L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Spazi altri  

Esperienze di autorecupero, riattivazione e riorganizzazione dello spazio mediante l’autocostruzione  

Alfonso Giancotti

Con sempre più frequenza mi capita, recentemente, di riflettere sulla natura del rapporto che insiste tra ricerca, formazione e progetto: ambiti che, in ragione del loro stesso significato, sono esplicitamente destinati a sovrapporsi, integrarsi, intersecarsi, ma soprattutto contaminarsi.
La verifica dei potenziali momenti di contatto e contagio tra questi ambiti ha consolidato l’opinione che uno dei fattori determinanti per la definizione di questo rapporto possa risiedere nella caratteristica, propria della disciplina dell’architettura, di collocarsi a cavallo di una sottile – quanto indeterminata – linea di margine.
Una linea che divide le discipline scientifiche da quelle umanistiche: quelle discipline che afferiscono in buona parte rispettivamente ai territori della ragione, in virtù della natura logico-analitica, e a quello dell’invenzione, che potremmo definire di natura espressiva.
La componente analitica e la componente espressiva, riferibili alle dimensioni oggettive e soggettive del pensiero – progettuale e non – potrebbero essere allora lette come i due elementi attraverso i quali il rapporto tra ricerca, formazione e progetto delinea e declina la propria affascinante quanto sinergica ambiguità.
Negli ultimi anni, inoltre ho personalmente costatato come l’attività didattica abbia sensibilmente influenzato la mia attività progettuale attraverso la scoperta dell’utilità, sotto il profilo metodologico, di provare a scomporre, all’interno del processo che governa un progetto di architettura, la dimensione logico-analitica da quella espressiva: una scomposizione che si rivela, al momento, come un efficace strumento di controllo di scelte e strategie.
Non di meno la scomposizione delle due dimensioni si rivela, nell’elaborazione di una ricerca scientifica, un altrettanto utile strumento di analisi e lettura.
Il senso del lavoro del quale in questa sede si presentano gli esiti, risiede nella volontà di misurare l’evidente complessità del dualismo tra ragione e invenzione – all’interno dei campi della didattica, della ricerca e del progetto (antitetici e complementari al contempo) – con il tema della costruzione.
Più precisamente si tratta di esperienze di autorecupero – mediante autocostruzione – di organismi e spazi inseriti all’interno di tessuti urbani consolidati condotte con gli studenti della Facoltà di Architettura di Roma.

La pratica dell’autorecupero nella città di Roma si configura come uno strumento di rilevante attualità sin dal momento in cui è stata disciplinata dalla legge regionale n. 55 del 1998 che stabilisce, di fatto, la possibilità di recuperare e riutilizzare immobili pubblici in disuso a fini residenziali per porli a disposizione di utenze di natura peculiare.
Un provvedimento che rappresenta, di fatto, l’esito di continue lotte e contestazioni per il diritto alla casa: una legge indirizzata a precari, giovani coppie, famiglie sotto sfratto, studenti, immigrati con regolare permesso di soggiorno e residenti in Italia da almeno dieci anni, categorie, in sintesi, che non abbiano un reddito superiore al limite fissato per l’accesso alle liste per l’assegnazione di alloggi popolari.
Lo stesso provvedimento, nello stabilire la possibilità di usufruire di immobili pubblici in disuso, definisce le modalità di attuazione da parte dei futuri utenti una volta che si sono raggruppati in cooperativa: all’amministrazione pubblica l’onere del costo per il recupero delle parti comuni dell’organismo, ai futuri inquilini l’onere del recupero degli spazi degli alloggi attraverso l’autocostruzione.



