L'editoriale di (h)ortus


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Dopo quasi vent’anni di assenza – trascorsi, forse colpevolmente, a indagare architetture in luoghi più distanti del pianeta – sono ritornato a Urbino, alla ricerca non soltanto delle opere di Giancarlo De Carlo (e di tutti gli illustri architetti che lo hanno preceduto nella città di Federico da Montefeltro) ma anche della possibilità di fare un personalissimo punto sullo stato dell’architettura. Avevo sentito parlare da più parti del pessimo stato di conservazione degli Continua...

La città della postproduzione

Questo libro raccoglie una serie di saggi sulla postproduzione intesa sia quale condizione che connota oggi i territori europei, sia quale atteggiamento progettuale – realizzare non è più sufficiente e non è più centrale servono interventi altri, altre sovrascritture. Come nella prassi cinematografica, raramente la presa diretta esaurisce il momento di formalizzazione di un film: è necessario applicare un complesso di operazioni quali il doppiaggio, il montaggio, il missaggio che seguono la fase delle riprese e precedono la commercializzazione.
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Spessore reversibile

Daniela Besana

Stiamo costruendo un giocattolo a breve scadenza nel quale
tutti noi possiamo realizzare la possibilità e i piaceri
che un ambiente urbano del ventesimo secolo ci deve.
Deve durare non più a lungo di quanto ci occorra

Cedric Price, 1964

Si intende, a partire dalla scelta del titolo Spessore reversibile, provare ad affrontare il tema del progetto di architettura sotto un'altra chiave di lettura. Perché “spessore”? Con quale significato il termine spessore può essere usato quando ci riferisce all’architettura? Se si cerca la definizione della voce spessore dal vocabolario è possibile trovare questi significati «distanza tra due superfici di un corpo», «elemento che viene introdotto per colmare una distanza tra due parti o per intervallarle» oppure, se applicato a qualcosa o qualcuno può indicarne la «profondità, consistenza culturale, intellettuale» (1).
Dunque spessore può essere letto in architettura come quell’azione avvenuta nel passato sulle nostre città, città che sono cresciute e crescono per stratificazioni, per aggiunte successive, la cui storia acquista “spessore” appunto proprio in ragione di questa ricchezza di fasi d’epoca successive, di progressive saturazioni di spazio, di aggiunte sulle città, a testimonianza di un chiaro periodo storico, culturale e sociale che hanno contribuito ad arricchire l’apparato storico-architettonico degli edifici delle città italiane e non (Fig. 1).

Fig. 1 – Immagine del Ponte Vecchio di Firenze. La prima costruzione risale all'epoca romana ma fu più volte danneggiata dalle alluvioni del fiume. Nel 1442 l'autorità cittadina per salvaguardare la pulizia e il decoro, impose ai beccai (macellai) di riunirsi nelle botteghe sul Ponte Vecchio per isolarli dai palazzi e dalle abitazioni del centro. La disposizione mirava soprattutto ad eliminare le maleodoranti tracce lasciate dai barroccini dei beccai lungo le strade fino all'Arno durante il trasporto degli scarti più minuti delle lavorazioni delle carni. Da quel momento il ponte divenne il mercato della carne ed i beccai, divenuti in seguito proprietari delle botteghe, per esigenza di spazio, aggiunsero, appendendo dei volumi aggettanti sul fiume, delle stanze puntellandole con pali di legno. Cfr. www.it.wikipedia.org

In che modo si può dunque attribuire, se questa è la chiave di lettura che si vuole dare al temine spessore, l’aggettivo reversibile? La definizione di “reversibile” è «qualcosa che può andare in direzione opposta, che si può invertire, che può tornare alle condizioni di partenza» oppure «processo che può svolgersi dallo stato iniziale a quello finale o viceversa». Dunque, se trasposto alle nostre città, agire secondo i concetti di reversibilità è un’operazione difficile, anzi quasi impossibile. In che modo le città possono tornare indietro? E, se anche ciò fosse possibile, quale potrebbe essere il punto di partenza? Fino a che punto si può procedere a ritroso nel processo?
Un modo possibile di interpretazione a questo quesito è rintracciabile nell’analisi per cui qualcosa è reversibile quanto permette di andare in direzione opposta. Si può dunque parlare di un processo di trasformazione che da sempre nel corso della storia ha caratterizzato le nostre città e ci si chiede dunque se tale processo di trasformazione spaziale e temporale possa permettere cambi di direzione o processi opposti.
Per provare a cercare di dare una risposta a questo interrogativo risulta in primo luogo necessario comprendere quali siano oggi i punti di partenza, le premesse per realizzare un progetto di architettura. Attualmente si sta assistendo ad un processo di trasformazione delle città che, negli ultimi anni, ha comportato un’esplosione vera e propria del costruito con un conseguente processo di densificazione del suolo libero (2) e un inevitabile ampliamento dei confini delle città (Fig. 2) a seguito della crescita demografica (Fig. 3). Per contro, tale azione ha inevitabilmente portato ad un consumo di suolo non regolato né pianificato  che ad oggi, a seguito dei nuovi dibattiti in termini di sostenibilità ambientale, sta dimostrando l’espansione delle città totalmente insostenibile (3). L’impatto ambientale delle città è infatti enorme, sia per il crescente peso demografico sia per la quantità di risorse naturali che le città consumano.

