internazionale Situazionista per la mostra di Constant dello stesso anno. Sono una serie d’immagini e plastici tridimensionali che rappresentano la città appesa «come se fosse una grande nave spaziale in atterraggio» (7). Gli elaborati presentano, generalmente, travi e tiranti che reggono la struttura che poggia su tre piedi. Tutto viene avvolto con una membrana trasparente in plexiglass. Dopo, Constant si metterà a lavoro per fare gli altri settori della città come quello rosso, giallo, settore orientale, i settori interni e il settore New babilon e infine le due Spatiovores (divoratori di spazio) che si sollevano dal suolo come conchiglie trasparenti. Francesco Careri scrive sulla New Babylon «L’architettura di New Babylon sembra il campo Marzio di Piranesi, è un catalogo di infinite geometrie e di invenzioni architettoniche a tutte le scale, un enorme quantità di frammenti che intere generazioni di architetti potranno montare e rimontare a loro volta. I settori cambiano forma e atmosfera in funzione dell’attività che vi si svolge. Nessuno potrà mai tornare in un posto che ha precedentemente visitato, nessuno incontrerà mai un’immagine che già esiste nella sua memoria» (8). L’architettura diventa cosi un panta rei sociale e abitativo per il nuovo uomo, l’Homo Ludens teorizzato da Huizinga.
In questo periodo si muovevano nell’ambito italiano gli esponenti dell’Architettura radicale, rappresentata dai gruppi di Archizoom e Superstudio, nati nella scuola dell’architettura di Firenze.

La trasformazione dell’utopia in Distopia

Le utopie dell’Architettura radicale differiscono dalle altre, a loro precedenti, perché non progettano una comunità migliore dal punto di vista sociale. Esse denunciano i comportamenti sociali ed economici del loro tempo e non fano nient’altro che una previsione urbana frutto di uno sviluppo capitalistico senza freni. Prendendo come riferimento il duplice significato coniato da Thomas More o la definizione di Marcuse, le visioni di Archizoom e Superstudio non fanno parte delle utopie.
I due gruppi dell’Architettura radicale, Archizoom e Superstudio nascono in occasione della mostra di Pistoia tenuta dal 4 al 17 dicembre 1967. Questi gruppi erano formati da neolaureati che avevano collaborato insieme anche da studenti nella facoltà di architettura di Firenze. La mostra era allestita seguendo la linea artistica di Roy Lichtenstein e Warhol, quindi i giovani di Firenze erano molto influenzati dalla cultura Pop degli anni Sesssanta. Spinti da questa cultura, l’Architettura Radicale scruta tra gli oggetti impuri, volgari e banali della cronaca quotidiana come un readymade di Duchamp, gli prendono questi elementi, costruiscono nuovi sistemi capaci di mettere in crisi i caratteri convenzionali del progetto.
Per quanto riguarda alla parte architettonica, già dai banchi dell’università, s’ispiravano alla dimensione megastrutturale delle città e degli edifici di Louis Kahn, di Archigram e dei Metabolisti che erano i protagonisti dell’architettura di quel periodo.
Elemento discriminante è l’orientamento politico che nel caso dei membri di Archizoom alimenta la loro «aspirazione a un radicale cambiamento sociale, che li spingerà tal volte a trasformare il progetto di architettura in una forma di analisi critica e di denuncia della società di consumo» (9).

Le dodici città ideali di Superstudio e la Non – Stop City di Archizoom

Nelle opere più espressive in ambito urbano prodotte da Superstudio, non si può parlare di utopie visto il fatto che a parte una nuova organizzazione spaziale non si ha una nuova organizzazione sociale. Anzi, nelle città di Superstudio l’individuo è isolato nella sua cela dove si riproduce tutta la natura tramite una sofisticata tecnologia che è impiantata nelle pareti e l’individuo che vive in questa cella non è in contatto con nessuno e con niente, vive in una realtà virtuale. In queste condizioni non si può parlare neanche di una società vera e propria. L’abitante delle città di Superstudio sarà sempre condannato a vivere una condizione di prigioniero del sistema.
La città di No – Stop City è vissuta da una popolazione nomade, hippie, in continuo movimento. A volte questa caratteristica della popolazione si rispecchia nella struttura materiale della città, come nel caso della Walking City di Ron Harron.
Questa visione non definisce il quadro di una città futura, né è una città utopica. La No – Stop City vuole essere l’ideogramma della superficie con qui dimostrare il destino in atto di uno sviluppo capitalistico di un globo ormai urbanizzato (10).

