L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Lo spessore della città alta zero  

Annalisa Metta 

Provando a visualizzare l’idea di spessore associata alla città, l’immagine che metto a fuoco con maggiore immediatezza è una serie numerosa di sezioni che, tagliando con indifferenziata esattezza geometrica tanto gli edifici quanto i vuoti, restituiscono i rapporti tra le coordinate ortogonali dell’estensione orizzontale e dell’altezza. Lo spessore della città sarebbe dunque la distanza contenuta tra altrettanto numerose coppie di linee, quella del suolo e quella dell’orizzonte: gli edifici vi emergono con le loro elevazioni; i vuoti, al contrario, risaltano come spazi a sviluppo verticale nullo, dove le due linee del suolo e dell’orizzonte si toccano.
Spessore ha anche un’altra accezione di uso comune, quando si riferisca alla sostanza, al peso, alla qualità dei contenuti, in questo caso rivolti al testo urbano. Ecco, allora, che contro ogni evidenza geometrica, la condizione di tangenza tra suolo e orizzonte può non annullare affatto lo spessore della città, limitandosi a far tendere a zero l’altezza della sua architettura.
Spostandoci dall’astrazione immaginativa alla percezione concreta dello spazio urbano, è possibile verificare che è proprio in questa condizione di limite – geometrico e concettuale – che la tensione a esplorare l’infinitesima e incommensurabile estensione dello spessore sovente produce le condizioni più interessanti del progetto della città contemporanea.
Numerosi studi hanno evidenziato l’interesse e l’utilità per il progetto urbano di misurarsi con lo spessore del suolo negli spazi aperti, indagandone le variazioni dal bassorilievo alla dalle (Giedion, 1961; Secchi, 1986; Ruby, 2007) e mettendo in luce il potenziale spaziale delle increspature, degli slittamenti, delle pieghe, dei leggerissimi cambi di quota (Viganò, 1999). Non si intende qui riprenderne e ripercorrerne gli argomenti, ma spingersi al limite dell’assoluta bidimensionalità, dove nessuna ordinata, neppure minima, possa aiutare a definire uno spessore in termini geometrici. Lo spessore cui ci si vuol riferire è perciò del tutto immateriale e aleatorio, non misurabile con gli strumenti della geometria ma con quelli dell’immaginazione e ciò nonostante (o proprio per questo) in grado di generare spazio: è lo spazio definito tra il piano di calpestio della città e le azioni, i comportamenti, le situazioni che si producono quando il piano viene abitato, giacché la superficie acquista spessore alla sola condizione che sia attivata.
In tal senso lo spessore è sempre mutevole: è prodotto dall’affastellarsi di stratificazioni bidimensionali di segni, linguaggi, codici, significati, materiali, situazioni, comportamenti. È la continua riscrittura dell’esistente con sovrapposizioni nel tempo reciprocamente escludenti o inclusive. Lo spessore è proiettato e sintetizzato sulla superficie, non risultandone ridotto, ma compresso, dunque densificato.
Un semplice cambio di qualità di superficie orizzontale può modificare profondamente lo spazio e costruire un’architettura rispetto alla quale esiste un dentro e un fuori. È l’espediente del tappeto, quale dispositivo di attivazione delle superfici che, con un’altezza minima, genera uno spazio di cui si percepisce la concretezza, mettendo in bilico le stesse idee di «stabilità della superficie, limitazione del campo, bidimensionalità del piano … utilizzando le proprietà dell'espansione, della rotazione o dello scorrimento» (Michaud, 2012). Come un tappeto, la scrittura e il tatuaggio sul suolo enfatizzano la bidimensionalità come spessore tanto effimero quanto fisicamente presente e percepibile. L’estensione, i materiali, le trame sono gli elementi che determinano le relazioni con l’intorno. Lo spessore è situazione prima ancora che luogo. La superficie si fa spazio o, meglio, si fa architettura come spazio mentale (Bocchi, 2011).