Fig. 2 - Immagine del mondo il cui territorio è riproporzionato in accordo ad un preciso parametro. L’immagine evidenzia la densità di popolazione che vive nelle città. Dal 2002, il 48% dell’intera popolazione vive nelle aree urbane. Ad esempio, in città come Singapore e Hong Kong (Cina), la percentuale sale al 100%. Cfr. www.worldmapper.org

 

Fig. 3 - Immagine del mondo il cui territorio è riproporzionato in accordo ad un preciso parametro. L’immagine evidenzia la crescita della popolazione prevista per il 2050. Si stima che entro il 2050 la popolazione mondiale sarà intorno ai 9,07 miliardi. Cfr. www.worldmapper.org

In opposizione a tale crescita e sviluppo disperso sul territorio, esistono in tutti i centri storici delle nostre città intere aree abbandonate e dismesse in quanto obsolete rispetto alle esigenze della società attuale, interi edifici con alloggi invenduti e abitazioni abbandonate e  significativi aumenti del valore delle case. «Negli anni dal 2007 al 2010 ci sono 120.000 appartamenti invenduti, circa il 40% di quelli realizzati. … Inoltre ci sono 5,2 milioni di case vuote su 10 milioni di immobili “sfitti”in Italia … Malgrado il numero sempre crescente di case vuote, nel 2010 almeno 230.000 famiglie vivono in coabitazione e 70.000 in condizioni abitative precarie» (4).
Questi dati testimoniano dunque in maniera molto chiara un disagio da parte della popolazione del concetto di abitare oggi in relazione soprattutto ad un’apparente non conformità di un patrimonio residenziale, anche di produzione recente, rispetto ai bisogni e ai modi dell’abitare contemporaneo.
La condizione abitativa delle persone anziane, la permanenza prolungata dei giovani all’interno del nucleo familiare, le coabitazioni forzate, le soluzioni abitative improprie offerte agli immigrati e, in generale, il difficile problema della casa per i nuovi nuclei familiari contemporanei, dimostra che si sta assistendo ad un divario tra l’organizzazione tradizionale degli spazi dell’abitare e gli ormai numerosi stili di vita emergenti. Queste nuove categorie di utenti richiedono dunque spazi diversi dall’abitazione destinata al nucleo familiare tradizionale: hanno bisogno di dimensioni ridotte, di spazi che possono mutare al variare delle proprie esigenze, da utilizzare a tempo determinato, disponibili a costi contenuti.  È dunque questo il punto dal quale si vuole partire per analizzare quali siano oggi i ruoli e i compiti degli architetti che necessariamente, per formazione, operano realizzando architetture in contesti definiti storicamente, socialmente e culturalmente. Il progettista ha, infatti, il dovere etico e professionale di comprendere le linee di evoluzione del dibattito architettonico e di dare risposte plausibili che tengano conto, in maniera consapevole, di queste criticità e per contro dei mutamenti della nostra società che si è notevolmente modificata nel tempo e che necessariamente determina trasformazioni anche nel fare architettura. Assumere le esigenze della contemporaneità comporta probabilmente la necessità sia di sperimentare modelli generali dell’abitare meno conformisti, organizzazioni spaziali, almeno in parte, differenti da quelle prescritte dai nostri regolamenti vigenti, assetti molto più aperti alle differenze dell’abitare sia di cambiare il punto di vista rispetto alle inerzie culturali, gestionali e normative che in campo residenziale tendono a riproporre un modello abitativo troppo rigido rispetto alle necessità attuali.
L’architettura deve oggi ripensare la città e la casa in funzione dei nuovi modi di abitare, tenendo in considerazione le trasformazioni che hanno investito il ruolo e la struttura degli spazi urbani e domestici, e dando particolare risalto allo studio delle relazioni che l’individuo instaura con il proprio spazio vitale, con lo spazio privato dell’alloggio, quello sociale dei luoghi collettivi e quello pubblico degli spazi urbani. La vita dell’individuo contemporaneo non si svolge più nell’ambito locale della città d’origine, ma si estende in un ambito territoriale molto più vasto, metropolitano, all’insegna della mobilità, e la casa, da bene immobile, dimora a vita, è divenuta bene mobile, oggetto di consumo, soggetta quindi alle mode e alle tendenze di massa. La società è diventata pluralista, la percezione dello spazio ha valicato i confini dell’unità di tempo e di luogo e il linguaggio di qualsiasi configurazione fisica conclusa non può riflettere questa molteplicità. Sono cambiati il significato e il ruolo sociale dell’abitazione, che non è più semplicemente il riparo, il rifugio della famiglia, ma si complica di una serie di accezioni che derivano dal suo essere anche luogo di lavoro, di relax, di incontro e di scambio. Nell’alloggio si assiste ad una maggiore esigenza di spazi collettivi, che cercano occasione di relazione con l’esterno con inevitabili conseguenze sul linguaggio architettonico dell’involucro, del concetto di soglia tra spazio privato e pubblico. Casa non più come abitazione per la vita, fissa in un certo luogo, ma sempre più casa in ogni luogo che permetta anche di lavorare da casa, quindi fortemente collegata con il mondo e con la società che sempre più multimediale, dinamica e globale.
Infine, progettare oggi significa anche concepire architetture rispettose dell’ambiente, in ragione dei principi emersi a seguito del Rapporto Brundtal (5) del 1987 che affronta il tema della sostenibilità ambientale a livello globale con necessarie conseguenze anche nel settore edilizio (Fig. 4) e dei più recenti programmi e sviluppi della Commissione Europea, quali Horizon 2020 (6).
Urgenza ecologica dunque in termini sia di consumo di suolo e quindi dell’ambiente in generale sia di comportamento degli edifici, come oggetti non più energivori ma in grado di lavorare con il clima o, in alcuni casi, anche come produttori essi stessi di energia. Questo significa in edilizia cambiare il punto di vista, secondo un approccio “climaticamente consapevole” ossia lavorare in primo luogo sulle caratteristiche dell’edificio, in termini di morfologia, densità, rapporto di forma, prima ancora che sugli impianti che vi saranno presenti.

