L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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scritti_broccoliSulla ricerca interdisciplinare

Note a margine dell’incontro con Amalia Signorelli

Luca Reale

Amalia-Signorelli-150x150L’incontro con Amalia Signorelli nell’ambito delle conferenze organizzate dal Dottorato di Ricerca DRACO ha evidenziato una problematicità della cultura architettonica italiana nella lettura del progetto realizzato e allo stesso tempo un’occasione di futura e proficua collaborazione. L’interdisciplinarietà – sostiene l’antropologa – non è questione di nozioni condivise quanto piuttosto di metodo condiviso; un metodo specifico, non desumibile direttamente da nessuna disciplina, che consenta il riconoscimento condiviso di problemi in vista dell’elaborazione di soluzioni possibili.


Questo percorso va costruito con grande pazienza, non invadendo lo specifico disciplinare delle altre dottrine e mantenendo il rigore scientifico della propria. Per iniziare occorre condividere un lessico, perlomeno una ventina di termini-chiave. È poi necessario giungere ad una definizione condivisibile dell’oggetto di studio (riconoscere problemi tra soggetti sociali e ambienti materiali), mantenendo la coscienza del proprio punto di vista. Solo ora può iniziare il lavoro sul campo. La ricerca interdisciplinare è dunque un processo lungo e carico di insidie, meno ovvio di quanto si possa pensare, ma che è dotato di regole ben precise, in grado di portare lo studioso nella condizione di formulare le giuste domande, ascoltarne le risposte e a sua volta fornire le proprie opinioni ad altri interlocutori (riconoscere la complessità dei problemi grazie all’acquisita capacità di comunicare con portatori di competenze diverse). Altrimenti non si può parlare di interdisciplinarietà ma piuttosto di multidisciplinarità, che è poco più che un confronto di posizioni differenti su uno stesso argomento.
Ma quali sono gli interlocutori? Oggi è accettato da tutti che i soggetti sociali interessati e attivi nelle trasformazioni urbane siano tre e non più due: alle istituzioni politico-amministrative e ai tecnici, si aggiungono gli abitanti, la popolazione per gli urbanisti, i soggetti per gli antropologi. La mediazione del sapere tecnico appare non più sufficiente. Uno dei temi sempre sotteso nei lavori della Signorelli mi sembra sia proprio questo: come superare la condizione in cui gli abitanti erano estranei ai processi – nel senso che li subivano dall’alto – costretti alla passivizzazione (pensiamo al tema della sicurezza urbana, con tutta la retorica che si porta dietro) o alla ribellione. Da questa situazione di passività in cui erano i tecnici a studiare e a prevedere i bisogni sociali degli abitanti si tenta di passare oggi ad una condizione di partecipazione diretta. Ma come?
signorelli_libroNel libro La ricerca interdisciplinare tra antropologia urbana e urbanistica a cura di Costanza Caniglia Rispoli e Amalia Signorelli, (Guerini Scientifica, Milano 2008) si racconta l’esperienza decennale di un seminario di formazione interdisciplinare a cui partecipano studenti e docenti di Ingegneria, Architettura e Sociologia, presso l’Università Federico II di Napoli. Con un’ottica diversa dalla nostra – anzi un punto di vista, come precisano le autrici – nel testo si affronta sia la lettura di quartieri di edilizia residenziale sociale, che lo spazio collettivo urbano, il primo tipo di spazio necessario perché si produca cultura urbana (produzione culturale che non potrebbe prodursi se non in città). La costruzione dello spazio collettivo è anche il tema-guida degli ultimi cicli del Dottorato di ricerca in Architettura e Costruzione, che precedentemente si era occupato quasi esclusivamente di housing e che adesso affianca a questo filone la ricerca sull’intero spazio fisico della città e sulle sue dinamiche di trasformazione. Se lo spazio urbano è per definizione polisèmico e polifunzionale, le due autrici sono convinte che la ricerca e l’approccio interdisciplinari siano l’unico modo per operare nei contesti urbani, proprio per la