L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Lo spessore e il riciclo dei Siti di Interesse Nazionale

Chiara Rizzi  

Nella lingua italiana il termine “spessore” può avere almeno tre significati diversi. Esso indica la distanza tra due superfici maggiori ed opposte di un corpo, le qualità culturali o intellettuali di un qualsiasi soggetto, ed ancora un elemento che viene introdotto per colmare una distanza tra due parti. In chiave processuale “dare spessore” può voler dire, quindi, tanto colmare un vuoto quanto dargli un nuovo senso.  Se consideriamo il riciclo come «un’azione ecologica che spinge l’esistente dentro il futuro trasformando gli scarti in figure di spicco» (Ricci, 2011) possiamo affermare che il riciclo del paesaggio è sicuramente un processo “di spessore” tanto in termini fisici che culturali.
Vi sono dei contesti in cui la questione emerge con particolare evidenza: i siti contaminati possono essere sicuramente annoverati tra questi.

I siti contaminati in Italia

In Italia ci sono 57 Siti di Interesse Nazionale (SIN). Individuati e perimetrati con Decreto del Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare d’intesa con le regioni interessate, essi interessano una superficie di 1.800 kmq di aree marine, lagunari e lacustri e 5.500 kmq di aree terrestri, che equivalgono a circa il 3% dell’intero territorio nazionale (Fig. 1).

Fig. 1 - L’area totale dei SIN marini equivale al doppio della somma del lago di Garda e della laguna di Venezia, mentre quella dei SIN terrestri equivale alla somma delle province di Lodi, Pavia e Milano. Elaborazione da Greenpeace

Si tratta di aree in cui l’inquinamento di suolo, sottosuolo, acque (sotterranee e superficiali) è talmente diffuso e grave da essere considerato un pericolo non solo per l’ambiente naturale, ma anche per la salute pubblica. I comuni interessati dai SIN sono oltre 300, per un totale di circa 9 milioni di abitanti. Le regioni italiane con il maggior numero di siti inquinati sono la Lombardia (7 aree) e la Campania (6 aree), la Sardegna (445.000 ettari) e ancora la Campania (345.000 ettari), quelle con le aree contaminate più estese (1). In termini di estensione, le aree maggiori sono: il litorale Domitio Flegreo - Agro aversano, il bacino del fiume Sacco, il Sulcis e Casale Monferrato. In particolare, il sito del litorale Domitio si estende per circa 180 mila ettari, ovvero il 12% del territorio regionale ed include 77 comuni delle provincie di Napoli e Caserta, per un totale di circa 1 milione e mezzo di abitanti. Esso inoltre comprende una serie di aree inquinate “emblematiche”, fra cui il sistema di canali dei Regi Lagni, opera di bonifica risalente al XVII secolo e importante esempio di ingegneria idraulica, oggi utilizzati per sversamenti di sostanze inquinanti di ogni genere; o il famigerato sito di Taverna del Re, sorto come area per lo stoccaggio temporaneo di ecoballe e trasformatosi in una vera e propria discarica fuori controllo (non si ha nessuna certezza del tipo di rifiuto contenuto nelle balle e non vi è alcun impianto di captazione né del metano, né del percolato).
Oltre ai SIN, il Vademecum del 2011 redatto dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale individua ben 15.000 siti potenzialmente contaminati di competenza regionale, 2.000 in più rispetto a tre anni prima.