Fig.4 - Il diagramma evidenzia i tre concetti chiave intorno ai quali sia possibile giungere alla formulazione di sviluppo umano sostenibile. Senza l’analisi del problema, qualunque sia la sua natura, di una visione unitaria ed integrata di questi tre fattori  (della società e dei suoi bisogni, dell’economia e dell’ambiente) non è possibile affrontare correttamente il concetto di “sostenibilità”. Immagine dell’autore

Tale operazione risulta dunque di difficile attuazione e in netta contrapposizione con la realtà delle nostre città, caratterizzate da edifici assolutamente obsoleti sia in materia di risposta ad un quadro esigenziale mutato sia in termini di comportamento sostenibile rispetto all’energia e all’ambiente con ripercussioni in campo edilizio. Densificazione delle città, saturazione del suolo, obsolescenza del parco edilizio italiano, variazione del quadro esigenziale della società attuale e problematica energetica sono dunque tutte questioni che devono trovare una risposta sintetica e unitaria nel progetto (7).
Proprio il concetto di architettura temporanea e delle strategie d’intervento ad essa associate si ritiene possano porsi come possibile risposta per risolvere il problema legato sia al riuso e al riciclaggio dell’esistente sia alle nuove questioni in materia di quadro esigenziale mutato, ambiente, approccio energetico e valutazione della reale situazione a livello sociale, politico e culturale.
L’abitare temporaneo è il risultato dell’esigenza di fruire di uno spazio per una funzione legata ad una necessità contingente e circoscritta nel tempo, cessata la quale lo spazio realizzato non ha più ragione di esistere o deve essere riconvertito, trasformato ad altri usi. È il caso delle architetture espositive, delle installazioni temporanee, degli edifici “volano” destinati a sostituire temporaneamente la sede definitiva di uffici o abitazioni in attesa della ristrutturazione, delle case destinate a categorie sociali o lavorative “instabili” o “nomadiche” come gli immigrati, i pendolari e gli studenti, delle case per vacanze concepite anche in risposta a forme di turismo sostenibile. È infine il caso anche delle abitazioni per l’emergenza conseguente al verificarsi di eventi disastrosi naturali o antropici.
Risulta chiaro dunque come il concetto di temporaneità riassuma al suo interno prima di tutto le questioni legate ad un uso, temporaneo appunto, del suolo. Costruzioni che occupano per un certo tempo il suolo oppure che non occupano per niente i vuoti delle città ma che vanno a saturare i pieni, ancora secondo lo stesso processo di stratificazioni storiche delle nostre città. Architetture quindi in grado di attribuire spessore alle città in ragione di una richiesta della società ma che, a differenza dei modi di agire adottati in passato, sintetizzano al proprio interno l’accezione di “reversibilità” ossia quel carattere tipico di tutte queste architetture, che pur avendo declinazioni diverse, permettono la possibilità di tornare indietro, di invertire il processo, di creare nuovi livelli di crescita sulle nostre città con una scadenza. In questo senso l’aggettivo “reversibile” può implementare il raggio dei significati come qualcosa che sintetizza in sé alcune caratteristiche quali la dinamicità del processo e la flessibilità della soluzione proposta.
