L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Superfici mediatiche

Si assiste così alla concreta fusione a scala urbana del mondo reale e virtuale, attraverso superfici multimediali e interattive di architetture che fino a qualche decennio addietro sarebbero state considerate pura utopia. Si tratta dei mediabuilding o light-architecture, oppure hyperarchitetture o ancora transarchitetture, blurring-architecture

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Fig. 4 La Défense, Parigi.

Definizioni e  nomi si possono confondere ormai in una miriade di tipologie che variano in funzione della tecnologia di punta adottata per creare stupore, illuminare, comunicare, interagire con il cittadino, il passante e l’inquilino. La domotica, tanto decantata oggi in Italia, potrebbe essere ormai considerata obsoleta rispetto a queste realizzazioni.

Nella contemporaneità siamo immersi in una nuvola di informazioni cangianti e mutevoli, dove il motore che ne ha consentito lo sviluppo è costituito dalla digitalizzazione elettronica. In quale modo tutto questo può influire sull’architettura, che per definizione, fino ad oggi è sembrato l’ambito di vita più statico che si potesse immaginare? Probabilmente tramite l’interattività, come per l’architettura di Gropius è stata la trasparenza (Saggio, A., 2005).

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Fig. 5 Crown Fountain, Millenium Park, Chicago.

“L’interattività è la dimensione tattile del cyberspazio. Essa gli dà pressione, trama e densità, poiché qualsiasi strumento di interfaccia è una variazione di contatto, anche se consiste in un mero sguardo su un bottone attivo. (…) uno dei requisiti richiesti dall’interattività è certamente la risposta in tempo reale, e l’altro il controllo” (de Kerckhove, D., p.76).

L’interattività in questo caso può essere intesa in modi diversi, come l’interattività fisica, per esempio, in cui l’architettura stessa muta. Si tratta delle cosiddette case intelligenti in cui l’ambiente o lo scenario cambiano secondo la situazione, degli ospiti o quant’altro. Ricerche e sperimentazioni sugli ambient intelligence ormai si perdono, da almeno un decennio sono frutto di applicazioni da parte di prestigiosi centri ricerca e facoltosi imprenditori che li installano nelle proprie abitazioni. Un altro modo di intendere la interattività consiste nella combinazione del reale con il virtuale, che si realizza nell’applicazione di sistemi di proiezione da o verso l’involucro dell’edificio, creando scenari illusori per chi sta all’interno o all’esterno, oppure si tratta di dare nuova immagine, solitamente temporanea a situazioni altrimenti degradate. Fino all’interattività insita nel processo della progettazione architettonica, che tramite i nuovi sistemi di progettazione tridimensionale consentono di pensare, progettare, costruire e gestire un flusso di informazioni e dati contemporaneamente in tutte le fasi di progettazione dell’edificio.
Si tratta comunque per la maggior parte di tecnologie e sistemi che afferiscono più all’involucro dell’edificio, ovvero alla sua pelle, piuttosto che a tutto il complesso della costruzione.
La pelle è un’ipersuperficie per eccellenza, è la parte tattile del corpo, non solo qualcosa da guardare, perchè “da quando Toyo Ito e Jean Nouvel  hanno indicato la strada, gli architetti hanno cominciato a esplorare la nozione di pelle” (de Kerckhove, D., p.67).
Nouvel ha aperto la strada a tali esplorazioni da un ventennio ormai con il progetto e realizzazione dell’involucro dell’IMA (Institut du Monde Arabe, Parigi, 1987), laddove la facciata principale è dotata di appositi meccanismi che avrebbero dovuto reagire alla luce del sole, permettendone o meno il passaggio. 

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Fig. 6 IMA, J. Nouvel, dettaglio della facciata.

L’involucro dell’edificio quindi come un vero e proprio filtro attivo e reattivo che avrebbe dovuto permettere una migliore fruibilità e benessere degli spazi progettati. Nouvel, Ito, Koolhaas, per citarne alcuni, nei loro progetti anticipano i temi e le soluzioni intorno ai quali sta lavorando alacremente l’ultima generazione di architetti. Come per esempio Marcos Novak, fautore dell’architettura liquida e della transarchitettura. L’architettura liquida “è qualcosa di più dell’architettura cinetica e della robotica, un’architettura di parti fisse e legami variabili. (…) è un’architettura la cui forma è contingente agli interessi dello spettatore (…) produce città liquide, città che cambiano al cambiare di un valore” (Novak, M., in Benedikt, 1991, pp.260-261).