Dalla bonifica al riciclo, dall’ambiente al paesaggio

I siti contaminati in generale e i SIN in particolare non sono altro che gli scarti di una modernità basata sul paradigma dello sviluppo e della crescita, sono uno dei segni più evidenti e tangibili depositati sul territorio dall’attuale crisi economica ed ecologica. Una crisi che fa i conti anche con la sostanziale incapacità di dare risposte concrete ed efficaci alle istanze di cambiamento. Ancora una volta sono i numeri a fotografare questa incapacità: solo per il 16% della superficie totale è stata avviata la caratterizzazione, cioè quell’insieme d’indagini necessarie a definire l’assetto geologico e idrogeologico, verificare la presenza di contaminazione nei suoli e nelle acque e sviluppare un modello concettuale del sito. Per quel che riguarda la fase più propriamente progettuale, le percentuali scendono drasticamente: solo lo 0,19% delle aree ha un progetto preliminare approvato e appena lo 0,40% ha un progetto definitivo approvato. Infine, la percentuale dei SIN bonificati o svincolati è pressoché nulla, e si riferisce per lo più a due soli SIN: Sulcis e Litorale Domitio - Flegreo e Agro Aversano. (Confindustria, 2009). Le ragioni di tale situazione sono da ricercare in una crisi che non è soltanto economica, ma anche e soprattutto culturale. Infatti, se da un lato essa sta modificando rapidamente e profondamente valori, desideri, aspettative, dall’altra mette in luce la necessità di definire nuovi paradigmi e modalità operative.
Siamo di fonte a quella che Thomas S. Kuhn definirebbe una "rivoluzione scientifica", in cui le questioni emergenti non possono essere più affrontate con i paradigmi di quella che egli definisce scienza normale.  Le crisi, ancora secondo Kuhn, sono una condizione preliminare necessaria all’emergere di nuove teorie e «la transizione da un paradigma in crisi ad uno nuovo … è tutt’altro che un processo cumulativo, che si attui attraverso un’articolazione o un’estensione del vecchio paradigma. È piuttosto una ricostruzione del campo su nuove basi … Durante il periodo di transizione, vi sarà una sovrapposizione abbastanza ampia, ma mai completa, tra i problemi che possono venire risolti col vecchio paradigma e quelli che possono essere risolti col nuovo. Ma vi sarà anche una netta differenza nei rispettivi modi di risolverli. Quando la transizione è compiuta, gli specialisti considereranno in modo diverso il loro campo, e avranno mutato i loro metodi e i loro scopi» (Kuhn, 2009).
Il passaggio dal concetto di territorio – come sistema di misure – a quello di paesaggio, inteso più che come sistema di valori nel senso espresso dalla Convenzione Europea del Paesaggio, come «un grande contenitore di processi distinti in almeno cinque diversi tipi: processi biologici, processi ecologici sensu strictu, processi cognitivi, processi culturali ed infine processi economici»  (Farina, 2004) rappresenta lo sfondo concettuale in cui questo cambio di paradigmi si va definendo. La recente traslazione dal contesto ambientale a quello ecologico  delle discipline che si occupano delle trasformazioni dei paesaggi antropizzati, prime fra tutte l’urbanistica, costituisce uno dei campi più fertili per l’elaborazione di nuovi paradigmi.
La contemporaneità chiede al progetto non solo di risolvere aspetti ambientali, ma anche di essere sensibile al contesto, sostenibile ed ecologico, di creare nuovo valore senza consumare ulteriori risorse. In questo senso la bonifica ambientale dei SIN è solo una parte del problema, la sua soluzione è una condizione minima ma non sufficiente perché le aree contaminate acquistino un nuovo valore e un nuovo senso.

Recycling Bussi  

Il sito SIN di Bussi sul Tirino, in Abruzzo, si trova in prossimità della confluenza del fiume Tirino con il Pescara. Esso rappresenta la porta sud del Parco Nazionale del Gran Sasso, nonché il limite nord del Parco Nazionale della Majella. Nella parabola della sua esistenza è racchiuso un secolo di storia del nostro Paese; dalla fase pioneristica della chimica di inizio Novecento, alla crescente pervasività dei prodotti di sintesi nella vita quotidiana nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, fino all’attuale crisi. Ripercorrere la storia di quest’area e delle sue produzioni equivale a raccontare un’idea di progresso che ha lasciato ferite profonde non solo sul suo territorio e il suo ambiente, ma anche sulle comunità che la abitava e continua a farlo.
Dare a quest’area una nuova storia e un nuovo corso vuol dire, necessariamente, rifondare la grammatica della sua narrazione. Un progetto di rifunzionalizzazione o riqualificazione sarebbe null’altro che un atto di resistenza a quel cambiamento che la crisi attuale rende urgente ed inevitabile. Un cambiamento che coinvolge tanto i processi economici quanto quelli culturali ed ecologici e che quindi non può che essere tradotto in un progetto di paesaggio. Riciclare Bussi vuol dire attivare processi che, a partire dalla soluzione delle questioni emergenti, cioè di quelle ambientali, siano in grado di produrre cultura, ecologia, economia, in un’unica parola, paesaggio. La strategia ambientale, se veicolata attraverso un progetto di riciclo,  può produrre effetti diretti ed indiretti anche sulle altre componenti strutturali e funzionali del paesaggio, e trasformare la particolare vulnerabilità del contesto in una opportunità (Fig. 2).

