L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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'Tra' realtà e anticipazioni
Nonostante la distanza presa da Koolhaas (25) rispetto al fenomeno olandese del cosiddetto Dutch Structuralism di Van Eyck e Herman Hertzberger, non poche sono le premesse che la loro poetica apporterà al concetto di in-between. Nella produzione teorica e pratica dei due architetti, l'in-between nasce come lo spazio della soglia, una zona intermedia che interagisce tra ambiti spaziali comunicanti. Appartenendo contemporaneamente ad entrambi, questo "spazio abitabile tra le cose" favorisce il contatto e la relazione tra "mondi diversi" e spazi distinti. Per Hertzberger: «Stabilire un contatto è un po' come la seduzione, con entrambe le parti che hanno pretese identiche sull’altro, sapendo che è possibile ritirarsi in ogni momento. Anche qui le associazioni mentali che vengono evocate in noi dalle immagini contenute nelle nostre coscienze - delle associazioni collettive, potremmo dire- giocano un ruolo decisivo» (26).
Nella poetica di Van Eyck, con l'introduzione del termine filosofico di "intermedio" l'ambito "di ciò che è in-between", in maniera affine a quanto afferma Hertzberger, si sostanzia attraverso un desiderio di reciprocità che egli definisce "fenomeni-gemelli". Gli opposti non sono risolti secondo i principi hegeliani o portati all'estremo nietzscheiano, ma considerati sempre in relazione alla realtà-gemella che ne è stata sottratta (27). Grazie ad una reciprocità di contrasti, la tensione che si crea nella relazione ambivalente degli opposti genera uno specifico in-between, un luogo in cui il gioco vicendevole dei fenomeni-gemelli (28), che in parte si sovrappongono, produce un tessuto di luoghi reciprocamente distinti, validi solo per la loro condizione intermedia di essere in-mezzo. Sospesi nell'enigma della forma.
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Aldo van Eyck, Tree is Leaf
 
Attraverso la ricerca di "una nuova e finora sconosciuta disciplina configurativa", Van Eyck elabora una rappresentazione dei vuoti urbani che ribalta il sistema urbanistico normativo imposto dall'alto, sostenuto dal Ciam, a favore di un approccio dal basso, realista e situazionale, in armonia con quanto assunto dai membri del Team X. Secondo le sperimentazioni elaborate nei Playground, introdotti tra il 1947 e il 1961 nel tessuto di Amsterdam (o nel linguaggio funzionalista liberato dalle pretese macroscopiche, adottato nell'Edifico per giovani ragazze madri (29) del 1975, inserito nel frazionamento tradizionale del Plantage Middenlaan), la città appare come un artefatto composto di frammenti, in cui il vuoto accede in divenire alle potenzialità relazionali attraverso un processo di 'intermediarità' (inbetweening) (30).
L'idea di città come sistema aperto, volto a dislocare ciò che, nel 1923, Theo van Doesburg definiva «la dualità tra spazio interno e spazio esterno» è una concezione che tende a ridefinire le sue parti e i suoi confini secondo la percezione e le esperienze degli abitanti che la vivono. Nella relazione stabilita tra spazio e tempo, realtà e anticipazioni, passato e futuro (considerati sempre come l’altra metà del fenomeno gemellare), lo spazio si avvale dei "morbidi ingranaggi della reciprocità" in una conformazione tipologica che risponde ad una visione della struttura urbana del tutto diversa; una stratificazione archeologica del tessuto urbano, oramai considerato disordinato, vacuo, generico.
 
L'intuizione di Van Eyck, di un pensiero interstiziale e policentrico in-between lontano dalla tendenza all'applicazione di un sistema di assunti preconcetti, ritrova la stessa reazione alle idee aprioristiche e metafisiche del periodo post-bellico proveniente dagli ambienti disciplinari più diversi (filosofico, scientifico, matematico, linguistico, psicoanalitico, artistico, cinematografico). Ad incedere è una condivisa attrazione per la realtà, un interesse per le specificità delle condizioni esistenti, dei contesti e delle situazioni contingenti.
Se già dagli anni Cinquanta si fa strada una crisi delle grandi visioni ideologiche, dei "metaracconti" (31), a favore di una condizione postmoderna delle "micronarrazioni" e dell'individualismo, sarà proprio nella seconda metà degli anni Settanta che il dibattito critico-letterario e filosofico (32), in sinergia con quello architettonico (grazie a personaggi come Tafuri, Germano Celant, Georges Bataille, Roland Barthes, Michel Foucault, Jacques Derrida, Gilles Deleuze, Felix Guattari ed altri ancora) si proporrà d'interpretare una realtà che nega le tradizionali opposizioni dialettiche del pensiero occidentale, per porre alla propria base la pluralità, l'oscillazione e in definitiva l'erosione del principio stesso di realtà.

