L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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La cedrara nel contesto della Villa Doria Pamphilj (1)

Addolorata Ines Peduto

Agli inizi del XVI secolo molte casate romane avevano costruito lungo i principali assi consolari grandiose ville suburbane oltre alle residenze dei palazzi cittadini, segno di una riorganizzazione delle grandi famiglie nobiliari su modelli economici più avanzati.
Infatti, sia il restauro dell'acquedotto di Traiano, compiuto da Paolo V Borghese nel 1605, che la cinta muraria voluta da Urbano VIII nel 1644, avevano dotato il territorio di una efficiente fonte idrica e di un assetto più moderno.
La via Aurelia era divisa nel primo tratto fuori le mura in Aurelia Vetus e Aurelia Nova, e nelle piante di Roma erano citati principalmente i toponimi connessi con le attività manifatturiere, come la produzione di laterizi nella zona dell'Aurelia Nova.
Diversamente l'Aurelia Vetus era stata, in epoca tardo antica e paleocristiana, zona a carattere prevalentemente cimiteriale.
Quest'area dall'aspetto silvestre e bucolico ispirò favorevolmente una famiglia emergente tra le nobili famiglie romane, i Pamphilj.
Il primo nucleo di quello che è oggi Villa Doria Pamphilj, la più grande villa comunale di Roma, fu una vigna con canneto, giardino e unità abitativa, acquistata il 23 ottobre del 1630 da Pamphilio Pamphilj, cui si unirono, dal 1640 al 1644, altre ventitre vigne limitrofe, per consolidare la politica di espansione nella zona, che fu perseguita dai Pamphilj durante tutto il Seicento.

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Immagini tratte da G.B. Ferrari, 1646. Hesperides sive de malorum aureorum cultura et usu, libri quatuor. Hermann Scheus.

Negli anni seguenti  proseguirono gli acquisti, quasi a definire la proprietà dei Pamphilj come un'opera in continuo divenire.
Il cardinale Giovanni Battista Pamphilj, fratello di Pamphilio, salì al soglio pontificio col nome di Innocenzo X, e ciò indusse i Pamphilj a costruire una prestigiosa palazzina di rappresentanza, che prese il nome di Casino del Bel Respiro, la cui immagine compare nelle stampe di  Giovanni Battista Falda e Domenico Barriere e nel disegno dell'agrimensore Francesco Calamo del 1660.
Contemporaneamente fu anche ristrutturata  la Villa Vecchia, residenza fuori le Mura Aureliane, ponendo particolare cura nella sistemazione dei vicini giardini.
Per la costruzione del Casino del Bel Respiro, Giovanni Battista Pamphilj si era rivolto a Francesco Borromini, ma il progetto presentato dall'architetto non aveva avuto fortuna, forse perché lontano dalla formazione umanistica e dagli interessi archeologici del nipote Camillo, vero artefice della Villa. I lavori furono quindi affidati allo scultore Alessandro Algardi, che si avvalse della collaborazione del pittore Giovanni Francesco Grimaldi. Gian Lorenzo Bernini, che il principe incontrò in incognito nel 1645 poiché l'artista stava attraversando un periodo di sfortuna presso la corte pontificia, pose le basi progettuali per il Casino e per i giardini. Secondo Giovan Pietro Bellori gli elementi più significativi della villa erano gli stucchi del Casino e della fontana di Venere. Egli così scrive: "et invero, essendo la villa medesima situata sopra un colle che è parte del Gianicolo, per la salubrità dell' aria e circuito di cinque miglia tra vaghissime vedute, con ragione ritiene il nome di Belrespiro". Il sito prescelto aveva un asse vincolante, costituito dalla Via Aurelia Antica, fiancheggiata dall'acquedotto Traiano Paolo, che segnava il crinale di un'altura molto estesa, da cui partivano declivi più o meno ripidi, ricoperti di una ricca vegetazione mediterranea.
