L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Note
1. Tommaso Trini, Mini malie dell’essenziale, in Achille Bonito Oliva, a cura di, Minimalia. Da Giacomo Balla a …, Catalogo della mostra (12 giugno-12 ottobre 1997) a Palazzo Querini Dubois, Bocca, Venezia 1997. Tommaso Trini, definendo quintessenza dell’atto creativo l’in-between, giunge a descrivere in modo quanto mai acuto la condizione di crisi della superficie e dell’idea stessa di confine, intesa nella continuità tra una forma d’arte e l’altra. Per l’autore: «La quinta essenza dell’arte postmoderna sta su una linea di demarcazione infinitamente frastagliata.» Tuttavia oggi, questa, più che frammentaria, appare come un involucro senza contorni definiti che ci circonda ovunque, nelle nostre ‘indefinite’ esperienze estetiche, immerse in una trasformazione sovraestetizzante della società
2. Vincenza Farina, nella sua tesi di dottorato, In-between e paesaggio, condizione e risorsa del progetto sostenibile, Franco Angeli, Milano, 2006, attraverso l’indagine di alcuni selezionati esempi progettuali (Steven Holl, Carme Pinòs, FOA, ecc.) ricorre alla definizione di una strategia in-between in grado di «[...] creare situazioni in cui a prevalere è non già l'oggetto della trasformazione nella sua compiuta determinazione, ma ciò che è tra gli oggetti, tra i frammenti di realtà, ovvero il campo di relazioni mutevoli che legano l'oggetto 'rizomaticamente' da una parte all'ambiente e dall'altra all'uomo. L'In-between - che diventa qui l'evoluzione del concetto già noto in architettura - genera lo spazio di relazione non soltanto tra oggetti architettonici, ma anche tra processi, producendo lo spazio del divenire, della virtualità».
Gianpaola Spirito, invece, nella sua tesi di dottorato, Buchi e interstizi, forme dello spazio intermedio nell’architettura contemporanea (non pubblicata), riconosce l’in-between come concetto interpretativo e strumento conoscitivo per comprendere realtà intermedie. Sono ricercate due forme di spazi, i buchi e gli interstizi, sia come nuove figure dell’attuale disegno metropolitano, sia attraverso una forma di ‘inventario’ dell’architettura contemporanea. «Un numero così vasto di progetti e di opere» prese in considerazione dall’autrice, le permette «[...] di affermare che è in atto una nuova tendenza nell’architettura [...] che fa sì che l’organismo architettonico [...] si trasformi, a seconda delle due forme prese in esame», in un organismo frammentario composto di parti o «[...] in un organismo poroso, aperto, in cui i buchi, [...] per la loro articolazione plastica, i loro dispositivi e le materie prelevate dal luogo divengono emozionali, fenomenologici, affettivi».
3. Jean Baudrillard, Jean Nouvel, Architettura e nulla. Oggetti singolari, Electa, Milano 2003, p. 20
4. Gianni Vattimo, La società trasparente, Garzanti, Milano 2000 (2). Nella riedizione del saggio è aggiunto il capitolo sulla “derealizzazione” e i suoi limiti, in cui l’autore cerca una «[...] una via d’uscita dai nuovi problemi […] posti dallo sviluppo dei media e del loro peso sociale». Egli coglie nel «gioco delle interpretazioni» e nel fenomeno dell’«estetizzazione» (intesa  nei caratteri dello shock e del conflitto) un principio di “derealizzazione”, ossia la possibilità di «[...] un oltrepassamento della metafisica [... latente] nelle nuove condizioni di esistenza che sono determinate dalle tecnologie comunicative». Secondo Vattimo questa chance emancipativa offerta all’esperienza estetica contemporanea, incontra paradossalmente un limite proprio nell’impossibilità di un completo affrancamento dalla realtà. Le istanze concrete delle “leggi di mercato”, servendosi della comunicazione massificata, tendono ad attutire sotto un velo rosato ogni tensione e differenza, immobilizzando il processo di derealizzazione in un gioco “di pura fantasia”, semplicemente opposto alla “realtà”.