Magico tracciato
L'arte, e con lei l'architettura, prende atto dell'impossibilità di un progresso regolato dalla storia e rintraccia, all'interno del proprio operare, un principio di decostruzione e messa in crisi del linguaggio come migliore strategia d’attacco alla realtà. Il mondo dei segni si prospetta l'unico dentro cui poter agire: un mondo molteplice, generato dalla sovrapposizione e stratificazione 'archeologica' dei linguaggi.
Da qui, attraverso una critica che in maniera obliqua "incide con il bisturi su un corpo le cui ferite squarciano la compattezza delle costruzioni storiche", Tafuri per mezzo dell'interpretazione quale atto critico, propone un'analisi che mette le mani sulla realtà, afferrando "l'essere-segno come differenza e crisi" per far "emergere quanto si attesta sul confine dei linguaggi". Per Tafuri la semplice analisi di un'architettura che parli solo del suo essere linguaggio "non potrebbe uscire dal circolo magico tracciato dall’opera intorno a se". Il referente, di una lettura tutta interna all'oggetto, "andrebbe individuato negli spiragli, negli interstizi dell'oggetto linguistico. Lo sdoppiamento della critica deve essere qualcosa d’altro di un 'linguaggio secondo', fatto galleggiare al di sopra del testo originario". 
 
La critica è costretta a farsi 'clinica' per coglierne il carattere interstiziale; diviene uno strumento che disseziona il corpo delle verità sottoponendolo ad un'analisi rigorosa. E ciò viene assunto da Eisenman come premessa di argomentazione: se per Tafuri ci sono due tipi di architetto, il mago e il chirurgo, per l’architetto l’essere "chirurghi" diviene il presupposto per un’architettura dell''interstiziale' (33). Una "strategia necessaria" che si serve dello sfasamento tra la forma e il suo tradizionale significato per sospendere e dislocare la percezione cognitiva tra il corpo e la mente.
La teorizzazione di un'"architettura come identità sospesa" (34) spingerà Eisenman ad utilizzare come chiave di lettura della schizofrenia contemporanea una peculiare idea di testo. Un complesso passe-partout (o in-between) tra il codice architettonico e altri sistemi di segni ad esso paralleli (immagini, storia, filosofia, tecnologia), interagenti tramite un processo di deterritorializzazione del segno (secondo la definizione di Deleuze e Guattari) e riterritorializzazione in ambiti diversi da quello di appartenenza.
In tale presupposto d'interdisciplinarità, la qualità relazionale e la tonalità interstiziale implicita nella nozione di testo assunta da Eisenman, rende manifesta, come già nella sua precedente ricerca (vicina al post-strutturalismo americano della seconda metà degli anni Settanta), una volontà di rinuncia alla lingua e ai segni come luogo esclusivo, dove oggetti e corpi, lontano dalla propria presenza fisica, sono proiettati sullo stesso piano della realtà astratta, elevati a tracce di un movimento "derealizzante". Una dimensione in cui, abolito il "piano del divenire", l’architettura è costretta in uno "spazio virtuale" (35) dove i segni paiono custoditi in un discorso che solo loro comprendono, confinati un linguaggio secondo dell’architettura che rischia di rimanere una malia anestetizzante rigorosamente sospesa nel magico tracciato dell'opera, valevole solo per sé stessa.  
 
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Man Ray, Portrait imaginaire de D.A.F de Sade, 1938 / Peter Eisenman, Assonometria della House II (Casa Falk), Harwick, 1969-70

Eisenman dunque, con l’intento di allontanarsi dai propri estenuanti giochi sperimentativi, contro lo storicismo post-moderno e il consumismo imperante, formula un linguaggio de "l’architettura come seconda lingua"(36) alla maniera di un "testo interstiziale" che "avvolge la realtà e ne è, allo stesso tempo, contenuto".
Il testo, come totalità in sé chiusa e de-limitata da uno spazio di assoluta intelligibilità, si apre alla lettura di un testo altro, un "resto" non circoscrivibile da sempre contenuto al suo interno che incessantemente ne fessura i margini. In senso a tali implicazioni, l'architetto americano, analogamente alle intenzioni di Derrida di mettere sous rature le verità assolute della metafisica occidentale, inscrive sul piano del linguaggio la decostruzione delle tradizionali opposizioni dialettiche. In ordine alla visuale d’angolo dell’infinito gesto di interrogazione e riscrittura, implicita nella différance derridiana, egli intende tracciare l’instabilità di "qualcosa tra". Per Eisenman: «La nozione di 'between' è il tentativo di suggerire il superamento della [...] polarità di valori che costituisce l’essenza della dialettica. [...] Non è qualcosa all’interno del sistema di valori, è 'fra' il sistema di valori: non lo rinnega, ma non lo afferma.» (37)