Fig. 2 - L’area di Bussi Officine. Stato dei luoghi. Fonte: Workshop “Acqua e siti inquinati, diritti e salute per i cittadini", Facoltà di Architettura di Pescara

Il polo chimico di Bussi Officine inizia le sue attività produttive nei primi anni del secolo scorso con l’avvio del primo impianto italiano per l’elettrolisi del cloruro di sodio. In pochissimo tempo Bussi divenne il primo centro industrializzato d’Abruzzo e i suoi abitanti si trasformarono rapidamente da contadini e artigiani in operai. Il fiume, la S.S. Tiburtina Valeria e la ferrovia Pescara - Roma, decretarono il successo e lo sviluppo dello stabilimento. Durante la Prima Guerra Mondiale la produzione si trasformò a fini bellici e così a Bussi si produssero il ferro-silicio per le corazze delle navi, i clorati per gli esplosivi e l’iprite, il terribile gas usato nella guerra chimica. «Nel 1921 la svolta definitiva per Bussi Officine con la Società Elettrochimica Novarese che portò alla completa industrializzazione della Val Pescara» (Biancardi, Lotti, 2008).
Nel Ventennio fascista l’idrogeno e l’azoto divennero i simboli del “genio italiano” e delle risorse nazionali e fu proprio a Bussi che si produsse sia l’idrogeno che permise al dirigibile Norge di raggiungere il Polo Nord sia l’azoto che era destinato a cambiare le nostre produzioni agricole.
Un’altra tappa importante per la Bussi dell’Italia del boom economico sono gli anni Sessanta; è infatti in quegli anni che lo stabilimento diventa di proprietà della Montedison. L’Italia cresce e così anche il sito industriale amplia il suo perimetro, fino agli inizi del XXI secolo, prima con la Società Italiana Additivi per Carburanti (SIAC), poi con Solvay ed infine con la Edison. Il seguito è storia recente. 
Nel 2007 il Corpo Forestale dello Stato pone i sigilli alla “discarica di rifiuti tossici più grande d’Europa”, due aree per una superficie totale di circa 84.000 mq e un volume di rifiuti tossici di circa 500.000 mc.
Le stime dell’ISPRA parlano di quasi 2 milioni di tonnellate di suolo contaminato e 9 miliardi di euro di danni.
Cloroformio, esacloroetano, tetracloruro di carbonio, tetracloroetano, tricloroetilene, idrocarburi policiclici aromatici, sono questi i nomi delle sostanze che legano direttamente le discariche abusive all’attività del polo chimico di Bussi, che lo hanno trasformato in un Sito di Interesse Nazionale e in una vera e propria bomba ecologica per l’intera Val Pescara. L’intera area (comprese le discariche) si trova infatti in prossimità del fiume Pescara, il più grande tributario dell’Adriatico dopo il Po, il cui bacino idrico fornisce acqua potabile a circa la metà della popolazione abruzzese.
A 5 anni dal sequestro e a 4 dalla perimetrazione del SIN, davvero poco, o quasi nulla, è stato fatto, per scarsità di fondi, certamente, ma anche per mancanza di quella lungimiranza tanto auspicata dalla Convenzione Europea del Paesaggio (art.1 comma f) e tanto difficile da tradurre in azioni concrete.
Il Decreto 216/2011 (il cosiddetto Milleproroghe), convertito in legge il 28 febbraio 2012, ha stanziato 50 milioni di euro in tre anni per la bonifica dell’area di Bussi Officine. Precisamente la legge prevede che «le opere e gli interventi di bonifica e messa in sicurezza dovranno essere prioritariamente attuati sulle aree industriali dismesse e siti limitrofi, al fine di consentirne la reindustrializzazione».  Nel dizionario della lingua italiana il termine "reindustrializzazione" è quel complesso d’iniziative e provvedimenti volti a restituire efficienza ad un settore produttivo o a una zona geografica precisa. In questo caso specifico rappresenta il tentativo di rispondere alla crisi con un atto di resistenza alle spinte di cambiamento con proposte estranee al contesto e fuori dal tempo, utilizzando gli stessi mezzi che l’hanno generata. Ancora una volta il legislatore, d’intesa con alcuni amministratori, esprime un’idea di futuro che sembra ignorare non solo la storia recente di Bussi e del suo polo chimico, ma anche le dinamiche che stanno cambiando le coordinate delle aspettative collettive. La proposta fino ad ora più accreditata sembra infatti essere quella della TOTO S.p.A per la costruzione di un nuovo cementificio.
La filiera delle costruzioni sta vivendo uno dei più gravi cicli negativi mai registrati: i consumi di cemento sono passati da 46,8 milioni di tonnellate del 2006 a 32, 5 milioni di tonnellate nel 2011. I livelli di attività nelle costruzioni di edilizia residenziale e non hanno raggiunto i minimi storici dal 1995. Le prospettive di breve e medio periodo sulla realizzazione delle infrastrutture pubbliche non forniscono indicazioni per un’inversione di tendenza (dati AITEC - Associazione Italiana Tecnico Economica del Cemento). Se si tiene conto che l’industria del cemento è capital intensive, diventa impensabile che nel lungo periodo si possa far funzionare gli impianti di produzione sottoutilizzando la loro capacità. Ma allora, perché pensare di costruire un nuovo cementificio in Abruzzo, dove i tre impianti già esistenti soffrono pesantemente la crisi? Perché localizzarlo proprio a Bussi, un contesto che ha pagato e ancora continua a pagare conseguenze pesantissime per il suo passato industriale? Perché continuare a proporre modelli obsoleti e fallimentari?
Sono queste le domande che hanno guidato il workshop Acqua e siti inquinati, diritti e salute per i cittadini organizzato dalla Facoltà di Architettura di Pescara con l’ausilio dell’Associazione Studentesca 360°, sostenuto dal WWF e dall’Abruzzo Social Forum e patrocinato dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua.
Si è trattato di un’esperienza interessante sotto diversi punti di vista. Innanzitutto per il costruttivo confronto che ha avviato con contesti che vivono situazioni analoghe. Amianto, policlorobifenili, beta esaclorocicloesano, non sono soltanto alcuni dei nomi delle sostanze che hanno avvelenato molta parte del territorio italiano negli ultimi decenni. Tali sostanze hanno trasformato Casale Monferrato, Brescia, la Valle del Sacco, in alcuni dei nodi più importanti di una geografia dell’orrore che attraversa l’Italia e da cui non si può non ripartire per immaginare scenari, strategie e visioni. Bussi è un altro nodo di questa rete. Da qui è partito il workshop per avviare un dialogo e condividere conoscenze, esperienze, approcci e modalità, per elaborare strategie comuni e condivise in grado di declinare attraverso il progetto di paesaggio un vero e proprio progetto di futuro. Si tratta di strategie che procedono «per obiettivi di qualità della vita, pratiche autopoietiche e tattiche di sopravvivenza» (Ricci, 2011).
È per questo che il workshop ha prodotto visioni più che proposte di riconfigurazione definitive, ha preferito indicare possibili vie da percorrere piuttosto che dare soluzioni preconfezionate. Ha detto “no” all’ipotesi di reindustrializzazione e di localizzazione di un nuovo cementificio, e ha detto “sì” a un progetto di paesaggio basato sul paradigma del riciclo elaborando una visione a spessore variabile. In questo spessore si combinano con densità diverse temi quali la permanenza della memoria, la tutela dell’ambiente, la ricerca e l’innovazione. A tal proposito si è previsto il riuso della maggior parte delle strutture esistenti e la riqualificazione della fascia perifluviale con funzioni di connessione ecologica ed ecosistemica tra il centro abitato e il nuovo polo di ricerca/innovazione sulle bonifiche in sostituzione del vecchio polo chimico. (Fig.3)
Si tratta di una visione che fissa con chiarezza gli obiettivi, ma lascia ampi margini rispetto alle modalità per raggiungerli, nella consapevolezza che il percorso è appena iniziato e che non può che partire dal basso. Lo spessore di un paesaggio come quello di Bussi Officine non può che essere il risultato di tattiche (2) progressive di avvicinamento.