Il complesso della villa venne suddiviso in tre parti: la pars rustica con il "serraglio", che occupava l'area meridionale, di notevole estensione, la pars urbana o monumentale e la pars fructuaria, queste ultime più ridotte, collocate a Nord. Le tre parti erano suddivise da una serie di assi viari paralleli all'acquedotto Traiano Paolo ed alla Via Aurelia Antica. Una fascia intermedia, coltivata a Pineta, si trovava tra la prima e le altre due parti. Elemento di collegamento era una "via d'acqua", che aveva origine dall'acquedotto e partiva dalla pars fructuaria, dove alimentava diverse fontane. La via d'acqua percorreva il pendio naturale in un canale, fino ad arrivare a fondo valle in un lago con un'isola nel mezzo. Vi era, inoltre, un secondo canale minore che attraversava una "ragnaia".
La pars urbana, situata nell'angolo nord orientale della proprietà, era caratterizzata da una serie di terrazzamenti corrispondenti a diversi livelli del terreno.
La sua organizzazione non seguiva le modalità di realizzazione dell'impianto classico del giardino rinascimentale, in cui un asse principale partiva dall'ingresso e si concludeva davanti al palazzo costruito in posizione dominante, come Villa d'Este a Tivoli, Villa Lante a Bagnaia e il Palazzo Farnese a Caprarola.
Nel complesso della villa, la parte monumentale era organizzata secondo due assi ortogonali, il primo perpendicolare rispetto all'acquedotto ed il secondo parallelo che, ripetuti in una successione di viali e terrazze, trovavano il principale punto d'intersezione non nel palazzo ma nel giardino più basso, il "teatro con fontane, statue e bassi rilievi".  L'arredo più prestigioso dei giardini era la Fontana di Venere, collocata al confine tra il Casino del Bel Respiro con il Giardino Segreto ed  il Giardino del Teatro.
Il Giardino del Teatro o dell'armonia universale costituì l'altro polo importante della pars urbana della villa e prevedeva una grande esedra centrale duplicata in un'altra minore sul piano superiore fiancheggiata da altre due esedre più piccole.
Le esedre laterali imitavano gli ambienti silvestri e l'esedra centrale simboleggiava la storia, secondo un binomio ricorrente nella cultura seicentesca. Delle due esedre laterali fu realizzata solo quella a Nord.
L'impronta assegnata da Camillo Pamphilj alla villa fu così innovativa da diventare un punto di riferimento per tutto il Seicento. Anche Camillo Pamphilj junior continuò l'opera familiare nella ricerca di una sistemazione costante e continua dei confini della villa, con l'acquisto di una vigna con casa, di una vigna con giardino e di alcuni canneti verso la chiesa di San Pancrazio.
Nel 1720 l'architetto Gabriele Valvassori successe a Carlo Francesco Bizzaccheri come architetto di famiglia e sperimentò le nuove forme rococò nelle ville di proprietà dei Pamphilj ed in particolare in quella fuori Porta San Pancrazio, mettendo a punto nella realizzazione dei giardini soluzioni che ritroveremo in seguito nei palazzi cittadini. Principalmente si occupò del rinnovo degli arredi di architettura vegetale, in particolare delle strutture lignee del "cocchio" del giardino della Villa Vecchia, di una "ragnaia" e di quelle destinate al gioco, come la "giostra" restaurata nel 1726 nel giardino della Villa Vecchia. Il "cocchio" era una struttura ideata per proteggere i frequentatori della villa e le carrozze dalla pioggia e dai raggi del sole. Il "cocchio" seicentesco che collegava il Casino Nobile e la Villa Vecchia era costituito da quattro file parallele di lecci, alberi sempreverdi e di alto fusto, che formavano con i loro rami intrecciati e potati ad arte da esperti giardinieri una ombrosa galleria vegetale. Questo elemento di arredo naturale andò trasformandosi in un arredo artificiale costituito non più da alberi ma da strutture lignee sulle quali gli elementi vegetali erano spesso dipinti.
