L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Gli agrumi nei giardini storici

Addolorata Ines Peduto

L'arrivo in Sicilia dell'arancio amaro portato dagli arabi nei secoli X e XI segna l'inizio di una diffusione costante della coltura degli agrumi in Italia in quelle zone con favorevoli condizioni climatiche.
I testi cinquecenteschi fanno degli agrumi un raffinato motivo della giardineria ed un piacevole tema di conversazione nel clima rinascimentale e barocco: infatti, tra gli aspetti interessanti che caratterizzavano il mondo degli agrumi, vi era il collezionismo botanico.
La trattatistica cinque e seicentesca ci consente di individuare alcune tipologie classiche dei giardini di agrumi: la collezione delle piante in vaso, gli agrumi guidati a spalliera e a pergola, gli alberi a filare e a boschetto oppure isolati in aiuole. Agostino Gallo così descrive l'orto-frutteto-giardino di tradizione italiana: "La presenza dei vasi di cedri, di limoni e di aranci lo rende prezioso come la singolarità di un pergolato di limoni: queste rarità non sono per tutti, fanno del giardino un luogo dove mettere in mostra ciò che si distingue e fa meraviglia" (da Varoli Piazza 1995, pag. 363). Alle descrizioni dei trattati si possono aggiungere gli inventari che vengono redatti al momento della successione o della vendita del bene, per meglio comprendere la storia dei giardini di agrumi e  mettere in evidenza che tra i motivi per cui questa tipologia di giardino è andata in disuso rimane quello principale dei costi per il governo delle piante e la manutenzione delle serre.
Un modello di spalliera e di pergola della fine del XV secolo ci viene tramandato attraverso la descrizione del giardino di Venere dalla Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna.
Alcuni dei più noti giardini di agrumi romani sono il giardino della Villa del Cardinale Bolognetti fuori Porta Pia, il giardino pensile all'interno di Palazzo San Marco a Roma, il Giardino del Belvedere in Vaticano, i giardini dei feudi farnesiani e Villa Grazioli a Grottaferrata.
Villa Borghese e Villa Doria Pamphilj riassumono, infine, attraverso ben quattro secoli di storia un repertorio delle modalità di coltivazione e utilizzazione di aranci, melangoli e limoni: a spalliera, a pergola, in vaso, a terra in piantate regolari.
Nel Hesperides, sive de malorum aureorum cultura et usu, volume pubblicato da Giovanni Battista Ferrari nel 1646, relativamente all'introduzione degli agrumi in Italia, i cedri sono stati introdotti in Lombardia, i limoni in Liguria e gli aranci in Campania.
Gli agrumi anno avuto una vasta diffusione nei giardini del veneto, introdotti nella seconda metà del Duecento dai francescani nel convento di Gargnano, sul lago di Garda, dove, oltre al clima particolarmente mite, era presente un ingegnoso sistema di serre smontabili. In seguito gli agrumi sono stati diffusi sulla sponda bresciana del lago e poi su quella veronese, dove crescevano in piena terra riparati in inverno da vetrate e tavole che erano sorrette da appositi pilastri in pietra, diventando parte integrante del paesaggio.
Dalle rive del Garda gli agrumi sono stati introdotti sulla terraferma; ne è un esempio il Giardino Giusti di Verona, realizzato tra il 1566 e il 1580 da Agostino Giusti sull’area posteriore del palazzo urbano della nobile famiglia veronese, incorporando l'antica cinta muraria teodoriciana a Nord ed una rupe ad Est, che garantivano agli agrumi una straordinaria protezione, come una vera e propria serra a cielo aperto.
