L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Come abbiamo già visto, quando nei decenni Cinquanta, Sessanta e Settanta del secolo scorso ci si impegnava in una analisi interdisciplinare, agli scienziati sociali si chiedeva in primo luogo e talvolta esclusivamente di analizzare i bisogni degli utenti, in rapporto ai quali, si affermava, sarebbe stata impostata la progettazione e poi la realizzazione di ciò che si intendeva costruire. In realtà non è andata quasi mai così, neppure nelle situazioni più favorevoli. A determinare concretamente come si costruiva, intervenivano in maniera pesante altri fattori e altri poteri: il canone edilizio adottato dai progettisti, la disponibilità di fondi per il progetto, l’istituzione pubblica che gestiva il progetto e l’orientamento politico di chi governava quella istituzione, i tempi della realizzazione, gli interessi privati che convergevano sul progetto stesso. Ovviamente i fattori che ho elencato sono di natura politica e non sono oggetto di questa analisi, salvo l’indicazione che la loro ripetutamente constatata presenza e efficacia induce a pensare che ogni progetto dovrebbe tener conto (15) della loro esistenza.
Il canone architettonico o meglio l’intera visione dell’architettura e dei suoi compiti e funzioni che i progettisti hanno, rientra invece tra i temi che mi propongo di approfondire.
I futuri abitanti dei quartieri di edilizia popolare, come abbiamo visto, erano in genere di condizione socioeconomica medio-bassa, o addirittura bassa. L’idea che ci fosse bisogno dell’antropologo per rilevare le loro esigenze e i loro atteggiamenti, stabiliva inevitabilmente un implicito rapporto di superiorità/inferiorità: da una parte i tecnici, architetti, ingegneri, urbanisti, antropologi, competenti titolari di quello che è stato chiamato il sapere esperto, dall’altra i futuri abitanti, titolari di un sapere che è stato chiamato “locale” (16), ma così rozzi e inarticolati da non saperlo neppure esprimere senza la mediazione dell’antropologo. Questa idea di base, questo frame in cui, sia pure implicitamente, l’intera questione era collocata, Impediva per così dire a monte che il punto di vista dei futuri abitanti fosse preso in considerazione come un dato prioritario e autonomo. Esso veniva preso in considerazione confrontandolo sempre, implicitamente o no, con il sapere esperto e veniva tenuto in conto in misura direttamente proporzionale alla sua vicinanza al sapere esperto; e se risultava troppo radicalmente divergente da quest’ultimo, veniva liquidato come residuo folklorico (pensano di stare ancora in paese…) o come goffa recezione dei modelli offerti dai mass-media (vedono troppa TV e credono di stare a Dallas).
Propongo un frame diverso. Qualunque rapporto di superiorità/inferiorità è comunque un rapporto fra due soggetti, in questo caso due gruppi sociali. Come antropologa invece di collocarmi come una sorta di paladina del gruppo considerato per definizione inferiore, preferisco analizzare la situazione da un punto di vista esterno, terzo, relazionale, sospendendo il giudizio di superiorità/inferiorità e adottando invece l’ipotesi che siamo di fronte a un rapporto tra diversi, tra gruppi che hanno concezioni diverse su alcuni aspetti dell’esistenza umana e che a causa di questa diversità comunicano con difficoltà.