La pratica della scrittura del suolo – frequente nel progetto del paesaggio contemporaneo, al punto da divenire cifra di taluni autori, come Kristine Jensen o NIP Paysage – non altera l’altezza ma modifica lo spessore. Spazializza la superficie, conservandone l’altezza nulla ma amplificandone la profondità. Non ha niente a che vedere con le ricerche avanguardiste sulla de-formazione dell’immagine né con la tradizione barocca dell’anamorfosi. È pura stratificazione progressiva di layer autonomi, collassati nello spazio ma traslati nel tempo. Dalla stratificazione della bidimensionalità in termini di affastellamento di codici che inducono comportamenti e azioni diverse, sovrapposte o alternative, deriva, infatti, la necessità di misurare lo spessore nella dimensione del tempo e non solo dello spazio. Vocazioni multiple, talvolta persino contrastanti, possono convivere giacché poste su coordinate temporali diverse, consentendo il sovrapporsi ciclico o occasionale di usi plurimi. Far crescere lo spessore dello spazio aperto non significa, allora, produrre luoghi tranquillizzati o tranquillizzanti, ma spesso al contrario vuol dire forzare le contraddizioni per generare nuove condizioni di qualità e socialità.
Tra le specie di spazi aperti (Lambertini, 2006) delle città, i parcheggi a raso più di altri possono esemplificare le potenzialità della superficie urbana con spessore on demand. I parcheggi, in genere luoghi urbani negletti o subalterni, possono essere campo privilegiato per verificare alcuni tra i paradigmi più ricorrenti nel progetto degli spazi pubblici contemporanei: la molteplicità di identità, estetiche, vocazioni, usi contenute in un piano bidimensionale, nella città alta zero.
I parcheggi sono spazi urbani della modernità. Nati agli albori del Novecento, hanno inciso in modo determinante nell’architettura della città moderna e ampiamente contribuito a ridisegnare la città storica. In pochi decenni, agli inizi del XX secolo, il parcheggio divenne una componente indispensabile del paesaggio urbano e dell’immaginario collettivo, indissolubilmente legato all’automobile che, ferma o in movimento, fu allora emblema del progresso e della democrazia.
Esaurita da tempo la fase eroica del mito, nella cultura contemporanea i parcheggi sono diventati meri spazi tecnici di servizio, parte delle infrastrutture che permettono alla macchina urbana di funzionare. Spazio banale, ordinario, ripetitivo e comune, il parcheggio a raso è una sorta di figlio illegittimo dell’architettura e del paesaggismo, termometro di quanto il progetto dello spazio aperto si sia spesso allontanato dalla realtà, rifugiandosi nella dimensione elitaria e talvolta pavida dei paesaggi d’eccezione.
Il parcheggio, di fatto, è uno spazio semplice – non deve essere altro che un contenitore ben organizzato di vetture – che ben presto ha assunto la fisionomia di paesaggio semplificato che «… non manifesta problemi né sorprese; … non possiede alcune delle ambiguità, delle contraddizioni e delle complessità che danno senso e valore al paesaggio prodotto dall’uomo. Nel paesaggio semplificato non ci sono significati nascosti, solo ovvietà e separazioni tra differenti funzioni in differenti unità» (Relph,  1976).
Immaginare in che modo un parcheggio possa incidere sulla qualità dell’habitat urbano richiede di ribaltare questo scenario; di superare l’idea che i parcheggi siano una categoria spaziale autonoma rispetto all’insieme degli spazi aperti delle città; di considerarli come dei luoghi dove sono possibili stratificazioni di senso, linguaggio e comportamenti; di ripensarli, dunque, come spazi pubblici e come paesaggi di spessore (Fig. 1). Sono spazi pubblici, in quanto, con evidenza, ad uso della collettività. Se tradizionalmente tale uso si è limitato alla sola sosta degli autoveicoli, sempre più spesso i parcheggi si offrono come spazi ibridi, flessibili e multifunzionali, anche per appropriazioni spontanee con modalità informali e in tempi alternativi a quelli degli automobilisti. Sono paesaggi, dotati di una propria figuratività. Dobbiamo a fotografi, cineasti e scrittori un forte anticipo nella capacità di diagnosi estetica e semantica dei parcheggi come tessere sensibili nelle sequenze di senso dei paesaggi urbani. Sono paesaggi, anche e non secondariamente, perché sede di relazioni