Le nuove utopie - L’ambientalismo e il Comune

Diversa è la natura dell’utopia nei giorni nostri, essa vive ancora, in un comportamento speranzoso verso un possibile riconciliarsi tra la città e l’ambiente, e in più nell’idea che oltre il privato e il pubblico ci sia un’altra sfera chiamata “il comune”. In realtà il terreno comune non è una novità assoluta, è stato sperimentato, con esiti disastrosi per la comunità, nei paesi dittatoriali come Albania, Bulgaria, Russia e cosi via.
La fine del modernismo segna anche la fine della sua filosofia positivista. Il positivismo predica il dominio sulla natura, tramite l’evoluzione progressiva della tecnica in grado di portare ad una produzione e consumo illimitato di beni materiali. Nell 1972 viene pubblicato dal Massachusetts Institute of Technology The Limits to Growth: A Report for the Club of Rome's Project on the Predicament of Mankind, un rapporto che evidenzia la limitatezza della terra e il limite della crescita. Nelle conclusioni gli autori pongono l’accento sul fatto che per non arrivare in una catastrofe ambientale abbiamo bisogno di una nuova etica e dobbiamo cambiare atteggiamento verso la natura-. Nasce da qui la consapevolezza di proteggere la natura e l’ambiente che ci circonda e un atteggiamento di rifiuto verso l’architettura come principale motivo del degrado.
Vittorio Gregotti insegna che l’architettura ha come atto primordiale il tracciamento nel territorio compiuto per demarcare lo spazio urbano dal caos della natura. Di quest’idea è anche Leonardo Benevolo quando scrive che lo spazio urbano è tale in quanto è ben delimitato dalla natura e se non esistesse un limite fisico scomparirebbe anche la concezione dello spazio urbano (11). In più, secondo l’abate Laugier, l’architettura nasce per proteggere l’uomo dalle intemperie della natura. Da cui si può dedurre che non può esistere una fusione armonica tra l’architettura e la natura poiché la prima nasce per contrapporsi alla seconda. Se questo succede o avverrà sarà sempre a scapito dell’architettura.
Da questo punto di vista si può considerare utopico la fusione tra la natura e l’architettura, in quanto sono due cose che si scontrano e la verifica di una comporta, per definizione, la scomparsa dell’altra. Seguendo la divisione dell’utopia secondo Marcuse questa fa parte nella categoria delle utopie irrealizzabili perché va contro la propria definizione.
Nel panorama contemporaneo l’utopia più ricorrente è quella del comune. Sono tanti gli intellettuali che dagli anni duemila dedicano la loro attenzione alla ricerca sulla dimensione comune (12). I loro scritti rendono evidente una crisi sociale/economica generata dall’ideologia postmodernista e la necessita di un ritorno all’organizzazione comunitaria della società.
 Il concetto del comune non attraversa soltanto le discipline sociali e politiche ma anche l'architettura. La biennale di Venezia del 2012 aveva come parola “chiave” “Commonground”. Quale motivo spinge il curatore, David Chipperfield, a dedicare la biennale al “commonground”?
In un mondo dove tutte le cose sono effimere, frammentate, relative e liquide la dimensione collettiva e quella comune appaiono come l’ultima speranza per il futuro. La risposta sul perché tutto questo interesse verso il collettivo e il comune ce lo da Zygmunt Bauman quando scrive:
«La comunità ci manca perché ci manca la sicurezza, elemento fondamentale per una vita felice, ma che il mondo di oggi è sempre meno in grado di offrirci e sempre più riluttante a promettere» (13). Bauman vede la ricerca della comunità come reazione fisiologica dell'individuo, che trovandosi in una crisi economica-sociale e d’identità cerca di costruire la comunità. Daniel Innerarity (14) considera la realizzazione del comune come inevitabile e che non dipenda più dalle nostre volontà individuali giacché segue logiche di globalizzazione. Dello stesso parere sono Hardt e Negri quando affermano che: «La prima conseguenza della globalizzazione è la creazione di un mondo comune» (15). Per comune gli autori intendono: «in primo luogo, la ricchezza comune del mondo materiale- l’aria, l’acqua, i frutti della terra e tutti i doni della natura […] Per comune, si deve intendere con maggiore precisione tutto ciò che si ricava dalla produzione sociale, che è necessario per l’interazione sociale e per la prosecuzione della produzione, come le conoscenze, i linguaggi, i codici, l’informazione, gli affetti e cosi via». In questa parte è implicita la distinzione del termine comune in due categorie; da una parte il comune inteso come ricchezza materiale data dalla natura e dall’altra come ricchezza prodotta dalla creatività della mente umana. Hardt e Negri sostengono, nel loro libro, che il comune può esse un’alternativa al pubblico e al privato.
Questo clima di attenzione verso il comune che attualmente attraversa anche l’architettura non deve portare all’annullamento della disciplina architettonica e in più dobbiamo ricordare che in una società lacerata il ruolo dell’architetto non si deve confondere con quello dell’attivista sociale. Il ruolo dell’architetto è di progettare e realizzare un edificio che risponda meglio alle esigenze della comunità o delle persone che andranno a viverlo. Come dimostra Vittorio Gregotti (16) l’architettura ha una storia ed è una disciplina con una propria identità che oggi rischia la liquefazione con altre discipline sociali. Proprio per evitare la scomparsa dell’architettura bisogna specificare la ricerca nel suo ambito e non sovrapporre ad essa altre discipline ambientali o sociali.