Nel caso in questione, a proposito dell’abitare umano, credo che sia utile analizzare, a proposito dello spazio, del tempo e delle modalità concrete di rapporto con la casa, le diverse concezioni dei due gruppi che ci interessano, quella di coloro che costruiscono e quella di coloro che abitano. Vediamo in primo luogo lo spazio. Esaminata in prospettiva fenomenologica, la letteratura etnologica ci dice che per la specie umana il passaggio mentale dal caos al cosmo si compie attraverso la produzione ad opera degli esseri umani di uno spazio ordinato. Questo processo di messa in ordine al tempo stesso del mondo e delle idee sul mondo per la specie umana sembra poggiare sostanzialmente su tre pilastri: la fissazione di un centro, l’individuazione di percorsi, il marcamento di confini. Sembra molto semplice e chiaro, ma sono invece nozioni complesse e spesso ambigue che dimostrano una volta di più come la specie umana sia produttrice di diversità. Per esempio: se è vero che tutti i gruppi e tutti gli individui fissano un centro per il proprio mondo, questo centro può essere materiale o simbolico, un luogo o un’idea; ancora, per strano che possa sembrare a noi, stanziali da molti millenni, anche i popoli nomadi hanno un centro a cui si riferiscono o che addirittura si muove con loro, poiché essi portano sempre con sé il simulacro, l’equivalente simbolico di quel centro; infine, se l’ordine spaziale richiede sempre che si fissi, si stabilisca un centro, nello stesso tempo tanto gli individui, quanto i gruppi e le intere società possono stabilire un ordine policentrico dello spazio, possono riferirsi cioè a più centri aventi caratteri diversi, a seconda delle caratteristiche dell’evento o dell’esperienza che si vuole porre in relazione con il centro e a seconda della scala del territorio che all’evento corrisponde. L’esempio più semplice è offerto dal nostro habitat quotidiano: il nostro quartiere ha un centro; la nostra città ha un centro (ma ormai, se sta diventando metropoli ne ha più di uno), il nostro Paese ha un centro. Anzi, come sappiamo, proprio il nostro Paese ha due centri: uno politico-amministrativo e uno economico-finanziario.
Così per i percorsi: secondo il nostro razionalismo occidentale il percorso migliore è quello che ottimizza il rapporto tra distanza e tempo necessario a percorrerla, ma ci sono infiniti altri modi di concepire un percorso, modi che si ispirano a valori sacri o profani, ma che comunque non sono quelli della velocità a tutti i costi. A puro titolo di esempio: una processione religiosa, ma anche un corteo politico o sindacale non scelgono il percorso più breve, ma il più lungo possibile. Nel primo caso per consentire al santo portato in processione di essere venerato e di sacralizzare e benedire tutto il territorio dei suoi devoti, nel secondo perché il più gran numero di cittadini-spettatori sia informato sui contenuti che i partecipanti al corteo sostengono o rivendicano. Ancora: per un adolescente il percorso migliore per andare a scuola non è quello più diretto, ma quello che gli consente di incontrare i compagni preferiti, “per fare la strada di scuola insieme”, dove è indubbio che l’accento batte su “insieme”.
Da ultimo, i confini. I confini sono necessari all’ordine del cosmo; ma una volta di più non solo e non tanto nei termini proprietari o militari consueti nella nostra cultura, quanto, prima ancora e ben più radicalmente, per distinguere e separare a livello spaziale ciò che è noto da ciò che è ignoto, ciò che è domestico, familiare da ciò che è selvaggio, ciò che è con noi dentro il nostro spazio e ciò che è fuori, estraneo. E anche il confine può essere multiplo e complesso, funzionale e simbolico, come il centro e i percorsi. Inoltre l’idea di confine è costitutivamente ambigua, per ragioni legate alla stessa anatomia e fisiologia umane. Grazie alla postura eretta e alla visione stroboscopica gli esseri umani vedono anche ciò che è lontano e lo vedono in tutta la sua profondità prospettica: per conseguenza non possono non chiedersi dove passa il confine, dove il domestico si separa dall’ignoto: là fin dove sono giunto con i miei piedi o là dove arriva il mio sguardo? È, come è chiaro, la domanda di Ulisse; ma capovolta in chiave difensiva è la domanda che ossessiona i personaggi del Deserto dei tartari di Dino Buzzati.
Queste variazioni nei processi di fissazione del centro, di individuazione di percorsi e di marcatura di confini non si danno soltanto tra popoli diversi; nelle società complesse e stratificate, è possibile riscontrarli frequentemente in corrispondenza delle differenze di istruzione, di reddito, di occupazione, di appartenenza religiosa e di appartenenza di genere e di classe di età, che distinguono i membri di una società. Oltre che da questi fattori strutturali di carattere socioeconomico, queste variazioni sono influenzate e a loro volta influenzano la concezione complessiva dello spazio, del suo uso e del suo ordinamento: pertanto, è normale che i membri di una stessa società, pur all’interno di una concezione di base condivisa, abbiano idee anche piuttosto diverse su che cosa è lo spazio e quale ne è l’uso appropriato o, semplicemente, l’uso più ovvio.