Francesco Pona, che ha lasciato una dettagliata descrizione del Giardino Giusti, cosi scriveva: “Lungo il cammino che dolcemente conduce, con un percorso a zig-zag, ai piedi della rupe, si trova la "Reggia dei Fiori", adorna sempre di tanta copia di Melaranci, di Limoni, e di Cedri, di fiori carichi in un tempo stesso, e di frutti parte verdi, e parte dorati, e di tanti Gelsomini” (da Azzi Visentini 1995, pag. 271). Vincenzo Scamozzi nella sua L'idea della architettura universale, pubblicata nel 1615, dedicava al giardino importanti osservazioni: “... il Cedro, il Limone, l'Arancio, il Pomo d'Adamo e l'Ulivo; i quali fanno preziosissimi frutti, e rendono gratissimo odore... possono essere coltivati in piena terra o in vaso, con le prime si ottengono spalliere, pergolati e altre architetture di verzura, o si fanno crescere liberamente” (ibidem, pag. 273). Nei commenti alle ville da lui ideate o ristrutturate Scamozzi ricordava presenza e dislocazione delle cedrare, che costituivano parte integrante dei giardini da lui progettati.
Lungo la Riviera di Salò, per rendere possibile la coltivazione degli agrumi in piena terra a queste latitudini, venivano costruite serre in muratura, coperte e chiuse con assi di legno: le limonaie.
"Tali limonaie, alcuna delle quali ha, a guisa di scalea, fino a otto o dieci serie di rialzi e di pilastri, guardandole dal lago ti danno l'aspetto d'anfiteatro, con migliaia di bianche colonne, aventi un aspetto ed un carattere singolarissimo e pittoresco" (ibidem, pag. 297) scriveva il Bettoni in La coltivazione degli agrumi nella Riviera del Lago di Garda (1877). L'agrumicoltura gardesana andò caratterizzando notevolmente il paesaggio, in special modo le limonaie, ricordate anche da Goethe durante una sua visita nel 1786.
A partire dal XVI secolo gli agrumi risultavano presenti in numerosi giardini lombardi, considerati non solo da un punto di vista produttivo ma anche decorativo.
Nel dialogo di Bartolomeo Taegio del 1559, in cui vengono trattati non solo gli aspetti agricolo-botanici, tecnico-colturali, ma anche quelli filosofici e culturali del vivere in Villa, vengono descritti numerosi giardini milanesi "…cortese et gentilissimo Signor Bernardo Trebbia, che nel mezzo del suo felicissimo giardino ha una fontana fabbricata per mano di Bramante, e fregiata da una giocondissima selva di aranzi, limoni, e cedri" (ibidem, pag. 302).  
Caso particolare era la proprietà dei conti Borromeo sull'Isola Madre. Il giardino dell'isola era un Orto Botanico e gli agrumi vi erano coltivati fin dal 1400 con scopo sia decorativo che produttivo. Le piante in piena terra erano coperte per mezzo di una struttura lignea a doppio spiovente con capriata.
L'agrumicoltura gardesana raggiunse la massima espansione negli anni 1850-55 per poi decadere: il costo della mano d'opera e dei materiali, i contratti agrari per mezzadria, il diminuire del valore degli agrumi per la concorrenza del prodotto meridionale, la scoperta della formula per ottenere chimicamente l'acido citrico, il diffondersi della gommosi portarono all'abbandono della produzione. Il conseguente degrado e trasformazione delle limonaie, divenute elemento tipico del paesaggio, comportarono una alterazione dello stesso e la perdita della leggibilità dell'impianto storico dei giardini.
In Liguria sono numerose le testimonianze storiche di una rilevante presenza di coltivazioni di agrumi durante il Medioevo, tali da caratterizzare il paesaggio e l'economia agraria di alcuni tratti del litorale. Il Quaini nella sua analisi storica citava il Comune di Genova che intorno alla metà del '300 aveva utilizzato alberi di arancio per abbellire la piazza di San Tommaso (ibidem, pag. 219). La notorietà di San Remo, come centro di produzione di agrumi, traspare anche in alcuni documenti di archivio, da cui risulta che, nel 1359, ben 50.000 aranci erano stati trasportati ad Avignone, città dei Papi. Le testimonianze più numerose sulla presenza e sulla diffusione degli agrumi si hanno intorno al 1500. Nella sua Storia del paesaggio agrario italiano Emilio Sereni osserva: "... là dove, con le sue attività agricole l'uomo comincia ad imprimere, al paesaggio agrario, forme più coscientemente elaborate, la via è aperta ad una valutazione di queste forme che non è solo tecnica ed economica, ma estetica" (ibidem, pag. 217).