Architetture temporanee che quindi aggiungono alla questione architettonica legata da sempre al concetto di spazio, quella del tempo, una sorta di data di scadenza dell’architettura. Questo aspetto, non è in realtà nuovo nel pensiero architettonico tanto che lo stesso Gio Ponti negli anni Cinquanta dichiarava: «Architettura non vuol dire soltanto costruire: gli ingegneri costruiscono benissimo ma operano solo nello spazio, e interessatamente: però la vera costruzione, in tutti i campi, è quella architettata: opera nel tempo, con un principio e un fine astratti, disinteressati, e con una “perpetuità” di espressione; gli architetti costruiscono “nel tempo”, nella cultura; è allora opera d’arte costruita per sempre» (8). Costruire nel tempo significa dunque progettare dunque ancorati ad una precisa realtà sociale, culturale e politica di un dato contesto.
Proprio in ragione di ciò l’architettura temporanea permette di rispondere adeguatamente a tante esigenze diverse, tra le quali anche quella di dare e di fornire nuova vita alle numerose aree dismesse nel cuore delle nostre città o, semplicemente al parco degli edifici obsoleti e spesso vincolati che ci sono stati lasciati in eredi dai nostri predecessori. Riuso, riciclo come strategia per le nostre città, ma anche come chiave per rispondere, aprendo il campo ad un orizzonte di innovazione e sperimentazione, con soluzioni vincenti alla Direttiva Europea sull’efficientamento energetico.
Architettura temporanea che permette il riuso dei nostri edifici con soluzioni corrette dal punto di vista della risposta al quadro di esigenze e ai problemi di natura prestazionale. «Il concetto di riciclo implica una storia e un nuovo corso. Coinvolge la narrazione più che la misura. Il suo campo di riferimento è il paesaggio, non il territorio. L’idea di territorio chiede all’architettura quantità, stabilità, persistenza nel tempo e progetti come decisione autoriale, in grado di stabilire la competitività tra i luoghi attraverso la firma d’autore. L’idea di paesaggio, invece, non chiede all’architettura tempi definiti, chiede di poter invecchiare insieme, di cambiare continuamente così come cambiano continuamente i paesaggi. E chiede al progetto di essere poliarchico, deciso da molti, condiviso da tanti, di contribuire alla costruzione di quel paesaggio-ritratto, … che è il ritratto di una società e non di un autore» (9).
Il progetto contemporaneo è chiamato dunque ad individuare un rapporto, una connessione tra il carattere permanente di un costruito plurimillenario che si confronta con la multiforme cultura dell’abitare e le sue estrinsecazioni locali e il carattere di temporaneità che oggi sempre più diffusamente è richiesto agli spazi che abitiamo e alle architetture che costruiamo. Il concetto di temporaneità non è più riconducibile ad un uso breve e definito nel tempo di una tipologia abitativa ma piuttosto alla necessità e alla possibilità di una continua ri-configurazione e ri-destinazione degli spazi abitabili alle diverse scale di progetto. Una risposta plausibile potrebbe dunque ricondursi a progetto di soluzioni architettoniche, residenziali e non, orientate a cogliere i vantaggi di soluzioni costruttive flessibili e temporanee per rispondere alle novità delle istanze del mondo in cui viviamo.
Definito il nuovo quadro esigenziale, quali sono gli strumenti progettuali che è possibile utilizzare a partire da queste premesse? Come è possibile realizzare architetture temporanee?
In primo luogo risulta fondamentale comprendere quali siano le possibili traduzioni in architettura delle soluzioni temporanee. Leggendo e analizzando lo status quo risulta possibile trovare diversi progetti a carattere “temporaneo”, fortemente differenti per funzioni, strategie di progetto ed esiti progettuali. Al fine dunque di comprendere meglio la tematica è possibile provare a scomporre il problema per parti, per strategie applicate in modo poi da ricomporlo unitariamente.