L'acquisto nel 1730 di una vigna con canneto, casino e due case di Caterina Bolis, confinante ad Ovest, e di molte piante di agrumi, "cedrati" e "portogalli", indusse il Valvassori a concentrare i lavori di restauro nella pars fructuaria della villa. Tra il 1736 e il 1738 l'architetto realizzò un "cocchio" davanti alla fontana di Venere e rinnovò totalmente i recinti antistanti la Villa Vecchia già destinati alla coltivazione di "melangoli" e di "frutti".
Una équipe di artisti-artigiani diretti dal Valvassori realizzarono dal 1731 al 1736, unificando i "pomari", il prospetto del nuovo giardino sul piazzale antistante la Villa Vecchia: il Giardino dei Cedrati.
Il recinto del nuovo giardino fu realizzato con tre cancelli e due grate in ferro battuto; il primo cancello si inquadrava in un prospetto comprendente la fontana del Tevere o del Gigante, il secondo era in asse con una fontana al centro del giardino, che si allineava prospetticamente con la fontana della Lumaca o della Regina, ed il terzo si trovava di fianco alla fontana della Palomba.
I pilastri che sorreggevano i cancelli erano decorati con conchiglie, tartari ed elementi in stucco. Nel 1733 venne rinnovata da Giovanni Battista Rolfini la seicentesca "fontana del Gigante", la statua in travertino simulacro del Tevere, e sul lato breve del nuovo Giardino dei Cedrati e ai due lati della fontana furono poste due grate in ferro battuto di elaborata fattura.
Questa fontana fu duplicata all'interno del recinto e prese il nome di "fontana della Venere", perché dominata da una statua raffigurante la dea.
Il giardino fu organizzato con tre "fuochi" prospettici segnati dalle fontane della Venere, della Regina e della Palomba; accanto a quest’ultima si apriva un altro cancello.

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Immagini tratte da G.B. Ferrari, 1646. Hesperides sive de malorum aureorum cultura et usu, libri quatuor. Hermann Scheus.

La pianta di Francesco Bettini del 1803, "Pianta prospettica della cedrara di villa Pamphilj, con il progetto di Bettini per suprimere una prossione di essa. 5 ottobre 1803", conservata nell'Archivio Doria Pamphilj, mostrava un cocchio che dalla "fontana della Venere" tracciava l'asse centrale del giardino, mentre nell'area retrostante la fontana della Palomba  partiva un secondo cocchio che sottolineava un confine del giardino e l'asse centrale.
Anche il manufatto seicentesco destinato alle stalle e a rimessa fu arricchito da un tocco rococò, allorquando venne inquadrato dal Valvassori in un arco marmoreo con pinnacoli e nicchia decorata con un busto, dando così un aspetto nobile ad un manufatto di servizio.
I "cocchi" della Cedrara realizzati nel 1733 dal falegname Carlo Montefiori, accompagnati da file di vasi di agrumi, furono gli elementi caratterizzanti del giardino.  Questi, realizzati in legno di castagno, erano costituiti da una serie di colonne che sostenevano delle capriate variamente incastrate. Le colonne e le "filagne" furono verniciate di colore cenerino, mentre per le capriate fu scelto il giallo.
Per avere una descrizione precisa del Giardino dei Cedrati è necessario fare riferimento alla "Istoria e descrizione della celebre Villa Pamphilj Doria" di Giuseppe Marocco del 1845, che l'autore dedicò al principe Filippo Andrea V.
Egli annotò che l'acqua che sgorgava copiosa dalla ‘fontana del Gigante’ presentava sotto di sé un’area ricca di fiori e di piante con al centro un gran vaso chiamato ‘bolevar’. Alla destra della fontana c'era l'ingresso del Giardino della Cedrara.