5. Jean Baudrillard, Jean Nouvel, Architettura e nulla. Oggetti singolari, op. cit., p. 20.
6. Per Andra Branzi l’architettura radicale capovolge il procedimento tradizionalmente inteso dall’architettura e dell’urbanistica sul piano utopico: «[...] assume l’utopia come dato iniziale di lavoro, e la svolge realisticamente. Concluso il processo, niente resta escluso, tutto si compie, come un atto perfettamente realizzato in se stesso, come pura energia creativa trasformata, senza perdite, in energia costruttiva»; cit. in: Paola Navone, Bruno Orlandoni, Architettura ‘radicale’, «Documenti di Casabella», Milano 1974
7. «La buona architettura dev’essere concepita, costruita e bruciata senza uno scopo precostituito. La più grande architettura è quella dei giochi d’artificio in cui risulta perfettamente espressa la gratuita consunzione del piacere», cit. in: Michele Costanzo, Bernard Tschumi. L’architettura della disgiunzione, Testo & Immagine, Torino 2002, p. 46.
8. Jean Baudrillard, Jean Nouvel, Architettura e nulla. Oggetti singolari, op. cit., p. 14.
9. Cfr. Rem Koolhaas, Francois Chaslin (a cura di), Architettura© della Tabula rasa© Due conversazioni con Rem Koolhaas, Electa, Milano 2003, pag. 88: «[...] la cosa che mi ha colpito fin dal lavoro di DNY […] è la componente schizofrenica di un’epoca che, che da un lato proclama il suo anti-modernismo […], ma che al tempo stesso, fa proprio un gusto popolare, in effetti alimentato anche dai fumetti, che sembra esprimere un’adesione pressoché unanime alla modernità, al piacere di immaginarla. Il fumetto può servirci a bypassare questa situazione schizofrenica, e far accettare delle idee».
10. Cfr., Robert E. Somol, I diagrammi della materia, «Any» n. 23, dicembre 1998, p. 42-47: «Reimmaginare [...] un  progetto sia possibile che desiderabile da un punto di vista postrappresentativo o diagrammatico [...] richiede [...] una visione che concepisca la ripetizione come il divenire dell’altro, come una deviazione piuttosto che come una statica riproduzione [...] In questo modo, progettare (sia un’architettura che un testo o uno studio) significa prima di tutto rendere possibile il verificarsi di un incidente; [...] che predispone lo scenario nel quale la macchina da cucire e l’ombrello possono incontrarsi e produrre un effetto specifico e intenzionale».
11. Con il progetto intitolato Exodus, or the Voluntary Prisoners of Architecture, Rem Koolhaas e Elia Zenghelis, partecipano al concorso “La città come ambiente significante” indetto nel 1971 dall’ADI di Milano e la rivista Casabella. «L’ironia, la fantasia grafica, la provocazione, il collage sono operazioni di violenza sull’immagine della città (quella rassegnata). I disegni [...] invitano a riscoprire la città [...] come fatto vitale»; cit. in: Franco Raggi, Proposte al concorso ADI/Casabella. “La città come ambiente significante”.
12. Cfr. Giovanni Damiani, Continuità, in: Giovanni Damiani, a cura di, Tschumi, Skira, Rizzoli, 2003, p. 159.
13. Jose Alfonso Ballesteros nella voce intermediate places del metapolis dictionary of advanced architecture descrive gli spazi intermedi come condizione per trasgredire una forma eccessivamente tassonomica e sistematica. Creati dall’inevitabile confluenza tra interno ed esterno, questi nascono in ogni punto di incontro, su tutte le superfici limite, tra due diversi strati di materia, tra due luoghi o due diverse funzioni. I luoghi intermedi «[...] sempre con l’aggiunta della loro caratteristica instabilità, che è forse la cosa più eccitante […] sono dinamici, transitori, subiscono modifiche nella loro situazione, nel loro ambiente, nel loro stato fisico. […] La loro indeterminatezza dà luogo al loro bisogno di avvalersi dell’ambiente, che è generalmente uno stato di flusso […] in un costante stato di trasformazione e alterazione. […] la sensazione come mezzo dell’inconscio è lo strumento più appropriato nel nostro viaggio attraverso l’intermedio»; cit. in: M. Gausa, V. Guallart, W. Müller, F. Soriano, F. Porras, J. Morales, The metapolis dictionary of advanced architecture. City, technology, society in the information age, Actar, Barcelona 2003, p. 360.