Le potenzialità connesse a questo specifico provvedimento sono state indagate in occasione del primo dei casi di studio presentati, legato all’esperienza didattica condotta come relatore della tesi di laurea elaborata da Pietro Catarinella avente per tema il riuso di un immobile in via del porto fluviale a Roma.
Nello sviluppo di questo tema, la peculiare natura della ricerca architettonica ha imposto la costruzione di un percorso partecipativo con i reali utenti del complesso.
Il progetto, infatti, si configura come l’esito di un processo sinergico nel quale la sensibilità e l’autonomia del progettista non hanno potuto, per necessità, prescindere dal coinvolgimento effettivo degli occupanti dell’immobile, al fine di meglio accoglierne esigenze, istanze e aspirazioni all’interno di un contesto socio-antropologico assai articolato.
Un contesto in rapporto al quale le scelte di natura espressiva, chiamate a rappresentare nella più armonica delle maniere possibili le differenti esigenze e il peculiare universo di ogni singolo utente, circoscrivono, tuttavia, un saldo sistema di regole di carattere logico-analitico in grado di garantire all’intero intervento un rilevante carattere di organicità.
Volendo verificare l’iter seguendo un procedimento inverso è possibile rileggere anche la costruzione di un sistema di regole di composizione dello spazio dell’abitare, definito attraverso l’ipotesi di utilizzo di tecnologie elementari e reversibili, il più possibile aperto ad accogliere esiti formali distanti e differenti tra loro.
In sintesi una ricerca nella quale il punto di partenza e quello di arrivo, all’interno del percorso progettuale, perdono ogni valore di carattere semantico.



Il valore reale di questa esperienza, di natura puramente didattica, ha suggerito la possibilità di amplificare questa ricerca attraverso una serie di workshops all’interno dei quali gli studenti stessi potessero coincidere con i soggetti deputati fisicamente alla realizzazione del progetto, elaborato chiaramente sulla base delle esigenze espresse dagli occupanti reali degli spazi presi in esame.
Si tratta di sperimentazioni condotte mediamente con un numero compreso tra i 25 e i 30 studenti, ciascuna della durata circa di una settimana, di fatto riconosciute come attività di tipo didattico.
Un sintetico inciso: la pratica dell’autorecupero trova inevitabilmente applicazione all’interno di ambiti prevalentemente non convenzionali. Si tratta di spazi genericamente dimenticati, sicuramente ibridi, anomali sotto il punto di vista della loro legittimità, dei modi d’uso, del regime di proprietà, del senso che la comunità gli attribuisce all’interno delle dinamiche urbane.
Spazi altri, compresi all’interno dello spessore della città, inseriti quindi all’interno di un tessuto urbano.

La prima di queste esperienze interessa il recupero di uno spazio all’interno della sede di Valle Giulia della Facoltà di Architettura occupato dagli studenti stessi in occasione dei movimenti dell’autunno del 2010: un caso di studio la cui singolarità risiede nella coincidenza delle figure dei progettisti con quelle degli utenti nonché, naturalmente, dei soggetti deputati alla costruzione.
Il workshop, dopo una riflessione preliminare sulla natura e sul carattere degli spazi per il lavoro e la formazione, ha preso avvio da un’attenta mappatura e dal conseguente censimento di tutti i materiali dismessi e abbandonati all’interno della facoltà che, una volta presi in consegna, è stata di fatto liberata di quanto in disuso e depositato al proprio interno.
L’auto recupero è stato condotto sulla base di linee guida per il ridisegno e la riorganizzazione dello spazio che ne garantisse un’elevata fruibilità e flessibilità, misurata sulle esigenze definite degli studenti stessi.
Appare anche chiaro come la dimensione partecipativa che governa questo genere di attività imponga la definizione di scelte progettuali prevalentemente di natura programmatica: tali scelte, infatti, dovendo accogliere le suggestioni di un numero elevato di potenziali progettisti, configurano una sorta di meta progetto che, pur definendo fisicamente gli spazi e la loro destinazione d’uso, consenta di poter lasciare a ogni singolo gruppo un certo grado di autonomia all’interno dello specifico ambito fisico nel quale è chiamato a operare.
L’elemento centrale della composizione è stato identificato in una superficie verticale mobile che permettesse di modificare la consistenza fisica dell’invaso esistente per meglio rispondere alle esigenze di carattere funzionale e dimensionale in riferimento alle differenti e possibili prassi d’uso nel corso del tempo; una scelta che ha permesso di indagare il principio della flessibilità d’uso e, conseguentemente, della natura e delle caratteristiche di neutralità di uno spazio al fine di amplificarne la duttilità.
Nella seconda fase del workshop gli studenti, suddivisi in gruppi, hanno progettato e realizzato soluzioni specifiche per i differenti ambiti evidenziati dalle linee guida: ogni giornata è terminata con un momento collettivo di confronto per permettere all’intervento di mantenere un discreto carattere di organicità.
Un’esperienza, condotta con molti degli studenti dei primi anni della Facoltà di Architettura, che ha permesso di fissare uno degli esiti maggiormente indicativi nel campo dell’autorecupero: il valore della riappropriazione di un luogo attraverso il suo riuso, anche semplicemente restituendogli le sole accessibilità e fruibilità.