- Valutazione strategica, volta ad individuare strategie possibili di intervento in relazione al tessuto edilizio esistente e alla funzione. Ci si riferisce a tutte quelle architetture che avviano dei processi di trasformazione dell’esistente di tipo additivo o sottrattivo che occupano dunque tetti degli edifici, vuoti ed interstizi tra edifici o che si appendono a facciate di edifici o ponti per generare nuovi ambienti interni e nuovi spazi ad uso sia pubblico sia privato;
- Valutazione esigenziale attraverso la definizione di ciò che si richiede al prodotto edilizio, in termini di rispondenza ad un quadro esigenziale mutato. All’interno di ciò si possono ritrovare casi tra loro anche molto diversi (10). Si parla dunque di temporaneità per necessità, ossia tutte le strutture di emergenza e soccorso a seguito di calamità naturali (Fig. 5); di temporaneità per scelta, legata a forme volute e ricercate di case vacanza, nomadismo e in generale, di casa mobile (Fig. 6) ed infine di temporaneità a lungo termine (Fig. 7).
- Valutazione tecnologica e prestazionale legata all’approfondimento tecnico riguardo alla fattibilità costruttiva e alla realizzabilità di soluzioni di dettaglio. Proprio la lettura delle architetture temporanee in termini di risposta progettuale e tecnico-costruttiva si ritiene di estrema importanza per valutare la coincidenza tra l’ideazione architettonica e la fattibilità costruttiva ed inoltre proprio perché permette di controllare l’elenco di prestazioni minime richieste all’edificio per possedere realmente il carattere di  architettura mobile, flessibile o reversibile e, in generale, di controllare il suo comportamento energetico.

Fig. 5 – Temporaneità per necessità: progetto di un’abitazione di emergenza svolto all’interno del Laboratorio del Corso di Organizzazione del Cantiere e Tecnologia degli Elementi Costruttivi (responsabile prof. Daniela Besana), Corso di Laurea in Ingegneria Edile/Architettura, Università di Pavia, a.a. 2008-09 (studenti: Mattia Favalli, Angela Forte, Alice Marchetto). Il progetto è pensato per strisce funzionali facilmente trasportabili in loco e successivamente aggregabili a secco con possibilità di ottenere diverse configurazioni spaziali e dimensionali.

 

Fig. 6 – Temporaneità per scelta: progetto di una casa per vacanze svolto all’interno del Laboratorio del Corso di Organizzazione del Cantiere e Tecnologia degli Elementi Costruttivi (responsabile prof. Daniela Besana), Corso di Laurea in Ingegneria Edile/Architettura, Università di Pavia, a.a. 2008-09 (studenti: Manuele Cuneo, Mattia Frison, Francesco Maccarone, Marco Plataroti). Il progetto, poichè pensato per essere trasportabile, pur essendo concepito come spazio minimo abitabile risponde alle caratteristiche di indipendenza tecnologica-impiantistica e di controllo prestazionale dell’involucro in relazione ai differenti contesti climatici. 

 

Fig. 7 – Temporaneità a lungo termine: progetto di una residenza per studenti svolto all’interno del Laboratorio del Corso di Organizzazione del Cantiere e Tecnologia degli Elementi Costruttivi (responsabile prof. Daniela Besana), Corso di Laurea in Ingegneria Edile/Architettura, Università di Pavia, a.a. 2008-09 (studenti: Martina Abeni, Annalisa Leoni, Carla Paganelli, Angelo Vertucci). Il progetto è concepito come un modulo preassemblato in ditta trasportabile per dimensioni e peso su gomma. Una volta in loco, amplia la propria superficie mediante l’estrusione di due volumi. Possibilità di aggregazione in orizzontale e in verticale.

Le architetture mobili, ossia architetture che si muovono sul territorio, per essere denominate tali devono ad esempio possedere come caratteristica prioritaria proprio la loro possibilità di variare nello spazio, dunque di variare il rapporto tra contesto e oggetto edilizio; architetture flessibili rimandano al concetto di uso, dunque con diverse modalità di utilizzo in tempi brevi, caratterizzate da assetti distribuitivi variabili. Infine architetture reversibili sono architetture principalmente legate alla logica costruttiva, all’intero del processo progettuale che, a fine vita dell’oggetto edilizio ossia a seguito della cessazione di esigenze, permette una totale o parziale smontabilità dell’oggetto e dei suoi componenti per un successivo riuso e riciclo (Figg. 8-9).

Fig. 8 – Architettura reversibile: progetto di una residenza su un edificio dismesso costituito da un telaio strutturale in c.a. svolto all’interno del Laboratorio del Corso di Organizzazione del Cantiere e Tecnologia degli Elementi Costruttivi (responsabile prof. Daniela Besana), Corso di Laurea in Ingegneria Edile/Architettura, Università di Pavia, a.a. 2010-11 (studenti: Massimo Ferrari, Shani Ferro, Marco Lovati, Ina Mita): progetto di una cellula abitativa minima e tridimensionale posizionabile, secondo differenti scenari temporali e spaziali, all’interno del telaio esistente.