14. L’in-between appare come una frontiera senza contorni definiti che accoglie in divenire le fantasie che vivono i vuoti urbani, prendendo le proprie forme e funzioni dall’immersione alla deriva, dei corpi (immaginari) che il territorio metropolitano costituisce. Per Elisabeth Grosz: «L’in-between è il solo spazio di movimento, sviluppo e divenire: l’in-between definisce lo spazio di una certa virtualità, un potenziale che minaccia sempre di disordinare le operazioni delle identità che costituisce». Elisabeth A. Grosz, Architecture from the Outside. Essays on Virtual and Real Space, The MIT Press, Writing Architecture Series, Cambridge (Mass.) London 2002 (II), p. 93. In italiano, si veda la recensione di Marco Enrico Giacomelli, Grosz, Elisabeth A., Architecture from the Outside. Essays on Virtual and Real Space, «SWIF, Edizioni Digitali di Filosofia» n. 10, anno IV, giugno 2003.
15. Nell’introduzione a The idea of the town di J. Rykwert in «(Dutch) Forum» n. 3, 1963, Aldo Van Eyck si dichiara d’accordo con l’affermazione di quest’ultimo. In nota 7, Francis Strauven, Un luogo di reciprocità. Casa per genitori singoli ad Amsterdam, «Lotus international» n. 28, 1980, p. 38
16. Robert Venturi, Scott Brown, Steven Izenour, Imparando da Las Vegas. Il simbolismo dimenticato della forma architettonica, Cluva, Venezia 1985.
17. Nello stesso anno Louis Kahn precisa che con il poché egli ha semplicemente “fatto del muro un contenitore invece di un solido.” Louis I. Kahn, Kahn on Beaux-Arts Training, in: «The Architectural Review» n. 928, 1974, p. 332.
L’uso di queste “pareti cave” utilizzate da Koolhaas nei primi progetti (Villa Spear, Miami, 1974; Museo della Fotografia, Amsterdam, 1975) verrà descritto solo più tardi, come una lotta tra “idealismo” e “filisteismo” in cui “la sezione diventa campo di battaglia” e “il bianco e il nero competono per il completo predominio”, in una sorta di “zebra concettuale” che rivolge il “condiviso malessere verso gli impianti quali spire striscianti in un inconscio in espansione”. O.M.A. Rem Koolhaas e Bruce Mau, Last apples, 1993, in SMLXL, The Monicelli Press, New York, 1995. Federico Bilò, a cura di, Ultime Mele, in Antologia di testi su Bigness, progetto e complessità artificiale, edizioni Kappa, Roma 2004, p. 53-57.
18. Colin Rowe, Fred Koetter, Collage City, in: «The Architectural Review» n. 942, 1975. Cit in: Roberto Gargiani, Rem Koolhaas/OMA, Editori Laterza, Gli Architetti, grandi opere, Bari 2006, p. 30.
19. Rem Koolhaas, Immaginare il nulla, in Jacque Lacan, OMA. Rem Koolhaas, Electa, Milano 1990, p. 157.
20. Rem Koolhaas, Delirious New York. A Retroactive Manifesto for Manhattan, Oxford University Press, New York 1978. Trad. it., Rem Koolhaas, Marco Biraghi, a cura di, Delirious New York. Un manifesto retroattivo per Manhattan, Electa, Milano 2001.
21. Prefigurando il principio dello “scisma verticale”, l’illustrazione, disegnata da un vignettista, descrive la possibilità di «[...] un illimitato numero di territori vergini su un unico lotto metropolitano». Per «[...] questa indeterminatezza, [...] a un luogo particolare non potrà più essere associata alcuna funzione predeterminata. [...] -almeno teoricamente- una combinazione imprevedibile e instabile di attività simultanee [...] renderanno la pianificazione un atto di predizione limitata. ‘Progettare’ la cultura è diventato impossibile.» Cfr. Rem Koolhaas, Delirious New York, op. cit., pp. 77-79.