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Giovan Battista Piranesi, Ichnografia, pianta del Campo Marzio dell’antica Roma, 1761-1762

Nel senso non tanto fondante, quanto sfondante (di una collocazione su uno sfondo) l'architettura si incarica di proporre simultaneamente ad ogni passaggio l'oggetto e il suo fondamento, sottoponendolo ad una molteplicità di letture e interpretazioni: una strategia di dislocazione che va a conficcarsi tra le nozioni privilegiate di contesto e di presenza estetica. Una possibile combinazione di spazio e tempo, dislocazione e fatto, reale e virtuale offre la possibilità, come in uno spazio-disegno piranesiano (38), di perdersi con la fantasia tra l’ordine decostruito e affastellato di figure dominanti. Per Eisenman: «Ciò rappresenta una rottura della contrapposizione dialettica in base alla quale gli edifici stanno come oggetti su uno sfondo. Qui c’è qualcosa che si potrebbe definire un’urbanistica della figura/figura: una combinazione di storia come fatto e di storia come fantasia, di edificio come fatto e di edificio come fantasia, una combinazione che mette in discussione, in un solo disegno, la contrapposizione tra forma e funzione» (39). Attraverso le figure interstiziali, l'immaginazione può in tal senso giocare liberamente, destabilizzando il tempo storico e l’ordine gerarchico sovrimposto alle cose, evidente nell’immediata relazione con l’immagine visuale genericamente resa in superficie.
Per mezzo di sfioramenti e sovrapposizioni l’oggetto architettonico si offre alla discontinuità di un tempo sospeso tra passato e futuro, similmente a quanto accade nella dissolvenza sfocata e virtuale del linguaggio cinematografico (40). Nel film, il gioco di sfasamento temporale tra suono e immagine determina, nella giustapposizione delle due strutture, una narrativa e l’altra cronologica, un "qualcosa d’altro" rispetto alla narrazione: un testo interstiziale. Vale a dire, un "testo in-between" recepito come la condizione necessaria per una lingua seconda dell’architettura: la sola valida per non arrestarsi sul confine magico ed autoreferenziale del linguaggio, ma 'tra' i linguaggi, occupando il "tempo interno" all'oggetto.

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Peter Eisenman, veduta dall'alto / vista esterna, Wexner Center for Visual Arts and Fine Arts Library, Ohio, 1983-89
 
Eisenman sperimenta così, nel Wexner Center for Visual Arts and Fine Arts Library della Ohio State University, del 1983-89, un'architettura decostruzionista (41) che si libera dalla stratificazione virtuale della carta, per far emergere lo stato di sospensione temporale e di ambiguità propria dei testi interstiziali, già anticipato per alcuni aspetti, nel Complesso di abitazioni e servizi del Checkpoint Charlie a Berlino del 1981-1985.
Nonostante l'artificiosità postmodernista che affiora nella finzione di alcune torri in forma di frammenti ricostruiti e un atteggiamento che si rivela per alcuni aspetti destruttrante e manchevolmente poco relazionale, il progetto per il Wexner Center, attraverso un gesto minimo, essenzialmente strategico, integra 'tra' le due costruzioni preesistenti e contigue del campus un'impalcatura reticolare "effimera e duratura ad un tempo", che destabilizza e disloca nel momento stesso le comuni nozioni di continuità e discontinuità, interno ed esterno, aperto e chiuso; ma anche di presenza e assenza, unità e modularità, forma e funzione.
I tagli praticati sugli edifici dalla struttura, costituita da due corridoi allineati rispettivamente alla grigia stradale e a quella interna al campus (ruotata rispetto alla prima di 12 gradi e mezzo), attraverso un'operazione di scaling, creano un in-between, un luogo che non è né completante fuori e neppure dentro (né superficie e, neppure fondo). Restituendo un legame fisico e simbolico tra la città e il campus universitario, il complesso, nei circa 130.000 mq utili, integra spazi per l’arte contemporanea, esposizioni permanenti e temporanee, allestimenti sperimentali e performance, un teatro, un film center, una biblioteca, ambienti commerciali e di servizio.
Il confine e la percezione degli edifici si diffrangono aprendosi al vuoto: lo spazio interstiziale in-between si rivela un resto non circoscrivibile; un «luogo pieno di resti» (42).


 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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