All’interno di questi lavori è chiaro come l’esperienza diretta della costruzione permetta agli studenti di valutare da subito l’importanza che assume – all’interno del processo di trasformazione del pensiero in materia – il momento nel quale il progetto accetta, in maniera ineludibile, tutti i limiti che l’atto del costruire impone.
Al principio dei workshop, infatti, viene stabilito a priori come la pratica del costruire escluda ogni accezione del riciclo come espressione di una forma arte di natura figurativa.
Al contrario, è suggerita l’applicazione di tutti quei passaggi necessari dal momento in cui si decide di riutilizzare uno o più elementi: dall’individuazione e dall’analisi delle caratteristiche del materiale stesso fino alla destituzione della sua funzione originaria mediante la restituzione dello stato neutrale di materia prima in grado, a quel punto, di assolvere la nuova funzione che il progetto gli ha attribuito per ri-configurare lo spazio.

Queste considerazioni possono assurgere a premessa per la presentazione del secondo dei casi di studio, estremamente articolato in ragione del contesto ambientale e urbano nel quale si colloca l’organismo recuperato mediante auto costruzione: il Cinema Teatro Volturno a Roma.
Nato come sala cinematografica negli anni venti del secolo scorso, su progetto dell’architetto Arnaldo Foschini che ne trasforma l’originaria destinazione di bagni pubblici, il cineteatro è stato un costante punto di riferimento per il teatro di rivista e per il varietà prima di essere adattato in sala per spettacoli a luci rosse e, infine, abbandonato a un costante e continuo degrado da oltre 10 anni. Più volte oggetto di potenziali operazioni di speculazione edilizia l’edificio è stato occupato, da circa tre anni, dal “Coordinamento Cittadino di lotta per la casa”.
Il workshop è stato svolto in due fasi differite nel tempo di circa sei mesi e della durata di una settimana ciascuna, sulla spinta del collettivo Reworkshow, composto da studenti della Facoltà di Architettura che oggi ha consolidato il proprio impegno operando con costanza e autonomia all’interno di scenari urbani a forte impatto sociale.
La prima parte del lavoro ha interessato l’analisi del manufatto, dei caratteri storici e tipologici e, infine, delle corrette modalità di recupero dell’organismo mediante la disciplina del restauro, attraverso il contributo di docenti della facoltà come Donatella Fiorani e Giorgio Muratore.
Questo approccio ha permesso di identificare, con maggiore chiarezza e consapevolezza, le strategie di un possibile recupero di carattere transitorio, temporaneo e specialmente reversibile – in ragione della limitatezza dei mezzi economici a disposizione – con l’obiettivo di rendere il più possibile fruibile questo spazio dalle realtà che lo abitano.
Alla conoscenza attraverso lo studio dei documenti è stata affiancata un’attività di conoscenza diretta condotta mediante un’attenta mappatura degli spazi esistenti per verificarne la qualità e le possibilità di recupero.
Una mappatura degli spazi e dello stato del degrado, opportunamente documentata da una compagna fotografica che, se da un lato ha costituito il materiale per una mostra fotografica permanente aperta alla città, dall’altro ha permesso di individuare i successivi criteri di sviluppo delle attività del workshop.