La diversità tra la concezione dello spazio di coloro che progettano e costruiscono e quella di coloro che abitano, è il tema che intendo approfondire in questa ultima parte della mia esposizione.
Il singolo alloggio, il palazzo, il quartiere stanno di fronte al progettista e al costruttore oggettivati: in pianta, in sezione, in assonometria, in un plastico; statici e reificati. In realtà, sono stati concepiti e poi disegnati e poi costruiti avendo in mente precisamente quella immagine oggettivata e statica di essi.
Per l’abitante invece essi sono una sfera all’interno della quale egli si muove e che in un certo modo si muove con lui, si modifica nel corso e a causa dei suoi spostamenti. In altre parole per chi progetta e costruisce, lo spazio è quello euclideo, oggettivato, razionalmente divisibile, geometricamente configurabile; per chi lo abita lo spazio è una dimensione esistenziale che si dà in quanto e solo in quanto viene esperita e che arriva alla coscienza e viene percepita dalla mente prima di tutto e spesso esclusivamente in termini fenomenologici. Più semplicemente: per gli uni lo spazio è astratto, per gli altri è eminentemente concreto. Persino quello che alcuni autori hanno chiamato lo spazio immaginato (17), vale a dire quegli spazi o luoghi che non ci sono noti per esperienza diretta, ma attraverso la mediazione delle loro rappresentazioni e delle narrazioni che li riguardano, sono vissuti dai soggetti umani in termini concreti, esperienziali: prima di averla visitata personalmente, New York non è la sua pianta a scacchiera ma è ciò che ne abbiamo visto attraverso gli occhi di Woody Allen o di Robert de Niro.
Questa diversità di concezione, quasi sempre ignorata e comunque sottovalutata nel processo di progettazione, ha implicazioni radicali. Ne indicherò due. Per configurare uno spazio ordinato il progettista si ispira alle regole “universalmente accettate” della scienza della composizione architettonica e urbanistica; ma ciò di cui ha bisogno l’abitante è uno spazio riconoscibile e modellabile dunque uno spazio non solo ordinato, ma anche differenziato al proprio interno e rispetto agli spazi esterni; e suscettibile sempre di essere ri-modulato.
Ancora. Appunto perché per il progettista lo spazio è una realtà data, oggettiva e definitiva, egli può concepire di stabilire in esso un ordine globale, nel senso di un ordine configurato in rapporto a una lettura globale e olistica dell’insediamento collocato in quello spazio: un ordine appunto la cui logica è chiara solo ad una lettura zenitale, come la consentono la pianta o la fotografia aerea. Ma per l’abitante la sola lettura possibile è quella diacronica, di percorso; e a questa quota ciò che alla lettura globale appare come ordine, si rivela insopportabile monotonia, piatta ripetizione, anonimato; oppure incomprensibile caos. Ma se ha ragione Jean Pierre Vernant (18), che sosteneva che “la costruzione di uno spazio matematico e perfetto suppone, come sua condizione, la svalutazione dello spazio sensibile”, è chiaro perché il sapere esperto tende a considerare inferiore qualunque concezione e uso dello spazio che non risponda a una logica traducibile in termini matematici.
Anche la dimensione del tempo e del cambiamento vanno considerate, perché anch’esse non sono identiche nella concezione di chi progetta e in quella di chi abita. La differenza diventa chiara se consideriamo di nuovo i bisogni degli abitanti. Quali sono i criteri e gli strumenti conoscitivi e prescrittivi utilizzando i quali si può arrivare alla soddisfazione dei bisogni?
Nel solco della tradizione razionalista, i progettisti assumono una sorta di tabella dei bisogni umani elementari, a cui è necessario dare soddisfacimento in sede di abitazione e ipotizzano poi un livello accettabile di soddisfacimento dei bisogni stessi, calcolato in rapporto alle cubature, all’aereazione, agli affacci, alle superfici, alle dotazioni, alle attrezzature.