 

Fig.9 – Architettura reversibile: progetto di una residenza su un edificio dismesso costituito da un telaio strutturale in c.a. svolto all’interno del Laboratorio del Corso di Organizzazione del Cantiere e Tecnologia degli Elementi Costruttivi (responsabile prof. Daniela Besana), Corso di Laurea in Ingegneria Edile/Architettura, Università di Pavia, a.a. 2010-11 (studenti: Massimo Ferrari, Shani Ferro, Marco Lovati, Ina Mita): progetto dei pacchetti tecnologici per il controllo della prestazione energetica dell’involucro integrata con il sistema di appoggio al solaio esistente

Il concetto di spessore reversibile si arricchisce infine di un’altra possibile chiave di lettura legata al concetto di ricerca di soluzioni tecnico-costruttive che permettano la reversibilità del nodo costruttivo. Dunque a tutte le soluzioni costruttive stratificate a secco, i così definiti sistemi S/R, legati al concetto di nodi costruttivi realizzati con connessioni meccaniche o incastri maschio-femmina che lavorano per progressiva sequenza di strati prestazionali ognuno in grado di rispondere ad una requisito specifico. I materiali da costruzione principalmente usati sono l’acciaio e il legno o, in generale, tutte le soluzioni che lavorano con prefabbricazione in serie dei componenti scelti da catalogo e per prefabbricazione totale, ossia con cellule tridimensionali. Lavorare tecnologicamente con queste modalità permette dunque di ottimizzare non solo il comportamento energetico dell’oggetto realizzato durante la sua vita e gestione, ma anche e soprattutto l’intero processo progettuale e costruttivo, in termini di impatti di trasporto, di produzione, di costruzione e di dismissione.
Le architetture reversibili sono proprie pensate, progettate e realizzate in primo luogo nel controllo della riduzione degli impatti durante la fase di costruzione che si può tradurre, in termini di requisiti progettuali, in un controllo nella possibilità di movimentare agevolmente i componenti in termini di dimensioni e peso, del controllo del dimensionamento del volume di trasporto con mezzi standard, della riduzione del contributo materico del volume, dell’ottimizzazione del rapporto volume/peso delle parti e dell’utilizzo di dotazione impiantistica autonoma.
Secondariamente la reversibilità si può ottenere con un attento controllo della riduzione degli impatti in fase di dismissione, ossia della possibilità di recupero/riciclaggio dei materiali e dei componenti o della possibilità di procedere per dis-assemblaggio selettivo. Questo comporta la necessità di lavorare sia sulla progettazione dei nodi costruttivi sia sulla scelta dei materiali del progetto. Ad esempio, risulta di estrema importanza la possibilità di poter ripristinare lo stato originario del suolo, attraverso soluzioni tecnologiche con attacco a terra reversibile. In generale tutta la costruzione dovrebbe lavorare per kit di componenti, ossia sistemi di collegamento reversibili in grado di permettere lo smontaggio senza compromissione delle parti. Proprio tutti i processi di assemblaggio delle parti a secco, attraverso quindi la progettazione di pacchetti costruttivi per giustapposizione di strati funzionali, permette la semplificazione degli elementi del sistema, la standardizzazione della forma dei componenti, la minimizzazione del tipo e del numero di collegamenti e il controllo per facilitare l’individuazione e l’accessibilità dei punti di collegamento.
Relativamente alla scelta dei materiali, l’utilizzo di materiali durevoli o di componenti prefabbricate agevola la reale possibilità di riuso, mentre materiali riciclabili o compatibili aiuta la fase di riciclo. Concentrare i materiali riciclabili in strati contigui all’interno dei pacchetti costruttivi facilita, oltre al controllo prestazionale, anche la riduzione della direzione dei movimenti necessari per separare le parti e quindi la possibilità di praticare il dis-assemblaggio parallelo delle stesse. Dunque le azioni del riusare e del riciclare si adattano molto bene ad alcuni di questi materiali perché completamente reinseribili nel ciclo produttivo o completamente riciclabili, come l’acciaio, l’alluminio o il vetro.
In conclusione, il concetto di spessore reversibile sottende adeguatamente la logica di queste architetture, non solo per definire una strategia d’intervento ma anche le caratteristiche prestazionali del nodo costruttivo. I pacchetti sono realizzati con spessore minimi per sequenza di layer distinti, assemblati a secco con connessioni meccaniche, dunque reversibili.
Questa metodologia di intervento porta ancora una volta ad un generale ripensamento di cosa sia il progetto. Si ritiene che esso debba essa inteso come processo. Le chiavi di lettura intorno alle quali si è cercato di leggere la metodologia progettuale discendono dal mettere a sistema la definizione di processo edilizio, ossia di concezione del progetto a partire dalla sua ideazione, progettazione, costruzione, gestione e dismissione; la sua risposta prestazionale e infine la questione ambientale in termini di approccio sostenibile. «Progettare è qualcosa di più della giustapposizione di piani, verticali, inclinati e orizzontali, oppure sonori, visivi, termici o materiali. Esistono qualità aggiuntive che ammontano a molto più della somma totale delle singole unità di ogni piano … Isolare queste potenziali qualità di diletto insite nelle forme più ordinarie è il compito dell’architetto … Rendere utilizzabile il potenziale di questo invisibile dizionario di possibilità implica il rifiuto del ruolo dell’architettura come semplice dispensatore di migliorie e di arricchimento formale dell’ambiente nella sua forma esistente … Esiste invece un’ampia gamma di piaceri e conoscenze umani attualmente lasciati a incontri sensoriali causali. Il passaggio del tempo, la velocità delle stagioni, i mutamenti metereologici, la crescita dell’intelligenza e l’invecchiamento del corpo sono in genere compensati dall’architettura e non utilizzati come parti costitutive di un menu capace di estendere il valore e l’utilità della vita umana … questi metodi di investire lo spazio di nuove qualità per il consumo umano sono stati esercitati da molti in passato … Sta agli architetti andare oltre queste composizioni autocoscienti e manierate ed escogitare, come nelle migliori colonne sonore, varchi di incertezza nei quali l’individuo può inserirsi. In questo varco, il Sandwich Invisibile si aggiunge al menu urbano» (11).


