L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

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Lo spessore dell'abitare pubblico

Federico De Matteis 

Il tema dello “spessore della città”, di cui questa raccolta di scritti intende essere una riepilogazione, si propone come possibile toccasana per le tante situazioni “sottili” che i territori urbani contemporanei presentano. Il ridotto spessore, al di là di una qualità fisica e tangibile, si sostanzia frequentemente nella mancanza, occasionatasi nel tempo, di contenuti per le strutture esistenti, o di quella compattezza che, nella pratica del progetto urbano, si configura quale condizione fondante per l’adeguato svolgersi della vita metropolitana.
Il carattere “sottile” delle città italiane non è soltanto un fatto statistico o demografico: si può, al contrario, osservarne da vicino le manifestazioni negli innumerevoli luoghi abbandonati, segno evidente della crescita metastatica dell’urbanizzazione a partire dal dopoguerra, nella quale l’eccesso del nuovo ha voracemente fagocitato il territorio, lasciando alla pratica del riuso appena minimi margini di applicazione.
Nel “mare magmatico” dei territori metropolitani italiani, saccheggiati da ondate successive di edilizia speculativa, accrescimenti frammentari e pianificazioni troppo deboli per riuscire a generare “effetto città”, soltanto alla scala del “quartiere”, in alcuni casi, si è individuata una condizione differente, in cui sussiste il potenziale per coniugare felicemente spazio reale e spazio sociale. È questa la città dell’abitare pubblico, ovvero i tanti complessi di edilizia residenziale realizzati nel corso del Novecento.
Ben si conosce la case history di degrado e fallimento di molti di questi quartieri, a partire dalle borgate pasoliniane della Roma postbellica, dove il disagio sociale degli insediamenti informali veniva direttamente traslato nei “casermoni” prudentemente distanziati dai quartieri borghesi, dando subito vita a ghetti proletari, fino a più recenti ma non meno disastrose esperienze di cattiva gestione dei Piani di zona della Legge 167/1962.
Allo stesso tempo, nonostante il portato gravoso – e ancora oggi chiaramente leggibile – di questa storia recente, molti dei quartieri fatti di sole “case popolari” mantengono, rispetto all’infima qualità urbana di molte zone residenziali private delle periferie, la riconoscibilità di un impianto spaziale ordinato, una più adeguata densità insediativa, nonché, spesso, la preziosissima disponibilità di spazi aperti, potenziale luogo di addensamento di nuovi contenuti materiali o immateriali.
Mentre in vari contesti europei la riqualificazione del patrimonio di social housing sta progressivamente entrando nel novero delle pratiche di governance urbana, in Italia soltanto ora, lentamente, sta iniziando a prendere piede un dibattito sull’argomento. Dibattito, purtroppo, fortemente connotato da prospettive ideologiche, frequentemente propugnato da attori politici che demagogicamente indicano nella sostituzione dei grandi quartieri residenziali degli anni Settanta la strada per l’affermazione di un più moderno (ma in realtà estremamente reazionario) modello di città “tradizionale” (1).
Rispetto a questi “salti in avanti” della politica militante, le amministrazioni e gli enti di gestione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica mostrano notevoli difficoltà nello “stare al passo”, riducendo, ancora oggi, qualsiasi ipotesi di riqualificazione a poco più dell’ordinaria manutenzione di stabili spesso fatiscenti e ormai del tutto inadatti a rispondere alle mutate esigenze dell’abitare contemporaneo. Pochissime, sinora, le iniziative nelle quali si è tentato, attraverso progetti pilota, di sperimentare strategie di più ampio respiro, che coniugassero i temi tecnologici a effettive ipotesi di miglioramento della qualità complessiva dei quartieri (2). Sebbene recentemente si sia iniziato a discutere delle modalità di implementazione del “Piano casa” sul patrimonio residenziale gestito dalle ATER, emerge chiaramente il limite conclamato di tale normativa: un’attenzione esclusivamente limitata ai volumi edilizi come ambito privato, che trascura, senza alcuna remora, il potenziale fondante dello spazio collettivo come luogo di svolgimento della vita urbana.