Si tratta dei famosi standard edilizi, fissati addirittura per legge. Ora, senza voler togliere agli standard il merito storico che loro compete nel processo di eliminazione degli alloggi malsani, l’analisi antropologica mette in evidenza nell’ideologia cui la pratica degli standard si ispira, una grave semplificazione. Come la progettazione nello spazio astratto, geometrico elimina dal progetto lo spazio reale, così la progettazione per standard elimina dal progetto il tempo reale, per sostituirlo con un tempo astratto, parcellizzato, un elenco di “azioni” irrelate a ciascuna delle quali si fa corrispondere un tempo presunto fissato una volta per tutte perché considerato ottimale. Questa tendenza a far coincidere in modo puntuale e univoco un tempo, uno spazio e una azione, distrugge tutta la polivalenza, che è polifunzionalità e polisemia, dell’agire umano.
Questa analisi può servire a interpretare meglio tanti aspetti che sono sotto gli occhi di tutti noi: il degrado delle periferie urbane, i vandalismi e le manomissioni, lo sporco dilagante, l’indifferenza diffusa per gli interventi di cementificazione, l’abbandono dei beni comuni a chi se li vuole prendere, e così via. In realtà è difficile prendersi cura di ciò che si vive come estraneo e come imposto (19).
Non sto dicendo che la reciproca estraneità culturale sia la sola causa di questi comportamenti e della violenza implicita che ne è all’origine. Non sottovaluto affatto le enormi difficoltà che, nel nostro tempo di migrazioni di massa e di nascita delle megalopoli, hanno dovuto essere affrontate e risolte per progettare e costruire per un’utenza tanto numerosa quanto instabile ed eterogenea.
Insisto però sul fatto che accettare di approfondire criticamente o caposaldi della propria concezione disciplinare e lavorare di conseguenza può contribuire a invertire le tendenze che hanno governato edilizia, urbanistica e gestione del territorio: può offrire una via d’uscita dal razionalismo astratto ai progettisti; e una via d’uscita dal minimalismo esotizzante agli antropologi. Potremmo così riaffrontare l’intera questione dell’interdisciplinarietà a partire da una ridefinizione condivisa dell’oggetto che interessa le discipline coinvolte: si tratta di studiare e di progettare per soggetti umani concepiti sempre come localizzati in luoghi concepiti sempre come soggettivati (20).
Questa proposta di definizione condivisa dell’oggetto delle nostre discipline, solleva tutta una serie di problemi: chi sono i soggetti umani considerati, individuali e collettivi; come si definiscono i luoghi rispetto allo spazio, quali sono e possono essere le modalità e i contenuti del rapporto tra soggetti e luoghi; e poi la questione più spinosa di tutte: come si salda operativamente l’analisi di questo “nuovo” oggetto (i soggetti umani localizzati in luoghi soggettivati), con la progettazione e la costruzione.
Ma di tutto ciò si potrà discutere in un’altra occasione.

 

Note
(1) L’UNRRA-CASAS fu uno degli enti pubblici per mezzo dei quali furono amministrati in Italia i denari del Piano Marshall, cioè gli aiuti post-bellici USA alle allora disastrate economie europee.
(2) L’ideologia progressista ed emancipatoria di quegli anni non apprezzava le abitazioni in grotta (e in verità sotto molti aspetti c’era ben poco da apprezzare) ancorché situate in un luogo del valore storico e artistico dei Sassi di Matera. La soluzione dei villaggi rurali decentrati non incontrò molto favore tra gli abitanti. Essa infatti trascurava un dato essenziale: benché esercitassero il mestiere del contadino, gli abitanti dei Sassi non erano rurali, ma urbani. Le cosiddette città contadine pugliesi e lucane, molto citate nelle analisi economiche, non sono state molto studiate né dal punto di vista antropologico, né da quello urbanistico. Cfr. Tentori T., Il sistema di vita della comunità materana, Roma, UNRRA-CASAS, 1956.
(3) Tentori T., Il pensiero è come il vento. Storia di un antropologo, Roma, Studium, 2004.