Dietro la fontana ve n'era un'altra, la cui acqua cadeva da una conchiglia, e da questa in una vasca. Sempre secondo la descrizione del Marocco il viale che costeggiava l'acquedotto Traiano Paolo aveva i cigli sempreverdi grazie alla Convallaria japonica e si vedevano un gran numero di alberi di cedri, aranci e limoni.
Nel mezzo del giardino un lungo cocchio procurava ombra grazie alle numerose piante di limoni e terminava in un tempietto semicircolare portato da 6 piccoli pilastri sormontati da archetti simmetrici. Si entrava a questo punto nella parte sinistra del giardino, dove erano una serra di moltiplicazione delle piante ed un viottolo di rododendri e di azalee. Superato un cancello ci si immetteva nella così detta "pipiniera", con aiuole e sentieri ed una bella collezione di profumatissime rose. Abbondavano anche gerani, camelie, cinerarie, azalee, dalie, sia in vaso che in piena terra. Sulla destra della "pipiniera" erano un magazzino per conservare le coperture degli agrumi, una stalla ed un fienile. Cresceva vicino al magazzino un esemplare di Ficus elastica. Il cocchio durante l'inverno era ornato da vasi di fiori di specie diverse e numerose erano le fontanelle che zampillavano. Da un cancello sulla destra era possibile ammirare la fontana della Lumaca o della Regina.
Gli interventi del Valvassori non furono solo interventi strutturali, ma soprattutto interventi "d'immagine" o scenografici: infatti egli estese la qualità artistica agli elementi trasparenti in ferro, rappresentati dai cancelli del Giardino dei Cedrati e da altri cancelli situati in diverse aree della villa.
La statua della Venere posta nel giardino aveva un riferimento  ideale e simbolico e gli agrumi erano collegati all'immagine della dea ed al mito dei pomi delle Esperidi, partoriti dalla terra per le nozze di Giunone e Giove e custoditi dalle Esperidi in un giardino al confine occidentale dell'universo.
La sistemazione settecentesca del Giardino dei Cedrati si mantenne fino alla metà dell'Ottocento, come è documentato sia nella pianta del Bettini del 1803 che nella descrizione di Giuseppe Marocco del 1845 citata precedentemente.
In questo ambito, di notevole interesse risulta essere la figura di Francesco Bettini, veneto, botanico ed architetto di giardini, esperto nella creazione di arredi e allestitore di feste, che dalla fine del Settecento lavorò per la famiglia Pamphilj importando nella capitale dello Stato Pontificio nuove idee nel campo del giardinaggio e dell'architettura.
Il Bettini realizzò nella villa fuori Porta San Pancrazio alcuni esempi rispondenti alla nuova concezione di giardino paesistico e di costruzioni eclettiche; introdusse anche alcune innovazioni nell'organizzazione agricola ed amministrativa della villa, come l'Orto Botanico e l'Orto Agronomico, ponendo le basi per il rinnovo ottocentesco della villa stessa, realizzato in seguito dal principe Filippo Andrea V. A partire dal 1785, il Bettini si stabilì nella villa fuori Porta San Pancrazio; egli convinse il principe Andrea IV Doria Pamphilj a dare una linea serpentinata ad alcuni tratti del viale rettilineo che dal pineto ad Est del canale del lago congiungeva l'area della Villa Vecchia, seguendo il nuovo gusto paesistico. Le sue opere, quali la casa del "vaccaro", la torre "palombaio" ed il laboratorio del "cacio",  gli elaborati tracciati viari curvilinei insieme alle sue conoscenze botaniche, furono tra i punti di riferimento dei lavori che si svolgevano nella villa.
Infatti agli inizi dell'800 la villa suburbana fu il luogo dove porre in opera le nuove idee acquisite dal Bettini durante i nume-rosi viaggi compiuti all'estero e tramite i legami che i Pamphilj avevano con l’ambien- te inglese.