22. Diploma Unit 9, in «The  Projects Review. Architectural Associaton. School of Architecture», 1975-76; in: Roberto Gargiani, Rem Koolhaas/OMA, op. cit., p. 26.
23. Robert Venturi, Complessità e contraddizioni nell’architettura, Dedalo, Roma 1988, p. 99.
24. Aldo van Eyck, Dutch Forum on Children’s Home, «Architectural Design» n. 12, dicembre 1962; «L’architettura dovrebbe essere pensata come la definizione di luoghi intermedi chiaramente definiti. Ciò non implica una infinita posposizione nel rispetto del luogo e delle condizioni, ma una rottura del concetto contemporaneo della continuità spaziale e con la tendenza a cancellare ogni articolazione tra spazi, ad esempio fra interno ed esterno (fra una realtà e l’altra). [...] uno spazio ‘in-between’ rappresenta il campo comune in cui polarità opposte possano divenire di nuovo fenomeni binari».
25. Koolhaas rimprovera loro «[...] il carattere democratico e umanistico» teso a «[...] generalizzare dei casi oltremodo particolari, per erigerli a emblema di casi universali». Cfr. Rem Koolhaas, Francois Chaslin, a cura di, Architettura© della Tabula rasa© Due conversazioni con Rem Koolhaas, ecc., op. cit., p. 51.
26. Herman Hertzberger, Michele Funari, a cura di, Lezioni di architettura, Laterza, Roma-Bari 1996, p. 172.
27. Discorso tenuto da Aldo Van Eyck all’ultimo Congresso CIAM, Otterlo 1959.
28. Georges Teyssot, Soglie e pieghe. Sull’intérieur e l’interiorità, in «Casabella» n. 681, settembre 2000, pag. 33; si può notare che «[...] in inglese between comprende il termine twain (entrambi), che a sua volta si ricollega a twin (gemelli) e a two. Il between è il segno dello spazio che inerisce alla differenza, spazio che contemporaneamente ‘separa’ e ‘tende verso’».
29. La specifica conformazione del nuovo volume vetrato a doppia articolazione, affrancato dall’astratta tipologia della tradizione urbanistica locale e da nostalgici eclettismi post-moderni, pur aderendo alle conformazioni definite dalla linea degli edifici in cui si colloca, ne contraddice allo stesso tempo lo sviluppo rettilineo e continuativo, mettendo in tensione il confine tra la città e lo spazio interno, il vecchio e nuovo, in una congiunzione spaziale e temporale in-between. La verticalità è dissipata attraverso lo sviluppo degli elementi orizzontali delle finestre e dei pannelli; la tradizionale ripida accessibilità è negata dall’espediente di una leggera dilatazione obliqua che passa per la costruzione preesistente e si integra al nuovo tramite l’elemento eccentrico della scala. Allo stesso modo la compattezza è destabilizzata per mezzo del gioco di frammenti urbani riflessi da una limitata superficie specchiante inserita a livello del basamento; e la trasparenza, che avvolge gli ambienti definiti da colori diversi, per meglio articolarne le relazioni tramite il contrasto e le differenze e negare l’anonimia della membrana trasparente, dissimula la piena visibilità del vetro, innescando una sequenziale e modulata accessibilità percettiva ed esperienziale. Cfr. Francis Strauven, Un luogo di reciprocità. Casa per genitori singoli ad Amsterdam, «Lotus international» n. 28, vol. III, 1980, p. 26.
30. Cfr. Liane Lefaive, Puer Ludens-Playgrounds, Amsterdam 1947-61, «Lotus international» n. 124, giugno 2005, p. 72-85.
31. Jean-François Loytard, La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano 1981; con la condizione postmoderna (1979) dagli anni Cinquanta, si assiste, nella nostra ‘industria culturale’, ad uno smantellamento delle ‘grandi narrazioni’ metafisiche (marxismo, idealismo hegeliano, positivismo, metafisiche di carattere religioso) in relazione allo «[...] stato della cultura dopo le trasformazioni subite dai giochi della scienza, della letteratura e delle arti a partire dal XIX secolo».