(4) L’INA-Casa è il grande ente per l’edilizia economica e popolare cui fu affidato il compito della ricostruzione e più in generale dell’attuazione delle politiche per la casa, negli anni Quaranta e Cinquanta del XX secolo. Cfr. Di Biagi P. (a cura di), La grande ricostruzione, Donzelli, Roma, 2011.
(5) Signorelli  A., (in collab. con C. Caniglia Rispoli) “L’esperienza del piano INA-CASA tra antropologia e urbanistica”, in P. Di Biagi (a cura di), La grande ricostruzione, Roma, Donzelli, pp. 187-204, 2001.
(6) Nel 1952 l’Inchiesta parlamentare sulla miseria in Italia calcolava che il 60% delle abitazioni italiane, rurali e urbane, fosse improprie per carenza di strutture e/o per eccessivo affollamento.
(7) Signorelli  A., Antropologia urbana, Milano, Guerini, p. 117, 1996.
(8) Signorelli  A., "Case a perdere?" in L.R. Alario (a cura di) Cultura materiale, cultura immateriale e passione etnografica, Soveria Mannelli, Rubettino, pp. 332-362, 2009.
(9) Signorelli  A., Antropologia urbana, Milano, Guerini, 1996.
(10) Forni E., La città di Batman. Bambini, conflitti, sicurezza urbana, Torino, Bollati Boringhieri, 2002.
(11) D’Aloisio F., "Localizzare l’insicurezza globale. Le molteplici dimensioni dell’insicurezza urbana in un quartiere napoletano", in M. Bressan, S. Tosi Cambini (a cura di) Zone di transizione. Etnografia urbana nei quartieri e nello spazio pubblico, Bologna, Il Mulino, pp. 167-202, 2011.
(12) Solimene M., "Romà bosniaci a Roma: negoziazioni spaziali e identitarie", in M. Bressan, S. Tosi Cambini S.(a cura di) Zone di transizione. Etnografia urbana nei quartieri e nello spazio pubblico, Bologna, Il Mulino, pp. 113-166, 2011; Bressan M., Tosi Cambini S. (a cura di), Zone di transizione. Etnografia urbana nei quartieri e nello spazio pubblico, Bologna, Il Mulino, 2011.
(13) Settis S., Paesaggio, costituzione, cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile, Torino, Einaudi, 2010.
(14) Micoli A., "“Farsi spazio” a Milano: etnografia della partecipazione collettiva", in M. Bressan, S. Tosi Cambini (a cura di), Zone di transizione. Etnografia urbana nei quartieri e nello spazio pubblico, Bologna, Il Mulino, pp. 61-112, 2011.
(15) Si tratta di un tema tanto vasto quanto sconcertante. Per riassumerlo in uno spazio così ristretto, lo definirò come la crescita esponenziale, negli ultimi anni dell’indifferenza degli studiosi di tutte le discipline e dei professionisti italiani (fatte salve alcune ammirevoli eccezioni) per le implicazioni e le conseguenze civili e sociali del loro lavoro. Sembrerebbe che sia pressoché scomparsa ogni dialettica tra le professioni dell’ingegno e i poteri economico e politico.
(16) Oliver-Smith A., "Anthropology in Disasters. Local Knowledge, Knowledge of the local and Expert knowledge", in M. Benadusi, C. Brambilla, B. Riccio, B. (a cura di) Disasters, Development and Humanitarian Aid. New Challenges for Anthropology, Rimini, Guaraldi, pp. 25-38, 2011.
(17) Appadurai A., Modernità in polvere, Roma, Meltemi, 2001.
(18) Vernant J.P., La morte negli occhi, Bologna, Il Mulino, 1987.
(19) Settis S., Paesaggio, costituzione, cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile, Torino, Einaudi, 2010.
(20) Signorelli  A., "Soggetti e luoghi. L’oggetto interdisciplinare della nostra ricerca", in: C. Caniglia Rispoli, A. Signorelli, La ricerca interdisciplinare tra antropologia urbana e urbanistica, Milano, Guerini, pp. 43-60, 2008.

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
SIGNORELLI Amalia 2013-02-15 n. 65 Febbraio 2013


 
Hortus

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Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

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Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

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Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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