Nella prima metà dell'800 la famiglia Doria Pamphilj attraversò un periodo economico difficile, a seguito delle ingenti perdite di denaro subite durante la Repubblica Romana nel 1798 e della conseguente emarginazione vissuta all'epoca del periodo napoleonico.
Il principe Filippo Andrea V sposò nel 1839 lady Mary Talbot, la quale collaborò con il marito in diversi campi. La villa divenne un'efficiente azienda, con l’importazione di fiori e piante dallo Stabilimento Botanico Burdin Maggiore di Milano e di colonne in ferro fuso e in ghisa e di macchinari agricoli dallo Stabilimento Watson in Inghilterra, per trarre un ricavato economico dalle coltivazioni moderne nello stile industriale inglese.
Fino al 1845 numerosi furono gli interventi di manutenzione nel Giardino dei Cedrati realizzati dall'architetto Francesco Navone e dal capo giardiniere Mosè Mauri, come si evince dalle note di spesa conservate presso l'Archivio Doria Pamphilj.
Nel 1841 furono rinnovate le piante da frutto, perché la manutenzione di un giardino di agrumi doveva essere costante, e nel 1844 furono restaurati gli intonaci dei manufatti architettonici sotto la direzione del Navone e del pittore Antonio Sturbinetti.
Nel 1849 la sistemazione della Villa Doria Pamphilj fu affidata dal principe Filippo Andrea V all'architetto Andrea Busiri Vici.
La villa era divisa tra la parte sei-settecentesca "luogo di delizie" e la parte annessa nell'Ottocento, "divisa in più riserve pascolive e prative, con gruppi, bordi e boschetti di delizia".
Nel 1846 il principe commissionò all'architetto Giovanni Guj la costruzione di nuove serre in ferro e ghisa in un'area antistante alla Villa Vecchia, importantissime per il futuro sviluppo ottocentesco della villa. Gli interventi nel Giardino dei Cedrati si susseguirono costantemente con la costruzione di serre minori, di una vasca e di una attigua stufa, in linea con le innovazioni apportate nelle nuove serre antistanti. Nel 1851 fu compiuta una nuova copertura sul giardino in "ghisa, ferro e lamiera zincata" dal Busiri e nel 1856 furono ampliati i manufatti esistenti e fu realizzata una nuova cisterna.
La tecnica costruttiva, i materiali usati e la struttura delle serre furono descritti nei disegni e nella pianta di Andrea Busiri Vici, rispettivamente del 1867 e 1868, conservati nell'Archivio Doria Pamphilj. Le serre rappresentavano una sorta di continuità con l'Orto Botanico e l'Orto Agronomico del Bettini, realizzate fra l'altro nella stessa area della villa.
Per quanto riguarda il Giardino dei Cedrati, si provvide, tra il 1858 ed il 1861, a rinnovare le piante nelle "pipiniere" e nel 1863 a costruire una nuova serra, di modello neomedioevale, completata nel 1865, modificando l'area già sistemata con i cocchi settecenteschi. Nel 1868 il principe Filippo Andrea V diede incarico al Busiri di sistemare nelle serre monumentali un impianto di riscaldamento, in maniera tale che le serre si differenziassero in calde e temperate, per poter meglio coltivare alcune specie esotiche, come gli "ananassi".
In quello stesso anno fu risistemata dal Busiri l'antica pars fructuaria della villa e le serre realizzate da Giovanni Guj furono modificate, così come l'area antistante l'edificio di Villa Vecchia. Tra il 1873 e il 1875 il giardino settecentesco dei Cedrati si trasformò in un complesso di produzione di frutta ed in particolare di agrumi, estendendosi oltre il perimetro disegnato dal Valvassori. Nel 1877 si realizzò una nuova serra calda destinata alla coltivazione di frutta esotica e le opere di ammodernamento delle serre proseguirono fino al 1882.