Fig. 3 - L’area di Bussi Officine. Visioni. Fonte: Workshop “Acqua e siti inquinati, diritti e salute per i cittadini", Facoltà di Architettura di Pescara
 


Note
(1) Cfr. Rapporto Greenpeace, SIN Italy. La Bonifica dei Siti d’Interesse Nazionale, ottobre 2011.
(2) Cfr. La definizione di tattiche di F. Ippolito in Senza Paura, Cronopio n.2

Bibliografia
ALMO FARINA A., Verso una scienza del paesaggio, Bologna, Perdisa Editore 2004. ALMO FARINA A., Verso una scienza del paesaggio, Bologna, Perdisa Editore 2004.
BIANCARDI A., LOTTI A., Ce l’hanno data a bere. Lo scandalo dell’acqua avvelenata in Abruzzo, Lulu.com, 2008.
IPPOLITO F., Senza Paura, in "Cronopio" 2004, 2.
KUHN T.S., La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Torino, Einaudi,2009.
RICCI M.(2011), Nuovi paradigmi: ridurre riusare riciclare la città e i paesaggi, in P. Ciorra, S. Marini (a cura di), Re-cycle, strategie per l’architettura, la città e il Pianeta, Milano, Mondadori Electa, 2011.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
RIZZI Chiara 2012-07-01 n. 58 Luglio 2012

 

 
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