Note
(1) dizionari.corriere.it
(2) Dati ISTAT rilevano che «Nel corso dell’ultimo anno la popolazione ha continuato a crescere superando i 60 milioni 600 mila residenti al 1° gennaio 2011, con un tasso d’incremento del 4,3 per mille … La dinamica migratoria è ancora una volta determinante ai fini della crescita demografica. Il saldo migratorio netto con l’estero si mantiene sui livelli del 2009, risultando pari al 6,0 per mille. I cittadini stranieri residenti, pari a oltre 4 milioni e mezzo, sono in costante aumento e costituiscono il 7,5% del totale».  Cfr. www.integrazionemigranti.gov.it
(3) «Negli ultimi anni le città sono esplose. Tra il 1999 e il 2009 sono stati realizzati 300 milioni di metri cubi/anno. In un solo decennio sono stati costruiti circa 3 miliardi di metri cubi … I paesaggi hanno subito gli impatti dello sviluppo quanto le città. Tra il 1990 e il 2005 sono stati trasformati circa 3,5 milioni di ettari». Dati CRESME/SI 2010. Cfr. RICCI M., Nuovi paradigmi: ridurre riusare riciclare la città (e i paesaggi), in P. Ciorra, S. Marini (a cura di), Re-cycle. Strategie per l’architettura, la città e il pianeta, Milano, Electa, 2011, pag. 68.
(4) Cfr. RICCI M., op. cit., pag. 71.
(5) «garantire i bisogni delle generazioni attuali senza compromettere la possibilità che le generazioni future riescano a soddisfare i propri bisogni».
(6) Cfr. www.ec.europa.eu
(7) «L’aspetto più difficile e nello stesso tempo più elevato del’architettura è proprio in questa necessità di raggiungere la sintesi tra fattori discorsi, quali l’armonia formale e le esigenze tecniche, il calore dell’ispirazione e la freddezza del ragionamento scientifico, ka ricchezza della fantasia e le ferre leggi dell’economia». Cfr. NERVI P.L., Costruire correttamente, Milano, Hoepli, 2010.
(8) PONTI G., Amate l’architettura. L’architettura è un cristallo, Milano, CUSL, 2004.
(9) RICCI M., op. cit., pag. 73.
(10) Ci si riferisce in particolare alla suddivisione proposta da AA.VV., Progettare oltre l’emergenza. Spazi e tecniche per l’abitare temporaneo, in “Arketipo”, numero monografico 7404/01, Milano, Il Sole 24 ore, 2009.
(11) OBRIST H.U. (a cura di), Re:CP Cedric Price, Siracusa, Lettera Ventidue, 2011, pag.11-13.


Bibliografia

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AA.VV., Assemblage la libertà costruttiva. Il progetto d’abitazione mediante elementi industriali e kit personalizzabili, in “Arketipo”, numero monografico, Milano, Il Sole 24 ore, 2010.
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PONTI G., Amate l’architettura. L’architettura è un cristallo, Milano, CUSL, 2004.

 

Autore Data pubblicazione Volume pubblicazione
BESANA Daniela 2012-07-01 n. 58 Luglio 2012

 

 
Hortus

Lo spessore della città

La ricerca Lo spessore della città prende corpo nel 2010 in occasione del secondo bando FIRB (Fondo per gli Investimenti della Ricerca di Base – Bando Futuro in Ricerca), pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca. Il bando nelle sue tre edizioni (2008, 2010, 2012) è indirizzato a sostenere ricerche di base di giovani studiosi. La stesura del progetto nella sua prima versione è il tentativo di tradurre assunti teorici, costruiti su nuove necessità di dialogo tra architettura e città, in concreti strumenti operativi.  Continua...