32. In Francia, già a partire già dal decennio precedente, uno dei filoni filosofici più innovativi, si propone d’interpretare l’invito dell’ultimo Nietzsche a liberare il desiderio, nei termini non più negativi di mancanza (proposti da una tradizione prima religiosa e poi psicoanalitica), bensì quale principio positivo e produttivo di una differenza plurale e positiva, tracciata da molteplici differenze mai riconducibili all’unità. A questa rilettura del pensiero di Friedrich Nietzsche, si rifanno, Michel Foucault, Francois Lyotard, Gilles Deleuze; e ad una declinazione della differenza che si rifaceva, più che a Nietzsche, alla critica di Nietzsche operata da Martin Heidegger, si rifà Jacques Derrida.
33. Peter Eisenman, Blue Line Text, in: Pippo Ciorra, Peter Eisenman. Opere e progetti, Electa, Milano 1993, p. 214.
34. Nella seconda edizione del "Festival della Filosofia", tenutosi all’Auditorium parco della musica di Roma, nel tentativo di una lettura dei "Confini", leitmotiv della rassegna, tra le varie lectio magistralis e tavole rotonde si è indagato sui margini del pensiero filosofico, scientifico, religioso, politico, sociologico, tecnologico, con sconfinamenti attigui nella letteratura, nel cinema e anche nell’arte e nell’architettura. La nozione stessa dei confini, sempre meno riconoscibili e tuttavia sempre più determinanti, porta, in effetti, a chiederci in che modo la disciplina architettonica possa ancora porsi in modo strategico nella realtà. In particolare, si è discusso sul non-luogo, sull’estensione di nuovi fenomeni di urbanizzazione, e su: l’Architettura come identità sospesa. Peter Eisenman e la Filosofia. In tal senso, l’opera di Eisenman, avvalendosi di raffinati strumenti concettuali, anche eccessivamente complessi, appare, senz’altro sul piano del pensiero critico, paradigmatica ad una definizione dei confini, o più opportunamente dei limiti, esistenti 'tra' la teoria filosofica (ma anche quella letteraria, matematica, scientifica) e la pratica architettonica.
35. Marco Biraghi, Progetto di crisi. Manfredo Tafuri e l'architettura contemporanea, Marinotti, Milano 2005, pp. 158-159: «Ma non è affondando nell’'universo dei segni' l’architettura non perde la sua realtà - anzi, è proprio così facendo che la custodisce nella sola condizione in cui essa può continuare ad esistere. [...] quella dimensione dove i segni -come il sesso in De Sade, a cui Tafuri fa esplicito riferimento [ne L'Architecture dans le Boudoir, pubblicato nel 1974 su «Oppositions» riferendosi ai Five e alle opere del primo Eisenman]- istituiscono relazioni esclusivamente tra loro, intraprendono un 'discorso' che essi solo comprendono, racchiusi come sono nella propria gelida separatezza.»
36. Peter Eisenman, Architettura come seconda lingua:i testi del between, in: Peter Eisenman. Opere e progetti, op. cit., pp. 206-210.
37. Peter Eisenman, Fabio Gheresi, a cura di, Nove argomenti per Peter Eisenman, in «Controspazio» n. 1, gennaio-febbraio 1992, p. 13.
38. Peter Eisenman, L’opera totale come sistema aperto, in «Lotus international» n. 123, febbraio 2005, p. 24.
L’autore, introducendo l’idea di figura/sfondo a proposito delle dialettiche architettoniche descrive il Campo Marzio di Piranesi come un disegno urbano in cui il suolo «[...] non è segnato da strade ma piuttosto da complessi di oggetti. Tra i complessi di maggiore dimensione ci sono quelli che si potrebbero chiamare figure interstiziali, vale a dire edifici che sembrano occupare lo spazio (lo sfondo) che divideva un complesso con l’altro. Anche queste figure interstiziali sono invenzioni di Piranesi, sono la soluzione puramente formale di quello che sarebbe stato visto come lo spazio di risulta.» Peter Eisenman, L’opera totale come sistema aperto, op. cit., p. 24.