L'introduzione degli agrumi in Toscana era documentata già nel '300; il Boccaccio scrive nella terza cornice del Decamerone: "…era un prato di minutissima erba e verde tanto… chiuso dintorno di verdissimi e vivi aranci e di cedri, li quali, avendo frutti ed nuovi ed i fiori ancora, non solamente piacevole ombra agli occhi, ma anche all'odorato facevan piacere…" (da Varoli Piazza 1995, pag. 363). L'interesse di Cosimo I de Medici per gli agrumi è confermato da una lettera di Pierfrancesco Riccio al duca del 7 marzo 1551, e in un`altra lettera di Lelio Torelli del 1565, in cui risultava che il duca aveva fatto acquistare centosessanta melaranci dalle monache di Santa Felicita, monastero confinante con il giardino di Boboli.
Villa di Castello sembra destinata sin dall'origine alla coltivazione degli agrumi, più che altri giardini iniziati da Cosimo I. La testimonianza più significativa della coltivazione di agrumi a spalliera di dimensione grandiose è ancora oggi visibile nel giardino di agrumi che Cosimo II fece costruire nell`ambito dei lavori di ampliamento del Giardino di Boboli nel 1612. L'importanza della collezione medicea fu compresa a pieno da Pietro Leopoldo di Lorena, che nel 1778 fece costruire nel Giardino di Boboli una grande limonaia per accogliere in modo più razionale gli agrumi.  
In Sicilia la coltivazione degli agrumi risale all’età islamica, al X secolo. Gli agrumi furono importati nell'occidente mediterraneo dalla Siria e dall'Egitto, provenienti dall'India. La coltivazione degli agrumi progredì grazie ai sistemi d'irrigazione d'origine persiana adottati dai mussulmani siciliani. Questi ultimi, dopo la conquista della città di Palermo nell'831, impiantarono colture diverse, promuovendo lo sviluppo agricolo della piana palermitana grazie agli impianti idrici. L'acqua della falda freatica fu convogliata in una fitta rete di qanat, cioè di condotte sotterranee. A Palermo i giardini ed i parchi non nacquero ai margini di un deserto, ma in un ambiente naturale antropizzato, con qualificata e fiorente agricoltura. Ad evocare l'idea di giardino "paradiso" proprio della cultura islamica furono i mosaici della volta e delle parti alte delle pareti, della Sala detta di Ruggero, negli spazi più intimi della zona residenziale del Palazzo Reale di Palermo.
La tradizione partenopea è legata al giardino fruttifero. I poeti dell'antica Roma avevano cantato i giardini delle ville di Baia, ma è nel '500 che Napoli visse un momento di grande splendore come scrisse il Di Falco, la città è "... depinta e vestita da cotanti verdeggianti giardini…tanti arbori odoriferi de cedri et aranzi…" (da Tagliolini 1995, pag. 4).
Il disegno del Lanfranco raffigurante l'arrivo degli agrumi nel golfo di Napoli, riportato nella celebre opera Hesperides sive de malorum aureorum cultura et usu, testimonia il ruolo che le piante avevano nella vita partenopea. L'idea di giardino non era un privilegio delle ville ma anche delle terrazze degli edifici urbani nelle quali le piante di agrumi erano le preferite. I giardini della costa sorrentina e amalfitana, costruiti sui terrazzamenti, sono ancora oggi depositari di questa coltura.
Nel chiostro maiolicato di Santa Chiara, i pilastri ottogonali intonacati costituivano l'asse principale del cosidetto "grottone" degli agrumi, del quale Bernardo De Dominici scrisse: "…avendo abbellito il loro Chiostro interiore, ov'erano giardini…e varie sorte di Agrumi…".
Attraverso l'architettura delle cedrare, delle aranciere e delle limonaie riscopriamo i segni del gusto di un’epoca.

 



 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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