Alter-azioni

Questo libro raccoglie una serie di saggi sull’alterazione, ovvero sul rapporto interpretazione e realtà, sostanzialmente sul come si possa aumentare la realtà oltre l’impiego di strumenti tecnologici. Con l’espressione “realtà aumentata” si vuole qui sostenere l’autonomia della visione, la sua non necessità di protesi da altri impostate, a favore di un potenziamento delegato alla sola teoria. L’obiettivo è aggiornare il binomio teoria-progetto, superare inutili dualismi, affermare la coincidenza dei due termini non solo sul piano dei contenuti ma anche su quello degli strumenti. Continua...

peperone_giallo_trasphortusbooks è un progetto editoriale che nasce dall’esperienza di (h)ortus - rivista di architettura. Raccogliere saggi e riflessioni di giovani studiosi dell’architettura, siano esse sul contemporaneo, sulla storia, la critica e la teoria, sul progetto o sugli innumerevoli altri temi che caratterizzano l’arte del costruire è la missione che vogliamo perseguire, per una condivisione seria e ragionata dei problemi che a noi tutti, oggi, stanno profondamente a cuore.

hortusbooks si propone come una collana agile, aperta ad una molteplicità di contributi nel campo dell'architettura. I volumi vengono pubblicati con tecnologia print on demand dalla casa editrice Nuova Cultura di Roma e possono essere acquistati on-line tramite i maggiori canali di diffusione.

Il paesaggio chiama

paesaggio_chiama_tIn tante città mediterranee e anche qui, nella magnifica cornice dello Stretto di Messina, l’attuale urbanesimo genera immense aree abitate che non sono più né urbane né rurali. Ci guardiamo attorno e nella banalità che ci circonda cerchiamo nuove gravità, proprio in questi luoghi destrutturati, perché è qui che possono e devono prendere forma i paesaggi del nostro tempo. L’importanza del paesaggio è sentita quasi sempre in termini solo difensivi, senza la consapevolezza della sua rilevanza sociale e economica, e di conseguenza senza un coinvolgimento culturale e politico delle comunità. Continua...

Valle Giulia Flickr

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Il gruppo Valle Giulia Flickr nasce tre anni fa dall’idea di uno studente di architettura con la passione della fotografia.
Da un piccolo gruppo di appassionati, accomunati dalla voglia di imparare l’arte fotografica e di utilizzarla come strumento per “parlare” di architettura, si è arrivati ad un gruppo che oggi conta più di 260 iscritti.
Lo spirito del gruppo è quello della condivisione come mezzo di conoscenza, sia in campo architettonico che fotografico, e i contest proposti danno l’occasione agli iscritti di confrontarsi su varie tematiche in campo architettonico e sociale. Continua...

Dal paesaggio al panorama, dal panorama al paesaggio

camiz_copertina_tUna mostra che presenti fotografie di paesaggi naturali, così come un osservatore li vede durante una gita, un'escursione, un viaggio, anziché una mostra semplice come si potrebbe credere (perché si potrebbe azzardare che un panorama è sempre bello), si presenta come una mostra piuttosto complessa. In effetti, è la fotografia del paesaggio naturale che è più complessa di quanto non sembri. Infatti, se appunto un ambiente naturale ci appare quasi sempre come bello, in particolare se incontaminato, una sua fotografia non è detto che lo sia. Continua...

Il Giardino dei Cedrati di Villa Pamphilij

cedratiDalla loro domesticazione le piante da frutto sono sempre state utilizzate come elementi costitutivi di diverse tipologie di giardini. In molti giardini storici, a  fronte di esempi virtuosi di conservazione di aree a frutteto o di singole piante da frutto, molto più spesso questi spazi coltivati sono andati perduti, gradualmente sacrificati ad altre priorità nei necessari restauri vegetazionali con perdita di risorse genetiche di valore, ma anche dell’identità dei luoghi. Lo studio di un’ipotesi di recupero del Giardino dei Cedrati in Villa Doria Pamphilj (Roma), oggi profondamente cambiato nella sua forma, struttura e funzione e in progressivo abbandono, rappresenta l’applicazione di un innovativo approccio metodologico, esempio di quella  integrazione di discipline necessaria per non prescindere dalla natura sistemica  di questo luogo. Continua...

Rassegna Italiana | 5 Temi 5 Progetti

Il complesso di risorse culturali, artistiche, ambientali, che sono proprie di un paese noi lo chiamiamo Patrimonio (ma anche l'insieme dei cromosomi che ogni individuo eredita dai propri ascendenti). Le Case sono le abitazioni dell'uomo e l'Esterno è ciò che sta fuori, che viene da fuori. Il termine Tecnologia è composto da arte e discorso, dove per arte si intende(va) il saper fare, in altri termini il progetto del saper fare. La Catastrofe indica i grandi sconvolgimenti provocati dalla natura o dall'uomo. Continua...

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