Note
(1) MARCUSE H., La fine dell’utopia, Laterza, Bari 1968. Pag. 11.
“Il progetto di una trasformazione sociale può essere considerato irrealizzabile quando si trova in contraddizione con ben conosciute leggi scientifiche, biologiche, fisiche e cosi via. Si può parlare di utopia solo in questo caso, e precisamente quando il progetto di trasformazione si trova in contraddizione con le leggi scientifiche, biologiche e fisiche”.
(2) MARCUSE H., op. cit. pag. 10.
“irrealizzabilità come impossibilità di tradurre in fatti concreti il progetto di una nuova società, di un determinato ambiente o struttura, in quanto i fattori soggettivi e oggettivi di una data situazione sociale si oppongono alla sua trasformazione.[…] Si tratta della cosiddetta immaturità delle condizioni sociali che ostacola la realizzazione di una determinata fine.[…] In questo caso i progetti possono essere definiti irrealizzabili tutt’al più in senso provvisorio”
(3) FRIEDMAN Y., Utopie realizzabili, Quodlibet, Macerata 2003. Pag. 28
(4) FRIEDMAN Y., op. cit. pag. 29
(5) CHOAY F. La città, utopie e realtà, Einaudi, Torino 1973.pag XY
“La cité radieuse riprende in modo esplicito la concezione del falansterio di Fourier. Costruita per ospitare lo stesso numero di famiglie (da millecinquecento a duemila persone), offrendo gli stessi servizi collettivi e gli stessi organismi, in particolare “la strada galleria”, “l’unità” è una versione del falansterio modernizzata e segnata dai progressi della tecnica. […] Ma la cellula o alloggio famigliare, che il sistema di Fourier lasciava deliberatamente nell’indeterminazione […], diventa al contrario per Le Corbusier, un appartamento tipo, con funzioni classificate in uno spazio minimo e non trasformabile. Sarà chi vi abita a doversi adattare allo schema di circolazione e al modo di vita che un tale alloggio implica, e che sono stati giudicati i migliori possibili dall’architetto. […] La nuova città diventa oltre che il luogo ove la produzione è più efficace, una sorta di centro di allevamento umano, […] dove è l’urbanista che detiene la verità”.
(6) CARERI F., Constant, New Babylon una città nomade, Testo&Immagine, Roma 2001.
(7) CARERI F., op. cit. pag. 51.
(8) CARERI F., op. cit. pag. 62.
(9) GARGIANI R., Archizoom dalla onda Pop alla superficie neutra, Electa, Milano 2007. P 13
(10) GARGIANI R., op cit.
(11) BENEVOLO L., La fine della città, Laterza, Bari 2011
(12) Su questo tema cfr. OSTROM E., Governare i beni comuni, Marsiglio, Venezia 2006. Nel libro, la prima donna Nobel in economia, individua la cosiddetta “terza via” di collaborazione tra stato e individui che è appunto la proposta dei “commons”; In più Bauman Z., Voglia di comunità, Laterza, Bari 2009; Hardt M. e Negri A., Comune, oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, Milano 2009; Sennett R., Insieme. Rituali, piaceri, politiche della collaborazione, Feltrinelli, Milano 2012.
(13) BAUMAN Z., op. cit. Pag. V.
(14) INNERARITY D., Il nuovo spazio pubblico, Meltemi Editore, Roma 2008.
(15) HARDT M., NEGRI A., Comune – oltre il privato e il pubblico, Rizzoli, Milano 2009.
(16) GREGOTTI V., Contro la fine dell’architettura, Einaudi, Torino 2008.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
KUMARAKU Llazar P. 2013-07-12 n. 70 Luglio 2013
 
Hortus

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hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

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