latenti ma incessanti tra elementi naturali e manufatti, anche alla scala del micro-paesaggio, dove vegetazione e animali stabiliscono condizioni di equilibrio, talvolta inaspettate, con la presenza dell’uomo e dei suoi accessori. Così scrive Paula Meijerink: «Un’area di parcheggio generico è puro spazio: un piano nero spinto ai suoi limiti assoluti, diffidente verso ciò che è naturale, locale e autentico: un dipinto di Agnes Martin divenuto realtà allorché le linee sottili di un disegno a matita si trasformano in un’organizzazione totalitaria dello spazio veicolare (Fig. 2) … Come costruzione dello spazio orizzontale, il parcheggio è l’archetipo architettonico del paesaggio a due dimensioni … Un parcheggio vuoto è una rarità. Per la maggior parte del tempo pullula di vita. In ogni momento, sul tappeto monolitico di bitume si accomoda una quantità infinita di automobili, visitatori, attività, personaggi, abitudini e comportamenti diversi: il parcheggio è il paesaggio pubblico americano della fine del XX secolo. L’Europa ha le sue piazze, l’America i suoi parcheggi … Il parcheggio non è nulla di diverso da ciò che è: un paesaggio bidimensionale senza pretese, che assorbe l’interazione sociale. Se in generale i manufatti architettonici e gli spazi aperti cambiano e rispondono agli stimoli per essere espressione di una cultura in evoluzione, l’architettura del parcheggio è rimasta immutata, non indagata, una terra culturale di nessuno» (Meijerink, 1998).
Numerose esperienze di pratiche spontanee di riappropriazione e risignificazione dei parcheggi e, negli anni più recenti, progetti e realizzazioni d’autore testimoniano che è in corso un cambiamento di stato del parcheggio da «asettica e an-estetica infrastruttura di servizio e complemento del sistema della mobilità» (Lambertini, 2006) a rinnovata risorsa per qualificare il paesaggio urbano. Consentono di verificare la fragilità del modello monofunzionale e documentano la necessità di saper riconoscere e nominare nuovi spazi ibridi: parchi - parcheggi; piazze - parcheggi; strade - parcheggi; playground - parcheggi, che continuamente si ricombinano attraverso contaminazioni spaziali e temporali, modificandosi di pari passo il loro spessore. Esperienze di arte urbana organizzate o spontanee (come gli interventi di Bates Y&R a Copenhagen, 2007 (Fig. 3) o le opere di Klaus Madlowski (Fig. 4)) propongono i parcheggi come nuove figuratività urbane, come paesaggi grafici e come architetture bidimensionali in continua evoluzione nel tempo.
I parcheggi possono essere molto più che luoghi dove stipare automobili. Da questo punto di vista, gli Stati Uniti, come rilevava Meijerink, ci offrono un repertorio di opportunità sconosciuto in Europa.


È noto il fenomeno dei festival estemporanei di musica Bluegrass, in cui gruppi di musicisti di questo genere musicale si ritrovano nei parking lot per condividere jam session aperte a tutti (Fig. 5). Nelle periferie di molte metropoli, sono da tempo diffusi i parking party di teenager, raccontati dalle fotografie di Rachel Feierman e da molti brani o video musicali di grande successo tra i giovani.
Per molti americani i parcheggi sono anche luogo della condivisione di riti legati al cibo, come a Somerville, Massachusetts, dove il “Brunch in the Square” è diventato l’appuntamento della domenica per gli abitanti delle aree intorno al parcheggio di Union Square che vi si ritrovano utilizzandone parte come una sala da pranzo condivisa all’aperto, che l’amministrazione allestisce con sedie e tavoli da giardino. L’esempio è stato seguito da molte altre città, come Los Angeles, dove è possibile seguire su internet il programma dei brunch in the parking itineranti. Sempre negli Stati Uniti è da tempo invalsa l’abitudine – allo sguardo europeo probabilmente assai stravagante – dei tailgate party, i picnic consumati nei parcheggi degli stadi prima e dopo le partite di football, utilizzando il portellone posteriore dell’auto come piano d’appoggio (Fig. 6). Joe Cahn, promotore di una delle principali associazioni di tailgater americani dichiara: «Il tailgate è l’ultima incarnazione possibile dell’idea americana di vicinato, dove nessuno chiude la porta, tutti sono pronti a condividere il cibo, gli utensili da cucina e il pallone per una partita improvvisata» (Ben-Joseph, 2012).