Il passaggio al concetto di transarchitettura è stato reso possibile dal modo con cui Novak è pervenuto al concetto di architettura liquida, formulato sulla base del superamento dell’antinomia tra naturale e artificiale. Infatti confondere il mondo virtuale con il mondo fisico è ciò che Novak esprime nella transarchitettura. “Il termine transArchitetture descrive una trasformazione o una trasmutazione dell’architettura verso la rottura dell’opposizione di fisico e virtuale e la proposta di un continuum che conduca da un’architettura fisica a un’architettura tecnologicamente potenziata a un’architettura del cyberspazio. La transarchitettura si dà come una modalità di espansione e di rafforzamento dello scopo e della rilevanza dell’architettura nell’era informatica, che permetta di considerare vie alternative agli angusti confini della disciplina delle costruzioni. La transarchitettura prende in esame gli aspetti del progresso tecnologico e teoretico dello spazio e le loro relazioni con l’esplorazione di differenti modalità spaziali che era in passato impossibile perseguire. I computer vanno visti sia come strumenti per investigare queste modalità spaziali sia come creatori d’istanze per una nuova architettura.” (Novak, M, 2007). Resta tuttavia un’architettura ideale e virtuale, non fisica.
Invece, il lavoro di architetti come Van Berkel  di UNStudio, i Nox, oppure ancora Kaas Oosterhuis, affrontano il problema della reciproca integrazione fra forma e informazione o fra soggetti statici e flussi dinamici di dati. Tali sperimentazioni hanno portato il lavoro di Van Berkel volto prevalentemente allo studio dello spazio pubblico, cui ha cercato di attribuire una configurazione sempre più aperta e flessibile. Oosterhuis e Spuybroek dei Nox  si sono dedicati  più a risolvere il rapporto fra corpo umano e corpo costruito. Per il primo il corpo umano è assimilabile a un sistema vivente che può suggerire all’architettura nuovi modelli di interattività, per il secondo il corpo è assimilabile a un sistema di movimento che è possibile amplificare o modificare tramite un sistema architettonico immaginato come estensione protesica del corpo stesso. In entrambi i casi la sfida dei progettisti si gioca prevalentemente sulla superficie, cioè sulla possibilità di ripensare al confine della materia come qualcosa di estremamente  flessibile e deformabile, piuttosto che con la funzione di contenimento (cfr: Palumbo, M.L., pp.88-90).


Note

(1) La definizione è stata estrapolata da: Prestinenza Puglisi L,  Hyperarchitettura: spazi nell’età dell’elettronica, 1998. In questo contesto si riferisce alla “trasversalità” e all’innovazione di tipo adattivo, sempre più adottate nella costruzione di involucri e architetture contemporanee.

Bibliografia

Libri
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Baldini, M., Storia della comunicazione, ed. Newton, Milano ,1995.
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Benevolo, L, L’architettura nel nuovo millennio, ed. Laterza, Roma-Bari, 2006
Cook, P., Tecnologia: azione e progetto,  Bologna, ed. Calderini, 1967. (ed. originale: Architecture: action and plan, Londra, Studio Visa, 1967. Trad. It. A cura di Peti G., Pelucca A, p.7.
De Kerckhove, D., L’architettura dell’intelligenza, Testo&Immagine, Torino, 2001
Ortoleva, P., Mediastoria, Net Edizioni, Trento, 2002
Prestinenza, P.L., Hyperarchitettura. Spazi nell’età dell’elettronica., Testo & Immagine, Torino 1998, http://www.prestinenza.it/pubblicazioni.htm
Virilio,  P.,  L’espace critique,  C.Bourgois Editeur, 1984 (trad. it. a cura di M.Grazia Porcelli, Lo spazio critico, ed. Dedalo, Bari 1988)
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Articoli
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Novak, M., “Babele 2000”, 2007, http://www.trax.it/marcos_novak.htm
Palumbo, M.L., "Inhabiting Media", in De Kerckhove, D., L’architettura dell’intelligenza, Testo&Immagine, Torino, 2001, pp.88-90
Virilio, P.,  “Il futuro nello spazio stereoreale”, www.mediamente.rai.it

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
GASPARINI Katia
2008-09-30 n. 12 Settembre 2008


 
Hortus

Lo spessore della città

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Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

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Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

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