Criteri coincidenti con la selezione di tre differenti scale di intervento che, di fatto, sottendono tre differenti tematiche e tipologie di approccio collegialmente denominate, al termine della fase conoscitiva, come “macro”, “micro”, “mini”.
La scala “macro” ha interessato la riattivazione dell’invaso centrale del cinema teatro, originariamente adibito a platea.
L’odierna centralità e il ruolo di fulcro di questo spazio sono stati affermati attraverso la realizzazione di una serie di schermature disposte lungo i margini; una di queste, concepita e realizzata attraverso un sistema di pannelli mobili semitrasparenti, permette un’elevata flessibilità d’uso degli ambiti adiacenti.
Uno spazio centrale che si offre come luogo per eventi, neutro, ma allo stesso tempo “totale”, libero da ostacoli, in quanto definito da sole superfici verticali perimetrali.
La scala “micro” ha invece interessato la valorizzazione di una serie di spazi accessori all’organismo, ampiamente degradati, in disuso, disposti tuttavia secondo un sistema di relazioni gerarchiche rispetto alla sala dei quali gli studenti, attraverso il recupero, hanno compreso le logiche di funzionamento, il loro significato e valore all’interno del complesso architettonico.
La scala “mini” ha visto, infine, piccoli gruppi di studenti operare attraverso attività di manutenzione ordinaria, essenziali per restituire la piena fruibilità e l’uso dell’intero organismo, nonché attraverso la progettazione e la realizzazione di contenute installazioni di natura puntuale.
La seconda settimana del workshop è stata dedicata alla risoluzione di criticità di carattere tecnico e formale al fine di migliorare la funzionalità e la qualità degli ambienti. Le lavorazioni condotte dagli studenti hanno interessato la demolizione e il rifacimento degli intonaci fatiscenti e relativa ritinteggiatura delle pareti, il ridisegno delle luci e il conseguente adeguamento impiantistico del complesso, nonché la rifunzionalizzazione del bar e della cucina.

Oggi il cinema teatro manifesta, quasi a rilevare la vicinanza con stazione Termini, la sua vocazione di luogo di transito per tutti i soggetti che lo fruiscono: compagnie teatrali, gruppi musicali, cittadini riuniti in assemblea, migranti che ricevono assistenza da parte di professionisti di associazioni no-profit, ma anche collettivi studenteschi.


Una ricerca che è stata condotta, in sintesi, al fine di superare la nozione statica del concetto di funzione come semplice attribuzione aprioristica di un nome a un determinato spazio, attraverso la sostituzione di quest’ultima con la nozione dinamica di “evento”, inteso come sommatoria di azioni che si compiono in un luogo o che ancora il luogo stesso induce a compiere, in ragione del disegno che per esso è stato elaborato e di seguito realizzato.
Una specifica riflessione riguarda l’aspetto organizzativo.
La necessità di raggiungere un obiettivo chiaro in tempi compressi impone una serrata organizzazione sia sotto il profilo della sicurezza degli studenti stessi (in ragione del loro elevato numero) sia per rafforzare i principi che definiscono il legame tra progetto e costruzione.
La presa di coscienza di come l’organizzazione di un cantiere sia strettamente connessa alle scelte progettuali ha avvicinato gli studenti alla comprensione delle esigenze che l’atto del costruire impone permettendo loro, al tempo stesso, di misurare le proprie capacità e la propria identità in rapporto alle differenti sensibilità di tipo organizzativo.