loro complessità e per l’intima relazione che riconosciamo tra soggetti (individuali e collettivi) e luoghi. «Lo spazio non esiste», sostiene provocatoriamente la Signorelli, nel senso che «non esiste una sola porzione di spazio che non sia soggettivizzata», divenendo in questo senso luogo. Lo spazio collettivo urbano sembra essere dunque il naturale terreno di confronto per architetti, urbanisti e antropologi; il discorso si fa più delicato quando si parla di edilizia sociale e della frequente difficoltà di gradimento o accettazione dell’architettura sociale da parte degli abitanti assegnati, condizione che attiva spesso dinamiche di appropriazione o appaesamento di spazi comuni o condominiali. È qui che gli architetti in genere irrigidiscono la propria posizione e si mostrano più restii a ridiscutere la propria competenza. All’obiezione, in parte ovvia, che nel progettare residenze collettive non si può conoscere in precedenza chi abiterà gli alloggi, la Signorelli replica che nessuno vieta di andare poi dagli abitanti assegnati a quegli alloggi per capire cosa ne pensano, qual è l’uso effettivo che degli spazi viene fatto, cosa funziona, cosa manca. Il lavoro sul campo serve anche ad evitare di ripetere gli stessi errori, verificando se i modelli ipotizzati (dall’urbanista come dall’antropologo) una volta calati nella realtà, non scontino un eccesso di astrazione o di distanza dalle questioni dell’uso e della gestione degli spazi comuni e delle abitazioni.
La collaborazione interdisciplinare non può prescindere dal dialogo e dal confronto; nella seconda parte del libro la “guida alla ricerca sul campo interdisciplinare” è introdotta da «Un po’ di autocritica sul versante urbanistico […] e un po’ di autocritica sul versante antropologico». Forse la chiave può essere proprio questa: mettere in discussione alcune azioni ormai sedimentate della propria pratica disciplinare, avere il coraggio di non considerare esaustive le proprie certezze, misurarsi con soggetti sociali non sempre prevedibili secondo le proprie categorie di giudizio, disporsi ad osservare e descrivere il rapporto tra soggetti e ambiente: vedere in profondità e non solamente guardare. Tornare, in poche parole, a considerare la fase di analisi fondamentale e strettamente connessa al progetto. Sarà infatti il processo analitico a consentire di individuare la struttura su cui si fonda l’invenzione progettuale dell’architettura. E in discipline dallo statuto scientifico debole, come la nostra, quest’analisi sarà necessariamente interdisciplinare.
Tornado alla partecipazione, termine abusato e troppo spesso invocato (un po’ come la sostenibilità), che le autrici giustamente considerano uno dei concetti più ambigui che ci siano in circolazione, si potrebbe allora smettere di considerarlo demagogicamente un’auspicabile e risolutiva pratica in fase progettuale. È questa infatti una condizione difficile e molto rara, a meno di situazioni particolari: autocostruzione, progetti di estrema semplicità o emergenza, ecc.; in tutti gli altri casi quasi sempre si finisce per coinvolgere nella progettazione soggetti che ripropongono alla piccola scala logiche corporative o gerarchiche assolutamente sovrapponibili a quelle “istituzionali”. In queste circostanze la progettazione partecipata, oltre ad abbassare il livello e le aspettative del progetto in nome del compromesso, rischia di diventare una cura peggiore del male.
Se ancora consideriamo centrale la questione del per chi noi progettiamo, sarebbe allora più interessante il ricorso alla partecipazione in fase di uso e gestione dei manufatti architettonici, o in fase di trasformazione di un quartiere o ancora nello studio di un contesto in previsione di una trasformazione urbana o architettonica. Sarebbe uno strumento da solo insufficiente ad una corretta progettazione, ma perlomeno un antidoto per non ripetere gli stessi errori del passato.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
REALE Luca 2011-03-10 n. 42 Marzo 2011
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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