39. Peter Eisenman, L’opera totale come sistema aperto, op. cit. p. 24.
40. Peter Eisenman, Architettura come seconda lingua, in: Peter Eisenman. Opere e progetti, op. cit., p. 207. Eisenman nel testo, fa riferimento al film di David Lynch, Blue Velvet, del 1986.
41. Non senza equivoci e ambiguità tra la ‘decostruzione’ derridiana e il ‘decostruttivismo’, nel 1988 al MoMA di New York viene lanciata la famosa mostra Deconstructivist architecture, curata da Philip Johnson e Mark Wigley, in cui espongono Peter Eisenman, Bernard Tschumi, Rem Koolhaas, Zaha M. Hadid, Coop Himmelblau, Daniel Libeskind, Frank Owen Gehry.
42. D. Goldblatt, K. B. Jones, Intervista a Peter Eisenman, «Anfione Zeto» n. 2-3, 1988.
43. Gorges Teyssot, Osservazioni ai margini del dibattito tra Alexander e Eisenman, «Lotus international» n. 40, 1983, p. 70.
44. Gianni Vattimo, Le avventure della differenza, Garzanti, Milano 1980, p. 154: «Parlare della differenza può essere solo una scelta del tutto arbitraria, un ‘colpo di dadi’ che risponde, dice Derrida, ad una ‘strategia senza obiettivi’, a una ‘tattica cieca’, e che si può riportare solo al gioco.»
45. Bernard Tschumi, Il piacere dell’architettura, in: Bernard Tschumi, Ruben Baiocco e Giovanni Damiani, a cura di, Architettura e digiunzione, Pendragon, Bologna 2005, p. 78.
46. Roland Barthes, Sade, Fourier, Loyola. Scrittura come eccesso, Einaudi, Torino 1971.
47. Bernard Tschumi, Introduzione, in Architettura e disgiunzione, op. cit., p. 11; Conquistato dalla possibilità che la metropoli possa divenire generatrice di impreviste manifestazioni sociali e culturali, l’autore si interroga su come poter incoraggiare simili sovvertimenti urbani: «Affascinato dal ‘detournement’ delle strade parigine durante il Maggio francese, avevo cominciato ad individuare modelli simili di ‘utilizzo scorretto’ in molte altre grandi città del mondo. Grazie alla concentrazione del potere economico in questi centri urbani, una qualsiasi azione, più o meno pianificata, poteva assumere immediatamente dimensioni inaspettate.»
48. Rem Koolhaas, Francois Chaslin, a cura di, Architettura© della Tabula rasa©. Due conversazioni con Rem Koolhaas, ecc., op. cit., pag. 88; «mi sono sempre chiesto, afferma Koolhaas, perché gli strati di un edificio si chiamino stories» ossia piani o storie, in inglese il termine è uno solo. «Mi ha sempre colpito l’effetto del montaggio prodotto dalla suddivisione di un edificio in piani successivi. Ho sempre pensato che si trattasse dello stesso fenomeno, e che si possa immaginare di strutturare un edificio in sequenze, vuoi previste, vuoi aleatorie». «In architettura c’è sempre un intento di continuità, mentre il cinema si fonda, al contrario, su un sistema di rotture sistematiche ed intelligenti. Il mio coinvolgimento con il cinema deriva soprattutto, dall’affinità che provo con questo procedimento della rottura».
49. Bernard Tschumi, Sei concetti, in Architettura e digiunzione, op. cit., p. 201.
50. Jacques Derrida, Margini della filosofia, Torino Einaudi (2) 1998.
51. Bernard Tschumi, Introduzione, in Architettura e digiunzione, op. cit., p. 19. Per l’autore: «Come pratica e come teoria l’architettura deve importare ed esportare». «Da Foucault a Barthes, dalle attività di Sollers e Tel Quel alla riscoperta di Bataille, Joyce e Burroughs, dalle teorie cinematografiche di Ejzenštejn e Vertov agli esperimenti di Welles e Gotard, dall’arte concettuale alle prime performance di Acconci, un enorme mole di lavoro comprovava tali dissociazioni in architettura.»