È su questo ragionamento che si può innestare una riflessione sul tema dello “spessore” dei quartieri dell’abitare pubblico. Una prima considerazione si lega allo spessore semplicemente inteso come dimensione trasversale di un edificio: dall’esiguità degli spessori costruttivi solitamente adoperati nell’edilizia del secondo dopoguerra, infatti, è emersa l’esigenza di introdurre un ispessimento degli involucri per garantire migliore coibentazione e quindi una maggiore efficienza in termini di prestazioni energetiche. Proprio questi interventi, a partire dall’inizio degli anni Novanta, hanno prodotto i primi esiti di un certo interesse in merito alla trasformazione degli edifici residenziali (Fig. 1). L’ispessimento fisico può anche fornire l’occasione per una riconsiderazione sostanziale dell’immagine architettonica: modificare la serialità iterativa di certi impianti di facciata producendo sistemi linguistici più articolati, rafforzare la relazione tra l’edificio ed il parterre, o anche incrementare la varietà tipologica delle abitazioni significa contribuire ad una crescita dello spessore nella sua accezione metaforica (Fig. 2).
Sempre considerando lo spessore nella sua interpretazione letterale, la sezione dei corpi di fabbrica ci fornisce un’ulteriore chiave di lettura, questa volta legata all’organizzazione tipologica degli edifici: l’accrescimento di tale sezione, operato ad esempio attraverso l’aggiunta di serre solari quali dispositivi ambientali e per l’incremento della superficie utilizzabile degli alloggi, va a incidere sia sull’immagine architettonica, sia sul funzionamento interno delle strutture (Figg. 3-4). Al contrario, in alcuni casi la riduzione di spessore può essere utilmente introdotta per migliorare la qualità ambientale degli spazi interni.
Sottile, a volte, è anche l’estetica urbana di alcuni quartieri dell’abitare pubblico, caratterizzati da immagini architettoniche memori di portati ideologici pesanti, incapaci di istituire un vero processo di identificazione da parte degli abitanti dei quartieri. Tuttavia alcuni felici esempi di trasformazione edilizia nelle città della ex Repubblica Democratica Tedesca dimostrano come persino i famigerati quartieri realizzati con il sistema di prefabbricazione pesante WBS70, caratterizzati da una forte monotonia, possono essere ripensati sotto forma di edifici residenziali più prossimi alla sensibilità contemporanea (Figg. 5-6).
La forte industrializzazione edilizia sviluppatasi in Germania e Francia durante gli anni Sessanta e Settanta non ha avuto un analogo riscontro nella realtà produttiva italiana. Un numero relativamente ridotto di esempi realizzati, basato in genere su soluzioni sperimentali spesso di alta qualità, non è riuscito a “fare scuola” e dare vita a genealogie di quartieri residenziali. Se da un lato questo ha prevenuto la proliferazione di quartieri basati sulla costruzione “di massa”, dall’altro ha dato vita ad una molteplicità di interpretazioni costruttive e linguistiche sofisticate, un vero e proprio repertorio semantico tutt’altro che sottile, ma che rende chiaramente più complessa qualsiasi ipotesi di trasformazione sistematica.
Ma più grande ancora è l’impatto che una diversa idea di “spessore” può produrre sullo spazio della città dell’abitare pubblico. Deducendo strategie dalla pratica contemporanea del master planning e dell’housing sociale, gli edifici e gli spazi collettivi dei quartieri sono stati sottoposti a modificazioni attraverso la realizzazione di nuove strutture, o anche solo tramite la diversa attribuzione funzionale o di gestione. Se da un lato si tratta di incrementare la densità edilizia di alcune aree a bassa intensità di uso, dall’altro la loro riattribuzione funzionale può portare ad un più felice svolgimento della vita urbana. Paradigmatica, da questo punto di vista, l’ormai classica esperienza di riqualificazione del grande quartiere residenziale di Bijlmermeer ad Amsterdam. Un processo di trasformazione durato più di un decennio, che ha incluso una revisione sistematica dell’impianto urbanistico, l’introduzione chirurgica di nuove strutture e funzioni, nonché l’intervento diretto sugli edifici esistenti, ha portato quello che era un tempo un “ghetto” della città olandese ad una condizione di grande attrattività urbana (Fig. 7). Il successo dell’operazione Bijlmermeer, in cui la governance delle dinamiche urbane ha rivestito un ruolo di primo piano, è stato dettato in innanzi tutto dal notevole incremento della densità, sia di edifici sia di attività, rispetto alla condizione originaria.