Queste considerazioni aprono all’ultimo caso di studio che interessa invece la realizzazione di un’installazione semipermanente finalizzata alla riattivazione di uno spazio pubblico aperto nel quartiere Prenestino.
Questa esperienza, che si inserisce all’interno della biennale sull’abitare critico tenutasi all’interno del Forte Prenestino, un centro sociale occupato e autogestito dal 1986, è stata condotta grazie all’impegno del collettivo Orizzontale, un gruppo composto prevalentemente da studenti e dottorandi della Facoltà di Architettura di Roma, e di Luca Reale, docente di progettazione.
Il Forte Prenestino è oggi un punto di riferimento cittadino in ragione delle iniziative culturali e musicali, politiche, culturali, sociali che promuove e di tutte le campagne e mobilitazioni cui aderisce.
Il workshop è stato strutturato in due momenti: una prima fase ha interessato lo smontaggio, opportunamente documentato, di un’installazione realizzata dal gruppo Raumlabor Berlin in occasione della mostra “Re-cycle Strategie per l’architettura, la città, il pianeta” nel vuoto antistante il museo Maxxi di Roma.
Grazie alla collaborazione fornita dal museo tutti questi materiali di riciclo sono stati trasferiti, unitamente ad altri materiali presenti nei magazzini e destinati alla dismissione, nell’area dove è stato realizzato, nel corso della seconda fase, l’intervento di costruzione oggetto del workshop.
L’area d’intervento, situata all’interno di un parco, si configura come un ambito di transizione tra la città e lo spazio autogestito del forte.
L’impianto progettuale è stato realizzato, in accordo con gli occupanti al fine di coglierne la necessità di riqualificare un invaso chiaramente indeterminato (sotto il profilo funzionale e spaziale), mediante una composizione che pone l’accento sulla natura centrale di questo vuoto attraverso una sistema radiale composto da elementi che si configurano, a tutti gli effetti, come degli episodi in grado di favorire lo sviluppo di azioni e relazioni tra i fruitori del Forte.
Gli elementi della composizione altro non sono che delle piattaforme lignee rivolte verso il fulcro centrale dell’area da cui parte l’asse di accesso al Forte stesso , per le quali, in ragione del numero elevato di attività che si compiono nelle ore serali, è stato elaborato un attento studio delle luci artificiali.
La morfologia dell’invaso esistente ha richiesto, inoltre, una particolare applicazione degli studenti della definizione delle scelte di ancoraggio delle piattaforme al suolo vegetale.

É possibile affermare, in conclusione, come queste esperienze, a prescindere dall’esito formale, abbiano permesso ai partecipanti di recuperare una dimensione etica della pratica dell’architettura, strettamente connessa con l’ineludibile tema della costruzione fisica di un progetto. Un percorso nel quale il tema del costo diventa un fattore del progetto, al pari della ricerca della qualità e della piena funzionalità e fruibilità degli spazi o, ancora, dell’opportunità di conseguire un siffatto obiettivo mediante l’apprendimento di tecnologie elementari in grado di circoscrivere un significativo momento di carattere formativo.
Importante sottolineare, infatti, come tutti questi interventi siano integralmente a costo zero, realizzati prevalentemente attraverso materiale di scarto presente in situ ovvero reperito in altri depositi o ricoveri.
Un modello di lavoro, quello sperimentato attraverso questa serie di esperienze, che si è rivelato molto efficace nell'economia dell'intero progetto, in ragione della forte carica motivazionale legata a una modalità di partecipazione dal basso che ha prodotto nei partecipanti un forte senso di coesione con la comunità cui l’intervento era indirizzato.
Uno strumento assai utile per quanto attiene la sensibilizzazione delle capacità umane all’interno dell’esperienza di un progetto di architettura, la capacità di saper ascoltare, di accettare la logica della condivisione, che significa anche accettare il compromesso come strumento di crescita.

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
GIANCOTTI Alfonso 2012-07-01 n. 58 Luglio 2012
 
Hortus

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Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

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Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

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Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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