In «un recente articolo intitolato ‘Import-export’, pubblicato su Anymore», 2000, Tschumi descrive questa operazione come ciò «[...] che dalle altre discipline viene importato nell’architettura e quello che da essa viene esportato in altre aree di conoscenza». Questo concetto fondativo della sua ricerca «[...] favorisce, ancora, disgiunzioni, trasgressioni, contaminazioni da un campo, da un territorio all’altro, che poi, a loro volta vengono riassorbite, recuperate, integrate»; cit. in: Michele Costanzo, Bernard Tschumi. L’architettura della disgiunzione, op. cit., p. 25.
52. Per Koolhaas «[...] tutte le operazioni odierne rientrano, anche senza volere, nella categoria del Cadavre-Exquis, perché vi si procede per frammenti, con responsabilità discontinue e con la necessità di passare da un ambito all’altro...». Cit. in: Rem Koolhaas, Francois Chaslin, a cura di, Architettura© della Tabula rasa©. Due conversazioni con Rem Koolhaas, ecc., op. cit., pag. 21.
53. I progetti - The Manhattan Transcript di Bernard Tschumi, Exodus dell’OMA, (insieme ad House VI di Peter Eisenman, Micromegas e Chamber Works di Daniel Libeskind e Sixth Street House di Tom Mayne) - sono presentati nella mostra Perfect Acts of Architecture organizzata al Museum Modern Arts di New York, da Jeffrey Kipnis. Cfr. Jeffrey Kipnis, a cura di, Perfect Acts of Architecture, catalogo della mostra, MoMA, New York, Wexner Center for the Arts, Columbus, H.N. Abrams, New York 2001.
54. Bernard Tschumi, Le Fresnoy, Studio National des Arts Contemporains, Massimo Riposati, Paris 1993 (la numerazione delle pp. non compare).
55. Bernard Tschumi, Entretien Bartomeu Marì et Bernard Tschumi, Paris 1993, in: Id., Le Fresnoy, Studio National des Arts Contemporains, op. cit.
56. Cfr. Arnold Hauser, Storia sociale dell’arte, vol. quarto, Einaudi, Torino 1956, p. 247.
57. Bernard Tschumi, Ten Points, Ten Examples, «Any» n. 3, 1993.
58. Paul Virlio, Lo spazio critico, Dedalo, Bari 1998, p. 10.
59. Pierluigi Nicolin, Kazuyo Sejima + Ryue Nishizawa. Il tao di Sejima, in L’anima del Giappone, in «Lotus Navigator» n. 3, luglio 2001, p. 7.
60. Kazuyo Sejima, Spiegazione dei progetti, in L’anima del Giappone, in «Lotus Navigator» n. 3, luglio 2001, p. 8. Come afferma lei stessa: «[...] in ogni progetto lo specifico interesse che riguarda la divisione viene spinto fino a diventare la base dell’intero lavoro».
61. Andrea Branzi, Alessandro Rocca, Lo specchio dell’anima, in: «Lotus Navigator» n. 3, luglio 2001, p. 84.
62. Wim Wenders, Tokyo Ga, 1985, commento fuori campo, San Paolo Audiovisivi. In: Paolo Federico Colusso, Wim Wenders. Paesaggi, luoghi, città, Universale di architettura, Torino 1998, p. 75.
63. Kazuyo Sejima, Ryue Nishizawa, Relazione di progetto, in: Francesco Garofalo, a cura di, Arte futura. Opere e progetti del Centro per le Arti Contemporanee a Roma, Electa, Milano 1999, p. 126. Pubblicato anche in, Kazuyo Sejima+Ryue Nishizawa 1999-2000, in: «El Croquis» n. 99, 2001, pp. 276-287.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
CERROCCHI Daniela
2008-02-14 n. 5 Febbraio 2008


 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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