Situazioni analoghe accadono, ovviamente, ovunque nel mondo, adattandosi alle necessità e alle consuetudini locali. Nel 2007 le foto di Rebecca Blackwell della scuola - parcheggio dell’aeroporto di Conakry, in Guinea, hanno fatto il giro del mondo (Fig. 7). In un paese in cui solo un quinto dei 10.000.000 di abitanti ha regolare accesso all’elettricità, molte delle più banali attività quotidiane, tra cui svolgere i compiti a casa per gli studenti, sono molto faticose se non impossibili. Il parcheggio dell’aeroporto internazionale, unico spazio pubblico della città dove l’illuminazione artificiale è sempre disponibile, tutti i pomeriggi all’imbrunire è il luogo di ritrovo per centinaia di ragazzi in età scolare: il parcheggio diventa un’immensa sala di studio all’aperto.
Gli esempi sono innumerevoli, a partire dai mercati che, da Los Angeles a Nairobi a Roma, attivano parcheggi sottoutilizzati con straordinarie iniezioni di fervente vivacità, o dai playground reinventati nei parcheggi vuoti degli ipermercati alle porte delle città, come accade a Prato, dove i cingalesi organizzano tornei di cricket nel parcheggio del cinema multisala cittadino nel giorno di chiusura (Lambertini, 2006).
Molte di queste pratiche possono apparire lontanissime dalle nostre abitudini, applicazioni provocatorie di “binomi fantastici” fuoriuscite da un racconto di Rodari. Ciò che possiamo desumerne non è l’uso specifico che si lega a consuetudini e costumi altri, ma lo stimolo a immaginare i parcheggi non più come spazi monofunzionali ma come luoghi di potenziale aggregazione, incontro, socialità.
Come può il progetto essere ricettivo rispetto a questi stimoli e immaginare un nuovo modo di supportare e sollecitare queste attivazioni per generare nuovo spessore urbano?
Seppure possa apparire un ossimoro, conferire spessore al suolo significa spesso enfatizzare la bidimensionalità del piano e attribuire ad esso autonomia figurativa. Questo può realizzarsi, ad esempio, forzando il moltiplicarsi di rappresentazioni e sovrapponendo codici diversi, mescolando letture funzionali e figurative/analogiche (come già ci mostravano, a metà degli anni Novanta, le immagini di Alex McLean con lo stratificarsi in un medesimo spazio di parcheggi e campi sportivi) (Fig. 8).
Questo è il caso, ad esempio, di alcuni progetti di Topotek 1 giocati sull’ambiguità della doppia coppia informazione/connotazione e spontaneo/programmato, entrambe instabili rispetto alla coordinata temporale. Molto noti sono i progetti berlinesi. Kaiak Market Parking a Köpenick (Fig. 9) trasforma un lotto del centro storico in attesa di edificazione e spontaneamente utilizzato come parcheggio sterrato in uno spazio plurale – piazza, mercato, playground e appunto parcheggio – ricorrendo a due soli elementi di progetto: il suolo, dipinto in varie tonalità di rosso, su cui è impressa la trama deformata di un sistema di stalli numerati e un enorme ombrello parasole, la cui apertura o chiusura segnala l’alternarsi degli usi prevalenti nello spazio. Nel ridisegno del parcheggio condominiale di Flämingstrasse (con Gabi Kiefer) (Figg. 10-11), Topotek 1 sovrappone alla segnaletica propria del parcheggio quella di un playground composto dall’accostamento di diversi schemi di gioco. Lavorando solo con la grafia, mantenendo nulla l’altezza del suolo, lo spessore si moltiplica, accogliendo usi e abitanti diversi. Il progetto ricorre ai segni, ai colori, ai codici del lessico stradale, intrecciandoli in un inedito paesaggio grafico. Le linee che delimitano gli stalli si  sovrappongono o alternano ai layout ludici generando un sistema complesso ricco di nuove ipotesi interpretative, a loro volta in grado di innescare nuovi comportamenti e nuove relazioni. L’esito, come sostengono gli stessi autori, è un’estetica conflittuale immaginata per forzare, ogni giorno, nuovi negoziati riguardo le vocazioni e le identità, stabili e/o temporanee, dello spazio urbano condiviso.