Nel 1883 si applicò anche al territorio della villa la legge di bonifica dell'agro romano, che intendeva razionalizzare la produzione agricola e migliorare il suolo; in questo ambito venne condotta l'ultima operazione ottocentesca di manutenzione della villa.
Nel Novecento la villa divenne sempre più una grande azienda, accentuando le sue caratteristiche produttive ed agricole. Nel 1917 il principe Filippo Andrea VI commissionò a Carlo Busiri Vici un progetto di illuminazione elettrica della villa, ma nel giugno del 1920 fu elaborato un nuovo progetto, in accordo con la Società Anglo Romana, che venne realizzato in seguito con la Società per l'Illuminazione Elettrica di Roma. Nei decenni successivi la Villa, per volere dei Pamphilj, divenne sede di iniziative umanitarie, in special modo durante le due guerre mondiali. A partire dal 1950 ebbe inizio una intensa attività vivaistica per la produzione di piante ornamentali da destinare alle aiuole ed ai giardini della città di Roma: si ricordano, infatti, le azalee per l'addobbo di Trinità dei Monti. Nel 1951 fu realizzato con lavori in economia un Orto Botanico, la cui sistemazione definitiva durò fino al 1966, con la messa a dimora di ben 11.000 specie tra arboree, arbustive ed erbacee.
Dopo l'esproprio da parte del Comune di Roma della parte occidentale della villa, dal 1965 fu accessibile al pubblico il nuovo Orto Botanico e, purtroppo, ciò coincise con l'inizio di un lento degrado della collezione del patrimonio botanico. Altri atti di esproprio e di acquisizione sulla villa si verificarono per insediare nelle aree con destinazione agricola, concentrati nella parte occidentale, nuovi servizi destinati allo sviluppo della città.
Nel 1971 venne acquisita e aperta al pubblico la parte orientale della villa. Nel 1972 fu istituita dal Comune di Roma una "Commissione per la sistemazione e la valorizzazione del comprensorio di Villa Pamphilj", che delineò il Piano di Utilizzazione per la definizione delle destinazioni d'uso di aree e manufatti, ed un museo delle Statue.
A partire dagli anni Ottanta, l’Amministrazione Comunale ha predisposto uno studio preliminare al nuovo Piano di Utilizzazione, d'intesa con le Soprintendenze statali, che ha coniugato la vocazione storica del vasto complesso della villa con le esigenze di una buona fruizione, rispettosa del sito, da parte dei cittadini.
Dal 1993 in poi si è realizzato un complesso sistema museale in cui diverse funzioni, come l'esposizione delle opere d'arte, i laboratori didattici, gli spazi di informazione ed accoglienza, i servizi di vigilanza, i punti di ristoro e così via, sono tra loro strettamente correlate e situate in spazi compatibili.
I fondi di Roma Capitale e del Grande Giubileo del 2000, così come i finanziamenti comunali per i lavori pubblici, hanno realizzato i restauri di gran parte degli edifici e dei giardini della Villa. Il Polo Centrale del Nuovo Sistema Museale è costituito dalla Villa Vecchia, dalle serre ottocentesche monumentali, dal Giardino dei Cedrati con le serre minori ottocentesche, in attesa di un intervento di recupero, mentre il Casale è stato restaurato e destinato a Sede del Centro di Documentazione delle Ville della zona e spazio polivalente, comprendente anche un punto di ristoro.
Oggi il Giardino dei Cedrati è sommerso da processi di inselvatichimento e di decadimento, dovuti alla naturale trasformazione degli elementi vegetali e dei materiali  lapidei, ma c'è la consapevolezza che presto ritornerà ad essere un luogo di "svago e di delizie".

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Immagini tratte da G.B. Ferrari, 1646. Hesperides sive de malorum aureorum cultura et usu, libri quatuor. Hermann Scheus.

Note

(1) Per la storia di Villa Doria Pamphilj, cfr. BENOCCI C., 2005.



 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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