Quanto sinora è stato illustrato facendo riferimento ad alcuni esempi di successo proveniente dall’Europa settentrionale testimonia la potenziale efficacia delle operazioni di riqualificazione per l’incremento di quel combinato di fattori relativi alla vitalità urbana che qui viene sintetizzato attraverso l’idea di “spessore della città”. È possibile, a tutti gli effetti, trasformare i “territori sottili” dei quartieri di edilizia residenziale pubblica in “città spesse”: occorre, per fare questo, operare su più fronti, investendo non solamente la sfera edilizia con la trasformazione degli edifici, bensì anche quella della governance, coinvolgendo nel processo di modificazione tutti gli attori interessati, dalle pubbliche amministrazioni agli enti di gestione, dagli uffici tecnici agli abitanti dei quartieri, ecc. Solo attraverso l’interazione preventiva e adeguatamente gestita tra le parti è possibile evitare l’instaurarsi di conflitti successivi.
Per questo motivo, probabilmente, una pratica che si sta rapidamente diffondendo altrove stenta ancora a trovare spazio in Italia, dove le possibilità di dare luogo a interazioni significative tra diversi attori risultano sempre particolarmente onerose e difficilmente percorribili. L’atavica mancanza di risorse finanziarie a disposizione delle ATER rende inoltre questi enti dei soggetti “deboli”, incapaci di intervenire pariteticamente in un rapporto di collaborazione con i soggetti privati nell’interesse della collettività. Infine, la natura ancora del tutto sperimentale di queste operazioni, mai sviluppate su scala significativa nel nostro Paese, le rende una terra incognita per gli imprenditori, che continua a preferire – e quindi a fare pressione sui soggetti pubblici – la nuova edificazione residenziale, causa primaria dello sprawl delle città italiane.
In questo complicato quadro, appare tuttavia lampante quanto molti interventi di adeguamento non siano ulteriormente procrastinabili: il patrimonio italiano di edilizia residenziale pubblica sta letteralmente cadendo a pezzi. Assicurare la sua sopravvivenza per il prossimo futuro non è solamente una questione legata all’efficienza energetica o alla funzionalità, ma spesso direttamente all’incolumità degli abitanti e per garantire un decoro minimo degli spazi pubblici. Per fare sì che questo processo venga innescato in maniera significativa anche in Italia, è indispensabile individuare delle procedure ad hoc che possano garantire a tutti – amministrazioni, gestori, abitanti e imprenditori – la certezza dell’esito ed il rispetto dei tempi. Solo così è possibile superare le resistenze dei privati, rendendo gli interventi di riqualificazione economicamente appetibili, nonché quelle degli abitanti, per i quali la garanzia della disponibilità dell’alloggio anche durante e dopo la realizzazione degli interventi rimane una priorità assoluta. Lo studio delle soluzioni architettoniche e costruttive, quindi, deve andare di pari passo con l’individuazione dei più appropriati strumenti di gestione del processo, o sotto forma di rivisitazione di esistenti, ovvero come sviluppo di nuove pratiche specificamente pensate per questo scopo.
Il quadro di riferimento per queste operazioni è, in Italia, ancora tutto da costruire. La consapevolezza del potenziale dirompente per il miglioramento della qualità delle città è ancora molto limitata, ma il crescente interesse per gli aspetti dello spazio urbano che definiscono l’abitare pubblico potrà forse, progressivamente, portare i quartieri dell’abitare pubblico ad essere luoghi privilegiati per sperimentare in concreto le strategie per la promozione dello “spessore della città”.

Note
(1) Fra i numerosi casi di cui la cronaca degli ultimi anni si è occupata occorre ricordare la demolizione delle “Vele” di Secondigliano, nonché, più recentemente, il dibattito intorno all’ipotesi di sostituzione dei Piani di zona Corviale e Tor Bella Monaca a Roma.
(2) Il concorso bandito dall’ATER di Roma per la riqualificazione del Piano di zona Tiburtino III, vinto dallo studio spagnolo Espegel – Fisac, rappresenta una prima ipotesi di un progetto pilota che comprenda, in un’ottica di sistema, la trasformazione degli involucri edilizia, l’incremento degli spazi residenziali sfruttando gli ambiti liberi, nonché la riqualificazione degli spazi aperti.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
DE MATTEIS Federico 2012-07-01 n. 58 Luglio 2012
 
Hortus

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