Risultato analogo persegue Pascal Cribier lavorando su un registro molto diverso nella piazza - parcheggio - mercato di Bonnelles a Yvelines (Figg. 12-13), ove in uno spazio lastricato di cemento introduce una filigrana di prato a indicare il passo degli stalli ma soprattutto a generare un disegno optical di grande energia, la cui forza figurativa definisce uno spazio unitario, provocando continuamente la progressiva messa a fuoco del punto di vista del pedone, racchiuso e sostenuto da un suolo prezioso per trama e non per materiali, ricco di accadimenti e situazioni.
Progetti come questi, assieme alle numerose manifestazioni di azioni urbane creative (realizzate da Collective ETC, Coloco, Espacio Elevado al Publico in varie città europee e da altri autori, tra cui Michela Pasquali, nell’ambito della manifestazione Parking Day, celebrata a Torino lo scorso 3 giugno, come in passato fu a Firenze) dimostrano la potenziale ampiezza dello spessore di questa specie di spazi (Fig. 14).
La loro continua, parziale, estemporanea, imprevista trasformazione – prodotta dagli interventi più diversi, dei visitatori, degli utenti, degli artisti di strada, della vegetazione o dell’acqua – è uno degli elementi più salienti per una loro caratterizzazione progettuale come spazi attivi/attivati della scena urbana contemporanea.
I parcheggi possono assimilarsi a microspie di sistemi ben più articolati e complessi di spazi critici ma anche di spazi delle opportunità da saper diagnosticare e immaginare con nuove ipotesi inventive. Pertanto, l’indagine su di essi può essere terreno di coltura per una ricognizione critica e operativa più ampia sui tanti vuoti a perdere delle nostre città, sugli «strati urbani in attesa di occupazione» (Marini, 2011) che ben esemplificano. Spazi - strati che ci chiamano a un impegnativo esercizio di sguardo a partire da un profondo e urgente rinnovamento del paradigma percettivo, interpretativo e rappresentativo dei paesaggi quotidiani. Spazi - strati che, con i loro usi, designati o imprevisti, possono essere dei laboratori privilegiati dove sperimentare nuove pratiche di densificazione a zero cubatura delle relazioni spaziali, sociali, ambientali, economiche delle città, lavorando sulla accumulazione di segni e significati che non possono avere nulla di velleitario giacché fondati sull’evidenza della necessità di un progetto indifferibile per il paesaggio ordinario.



Bibliografia

BEN-JOSEPH E., Rethinking a lot. The design and culture of parking, Boston, The Mit Press, 2012.
BOCCHI R., Strutture narrative e progetto del paesaggio, in S. Marini, C. Barbiani (a cura di), Il Palinsesto paesaggio e la cultura progettuale, Macerata, Quodlibet, 2011.
CRIBIER P., Itinéraires d'un jardinier, Paris,  Xavier Barral Editions, 2009.
FOLKERTS T., Topotek 1 Reader, Melfi, Libria, 2008.
GIEDION S., Breviario di architettura, Torino, Bollati Boringhieri, 2008 (1961).
LAMBERTINI A., Fare parchi urbani. Etiche ed estiche del progetto contemporaneo in Europa, Firenze, University Press, 2006.
MARINI S., BARBIANI C. (a cura di), Il Palinsesto paesaggio e la cultura progettuale, Macerata, Quodlibet, 2011.
MEIJERINK P., Le stationnement générique, in “Inter” 1998, 69, pp. 34-35.
MICHAUD P. A., Tappeti volanti, Mostra presso l’Accademia di Francia a Roma, maggio-ottobre 2012.
RELPH E., Place and Placelessness, Londra, Pion, 1976.   
RUBY A., RUBY I., Groundscape. El reencuentro con el suelo en la arquitectura contemporánea, Barcelona, Gustavo Gili, 2007.
SECCHI B., Progetto di suolo, in “Casabella”, 1986, 520, pp. 19-23.
VIGANÒ P., La città elementare, Milano, Skira, 1999.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
METTA Annalisa 2012-07-01 n. 58 Luglio 2012
 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
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Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

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